Visualizzazione post con etichetta televisione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta televisione. Mostra tutti i post

domenica 4 aprile 2021

Coltivare (Il silenzio)

Un rumore di fondo, indistinto. Un precipitare di parole continuo, incalzante, un frastuono, un ronzio.
Per toglierlo dalle orecchie, che non hanno tappo, devo chiudere gli occhi, concentrarmi su altro, cercare nuove frequenze, una sintonia che riduca il baccano.

Chiudo gli occhi davanti alla tv dei “talk show”, del reiterato teatrino recitato a soggetto; chiudo gli occhi nei discorsi di chi parla più di un minuto; chiudo gli occhi persino in chiesa, dove mi pare si moltiplichino le parole per colmare il vuoto di un’istituzione che fatica a leggere i segni del tempo.

La faccio breve, per non esagerare anch'io: il luogo in cui mi trovo meglio, in questi mesi, non per caso è il giardino. Che ha due meriti: allena al silenzio e mi ammaestra alla pazienza, a una crescita non percepibile con lo sguardo.


P.S. In giardino gli occhi occorre tenerli aperti per la causa (gli atti di cura dell’uomo, il coltivare), non per l’effetto, il mutare della natura, che ha un altro passo, inarrestabile e inafferrabile, così lento che i nostri sensi non riescono a coglierne il mentre, il presente, ma soltanto un prima e il dopo, il non ancora avvenuto e il già successo.


domenica 7 giugno 2020

Contro ogni buio (I ragazzi di Via Novelli)


Mi siete stati accanto, vi siete interessati a me, ispirandomi più di un sorriso, nei giorni della desolazione e anche dopo, quando è diventata alba di nuovo, perché "fu sera e fu mattina" sempre, senza sosta, e non c'è mai buio che vinca davvero.
"Come stai?" è stata la frase che mi avete rivolto più spesso, con la spontaneità e la freschezza dei vostri sedici, diciassette e diciott'anni, una generazione che ho imparato a stimare, standovi in mezzo, conoscendola, mettendoci occhi, braccia, cuore, naso.
Non sarò mai grato abbastanza a voi, a "Via Novelli", a Paolo, che ha dato scintilla e sostanza a un'esperienza di vita, assai prima che a una trasmissione televisiva di BgTv e un canale su YouTube e tutto il resto.
Scrivo e vi vedo innanzi a me, uno ad uno, le decine che hanno partecipato attivamente nei mesi dell'epidemia e le migliaia che negli anni recenti sono stati protagonisti di "Che classe", chi facendosi notare, chi restando legato, chi semplicemente passando, entrando in contatto.
Mi verrebbe da sottolineare che mi sono sentito e un poco mi sento padre di tutti, ma sarebbe retorico: un padre l'avete o l'avete avuto già, basta quello.
Io mi accontento di esservi stato compagno, un compagno adulto, è vero, uno di quelli che non c'entrano niente con la vostra età, che stanno scomposti e allampanati, che non riescono neppure a starci con le gambe sotto il banco e a volte appaiono imbarazzanti, per ciò che dicono e che pensano, ma neppure sono estranei del tutto.
Nominare ciascuno più che impossibile sarebbe noioso: un lunghissimo appello, uno sterminato elenco nella rubrica del telefono. Mi limito a chi da marzo a giugno ha fatto gruppo e con Letizia e Fiorella ha tenuto alta la bandiera, impegnandosi praticamente ogni giorno.
Cari Alessandra Sortino, Alessandro Cerami, Alessandro Tuzzolino, Alice Rado, Beatrice Ana Papuse, Camilla Boniforti, Camilla Foresti, Egle Salvoni, Emanuele Amighetti, Esther Salvi, Francesca Rota, Francesca Garofalo, Federica Cangelli, Gabriele Ambrosini, Gabriele Cereda, Gaia Pagano, Giulia Zanni, Giorgia Gualandris, Lorenzo Filoni, Matteo Fumagalli, Mattia Scarpellini, Martina Belfiore, Michele Carobbio, Nicole Bertuletti, Nicole Gentile, Rebecca Gagni, Sara Suardi, Simone Gentile, Simone Signorelli, Simone Vavassori, Tommaso Masserini, Vittoria Bani... sappiate che "con voi sono stato lieto dalla partenza, e molto vi sono grato, credetemi, per l'ottima compagnia".
Il dono più bello che potesse capitarmi è proprio questo: conoscervi e di conseguenza avere fiducia nel presente, nel futuro.

