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domenica 31 dicembre 2023

Il seme del bene (Più prezioso Dell'Oro)

Una miriade di semi di bene, quelli che scopro qua e là, grazie alle molte persone che in questo tempo - complice l'imminente partenza da Bergamo - mi dimostrano vicinanza, riconoscenza, affetto.
Una bontà che mi avvolge e a cui spesso replico con imbarazzo, come quei bimbi che diventano rossi e non sanno dove posare lo sguardo. Messaggi inaspettati, parole sussurrate in ascensore, persino abbracci nei corridoi e una festa a sorpresa con pranzo frugale, filmato commemorativo e addirittura un murales composto dalle centinaia di foto polaroid scattate a ciascuno degli ospiti di "Via Novelli", il tutto organizzato dai ragazzi e dalle ragazze di Edoomark. Una grandezza, la loro, che mi fa sentire ancora più piccolo, certo di avere molto dato, non lo nego, ma altresì di aver assai più ricevuto.

P.S. Un altro anno se ne va, pagine spicce consegnate all’archivio, storie a lettere minuscole che interessano una cerchia ristretta, allargata alle persone che negli ultimi dodici mesi ho conosciuto e a coloro che non ci sono più.
L'ultimo - in ordine di tempo - è  un collega che ho stimato. Si chiamava Marco Dell'Oro e, conoscendolo, so che non apprezzerebbe se mi dilungassi o ne tessessi l'elogio. Perciò lo ricordo attraverso uno degli ultimi messaggi che mi ha mandato, prima che d'improvviso, nel maggio scorso, mentre era al lavoro, in una sera simile a tante altre la vita gli scivolasse via, come uno strappo.
"Commosso, ringrazio" mi aveva scritto per ringraziarmi di un saggio di Chesterton, che gli avevo regalato con questa dedica: "Grazie per ciò che fai, quasi sempre sottovoce o addirittura in silenzio...".
Ed è proprio così che se n'é andato, in silenzio, senza alzare la voce, in punta di piedi, come ha sempre vissuto.

sabato 25 novembre 2023

Un fiume più in là (Liscio come l'Oglio)

"Salendo le scale non perdo mai di vista chi le scende, ricordando che potrei essere io".
L'ho scritto dodici anni fa, sempre nel mese di novembre, e lo copio e incollo tale e quale ora, visto che identico è il monito e pure la circostanza di un cambio di lavoro.
Allora lasciavo le sponde del Lario per "sciacquare i panni" in Lambro, attraversando tre anni più tardi la linea dell'Adda, mentre a breve mi spingerò un poco più in là, ancora verso oriente, superando pure il corso dell'Oglio.
Tradotto in spiccioli: dopo esser stato capo redattore ad Espansione Tv, capo cronista a La Provincia di Como, direttore de Il Cittadino di Monza e Brianza, responsabile a Bergamo Tv, dal prossimo gennaio sarò vice direttore del Giornale di Brescia, TeleTutto e Radio Bresciasette, ritornando ad occuparmi di informazione con diffusione su ogni mezzo, nessuno escluso.

P.S. Lo so, in venti righe si può scrivere tutto, stavolta però nemmeno ci provo, tante sono le ragioni, le sensazioni e i sentimenti che accompagnano il voltare d'una pagina, il principio d'un nuovo capitolo.
Mi limito così a segnare qua soltanto qualche spunto che mi piacerebbe approfondire nei giorni che verranno, nel frattempo annotandolo e concatenandolo, ad uncinetto, passo passo.
Passo da Bergamo a Brescia, nell'anno in cui insieme sono state Capitale della Cultura e si sono definite sorelle.
Sorelle è femminile e donna è pure la direttrice che affiancherò e che stimo da lungo tempo, ma con cui non ho mai avuto occasione di lavorare sul serio.
Serio è uno dei principali corsi d'acqua d'una terra a cui resterò sempre legato, sentendomi - lo confesso - profondamente bergamasco, inteso come appartenente a un popolo, avendo avuto lì occupazione e pure alloggio, sentendomi pienamente accolto, considerato.
Considerato che a breve me ne andrò ed ogni retrogusto viscido di piaggeria è mondato, dichiaro un grazie sincero per il gruppo editoriale nel quale ho lavorato negli ultimi quindici anni e che mi ha dato ciò che per me è la moneta più rara e preziosa: la libertà, di parola e pensiero. Non lo scorderò mai.
Mai altresì cesserò di essere riconoscente nei confronti di chi nelle scorse settimane mi ha cercato, voluto, scelto, senza raccomandazioni o appartenenze a gruppi d'interesse, bensì basandosi soltanto sulla capacità di fare il mio lavoro e avere una visione, un'idea su come affrontare le sfide del presente e del futuro.
Futuro è un'orizzonte ampio, tuttavia sarei disonesto se tacessi che non vedo l'ora di iniziare, di mettermi alla prova, soprattutto di tornare a imparare, di pormi al servizio delle numerose persone che sono certo hanno a cuore la loro terra, il nostro mondo e quello che, per i molti che lo fanno con passione, rimane uno dei mestieri più belli del mondo.


