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giovedì 22 ottobre 2020

Non si sa mai (Alleggerire lo zaino)

Fatico a cancellare, porto sullo spalle uno zaino zeppo, negando la prima regola di chi scala le montagne: salire leggero.
Lo spiegò ai ragazzi che erano in studio con me, per intervistarlo, Simone Moro. "Deve starci tutto, ma il tutto deve essere il meno possibile, perché ogni chilo in più, moltiplicato per chilometri e per i metri d'altura, diventa un macigno". Aveva fatto pure un calcolo, ma come tutti i numeri l'ho dimenticato.
Resta il concetto, che pure nella vita calza a pennello.
Invece no. Lascio andare nulla o poco, tendo a trattenere, butto di rado e quando accade lo faccio con rammarico, quasi un dolore fisico, come se mi cavassero un dente e non i vestiti lisi e fuori moda, che ingombrano l'armadio, o gli appunti presi su un foglietto, i messaggi ricevuti sul telefono, gli oggetti più disparati, perché "non si sa mai", "magari servono".
Sbaglio. Lo so. Deve essere una tara genetica o l'impronta trasmessa da chi mi ha preceduto. Dovrei allenarmi o rieducarmi, meglio, a fare più pulizia, ad abbandonare lungo il sentiero quanto non è strettamente necessario.
Per quanto possa essere utile infatti, "trattenere" è il contrario esatto di vivere. La vita infatti scorre, trattiene mai, continua a germogliare piuttosto, è una pentola che bolle, non una vaschetta sottovuoto nel comparto congelatore del frigorifero.


martedì 7 luglio 2020

La stagione della farfalla (Attesa e pazienza)

Abbiamo smarrito la virtù della pazienza. Ed è un paradosso, nell'era in cui l’essere umano può vivere mediamente più a lungo di quanto sia mai riuscito. 
Ci manca pazienza con i figli, che desideriamo già grandi subito.
Ci manca pazienza con le verdure dell’orto, che vorremmo mature presto, comprandole anche fuori stagione al supermercato.
Ci manca pazienza nel lavoro, dove pretendiamo risultati immediati e ragionare in termini di lustri o decenni sembra un abominio.
Ci manca la pazienza di piantare alberi, di costruire cattedrali, di immaginare una società che abbia fiato lungo e prosperi per le generazioni che seguiranno.
Ci manca la pazienza di attendere il perdono, di accettare il mistero, di mettersi di impegno per sanare un torto.
Ci manca la pazienza del corteggiamento, dell’attesa di un bacio, dell’intimità di un rapporto.
Ci manca la pazienza di tollerare gli errori, di comprendere le ragioni, di convincere l’altro o di farci convincere, nel caso.
Ci manca la pazienza di arrivare in fondo a un libro, a un post, a un articolo.
Ci manca la pazienza un po' su tutto.
Viviamo la stagione breve della farfalla, senza la sua leggerezza.
Abbiamo più tempo, ci sembra sempre meno.
Ignoriamo la meta e nel mentre non ci gustiamo neppure il viaggio.
La buona notizia è che la pazienza non è un dono riservato a pochi: si può trovare, coltivare, costruire, pian piano. Con pazienza appunto.

P.S. Questo, come gli altri, è un post scritto innanzi tutto per me stesso, che sono il primo a non avere pazienza, a pretendere tutto e subito. Le lezioni migliori le prendo dai miei figli, che premiamo le attese concesse loro e puniscono le impazienze che ho avuto. Così guardo con orgoglio Giacomo che mangia le zucchine, Giovanni che apprezza la pallacanestro, Giorgia che si interessa di politica, Kadir che guarda film in inglese, mentre ancora aspetto il giorno in cui mi chiederanno di tornare in un museo, dopo che quando erano piccoli li ho tenuti per sei ore agli Uffizi di Firenze, sperando di infondere precocemente l'amore per l'arte e ottenendo invece una noia mortale, da cui non si devono essere ancora ripresi del tutto.

giovedì 17 ottobre 2019

Il signor "Che sarà mai" (Cambiare io, per primo)


