Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post

lunedì 11 agosto 2025

La città svelata (Viverci dentro)

Ho scoperto cosa significa "città" ieri l'altro. Forse qualche giorno addietro, non molto. Prima ne ho frequentate parecchie, in qualcuna ho lavorato, in un paio abitato.
Su di esse anni fa ho letto un libro, bellissimo, d'Italo Calvino. "Città invisibili" sono state pure le mie, nel senso che le avevo davanti agli occhi, ma non le vedevo. Ci camminavo in mezzo, le attraversavo, mi restava poco, ero turista di passaggio anche allorché vi sostavo.
A Brescia, dopo un anno e mezzo, è caduto il velo.
Da un giorno con l'altro, come raccontano coloro che vanno in un paese straniero, non conoscono la lingua e sentono suoni indistinti per mesi, finché d'improvviso, un mattino o a mezzogiorno, ascoltano le conversazioni di chi è a loro vicino e comprendono tutto.
Brescia, dicevo, mi si è svelata così, all'improvviso. Un istante prima ne percorrevo le vie in superficie, un momento dopo mi ci sono immerso e m’è apparsa viva, precisa, varia quanto un mosaico. Un quadro impressionista, meglio: multistrato, una pennellata sull'altra, cultura e storia che sedimentano. 
Qualcuno me l'aveva anticipato: “È bellissima” avevano detto.
Per mesi l'ho osservata senza m'impressionasse nulla, se non gli angoli da cartolina che vanta ogni borgo. A confronto di Como e di Bergamo mi pareva meno presepe, più a grana grossa, tonda tonda, senza dettaglio.
Non era lei, ero io. O forse sono le città che decidono, che nascondono la loro essenza finché trovano chi le apprezza, mostrandosi per quel che sono. Fatto sta che una sera, mentre camminavo, man mano che procedevo, invece dei soliti muri, delle strade, dei locali, mi si è aperto un mondo. A qualsiasi crocicchio un segno, oltre ogni portone un dettaglio, un reperto medioevale o romano, tutti i palazzi con scorci delle generazioni che si sono succedute.
Philippe Daverio diceva che l'arte o è classica o è barocca. La prima cerebrale, la seconda mossa delle viscere. Ed è quest'ultima che emoziona di più ("Per l'altra non è mai svenuto nessuno"). Se è così, Brescia è barocca al cento per cento. Anche se non ce ne si accorge subito.

P.S. Ci siamo lasciati a Como e mi ritrovi ora decine di chilometri più a est. Nel mezzo ho vinto la pigrizia, facendo scelte di vita, non soltanto lavoro. Tu non c'eri ma centri, poiché nessun altro mi ha fatto mettere radici quanto te, che eri sradicato, avendo abbandonato la tua terra di montagna da ragazzo e costruendo casa dove tuttora l'abbiamo. Io mi sono sempre sentito "di quella casa" e tale mi reputo adesso, anche se la mente razionale sa che posso stare ovunque senza contraccolpo. Brescia è l'ultima tappa, quella più scelta e meno capitata di tutte. Sorrido pensando se fossi qui, tu che guidavi tutto il giorno ma oltre il raggio dei trenta chilometri era impresa titanica, da farti venire il mal di stomaco. Per non parlare di Milano. Lì non ci sei mai voluto andare. "Prendi un taxi", dicevi. Il taxi non l'ho mai preso, nemmeno quando a Milano sono stato a studiare negli anni dell'università e poi per lavoro. Ora che ci penso, sono state tutte piccole conquiste che mi hanno permesso di sentirmi meno inferiore rispetto a te, impedendomi di restare schiacciato.

domenica 2 luglio 2023

Carla Porta Musa (La scrittrice lieve)