sabato 26 ottobre 2019

Ultima fila (Lì c'è Paolo)


Mai dire "Te l'avevo detto", sempre stare accanto.
"Un modo di essere, uno scegliere di metterci al fianco, senza rinunciare ad esprimere cosa vediamo da quel punto di vista, a raccontare la nostra esperienza, sperando che possa essere illuminante, evitando imposizioni, assumendosi un rischio".

Lo spiega Paolo Ferrari, una persona fuori dal comune, con cui ho la fortuna di collaborare da qualche anno, contribuendo a realizzare qualcosa di nuovo, utile, bello.
Il piacere maggiore, per me, è proprio stargli accanto, perché non è mai banale e ha una capacità unica nell'individuare il percorso educativo e un rigore fermo nel mettere sempre al centro il ragazzo, il suo cammino.
Il bello invece è che da un paio di settimana, invece di limitarsi a "fare", ci si ferma anche per "dire", per mettere nero su bianco i principi che lo ispirano, le lezioni che a sua volta ha imparato, ciò che l'esperienza nel bene e nel male ha partorito.
Per chi ha figli adolescenti, ma non solo, mi permetto di consigliare una sbirciatina, ogni tanto, ai suoi articoli, che di tanto in tanto posterò anche qua, linkandoli.
Questo ad esempio è il primo e afferma il principio secondo cui gli adulti sono sempre e comunque educatori ed il punto non è cosa facciamo, bensì se siamo credibili o meno.
Il secondo è quello che ho citato all'inizio e che qua si trova in versione integrale, garantendo che è corto e si legge in un fiato.

P.S. Il suo blog si può leggere anche se L'Eco di Bergamo e ha un nome curioso: "Ultima fila", poiché  generalmente soltanto se ci si siede in fondo si riesce ad avere uno sguardo ampio, attento, su tutto.

martedì 10 aprile 2018

La tentazione del silenzio


Scrivo a molti, quasi mai a me stesso.
Dovrei farlo, più spesso, per ricordare il ragazzo che ero, quanto sono cambiato, quali invece le impronte immutabili, ciò che mi emoziona e quello che invece mi fa serrare la mascella e masticare amaro.
Mi commuovo parecchio. L'ultima volta qualche giorno fa, durante la registrazione del programma che conduco, alla visione di un breve video commissionato dall'Ats al Media Center dell'Eco.
Il tema era quello delle dipendenze, con i ragazzi di quarta superiore che l'hanno realizzato ribaltando la prospettiva, mostrando alcuni atteggiamenti che rafforzano l'autostima, che producono una specie di anticorpi per evitare che la difficoltà diventi disagio.
La scena era semplice: un bimbo che sbaglia il rigore, suo padre che ci rimane male eppure non smette di incoraggiarlo. Balzo in avanti e otto anni più tardi quel cucciolo d'uomo, diventato nel frattempo un giovanotto, segna e va ad abbracciare il genitore che l'ha sempre sostenuto.
Quando siamo tornati in studio avevo i lucciconi agli occhi e un po' me ne vergognavo. Per fortuna la regia mi ha tratto d'impaccio, impostando inquadrature da lontano o almeno non tanto vicine da notare un paio di lacrime che nel frattempo rigavano il viso.
Ho letto da qualche parte che le persone forti sono quelle che si commuovono più facilmente: io devo essere fortissimo.