P.S. Ho dato nome ai ragazzi di questi mesi, gli ospiti invece li ricordo in gruppo, pur così vari e diversi l'uno dall'altra, uniti dall'aver accettato di dedicarci energie e tempo non per soldi (mai pagato un centesimo, nessuno), né per fama o per dovere, bensì poiché hanno compreso la meta, il significato, lo spirito. Con ciascuno di essi esiste o si è creato un legame speciale, oltre ad una riconoscenza che per me vale più dell'oro.


venerdì 22 maggio 2020

Vincenzo io ti abbraccerò (La grandezza dell'umiltà)


Buono come un pezzo di pane.
Non a caso si chiama Mollica, pur se con l'accento sulla seconda sillaba.
Tra le molte interviste raccolte in questi tempi strani e stranianti, mi ha lasciato commosso quella che ha per protagonista proprio lui, Vincenzo Mollica, una vita alla Rai, al servizio della tv di Stato e prima ancora della cultura.
La aggiungo qui, su questa ideale bacheca, poiché in pochi minuti concede una lezione di vita, a testimonianza del cronista che è: un uomo che è diventato un'icona senza mai indossare una maschera.
Il modo di intendere il giornalismo; il rapporto sereno con la malattia; la vicinanza nel dolore verso chi ha sofferto una tragedia; la capacità di essere attuale, cogliendo lo spirito dei tempi, a cominciare dalla musica; lo stile unico, che non si è fatto influenzare dall'onda prepotente della televisione urlata...
In una dozzina di minuti, molte perle.
Ne riportiamo scritta una, poiché è il segreto per un'esistenza piena, serena (la sua, ma pure la nostra).
"Fellini una volta mi disse che era la curiosità che lo faceva svegliare la mattina. Ecco, io voglio continuare a essere curioso".









mercoledì 24 febbraio 2016

Attenti al lupo (Ridere senza offendere nessuno)

Foto by Leonora
Il branco non è soltanto quello di lupi, né l'uomo che fa impallidire la bestia e stupra, annichilisce, violenta il debole, l'indifeso. Il branco sono anche persone che restano all'ombra oltre la luce di uno schermo, facendosi forza l'un l'altro, come valanga che diventa greve lungo il pendio.
Un caso lo conosco da vicino: un frammento di trasmissione della televisione in cui lavoro.
Risale a quasi un mese fa, ma è diventato famoso ieri l'altro, dopo essere stato ripreso da una pagina che va per la maggiore in Facebook. L'episodio in sé è simpatico: una ragazza ospite di un programma sportivo di intrattenimento - una sorta di Quelli che il calcio in versione locale - viene invitata dal conduttore a leggere la classifica di serie A e confonde i punti con la posizione.
La gaffe è talmente clamorosa da farci quattro risate e in effetti le fanno, le facciamo anche noi e pure lei, quando glielo fanno notare. Basta però che il taglia e cuci di quell'intervento sia pubblicato sulla pagina di "Calciatori Brutti" e si scatena l'inferno. Non soltanto risate, com'è giusto, ma una pletora sterminata di insulti, di illazioni, di offese, che vanno dalle ipotesi più ardite sul motivo per cui la ragazza è stata invitata in studio alle prefiche sull'assenza in Italia del concetto di merito e via di questo passo, tromboneggiando, spargendo sale e fiele, spalleggiandosi l'un l'altro, in una gara a chi la spara più grossa e si indigna di più e denigra peggio. Con conseguenze e frasi sconclusionate che sarebbero anch'esse divertenti se non contenessero una tale carica di odio da far passare in secondo piano tutto il resto.
Perché lo scrivo qua? Per un motivo spiccio e personalissimo, perché queste pagine al nocciolo hanno un destinatario fisso, cioè i miei figli, chi sta diventando cittadino del mondo. Senza alzare la voce, allora, senza pretendere di essere ascoltato quale oracolo, vorrei che non vestissero mai i panni del fustigatore becero, vorrei che non si confondessero nel gruppo e menassero legnate senza cervello.
E' vero che ho insegnato loro a ridere di tutto, persino dei fatti più tragici, e che preferirei perdere un amico piuttosto che una battuta, ma tra l'ironia o il sarcasmo persino e la clava dell'insulto passa un oceano intero. Affondarci è facile, specialmente in gruppo.
P.S. Ludovica, entrata nell'occhio del ciclone, ha tutta la mia solidarietà. La sua gaffe è assai più innocente e meno grave delle offese e delle inesattezze nei suoi confronti. Volevo dirglielo, anche in pubblico.

sabato 4 aprile 2015

Trent'anni di Espansione Tv (riconoscibili e riconoscenti)