Ricordo lei e le casa che le assomigliava. Un villino grazioso di inizio Novecento, interamente coperto d'edera, unica abitazione a due piani rimasta in mezzo a palazzoni alti il triplo, il quadruplo, che la sovrastavano senza annientarla. Anzi, per chi sapeva scorgerla, quella casa spiccava ancor più, appiglio e opposizione resistente all'inesorabile tempo che passa.
Carla Porta Musa ha vissuto fino a centodieci anni compiuti, con la lievità dei gerridi, gli insetti che hanno l'abilità di scivolare sull'acqua senza affondare, poggiando i tarsi delle zampe come per pattinare, sfidando la nostra idea di gravità e di superficie solida o liquida.
Non fu l'unico nostro incontro, anche se sono altri i colleghi che l'hanno conosciuta meglio.
Da parte mia, il ricordo più fulgido è quando mi raccontò che da bimba aveva visto Buffalo Bill esibirsi  con i pellerossa a Como, al Pra' Pasqué, dove qualche anno dopo costruirono il vecchio - ora - stadio Sinigaglia.
Quel nome, Buffalo Bill, per me era sinonimo di passato, di storia,  e ne provai uno stupore come mi avesse detto che aveva conosciuto Carlo Magno, Napoleone, Alessandro Magno e tutta la sua scorta. Realizzai invece che non è così, che il tempo è proprio tale e quale al rampicante che avvolgeva la sua casa: copre ciò che c'è sotto, dando ad esso una forma vaga, tranne chi ha la pazienza di scoprirla, togliendo foglia a foglia.

P.S. Nell'intervista Carla Porta Musa si soffermò molto su Margherita Sarfatti, che conobbe e frequentò. Segnalo questo bel programma della Rai, in cui l'attrice Sonia Bergamasco la interpreta.