P.S. Ho un ringraziamento particolare da fare, a coloro che passano da qui e mi leggono e me lo fanno sapere e si lamentano se sono pigro e mi sostengono. Già, mi sostengono. La vita non è mai una linea retta, c'è stato un tempo in cui per passione e per mestiere o qui o sul giornale scrivevo ogni giorno. Quattro anni fa altro giro di giostra, una nuova opportunità, un modo di comunicare diverso e molti fogli bianchi, un po' per scelta, un po' per caso. Spesso mi capita di preferire la lontananza, l'assenza, il silenzio, da contrapporre alle molte chiacchiere, alle parole in eccesso, al rumore di fondo costante che diventa di volta in volta sibilo, borbottio, frastuono. In queste settimane avverto tuttavia  l'urgenza di non abdicare, di far sì che la moderazione non si trasformi in accidia, disimpegno, indifferenza. Mettere a frutto il talento, non seppellirlo sottoterra insomma, poco o tanto che sia. Per farlo userò uno stratagemma, scriverò di volta in volta a qualcuno di voi, anche senza mettere il nome, per non creare imbarazzo. Non sarò insistente, ma nemmeno assente. Il filo annodato più di dieci anni fa merita di continuare ad essere tessuto.

venerdì 1 gennaio 2016

G di Gennaio (e Gentilezza)

Foto by Leonora
Gennaio. G. Gentilezza. Il primo aggettivo per associazione di idee, un buon proposito per l'anno appena cominciato e una virtù che apprezzo nei gesti di chi incontro sulla mia strada.
Gentilezza contrapposta all'arroganza, gentilezza come antidoto all'indifferenza, gentilezza nei modi, gentilezza che fa rima con dolcezza e va a braccetto con garbo, misura, eleganza. Gentilezza di cuore, spontanea, ma gentilezza anche della testa, ferma volontà nel guardare l'altro da pari a pari, senza sussiego, supponenza, falsità o piaggeria.
In un mondo di urlatori, di predicatori con la verità in tasca, ammetto di giudicare le ragioni altrui dalle enunciazioni senza foga, allenando l'orecchio ad escludere chi sbraita e ad ascoltare chi accompagna la schiettezza con il candore di un sorriso, con una simpatia che si coglie dagli occhi, nei quali non c'è ombra di cinismo o freddezza.
Gentilezza che premio, parlando bene dei luoghi in cui l'ho trovata. Ieri sera ad esempio, alla pizzeria Mamma Rita di Bulgarograsso. Oppure al supermercato di Massimo Gerolamo Augusto Ricca, sulla via che da San Lorenzo porta a Civezza, in Liguria. E ancora allo sportello dell'ufficio abbonamenti dell'Eco di Bergamo e della Provincia, le cui risposte mi capita di sentire mentre passo accanto alle scrivanie di chi se ne occupa (e non è un caso se gli abbonamenti aumentino, nonostante la crisi dell'editoria: gentilezza pure come lievito e motore della ripartenza).
Nella dedica su un libro che mi è stato regalato per Natale, uno dei colleghi che stimo di più ha scritto: "Manteniamo lo sguardo sulle stelle polari". Lo prendo in parola, augurandomi che non soltanto il nuovo anno, ma tutti quelli a venire, portino in dote una gentilezza rinnovata, nella consapevolezza che per chiederla agli altri devo essere per primo io a dimostrarla.

giovedì 8 gennaio 2015

Charlie Ground

Foto by Leonora
Si dice che siamo tutti Charlie, ma non è vero. Non lo siamo o lo siamo in modo ipocrita quando per timore delle conseguenze non difendiamo ciò in cui crediamo, quando per opportunismo scegliamo la via comoda, quando alla brutalità, invece dell'ironia o anche del sarcasmo sferzante di una battuta, opponiamo la medesima violenza.
Non siamo tutti Charlie. Loro lo erano e sono morti per questo. Un martirio che è nostro dovere rispettare, evitando il fuoco di paglia delle reazioni isteriche e attuando un cambio di stile vero, riconoscendo il male ovvero ciò che sporca, divide, divora, scinde, macchia, soffoca, uccide. Ed evitandolo.
Alle analisi frettolose, ai giudizi lapidari, al desiderio di crociata e a quello di jihad, ("Non c'è niente di intelligente da dire a proposito di un massacro", è una frase di Kurt Vonnegut, ringrazio Luca Corsolini per avermela ricordata) preferisco l'azione mite del fare memoria. Raccontare con onestà quanto avvenuto a Parigi e che ogni giorno accade in qualche parte del mondo, è una sorta di fotosintesi clorofilliana sociale, l'azione capace di trasformare qualsiasi anidride carbonica in ossigeno.
P.S. La penna non vince sulla spada quando si alza verso il cielo, bensì quando scrive, quando lascia sulla carta e nell'anima un segno, un tratto. Un articolo che esprime gli stessi concetti di questo post, meglio, è questo, di Fabio Chiusi, su Wired. E aggiungo pure l'editroriale sull'Eco di Giorgio Gandola, un giornalista che stimo, perché sa scegliere sempre le parole giuste, senza mai andare sopra le righe