Foto by Leonora
"La differenza tra l'uomo e il cane è che il cane non azzanna mai la mano di chi gli ha dato da mangiare". Lo ha scritto Oscar Wilde ed è una mia stella polare, oltre che la sintesi di un valore a cui tengo molto: la riconoscenza.
L'altra sera, mercoledì, ho visto insieme con Giovanni e Giacomo lo speciale sui trent'anni di Espansione Tv. Due ore e passa di programma che mi hanno divertito e in certi casi commosso, facendomi rivedere com'ero e com'erano tante persone, amici, che per oltre un decennio mi sono state fianco a fianco, condividendo un tratto di vita.
Sono grato a Espansione Tv, senza la quale non sarei ciò che sono. Al netto del percorso ho imparato moltissimo, a cominciare dall'attenzione alla qualità, dall'aspirare al meglio, senza curarsi dei mezzi che si hanno. Un orizzonte che mi è chiaro, specialmente adesso, che sono tornato in tv, a Bergamo, in una struttura ancor più grande e professionale, in cui capisco quanto mi è utile il cammino che ho fatto (a proposito di Espansione Tv, dopo aver lavorato in altre realtà mi sono reso conto di che potenzialità poteva avere, se invece di concentrarsi soltanto sulle frequenze e sul "non disturbare gli amici" la proprietà avesse creduto nei contenuti, nel prodotto, ma questo è un altro discorso e non vuole essere una critica, trattandosi di scelte e facendo ciascuno come meglio crede per sé e per la propria società).
Sono grato a Espansione Tv, anche per le volte in cui l'altra sera sono stato citato e mostrato, anche se di contro mi sono sentito un po' in colpa per tutte le persone che per un motivo o per l'altro non hanno avuto altrettanto spazio, vuoi perché mancava l'occasione, vuoi per scelta, vuoi perché in due ore di programma non si può sintetizzare tutto. Penso a chi è andato in video e anche a chi è rimasto al di qua dello schermo, cameramen, tecnici, impiegati, segretarie, pubblicitari... Mi vengono in mente nomi in ordine sparso (Alvin, Filippo Franchino, Emilio Arnone, Bettina, Alessandra, Gino Gorno, Valentina Bigai, Annalisa Corti, Miriam, Marco Migliavada, senza contare Paola, Antonietta, Debora Lillia, Federica e altri cento potrei elencarne se soltanti avessi buona memoria o più tempo e avessi qui accanto Mauro Maggi, che in queste cose è più avanti di me un bel pezzo). L'altra sera, mentre mi rivedevo in video, pensavo anche a loro, a quelli che ci sono stati prima di me e a quelli che mi hanno seguito, compresi gli attuali - Andrea, Michela, Alessandra.. - e quelli che verranno ancora dopo. Il bello di una tv è che è come la scuola: si rinnova sempre, anche se poi resto affezionato a quelli della mia generazione, ai compagni di banco... Per quanto mi riguarda, gli anni più belli li ho passati al tg, con la redazione di cui sono più orgoglioso, composta da Marina Moretti, Marco Romualdi, Mauro Migliavada, Benedetta Lodolini e poi Manuela Brancatisano. Che squadra eravamo... Che squadra siamo ancora, una volta all'anno, quando ci troviamo da Marina, a mangiare insieme. Con loro ho vissuto momenti indimenticabili e se devo scegliere un episodio che più di altri dà l'idea di quanto speciali fossimo prendo spunto dal gesto di Mauro Migliavada, che quando vinse il premio cronista dell'anno per aver intervistato l'autore della strage di Erba, Olindo Romano, invece di tenere i soldi per sé, come chiunque avrebbe fatto, decise di dividerli, con noi, "perché siamo una squadra" disse. Non l'ho mai dimenticato e gli sono riconoscente, ancora adesso.

venerdì 6 marzo 2015

Gioco di squadra (torno in tv)

Foto by Leonora
Cambio lavoro. Anzi, continuo a fare ciò che stavo facendo ma salendo di livello, oltre che di un piano (due piani, per l'esattezza).
Da questa settimana sono stato nominato "responsabile del settore informazione di Bergamo Tv" e torno dunque ad occuparmi in prima persona di una realtà che conosco bene e che mi ha affascinato da sempre, da quando bambino alle cinque del pomeriggio in punto accendevo il trasformatore elettrico per fare comparire suoni ed immagini al televisore Mivar che si trovava tra la camera da letto e il soggiorno.
Da quegli anni è cambiato il mondo, non soltanto lo schermo. L'obiettivo che mi è stato chiesto, oltre alla gestione concreta dello strumento televisivo, è quello di valutare e percorrere le nuove strade dell'informazione, l'integrazione con i nuovi mezzi ("device" in termine tecnico, cioè tablet, smartphone e tutti i marchingegni che porterà in dono il futuro), lo sviluppo dei nuovi linguaggi video.
In questi primi giorni, avendo fatto tesoro delle esperienze passate, invece di entrare a piedi uniti ho preferito un approccio morbido. Sette giorni in tutto, per ascoltare uno ad uno coloro che la tv qui già la fanno, risorse di nome e di fatto, persone che meritano rispetto per quanto danno e che devono essere messe nella condizione di lavorare al meglio. "Non credo di essere uno sprovveduto - ho detto ai miei nuovi colleghi giornalisti, il giorno in cui sono stato presentato - ma nemmeno uno che ha la bacchetta magica per risolvere tutto". Lo penso davvero: soltanto un lavoro di squadra può dare le risposte che cerchiamo e garantirci un futuro.
Grazie dunque a chi mi ha dato fiducia e a chi avrà la pazienza di accompagnarmi lungo questo nuovo tragitto.