Tra i libri che più mi sono piaciuti, negli ultimi cinque o sei anni, c'è senz'altro "Il desiderio di essere come tutti" di Francesco Piccolo.
Ne ho apprezzato il tono, la scrittura, le riflessioni, alcune delle quali - lo scrivo senza imbarazzo - hanno cambiato l'uomo che sono, il modo di intendere il mondo, introducendo un sentimento di tolleranza che prima non avevo.
C'è un altro passaggio che mi è rimasto impresso, quando racconta della moglie, della madre di suo figlio, che lui non chiama per nome proprio, definendola con un atteggiamento: "Che sarà mai?". La signora "Che sarà mai".
Vado a memoria, per spiegare meglio cosa intende: una persona che alla pesantezza preferisce la lievità, al trattenere e covare il lasciar correre, riducendo il tutto all'essenzialità della realtà oggettiva, senza caricare di altro significato.
Alcuni possibili esempi concreti.
"Luigino si è rotto il braccio? Che sarà mai, s'è rotto un braccio...".
"Il bicchiere è caduto e ha sporcato di vino il tappeto? Che sarà mai, s'è sporcato il tappeto...".
"Ci siamo svegliati tardi e abbiamo accumulati ritardi fino a perdere l'aereo? Che sarà mai, abbiamo perso l'aereo...".
In questi mesi, nei confronti delle persone che mi stanno accanto ho espresso spesso il desiderio che siano simili alla signora "Che sarà mai", cioè il contrario di pesanti, grevi, insistenti, pignole.
Da qualche giorno ho intuito che attenderlo dagli altri è arduo prima ancora che sbagliato: l'unico cambiamento che si può pretendere è quello che declinato in prima persona (prima persona singolare, al massimo plurale, ma sempre e soltanto prima persona).

P.S. Giuro, ci sto provando. Non sempre mi riesce, specialmente con le persone che mi vogliono più bene e con le quali sono in confidenza, ma non c'è occasione in cui - quando la metto giù dura e sono pesante, permaloso, complicato - penso che il signor "Che sarà mai" dovrei esserlo io.

lunedì 14 ottobre 2019

Davide contro Golia (La dignità della leggerezza)


C’è sempre qualcuno che rompe gli schemi e ce la fa, a dispetto di chi ci ha provato prima.
Mi racconta Roberto che Lindbergh riuscì nell'impresa della traversata atlantica per uno sgravio: gli altri puntavano sulla potenza, aumentando i motori per poter coprire più distanza ma nel contempo dovendo sopportare un peso che faceva da croce tombale ai sogni di gloria e alla loro stessa vita: lui scelse un motore solo, la leggerezza, e arrivò dove nessun altro aveva volato prima.
Un secolo dopo debbo all'aviazione una lezione analoga, anche se più personale, banale, prosaica.
La compagnia Ryanair, nel tentativo di massimizzare i profitti, impone gabelle sempre più minuziose, a cui nei rari viaggi che faccio mi picco di replicare con altrettanta ostinata e certosina pedanteria.
È così che - memore tra l'altro che il post più letto di gran lunga sul mio blog è questo, sulla virtù del togliere - ho accolto senza batter ciglio l’indicazione di contenere il bagaglio gratuito consentito alle misure lillipuziane di una borsetta, applicandomi con attenzione per portare con me il meno possibile, pur restando al di sopra della decenza, cioè prevedendo cambi di biancheria e abiti sufficienti per non restare senza in caso di freddo o pioggia.
Sono rimasto stupito e dunque provo indiretta gratitudine per il “gigante cattivo” dei cieli, poiché ho scoperto quanto poco serva, oltre alla piacevolezza di viaggiare lievi, di riuscire a godersela lo stesso, se non di più, senza peso in eccesso e zavorra.

P.S. Siccome ogni Davide, quando affronta un Golia, per vincere deve puntare alla guerriglia più che a una battaglia ad armi pari dichiarata, confesso di aver escogitato piccoli, innocenti diversivi, che riporto qui, per un’espiazione catartica, ammettendo che se dovessi sentirli raccontare messi in atto da qualcun altro ne riderei o ne resterei scandalizzato, giudicandolo meschino al limite della grettezza. Chiedo scusa dunque alla dignità d’essere umano e ai millenni di civiltà che mi hanno preceduto se prima di imbarcarmi, per ridimensionare lo zaino, ho indossato un maglione, una felpa e tre giacche (una però senza maniche), infilando nelle tasche tre paia di calze, una mutanda (pulita!) due libri, il caricabatterie del telefono, il telefono, un cappellino, sei pasticcini in una scatola esagonale, un deodorante (mini), lo spazzolino da denti e una maglietta da calcio del Portogallo (da regalare).