domenica 14 settembre 2014

Irene

Foto by Leonora
Sul treno era seduta di fronte a me e aveva L'Eco di Bergamo in mano. Lo leggeva con attenzione meticolosa, pagina per pagina, come fosse interessata davvero e non per quel vezzo d'acquistare il giornale e sfogliarlo distrattamente e leggiucchiarlo qua e là, come spesso capita, durante un viaggio. Chiederle se le fosse piaciuto ed iniziare una conversazione è stato un tutt'uno, avviando un rapido ma sincero scambio di opinioni sulla lettura e pure la vita, il lavoro.
Erano anni che non parlavo con qualcuno che non conoscevo, in treno. Sarà che poco prima ero stato in università, per incontrare uno dei massimi conoscitori dell'editoria italiana e internazionale, ma all'università mi pareva di esser tornato di botto, quando ogni giorno era segnato da un'andata e ritorno, in vagoni affollati e spogli, a volte assonnato, altre vigile e sveglio.
Irene. Di lei ho scoperto il nome e anche i libri preferiti, gli studi fatti, il sacrificio nel conciliare a suo tempo la scuola con il lavoro, la passione per le lingue, l'impiego come assistente di un amministratore delegato in una multinazionale, l'avvicendamendo ai vertici dell'azienda, l'esser relegata in un angolo, una nuova opportunità, dodici mesi di contratto, la conclusione di quell'esperienza e da una settimana l'attesa di poter mettere a frutto le competenze che ha maturato, la volontà di non buttarsi via, di cercare ciò che sa fare meglio, parlare quattro lingue (oltre l'italiano), le conoscenze commerciali, i contatti...
Alla fine, giunti in stazione, oltre a un saluto veloce, mi è rimasta la sensazione di aver incontrato una persona speciale, non esente da spigoli, ma con una luce che si irradia, fuori e dentro.
Spero che Irene trovi ciò che merita, un lavoro adeguato. Per ciò che ho intuito mi pare la parte migliore del nostro Paese e sono certo sia un tipo tosto, che non starà molto tempo con le mani in mano, ritagliandosi con le unghie, se necessario, uno spicchio di futuro.