lunedì 7 maggio 2012

Siamo una squadra fortissimi


Il calcio può far male (se preso sugli stinchi), rafforzare le ossa (assunto in dosi omeopatiche) oppure unire, com'è avvenuto in questo scorcio di stagione, con più famiglie e almeno tre generazioni attorno a uno schermo piatto e alle partite in diretta della Juventus. Lo dicevo con Loris e con Angelo: se la tv satellite ha un merito è quello che, non avendola tutti, costringe o, meglio, sprona ad unirsi, ad aggregarsi, a fare gruppo. Ch'è poi la storia dei primi televisori, quelli che trasmettevano il giro d'Italia o il Lascia e raddoppia con Mike Bongiorno in bianco e nero (i colori, stasera, non sono scelti a caso), prima che da fenomeno sociale diventasse privatissimo, ciascuno con la sua bella tele, chiuso a casa propria, in contatto soltanto virtuale con il resto del mondo. Il cerchio qui viene spezzato nelle annate buone dei mondiali di calcio ed è tornato a riaprirsi nelle ultime settimane, sempre per il pallone, con le partite serali della Juventus. Un ritrovarsi tra famiglie che ha portato, oltre a tante domenica sera meno tristi del solito, pure uno scudetto, meno di quattro ore fa. Onore ai vinti (l'arcigno Milan), agli alleati che non ti aspetti (l'orgogliosa Inter), ai vincitori (i ragazzi del mitico Conte, a cui spetta un monumento per l'impresa compiuta partendo dal bassissimo). Qui però vorrei ricordare la formazione titolare schierata anche stasera, a casa Bardaglio. In porta Anna, che dalla porta e facendo due rampe di scale andava avanti e indietro. Terzino sinistro, guardando lo schermo, Loris, terzino destro Angelo. Difesa a due centrali, con Laura, spesso in piedi, e il sottoscritto. Linea mediana folta, con Amelio, Federico, Giacomo, Roberta e Silvia sul divano, e da sinistra a destra Stefano, Giorgia e Alberto, dietro la punta unica, l'agile Giovanni, libero di spaziare su tutto il fronte d'attacco, basta non frappoorsi tra la squadra e il video. Fantasista: Isabella, che in quanto a fantasia ne ha parecchia, vedendo un calcio tutto suo. È con questa squadra, perfetta nello schema quattro - cinque - tre - uno - uno, che abbiamo vinto il campionato. In tribuna (in alto in alto, ma il più contento di tutti) nonno Gino, che se fosse stato ancora vivo avrebbe saltato tutto il secondo tempo, non reggendo la pressione, preferendo la quiete del pollaio, salvo poi precipitarsi in casa e saltare di gioia come un grillo, urlando e abbracciando tutti, uno a uno. Un abbraccio che io anche questa sera ho sentito. Forza Juve!

Foto by Leonora

sabato 4 febbraio 2012

Il tempo vuoto

La consapevolezza di me. Credo sia questo il frutto di tanti pomeriggi passati da solo, da bambino, annoiandomi fino a provare un disagio fisico, a girare attorno alla casa, occhi a terra, un passo dopo l'altro, guardando le lucertole senza il coraggio di prenderle in mano (Alberto sì, ci riusciva, anche se era più piccolo di me, curioso quanto un entomologo e infatti era espertissimo anche di insetti, specialmente del cervo volante, anch'esso tenuto dal sottoscritto a debita distanza).
Il peggio era d'estate, prima che potessi andare all'oratorio feriale, dove ora vanno anche i bimbi piccoli, mentre negli anni Settanta come minimo di anni ne dovevi aver compiuti otto. Io ne avevo sette e conoscevo pochi o nessuno, abitavo dove sto ora, di case qua non ce n'erano e tutt'attorno soltanto prati, un filare di alberi di gelso e qualcuno di noce, dove si appendeva una corda e si giocava a Tarzan, ma qualche anno dopo. Prima invece il tempo pareva infinito. Lo ricordo ora, che guardo Giovanni "pirlare" da un divano all'altro, con il telecomando in mano. I programmi in tv adesso sono centinaia, mentre quando avevo la sua età ce n'era uno, il Nazionale. Due, se si conta la Svizzera, ma fino alle cinque lo schermo era un monoscopio con sibilo incorporato. Poi iniziava la tv dei ragazzi, al di qua del confine con i documentari sugli animali domestici, al di là con il Gatto Arturo, di cui ho già parlato e che di questo blog rimane il mio post di gran lunga più letto.
Tutta sta tiritera per dire che quella noia insostenibile è stata in realtà assai feconda. Oltre ad obbligarmi ad usare il cervello e a cercare amici ad ogni costo, mi ha dato ciò di cui ho scritto all'inizio, la consapevolezza di me, la realizzazione di essere un essere umano, io, proprio io, soltanto io, unico e specialissimo nell'universo.
Per fortuna Giovanni, anche con cento canali tv, i videogiochi e una schiera di pupazzi e pupazzetti da far impallidire Mangiafuoco, riesce ad annoiarsi lo stesso. Lo vedo dal suo girovagare irrequieto, dagli sbuffi, dal suo tampinarmi per combinare qualcosa insieme. "Da solo mi stanco" mi ha detto poco fa e io ho sorriso: sta diventando grande e un giorno rimpiangerà questo tempo vuoto.

