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mercoledì 1 settembre 2021

Pietre tombali (Il destino della pesantezza)

All’aperto, nel prato, in giardino, con i fiori, le piante, imparo sempre ed è un'imparare innanzi tutto a pelle, sulle mani, nella schiena.
Poi viene la testa.
In genere con un’intuizione, lasciata a metà, sospesa, un abbozzo, una perla grezza di cui si comprende il valore senza misurarne la portata.
Una "rivelazione" ad uso personale, senza pretese di universalità alcuna, uno squarcio di verità che mi illumina i pensieri, talvolta pure la via, facendomi riconsiderare azioni, opinioni, convincimenti.
In questo mese di settembre, che per molti è anche un anno che inizia, vorrei metterne un po’ in fila, a futura memoria, condividendoli, sapendo quanto è vago il confine che separa la saggezza dalla banalità e accettando il rischio che vanga oltrepassato, senza pudore, vergogna.

Comincio dalle pietre, siano esse le enormi lastre di ardesia che segnano un sentiero nel prato di casa o il masso di granito trovato anni fa in uno scavo e posto in bella evidenza, sotto l’ulivo, di lato alla porta d'entrata.
Un’imponenza, la loro, una consistenza, una compattezza, che in teoria dovrebbe mettere al riparo dal passare del tempo, dalla caducità a cui sono sottoposte tutte le forme di vita.
Sbagliato.
Il peso è per esse forza, ma nel contempo condanna.
Impercettibilmente, in un processo che dura a lungo e non si coglie se non con il passare degli anni, vengono pian piano inghiottite dal terreno, sprofondano, scompaiono poco a poco alla vista.
È la vita, la minuta esistenza di centinaia di creature - talpe, topi, ragni, bruchi, vermi, insetti, parassiti, funghi, erbe, radici… - che sotto esse trova riparo e un granello per volta sposta la terra, erode il basamento, si rimpossessa dello spazio occupato con tanta sicumera da chi supponevamo forte, stabile, immutabile, invece affonda.

P.S. Dedicato alle nostre certezze, a coloro - io per primo - che vantano su tutto convinzioni “granitiche”, rifiutandosi di porle al vaglio del dubbio, della prova, ignorando che ponendole con pesantezza, come "pietre tombali", se ne sancisce nel nome il destino: quello appunto della scomparsa, della tomba.


giovedì 17 ottobre 2019

Il signor "Che sarà mai" (Cambiare io, per primo)


Tra i libri che più mi sono piaciuti, negli ultimi cinque o sei anni, c'è senz'altro "Il desiderio di essere come tutti" di Francesco Piccolo.
Ne ho apprezzato il tono, la scrittura, le riflessioni, alcune delle quali - lo scrivo senza imbarazzo - hanno cambiato l'uomo che sono, il modo di intendere il mondo, introducendo un sentimento di tolleranza che prima non avevo.
C'è un altro passaggio che mi è rimasto impresso, quando racconta della moglie, della madre di suo figlio, che lui non chiama per nome proprio, definendola con un atteggiamento: "Che sarà mai?". La signora "Che sarà mai".
Vado a memoria, per spiegare meglio cosa intende: una persona che alla pesantezza preferisce la lievità, al trattenere e covare il lasciar correre, riducendo il tutto all'essenzialità della realtà oggettiva, senza caricare di altro significato.
Alcuni possibili esempi concreti.
"Luigino si è rotto il braccio? Che sarà mai, s'è rotto un braccio...".
"Il bicchiere è caduto e ha sporcato di vino il tappeto? Che sarà mai, s'è sporcato il tappeto...".
"Ci siamo svegliati tardi e abbiamo accumulati ritardi fino a perdere l'aereo? Che sarà mai, abbiamo perso l'aereo...".
In questi mesi, nei confronti delle persone che mi stanno accanto ho espresso spesso il desiderio che siano simili alla signora "Che sarà mai", cioè il contrario di pesanti, grevi, insistenti, pignole.
Da qualche giorno ho intuito che attenderlo dagli altri è arduo prima ancora che sbagliato: l'unico cambiamento che si può pretendere è quello che declinato in prima persona (prima persona singolare, al massimo plurale, ma sempre e soltanto prima persona).

P.S. Giuro, ci sto provando. Non sempre mi riesce, specialmente con le persone che mi vogliono più bene e con le quali sono in confidenza, ma non c'è occasione in cui - quando la metto giù dura e sono pesante, permaloso, complicato - penso che il signor "Che sarà mai" dovrei esserlo io.

lunedì 7 dicembre 2015

Regaliamo leggerezza (anche a noi stessi)

Foto by Leonora
Regalate leggerezza. A Natale e anche prima, in questi giorni che rischiamo di vivere in apnea, correndo appresso a rituali e incombenze. Regaliamo leggerezza per primi a noi stessi, mettendo in cima al podio i sentimenti, le relazioni, i biglietti piuttosto che i regali, la convivialità dello stare attorno a un tavolo invece dell'abbondanza e della varietà del menù.
Stefania mi ha ricordato oggi una frase di Calvino: "Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall'alto". Vero. Sempre di Calvino rammento un dettaglio delle sue Lezioni americane, in cui scrive della lievità, dello sforzo di togliere piuttosto che aggiungere, nella narrativa come nella vita.
S'è presentato "leggero" il bambino che ricordiamo il 25 di questo mese: niente case, palazzi, servi al seguito, neppure il riscaldamento. Un bue, un asinello, una mangiatoia, poco altro. Ce ne andiamo leggeri tutti noi, un giorno, lasciando su questa terra soldi, risparmi, beni materiali, persino il corpo. E' partito leggero Damiano, con uno zaino sulle spalle e la voglia di scoprire insieme al mondo pure uno spicchio di se stesso. Vado io leggero quando corro, senza altra attrezzatura di un paio di scarpe adatte e calzoncini e magliette scartate dai miei figli. Leggeri sono questi pensieri, che non hanno altro scopo che essere condivisi con le persone che considero amiche, creando un legame più forte, più intenso.