lunedì 23 giugno 2014

Tanta felicità

Foto by Leonora
Prima di cambiare gli altri devo cambiare io. Più semplice a dirsi che a farsi, pur avendo chiaro ciò che non devo perdere, il nocciolo essenziale che mi distingue nel mondo, quel miscuglio che rende unico e speciale ciascuno, me compreso.
Il resto è lampada di Diogene che avanza nel buio, barba di Socrate che si accarezza di fronte al dubbio.
Per gestire l'ignoto traccio linee d'orizzonte, pianifico, studio, cerco di definire una meta, così da rendere più sicuro e spedito il cammino. In più do una mano come posso, mettendo a disposizione le competenze di trent'anni di onorato servizio, sperando di essere utile e venendo ripagato in modo sorprendente, ogni giorno.
La scorsa settimana, ad esempio, ho conosciuto Baldovino. Conosciuto è una parola grossa: diciamo che l'ho sfiorato, scambiando con lui un paio di mail e risalendo alla sua storia usando vecchie fotografie come briciole di Pollicino.
Baldovino di cognome fa Midali, abita a Branzi, di mestiere è panettiere e per passione fotografo, di quella specie paziente che sa rimanere immobile per ore, al gelo o al caldo, con la pioggia o il sole a picco, per immortalare il muso di un furetto o l'apertura d'ali maestosa di un falco. In pratica, quanto di più lontano c'è dal sottoscritto, che perde la pazienza pure ad aspettare un secondo l'ascensore o mentre il digitale terrestre passa da un canale all'altro.
Baldovino è il testimonial che abbiamo scelto per lanciare Storylab, il "progetto di raccolta di fotografie per raccontare la storia dei luoghi, le loro trasformazioni, le tradizioni, le vicende pubbliche e private, per ricordare da dove veniamo e non dimenticare ciò che siamo stati". L'idea è di spiegare questo strumento non a parole, ma con l'esempio, raccontando la storia di una persona attraverso le vecchie fotografie che ha in casa, da quella della prima comunione ai nonni messi in posa durante il fascismo, dalle cartoline d'epoca del paese dov'è nato agli amici con cui negli anni Settanta aveva messo in piedi un complessino, che non erano i Beatles né i Rolling Stones, con però uno spirito identico.
Baldovino "con le braghe alla sciatora"
Lascio perdere i dettagli, che verranno pubblicati in questi giorni sull'Eco di Bergamo e a breve saranno consultabili da chiunque, sul sito, concentrandomi su un pensiero che Baldovino ci ha scritto. Questo: "La mia prima giacca a vento azzurra me l'hanno comperata a quattordici anni, ma ero fortunato perché le braghe alla sciatora le avevo già, le mettevo anche quando andavo a scuola perché l'indumento piu bello faceva parte di quanto ci donavano le persone piu benestanti di noi. Peccato non avere gli sci, quelli non sono mai arrivati. Allora mi viene un dubbio, ma forse mi é sfuggito qualcosa! Una cosa però vedo in questa foto dell'aprile 1970: tanta felicità".

Già. Tanta felicità. E' la stessa che ricordo io, sfogliando l'album di famiglia, vedendo le immagini in bianco e nero o a colori sbiatidi di quel tempo in cui si conviveva con il poco, ma quel poco ce lo gustavamo tutto e non era una sciugura, un freno, bensì uno sprone a fare meglio, e anche ad addormentarsi la sera con un progetto, un sogno, un obiettivo. Vorrei che per i miei figli fosse lo stesso, anche se hanno di più rispetto al bambino che sono stato e quasi tutto in confronto ai loro nonni, agli zii, cresciuti nel gramo. Ma ad essere onesto vorrei che tornasse a valere pure per me, che troppo spesso confondo ciò che ho e che non voglio perdere con quello che conta davvero.

lunedì 9 giugno 2014

L'alieno (il primo giorno del nuovo lavoro)

Foto by Leonora
Ed eccomi qui, in una stanza sette metri per cinque, luminosa e affollata di ragazzi giovani, brillanti, che è un piacere ascoltarli e anche soltanto vederli, concentrati ciascuno sul computer e con una finestra aperta sul mondo. Il clima mi ricorda quello della redazione cronaca quando lavoravo alla Provincia di Como, anche se lì conoscevo già tutti mentre oggi sono straniero.
Ricominciare a quarantasette anni, quasi quarantotto. Con l'imbarazzo e l'emozione di essere un marziano, capitato nel luogo giusto al tempo sbagliato: una generazione in ritardo. Però il maestro Manzi aveva ragione e non è mai troppo tardi per imparare, così da oggi sono operativo a tutti gli effetti, come "amministratore con delega alle attività editoriali" di Mediaon, la società del gruppo Sesaab che si occupa dello sviluppo web. Nei prossimi mesi la base operativa sarà qui, a Bergamo, anche se avrò un punto di appoggio pure a Como e se girerò parecchio, per esplorare le nuove frontiere di tecnologia ed informazione, formando a mia volta chi tra i colleghi avrà il desiderio di farlo. In più continuerò a scrivere articoli, a fare il giornalista insomma, che è poi ciò che sono.
"Ma cosa è andato a fare il Giorgio?" ha chiesto l'amica e coetanea Carla a mia mamma, ieri l'altro, sentendosi rispondere da mia mamma medesima: "Boh, guarda, non l'ho ben capito e mi sa che bene bene non l'ha capito anche lui". Mi ha fatto sorridere, sentendoli raccontare, sia per il tono che ha usato sia perché tutti i torti non li ha, avendo intrapreso una strada che in buona parte è da disegnare, dal principio.
Quel che è certo è che mi metterò al servizio di tutti i colleghi del gruppo e che baderò principalmente a non creare divisioni, ad essere elemento di unione, di alleanza, nella convinzione che soltanto insieme (giornalisti e tecnici, tradizione e innovazione, informazione e comunicazione…) potremo superare questa doppia crisi, economica e del settore editoriale.
Bene, per il primo giorno sulla plancia di Star Trek è tutto. Data astrale 20140609, non è il comandante Kirk che vi saluta, né il signor Spock, però mi piace già un sacco.