Foto by Leonora

venerdì 28 ottobre 2011

Quelli di Espansione Tv

In queste settimane ha cambiato sede, scenografia del tg, conduttori, programmi. Si è rinnovata. Una rivoluzione di cui non ho scritto nulla, ma che ho seguito con attenzione perché a Espansione Tv - la televisione di Como - non ho dedicato soltanto quindici anni della mia vita, ma fin da ragazzo era un punto fisso, un orizzonte, una finestra su ciò che mi è vicino e perciò mi interessa di più.
La fine del rapporto professionale non è stato dei migliori, ma neppure dei peggiori. Credo fosse giunto il tempo di diventare grandi, di lasciare gli ormeggi. Io lì mi sentivo stretto, chi comandava pensava mi stessi allargando troppo e per me non c'era spazio, tutto qui.
Come ho scritto più volte, sono grato per il molto che ho ricevuto.
Se scrivo queste cose è perché ieri sera, mentre vedevo un vecchio film ("Il vento del perdono", con Robert Redford, Morgan Freeman e Jennifer Lopez), m'è capitato di guardare su Facebook prima di sfuggita e poi attentamente le foto del gruppo "Gli amici di Espansione Tv - Il gruppo di tutti quelli che sono passati dalla storica televisione di Como".
E' inutile fingere, mi sono commosso. Non una commozione di quelle con lacrimoni, singhiozzi e sussulti. Non sono il tipo. Semmai un moto malinconico del cuore, una latente nostalgia per un tempo che non torna più e soprattutto per le moltissime persone che mi sono state amiche, compagne, e che se ne sono andate per sempre o semplicemente hanno intrapreso altri percorsi, altri viaggi. Penso ad Adolfo Caldarini o a Gino Gorno, a Nanni Pennestrì, che allora mi faceva sbuffare come un bufalo per l'incapacità di essere concreto, ma che se ci penso adesso - quello sì - mi viene da piangere, per la fine che ha fatto, perché le cose che importano alla fine sono altre e aveva anche lui del buono. Lo stesso vale per Claudio Bulgarelli, che c'è ancora ma non so dove. Aveva un carattere del cavolo, ma l'ha pagata cara, quando si era illuso di poter fare le scarpe al direttore di turno. Se ne andò chiudendosi il portone alle spalle una sera di dicembre. Mancava poco a Natale e aveva perso il posto di lavoro. Anche con lui mi scontravo spesso, però fu gentile quando lo chiamai, il giorno dopo, per dirgli che mi dispiaceva e che se aveva bisogno di qualcosa io c'ero. Non l'ho più sentito, ci berrei volentieri un caffé per sapere cosa fa adesso. Così come Emilio Arnone, Salvatore Battaglia, Valerio Scheggia, Mattia Normanno, Barbara Masi, Laura Bianchi, Antonella Battistessa, Filippo Franchino... Chissà che fine hanno fatto?
E poi tutti gli altri, che invece ancora vedo, chi di frequente, chi più di rado. Marina, Marco, Benedetta, Mauro, Annalisa, Michela, Manuela, Teo, Laura, Sabrina, Stefania, Nino, Andrea, Claudia, Alessandro, Lilliana, Roberto, Annalisa, Marzia, Sarah, Federica, Paola, Roberta, Nick, Mario, Max, Valerio, Pamela, Lorenza, Antonietta, Margherita, il ragioniere (come diavolo si chiama, il ragioniere? L'ho sempre chiamato così), Valter, Anna, Antonio, Elda, Francesca, Alessandra, Luca, Andrea, Sabrina, Franco, Erminia, Giovanna, Alessio (sì, proprio quell'Alessio, Butti), Nino, Poldo, Stefania, Pino, Pauline, Massimo... Qualcuno certo lo dimentico, ma non ce n'è uno che non abbia contribuito a rendere grande e, soprattutto, unica, la televisione di Como.
Ora dicono voglia diventare regionale (sempre che il "fuoco amico" del governo non mette i bastoni tra le ruote, con le vicenda delle assegnazioni di frequenze condotta da pasticcioni, come capita a chiunque metta piede a Roma), che voglia espandersi, come dopotutto è scritto nel dna, nel nome.
Sarà. Io mi auguro che non perda ciò che ha di meglio: un'anima.
Lo scrivo senza pedanteria, come fosse una preghiera, indirizzata a tutti coloro che sono ancora lì e specialmente a colui che l'ha inventata, Maurizio Giunco, sapendo che non ha bisogno di consigli, anche perché non li accetta, specialmente dal sottoscritto. Non una valida ragione, tuttavia, per stare zitto. Perché Espansione Tv, o Etv, come a lui piace chiamarla ora, sarà pure sua figlia, ma è una figlia a cui vogliono bene in molti. A cominciare da chi ogni giorno la guarda.