Soltanto i bambini guardano dal parabrezza posteriore delle automobili.
Carla Porta Musa ha la loro stessa instancabile curiosità, il medesimo candido stupore. Davvero gli anni si sono inchinati. Davvero il tempo l'è diventato amico.
Non le crediamo noi, quando confessa di avere ormai novantasei anni, ma non deve crederci neppure lei. Più tardi, infatti, parlando delle sue amicizie, prima dice: “c'è una vecchiettina che viene spesso a trovarmi”, poi scuote il capo, sorride e aggiunge: “la chiamo vecchiettina, ma avrà almeno vent'anni meno di me.”
Carla Porta Musa vive come parla e parla come scrive. In modo semplice, limpido, chiaro. Eppure magico. Senza tempo, appunto. Anche se il tempo lo ha vissuto pienamente, attraversando per intero questo secolo.
Le sue memorie rappresentano una tra le testimonianze più serene delle stagioni che furono. Scrittrice e poetessa “di momenti lirici”, come ama precisare, iniziati per una delusione d'amore.
«Dopo tre anni di fidanzamento il dottor Porta mi piantò. Soffersi moltissimo e cominciai in quel periodo a scrivere poesie. Diversi anni più tardi ci ritrovammo e lui comprese di essere ancora innamorato di me. Io dicevo sempre: o sposo il dottor Porta o sposo nessuno.
Era un uomo di enorme cultura, dal quale imparai moltissimo. Ma era anche un uomo molto severo, con un carattere difficilissimo. Non è stata una vita facile con lui, non sempre serena, ma tutto questo è servito perché mi ha fatto diventare quello che sono.
La persona che devo ringraziare maggiormente è però mio padre. In vita mia non ho conosciuto un secondo Enrico Musa.
Tra l'altro, egli fondò l'Istituto Carducci e fu segretario della grande Esposizione Voltiana del 1927 e, due anni prima, fu tra coloro che fecero acquistare Villa Olmo, con il contributo di quattro milioni del Comune e reperendo l'importo restante grazie ad una sottoscrizione popolare.
Ricordo Enrico Musa come un uomo incredibile, ma soprattutto come un padre dolce, che sapeva insegnare con molto garbo. Giannino Porta, se non capivo subito, si arrabbiava; mio padre, invece, amava moltissimo ascoltare. Tra noi c'era vero dialogo».
Musa, Porta, Linati, Casnati, Rovelli...Una girandola di uomini importanti. Più arduo, ma non impossibile, udire il nome di una donna.
«Margherita Sarfatti. La donna più intelligente e colta che abbia mai conosciuto. Un vulcano. Pensare che non era mai stata un giorno a scuola e sul passaporto aveva perfino scritto “analfabeta”. Invece parlava alla perfezione cinque lingue e possedeva una cultura enciclopedica. Insegnò persino otto anni all'università. Era conosciuta in tutto il mondo. Allora era chiamata “la regina senza corona”.
Veneziana di nascita (e della sua regione aveva i colori) frequentò e amò moltissimo Como. Ricordo le numerose sere trascorse insieme da Collina, per sentirlo leggere, man mano che li scriveva, i “Promessi Sposi” tradotti in dialetto. Margherita abitava in una villa di campagna, donatale dal padre, a Cavallasca, in una località che lei stessa battezzò col nome di Lieto Colle e in cui volle esser sepolta».
Tra i “volti luminosi” che la mente rievoca, la città di Como mantiene una luce vivissima, che non si è affievolita col trascorrere del tempo.
«Io difendo la mia città. E la chiamo “mia” perché tale la sento, anche se mia madre era spagnola, mio padre milanese e ho parenti svizzeri, tedeschi, inglesi, austriaci. Appartengo ad una famiglia cosmopolita, ma ho trovato in Como una dimora ideale, poiché non si tratta di una città provinciale.
Anche fisicamente non lo è. È una città che ha una sua nobiltà, una città che definirei persino aristocratica, come certi suoi palazzi, certi suoi giardinetti.
A Como ci sono molte persone di ingegno, anche estrose. Semmai a Como non siamo uniti. È un carattere difficile quello del comasco, non si amalgama bene con gli altri.
Quando però dicono che a Como non si fa niente, mi arrabbio.
C'è un'università, che ancora non ha sviluppato tutte le proprie potenzialità, ma potrà farlo in futuro.
C'è un Istituto Carducci, che attualmente ospita la facoltà di giurisprudenza e propone anche concerti, scuole serali ed estive, viaggi e una biblioteca abbastanza consistente.
Ci sono i “nuovi venerdì letterari”. Quando ero molto giovane, con Carlo Linati, organizzammo i “lunedì letterari”. Durarono solo due anni.
Poi dal ’46 al ’53, al Carducci, tutte le settimane, da novembre ad aprile, proposi i “venerdì letterari”. Vennero i nomi più importanti della letteratura. I Bacchelli, Quasimodo, Errante, Savinio, Devoto, Saggio e altri ancora.
Di recente, l'amministrazione comunale ha insistito per l'allestimento dei “nuovi venerdì”. Mi è parsa un'idea preziosa, che ha potuto rendersi concreta con l'aiuto di Alberto Longatti.
C'è un Centro Volta, che a Como non è abbastanza conosciuto, ma all'estero è assai apprezzato. Sapesse quanti stranieri mi hanno detto: ma voi a Como avete il Centro Volta, che è una cosa importantissima. Tante altre più importanti città non hanno un circolo tanto prestigioso».
Alessandro Sallusti, dalle colonne del suo giornale, si è chiesto se proprio il Centro Volta non possa fare di più per Como.
«Tutti noi potremmo fare di più, ma io insisterei maggiormente sul valore di ciò che già esiste. Quel che manca è piuttosto la comunicazione.
Dico sempre all'amico Canobbio, un uomo di enorme intelligenza, cultura e sensibilità (tre virtù che, se compresenti, conferiscono alla persona carattere di eccezionalità), che è necessario divulgare un resoconto periodico di ciò che propone il Centro.
Chi sa che, dopo Venezia, Como è stata scelta dall'Unesco per la promozione di incontri culturali ad altissimo livello?
D'accordo, ci sono le pubblicazioni specifiche, ma chi va a leggerle?
È necessario informare il pubblico, comunicando in maniera più discorsiva, cominciando dalla A per arrivare alla Z e non viceversa. Altrimenti le persone, specialmente le più umili e semplici, non capiscono nulla».
Sulla sedia accanto alla sua c'è una busta colma di ritagli.
«Sono articoli di giornali italiani ed esteri. Quando accade qualche fatto importante ne faccio una raccolta e la dono alla biblioteca.
Ecco, se c'è una cosa che rimprovero alla mia città è di non investire abbastanza nelle biblioteche.
Alla nuova amministrazione provinciale, ad esempio. rinnovo una richiesta minima, che avevo già proposto a quella precedente. Nella nostra città ci sono diversi e validi editori.
Le biblioteche della nostra provincia sono numerose.
Perché non mettere a disposizione cinque o sei milioni e acquistare i libri degli scrittori comaschi, mandandoli in tutti i paesi dove esiste una biblioteca? Fino ad ora promesse, ma nulla di concreto. Che ci vuole? Meno di nulla. Solo gente che ami la cultura».