giovedì 30 giugno 2011

Giorgio Gandola nuovo direttore de "L'Eco di Bergamo"


Il dado è tratto: Giorgio Gandola lascia "La Provincia di Como" (e Lecco, Varese, Sondrio) e sarà il nuovo direttore de "L'Eco di Bergamo". Se lo scrivo qua (facendogli un dispiacere, a dimostrazione che è dagli amici che bisogna guardarsi non dai nemici) è perché ora posso parlare di una persona che stimo senza timore di piaggerie o il sospetto di un possibile tornaconto. Del resto, più di ciò che ha fatto per me non potrei pretenderlo: in tempi di zero assunzioni mi ha portato al giornale e lo considero ancor oggi un miracolo, oltre che un privilegio. Sono di parte, dunque, ed è bene precisarlo. Ai colleghi bergamaschi che in questi giorni saranno avidi di sapere "chi è Giorgio Gandola" due o tre cose posso dirle, senza girarci troppo attorno.
Giorgio Gandola è un uomo sereno e un giornalista serio. Penna come ce ne sono poche, quando scrive dà il meglio di sé, senza apparente sforzo, usando un'ironia sottile in cui non c'è traccia di retorica o di trombonerie, neppure a cercarle col lanternino. Lontano dai salotti e dalle logiche di partito, lo definirei un liberale vero e un laico. Laico nel midollo, non di facciata. Per dare una misura oltre che un'idea del soggetto, egli è al polo opposto del bigotto. Siccome però lo conosco e so che i complimenti gli procurano un prurito d'orticaria, farò di peggio: dirò un’ovvietà: Giorgio Gandola non è immune da difetti. Tra essi c'è il fatto che, come tutti i buoni d'indole, quando si arrabbia sale di tono e taglia corto, troncando il discorso. E raramente, per non dire mai, pesta i pugni sul tavolo. Molte volte, in confidenza, parlando di questo o quel problema, mi ha detto, autoironico: "Perché qui, se ci fosse un direttore vero...". Vero è come quelli che ha avuto lui, geniali e balzani allo stesso tempo: Montanelli e Feltri, ma anche Belpietro, di cui mi ha sempre parlato benissimo (facendomelo - per proprietà transitiva - rivalutare, pur se a pelle non gli darei un centesimo). Chi si illude però di avere a che fare con un debole si sbaglia di grosso. Sono i fatti che parlano: in cinque anni Gandola ha rivoltato "La Provincia" come un calzino, anticipando rivoluzioni che quotidiani ben più prestigiosi soltanto adesso stanno iniziando. Gli scettici prendano il giornale di quando è arrivato e lo confrontino con quello di adesso: formato tabloid, full color, inserti, edizioni on line e soprattutto la multimedialità diffusa, coinvolgendo tutta la redazione e non soltanto una riserva indiana di illuminati staccati da tutto il resto. Non basta. Ha saputo garantire una qualità alta, nonostante tagli e cinghie tirate. Se c'è riuscito, senza mai un giorno di sciopero, è per due motivi: sa essere cocciuto ma è trasparente, gioca su un tavolo solo. Di lui in redazione mi mancheranno le battute; le mail con i suggerimenti; i ritratti folgoranti in poche righe, di questo o quel personaggio; gli aneddoti di una vita da inviato, in giro per il mondo; l’ironia; il buon senso. A Bergamo gli auguro, con l’aiuto dell’editore, di riuscire a fare ciò che ha fatto a Como, Lecco, Varese, Sondrio: guardare i potenti dritto negli occhi, da pari a pari, senza pretese di superiorità ma neppure timori, ansie o reverenze da cortigiano. Dear George, in bocca al lupo.
Foto by Leonora