Foto by Leonora

mercoledì 5 ottobre 2011

Il calcio più bello

Domenica sera abbiamo visto insieme, qui a casa mia, la partita del Milan. Insieme significa, io, la mia famiglia, Loris con la sua, cioè Roberta, Silvia e Alberto e Angelo con i tre figli maschi, Stefano, Federico e Pietro. Tutti juventini, chi più sfegatato, chi meno. Nel primo tempo c'era anche Fabrizio, che invece tiene all'Inter e suo figlio Cristian, milanista, ma con i suoi otto anni troppo piccolo per restare concentrato a lungo, così con Giovanni ne ha approfittato per farsi un paio di sfide alla playstation.
Risultato a parte, è l'atmosfera che mi è piaciuta un sacco. Non una novità, in casa mia, perché già con mio padre le gare di calcio erano occasione per un ritrovo di amici, anche venti per volta, come per i turni finali dei mondiali, compresi i mitici del 1982 e quelli più recenti ma sempre vittoriosi del 2006, gli ultimi che abbiamo visto insieme, prima che lui se ne andasse in tutt'altro stadio.
Che io portassi avanti la tradizione non era scontato. A differenza sua, sono meno di compagnia, mi piace anche starmene da solo, anche perché spesso sono nervoso e nel caso di sconfitta simpatico come una pedata di punta sulle tibie. Per fortuna ci sono loro, amici e parenti, che non si fanno scrupolo e ogni tanto vengono. E ogni volta è un'emozione, un evento.
Lo ha scoperto anche Pietro, dodici anni, che di calcio non si è mai interessato, ma uscendo da casa mia, l'altra sera, ha detto a suo padre: "E' stato bellissimo".
Gino, da dove vede lui le partite adesso, sarà stato certo contento.

Foto by Leonora

mercoledì 8 giugno 2011

La goccia d'ambra


I grandi temi lasciano in ombra gli intimi affetti. Solo qui, sul blog. Nella vita reale è diverso e pur se il lavoro in questi giorni si mangia gran parte del tempo, riesco a dividere quel che resta del giorno con le persone a cui voglio bene. Stasera ad esempio sono riuscito ad arrivare poco dopo le nove, riuscendo a vedere un film insieme al resto della famiglia. Giorgina ci teneva più di tutti. Erano sei giorni che insisteva. Complice qualche contrattempo non eravamo mai riusciti a combinare. Oggi s'è seduta sulle mie ginocchia e abbiamo guardato la tv così, vicini vicini. E' una coccolona, Giorgia. Come Giovanni, tanto dolce quanto sa far disperare se s'impunta e frigna per un nonnulla. E anche Giacomo lo è, pur se ormai è in quell'età in cui ostenta spacconeria e si vergogna di svelare il lato tenero ch'è in lui. Ieri l'altro, mentre mia madre era in ospedale per una serie di esami, a differenza di quanto avviene a casa non si è vergognato di abbracciarla, di baciarla, di salutarla e anche quando se ne stava andando, prima di uscire dalla porta, s'è girato e ha fatto ciao con la mano. Poco più di un dettaglio, che mi ha fatto piacere, orgoglioso di una minuzia come soltanto un genitore può essere. A proposito di orgoglio, domenica Giovannino ha parato tre rigori, permettendo alla sua squadra, il San Luigi, di battere l'Itala e arrivare terza al torneo del nostro paese, mentre Giorgia si è esibita nel saggio di fine anno di ginnastica. Scrivo tutte queste cose per una sorta di riscatto, perché non appartengo alla schiera di coloro che scattano migliaia di foto o video per immortalare momenti da ricordare. Temo che un giorno me ne pentirò, eppure non soltanto la pigrizia è più forte, anche la consapevolezza di questo tempo che fugge e che nonostante i nostri sforzi non riusciamo a trattenerlo. Però lo sforzo dell'uomo spesso porta a un risultato magico, oltre che meraviglioso: bloccare l'istante, esattamente come l'ambra fa con l'insetto. Ecco, queste righe vogliono essere una goccia d'ambra, una di quelle da tenere sempre al collo e non farci per anni caso e un giorno qualsiasi, per un ghiribizzo, ci si sofferma a guardarla più attentamente , si fa caso al segreto che ha imprigionato e per un istante la barriera del tempo di frantuma e il passato e il futuro scompaiono, esiste soltanto l'adesso, un eterno guardare la tv con i miei figli rimasti piccoli, sul divano.

