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mercoledì 13 ottobre 2021

Amicizia (Camminare accanto)

Non camminare dietro me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico.
(Albert Camus)

Chi sarei mai, chi sarei mai senza gli amici e le amiche che di volta in volta, nella vita, ho avuto accanto, senza lo specchio, il trampolino, la stella polare, il punto d'appoggio che sono stati e che sono.
La vastità del mare calmo e d'un cielo turchese non bastava, lo scorso fine settimana, per contenere la pace del cuore e la tranquillità, la gioia di due giorni insieme agli amici d'infanzia e alle compagne che ciascuno s'è scelto e da cui scelto è stato.
Sono fortunato ad averli in dono e a frequentarli tuttora, pur se dolce è il giogo e la corda che ci unisce in passato a volte è stata tanto lassa da permetterci il giro del mondo, senza mai spezzarsi né esser percepita come vincolo.

P.S. La convivialità della tavola ha pochi eguali, poiché unisce il gusto per le bevande e per il cibo, i profumi, gli aromi. Ammetto però che il mettersi in cammino, passeggiare uno accanto all'altro, è per le relazioni ancor meglio, poiché come le carte del mazzo, il procedere a piedi consente la formazioni di coppie spontanee o di un piccolo drappello, con la possibilità di chiacchierare prima con questo, poi con quello, coinvolgendo tutti, nessuno escluso.

martedì 27 ottobre 2020

Istruzioni per l'uso (Due approcci, due stili, un aiuto)

In questo giorno spiccio, denso di impegni e appuntamenti, mi rendo pienamente conto di come tutti siamo unici, differenti, eppure sommariamente distinguibili in categorie.
Queste, ad esempio: coloro che per ogni azione, sia essa installare una centrale termica oppure fissare nella parete un chiodo, pretendono di leggere le istruzioni d'uso, con il puntiglio di un orologiaio elvetico e quanti procedono sul versante opposto, avventurandosi a prescindere, mettendo mano, confidando nel sapere accumulato con le pratiche più disparate, dal sostituire le cinghie delle tapparelle a riparare uno spinterogeno.
Ad occhio, se ci pensate, in ogni famiglia si possono trovare personaggi appartenenti all'uno o all'altro idealtipo.
Nella mia, sempre ad esempio, posso vantare di annoverarne due autentici campioni, agli antipodi per vocazione e metodo: i miei cognati Angelo e Fulvio.
Il primo, Angelo, ingegnere, è di una meticolosità che rasenta, fino quasi a tamponarlo, il perfezionismo. Eccelso rilevatore di misure, calcolatore algebrico di ingombri e forme geometriche (memorabile il giorno in cui se ne uscì con il lapidario triplice urlo: "Errore, errore, errore!" per una mensola fuori squadra di un millimetro), egli può logorare un intero reggimento mentre studia la posa di una vite a brugola o programma il termostato dell'altrui appartamento, senza però mai sottrarsi da alcun compito che gli sia affidato, salvo prima chiedere in rigoroso dialetto: "Mah... Ul librètt di istrusiùn?".  
Il secondo, Fulvio, perito industriale capo tecnico tintore, riesce a cimentarsi con successo nei lavori più disparati. Già istrionico imprenditore e celeberrimo timoniere nonché capitano di barche a vela, lui ricorre al libretto di istruzioni soltanto in caso estremo e mai per consultarlo da cima a fondo, come invece fa Angelo, bensì per un'osservazione veloce, quasi un colpo d'occhio, tornando poi a capo fitto sull'oggetto interessato, sia esso un impianto idraulico per l'irrigazione del giardino o la minuta rotella di un orologio.
Fulvio e Angelo, Angelo e Fulvio, distinti e distanti, sempre, su tutto, tranne quando c'è da dare una mano e aiutare qualcuno.

P.S. Ne scrivo col sorriso, l'intento però è più vasto e concerne il ringraziamento per ciò che fanno, con una generosità sconfinata, senza mai tirarsi indietro, ciascuno con il proprio stile e in piena autonomia, a parte i casi in cui l'intervento è così complesso da richiedere la compresenza dell'uno e dell'altro. In quelle occasioni, oltre allo spasso di vederli all'opera insieme, più divertenti di una scenetta di Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, si può constatare appieno il valore della collaborazione nella differenza, della somma di virtù a compenso delle mancanze di ogni singolo, che poi è il motivo per cui l'essere umano da qualche migliaio di anni a questa parte s'è fatto largo su tutte le altre specie animali che conosciamo.

giovedì 7 marzo 2019

Assunta in cielo (Quando l'amore cura, davvero)


Per una vita è stato il suo Angelo, anche se negli ultimi anni ha passato un inferno.
Ieri ho imparato da lei cosa significa "amore" quando c'è davvero, quando rimane nudo, spogliato di ogni incipriatura, belletto e tornaconto.
L'ha fatto con un piccolo gesto, chinandosi sulla cassa di legno chiaro che conteneva il marito, nell'istante preciso in cui il portellone del carro funebre si stava chiudendo, facendo un passo avanti e non limitandosi ad un tocco svelto, bensì cingendo la bara con entrambe le braccia, gli occhi colmi di lacrime ma il viso sereno, salutandolo per l'ultima volta, quasi a trattenerlo, anche se in animo suo sapeva che l'unico modo per farlo era lasciarlo andare, chiudere il cerchio.
La mente, la mia mente, pensava al sollevarsi da un peso; il cuore, il suo cuore, provava soltanto un dispiacere immenso per la separazione, oltre che una riconoscenza infinita per quanto aveva ricevuto donando.
Assunta negli ultimi anni s'è caricata sulle spalle Angelo in tutto per tutto, tenendogli la mano e standogli giorno e notte accanto nel declivio ripido di una malattia due volte infida, poiché alla sofferenza fisica somma l'assenza mentale, un distacco anticipato dal mondo.
Se n'è presa cura con l'intera famiglia, ma mostrando un'energia, un piglio e una determinazione da generale dell'esercito, senza volerne sapere di ritrarsi neppure un giorno nelle retrovie e restando baluardo in prima linea, come se fosse compito suo soltanto, dimostrando un legame più simile tra madre e figlio che tra moglie e marito.
Il vuoto che Angelo ha lasciato, per chi gli voleva bene, per chi da lui è stato generato, si riparerà, poco a poco, ne sono certo, non esistendo cicatrice più tenace del tempo.
La lezione che abbiamo imparato in questi anni da Assunta mi auguro invece non passi mai, poiché riguarda ciò che di più intimo ed originale ha l'essere umano. Una grandezza racchiusa nella semplicità della pazienza, nella condivisione della sofferenza, nel sacrificio fatto senza pretendere medaglie al petto, in silenzio, per "amore" appunto.
Ne scrivo qui, ignorando il suo riserbo, poiché credo sia giusto dire grazie a lei e alle moltissime Assunta - madri, mogli, figlie, figli, mariti, padri, fratelli, sorelle... - che in silenzio danno il meglio di sé aiutando chi è a loro vicino.

P.S. Ieri a Flavia, sua figlia, ho detto che le parole in certi momenti non servono. Lo penso davvero. Il dolore per la morte del padre lascia ciascun figlio solo, smarrito, e non esiste consolazione immediata, efficace. Si resta come sospesi su una rupe e non passa fino a che in quel mare non si cade dentro: si può trattenere il fiato più a lungo possibile oppure bere subito l'acqua d'un fiato, si torna alla serenità soltanto riemergendo in superficie e ricominciando a respirare nuotando, pian piano.