Foto by Leonora

sabato 4 giugno 2011

L'occidente ha già vinto (povero Mao)


I cinesi russano. All'università. In classe. In prima fila proprio. Se la dormono della grossa, con tanto di bavetta al lato della bocca e in qualche caso bolla al naso, ragazzi e ragazze, incuranti del professore a pochi centimetri, che in dieci minuti è passato dall'attonito al basito, scocciato, incredulo, perplesso, meravigliato, sconcertato. Non sa cosa fare. Interrompere la lezione e dare loro una sveglia o far finta di nulla? Fa finta di nulla. Poi, sale le scale, entra nell'ufficio del rettore e espone il caso. Aspettano. Il giorno dopo stessa aula, medesima scena, finché alla fine della settimana l'addetta agli studenti stranieri del Politecnico chiede motivo a una delle ragazze cinesi su tale comportamento. "Da noi si usa così" si sente rispondere. A raccontarcelo è lei stessa, l'addetta agli studenti stranieri, non la cinese che russa. Siamo a tavola e dice che l'indomani avranno un incontro con tutti i trecento e passa studenti provenienti da ogni parte del mondo che studiano a Como. "Abbiamo preparato un opuscolo per spiegare le norme di comportamento in Italia. Ci siamo resi conto di quanto fosse necessario qualche anno fa, quando si verificarono gli episodi dei cinesi che russavano in prima fila. Non un pisolino, proprio una domrita bella e buona e non negli ultimi banchi, proprio sotto gli occhi del docente! Nella loro cultura, abbiamo scorperto, si dà molta importanza alla presenza fisica e il messaggio che si vuole dare è questo: sono così stanco che non riesco a stare sveglio, ma nonostante tutto sono qui, a lezione, al mio posto. Non è l'unica differenza, ce ne sono moltissime. Gli indiani ad esempio hanno un tono di voce fortissimo e urlano anche quando sono a lezione, invece di bisbigliare gridano, e disturbano. Non si fa". Già, non si fa. Non qui almeno. Chissà se andassimo noi in quei paesi, che maleducati saremmo... In ogni caso non è per questo che scrivo questo post, bensì per rivelare che i cinesi hanno già perso, sono già stati colonizzati, alla faccia della loro potenza econimica, del loro roboante progresso. Me ne sono reso conto sempre sentendo raccontare dalla ragazza addetta agli studenti stranieri del Politecnico il suo ultimo viaggio in Cina. Per caso ha assistito a un matrimonio. Si sposavano un ragazzo di campagna ("E quando dico campagna dico un giorno di auto in mezzo a campi sterminati per arrivare all'unico villaggio di duecento anime nell'intera regione") e una ragazza di città. Così hanno fatto due matrimoni. Il primo, quello tradizionale, in campagna, è iniziato alle sei del mattino ed è durato cinque giorni, con banchetti, danze e persino pantomine, con il promesso sposo che girava di casa in casa cercando la sua futura compagna armato di un cosciotto di agnello. Poi la ragazza e i genitori di lei hanno preteso di farne un secondo, questa volta in città, come va di moda adesso, in un ristorante di un mega albergo a sei stelle, molto occidentale e anche molto pacchiano. "Non c'erano ufficiali d'anagrafe o preti, monaci o altro, soltanto un presentatore, che per un'intera giornata ha inscenato una vera e propria trasmissione, ripresa con telecamere e mandata in onda su un megaschermo, con tanto di interviste a sposi, parenti e ospiti. C'è da capirli - dice sorridendo la ragazza - se si pensa che il programma più seguito sulla televisione pubblica, la sera, in prima serata, è una sorta di "Amici", modello Hollywood, che guardano decine e decine di persone".
E' qui che mi si è accesa una lampadina. "Povero Mao Tse Tung - mi sono detto - guarda la lunga marcia dove l'ha portato: a un Claudiano con gli occhi a mandorla e a una qualsiasi Den Filipp In con residenza a Pechino...".

P.S. So già cosa scriverà David: "Anche tu all'università dormivi". E' capitato una volta, all'ora di Mozzanica. Ero stanco morto, sedevo in penultima fila ed ero appiattito sul banco, tanto che neppure un satellite spia avrebbe saputo distinguere dove iniziavo io e finiva il banco.

Foto by Leonora

lunedì 16 maggio 2011

Politici in tv: nessuno a pranzo


Faccio eccezione all'anno sabbatico da telespettatore della politica, infilando tutto d'un fiato La 7, Sky tg 24 e, latte alle ginocchia in fundus, Porta a porta. Per buona creanza nei confronti della categoria a cui appartengo, tralascio ogni commento sull'arredamento in fotocopia dei vari uffici dei direttori dei giornali (a parte le esposizioni di mobili in Brianza, l'unico luogo dove le enciclopedie fanno bella mostra di sè), passando direttamente a loro, ai politicanti per professione, gente che frequenta parlamento, governo e famiglia nelle pause delle comparsate televisive. Video ergo sum. Gasparri, La Russa, La Torre, Enrico Letta, Bocchino, Luppi, Buttiglione (c'è ancora Buttiglione!!!): tutti a spiegare ch'era ovvio, che l'avevano detto, tutti a discettare in punta d'eloquio non solo le finissime strategie del loro partito, ma soprattutto come la penso io, proprio io, l'elettore. A sentirli loro mi conoscono benissimo, sanno cosa voglio, cosa penso, ma se così fosse dovrebbero ammettere che non gli affiderei un centesimo, figuriamoci il futuro di mio figlio. Sono mestieranti sazi e usurati, che al di là del teatro messo in scena, danno l'idea di badare soltanto ai fatti loro: la barca, la casa in centro, le vacanze ai Caraibi, le scarpe Tod's, pranzo e cena al ristorante dove l'antipasto viene venti euro. Per fortuna arriva la pubblicità, a interrompere trenta minuti di chiacchiere inutili e banali, associati a un florilegio di numeri in cui già alla prima tabella mi perdo. "L'Udc, dov'é l'Udc?" grida Vespa alla giornalista che legge i dati. Ovunque sia, l'Udc non lo trovano. Non me ne faccio un cruccio. Riparte la sfilata dei direttori, novelli Re Magi in visita al bambinetto Bruno: invece di oro, incenso e mirra, offrono come gentile cadeau la prima pagina del loro quotidiano. Schiaccio il tasto "spegni" del telecomando, mentre il mio mito de Bortoli, uno che hanno stirato da piccolo e non fa un plissé cascasse il mondo, s'aggiusta il ciuffo. Mi pento. Riaccendo. De Bortoli (come la scrivo la d minuscola, se è in principio al periodo?) s'è congedato. C'è invece Sallusti, stranemente basso, quasi incassato nella sedia, con il piano della scrivania che gli arriva alle ascelle. Sembra Gollum. Rispengo. Mi preparo per andare a letto e mentre spazzolo i denti (con i capelli non lo faccio più da un pezzo) penso che fuori dallo schermo c'è altro, tante persone serie che ancora ci credono, che non si accontentano del bla bla bla e ogni mattina vanno nel loro Comune o anche in Parlamento, cercando di combinare qualcosa di buono. Nelle orecchie ho ancora il gracchiare di Luppi, La Russa, La Torre, Buttiglione, Donati... Mi vengono in mente le loro facce: non ce n'é uno con cui andrei volentieri a pranzo. Ci sarà pure un motivo...

Foto by Leonora

giovedì 31 marzo 2011

Nina Moric, l'isola dei famosi e mia madre che cuoce la pastina


Le orecchie sono state impegnate poco, una sessantina di secondi in tutto. Gli occhi ancora meno: venti, forse venticinque. Ero di ritorno dal funerale di mia zia Gemma (Dio l'abbia in gloria) sorella di mio nonno materno e sorella di Irene, che se n'era andata giusto qualche settimana fa. Erano le sei di pomeriggio, la televisione a casa di mia madre era accesa e mentre lei mescolava nella pentola due cucchiai di pastina, io le chiedevo della cerimonia, interrotto da un lamento lungo e stridente, come di sirena, provenire dal televisore. Era Nina Moric, che guaiva. Nel servizio, sulla Rai, raccontavano tutto: di Nina, Fabrizio, la suocera (di Fabrizio), il figlio (di Fabrizio e Nina), il presunto "ratto" (del figlio medesimo), il malore della suocera, la gita a Disneyland Paris con Belen (la fidanzata di Fabrizio e, ergo, rivale di Nina)... Non ne sapevo nulla ma dall'enfasi era certo la notizia che ha tenuto in apprensione la nazione intera: altro che tsunami e dramma nucleare in Giappone e guerra con la Libia. Gli ultimi venti secondi di tv (non) ve li risparmio. C'era Simona Ventura "approdata in versione maglietta bagnata" (così diceva il servizio) sull'Isola dei famosi, che avvertiva Nina di quello che era successo e via, con il replay del lamento, del guaito su quel volto prima angelico e trasfigurato da anni e anni di vita al limite e chirurgia plastica.

Mi sono fermato, ho guardato mia madre, che continuava a mescolare la pastina e senza neppure guardare né me né il televisore, fissando quietamente e imperturbabilmente la pentola, mi ha detto tre parole: "In tùt drùgà...". Sono tutti drogati. Ma non solo loro, anche noi, che ci facciamo tenere compagnia in casa da qualcuno che, se bussasse alla porta, non ci sogneremmo di aprirgli mai.


Foto by Leonora