4 gennaio 1998

venerdì 22 maggio 2020

Vincenzo io ti abbraccerò (La grandezza dell'umiltà)


Buono come un pezzo di pane.
Non a caso si chiama Mollica, pur se con l'accento sulla seconda sillaba.
Tra le molte interviste raccolte in questi tempi strani e stranianti, mi ha lasciato commosso quella che ha per protagonista proprio lui, Vincenzo Mollica, una vita alla Rai, al servizio della tv di Stato e prima ancora della cultura.
La aggiungo qui, su questa ideale bacheca, poiché in pochi minuti concede una lezione di vita, a testimonianza del cronista che è: un uomo che è diventato un'icona senza mai indossare una maschera.
Il modo di intendere il giornalismo; il rapporto sereno con la malattia; la vicinanza nel dolore verso chi ha sofferto una tragedia; la capacità di essere attuale, cogliendo lo spirito dei tempi, a cominciare dalla musica; lo stile unico, che non si è fatto influenzare dall'onda prepotente della televisione urlata...
In una dozzina di minuti, molte perle.
Ne riportiamo scritta una, poiché è il segreto per un'esistenza piena, serena (la sua, ma pure la nostra).
"Fellini una volta mi disse che era la curiosità che lo faceva svegliare la mattina. Ecco, io voglio continuare a essere curioso".









mercoledì 1 gennaio 2020

2020righe (L'era della conoscenza)


Anno tondo, che per assonanza ricorda il titolo di questo diario e che si stende come una vallata, un panorama esteso quanto vario.
Lascio i buoni propositi per chi ha caparbietà di realizzarli o almeno tentare di farlo.
Confido in un mondo che migliora, sempre, pure quando non ce ne accorgiamo, e sono convinto che prima o poi finirà la predominanza del "materiale", a cui dobbiamo il benessere in cui viviamo ma che pian piano s'è trasformato in una pietra al collo.
Soldi per far soldi per far soldi. Ma i soldi finiscono sempre, non bastano mai, sono per natura limitati, mentre la natura dell'uomo - come quella del cosmo - è frutto di eccedenza, di uno sgorgare generoso e continuo.
Finirà prima o poi l'era del voler "avere", del possedere, comincerà quella del voler sapere, del conoscere: una signoria della cultura che, come indicava Gadamer, "è l'unico bene dell'umanità che, diviso tra tutti, anziché diminuire diventa più grande".
Gli strumenti li abbiamo, un livello sufficiente per la sopravvivenza altrettanto, sta a noi instillare della conoscenza, del sapere, il desiderio, prendendo spunto dalla saggezza di Antoine de Saint-Exupéry: "Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito".
Che sia dunque l'anno di un mare di conoscenza. Vasto. Infinito.

P.S. Hans Georg Gadamer è uno dei filosofi che più mi ha affascinato e di cui ricordo a memoria un aneddoto. Quando stava giungendo alla soglia del secolo di vita e gli chiesero di presenziare a non ricordo più quale evento, rispose: "No grazie, non ho più ottant'anni".

giovedì 10 ottobre 2019

Scacco matto (La mossa di Giada)


Per vincere non ha vinto, però mi ha stupito e insieme insegnato una lezione da non scordare, cioè che si può essere madre di cinque figli - o anche di uno, due, tre o sei, sette, otto - ma si resta sempre donna e, nel caso, compagna, moglie, fidanzata.
Lei si chiama Giada, a dicembre compirà trentaquattro anni e come la contadina del "Generale" di De Gregori ha cinque figli, ma non "venuti al mondo come conigli", bensì cercati, voluti, cresciuti, dedicandosi ad essi a tempo pieno, senza però svuotare il proprio d'un tempo, ritagliandosi uno spazio per restare la donna e la moglie che è.
Giada va a ballare, esce con le amiche, s'è iscritta pure al casting di TuttoAtalanta, ch'è dove l'ho incontrata e conosciuta, insieme con il marito, ch'è m'è piaciuto altrettanto, poiché non subiva la personalità della moglie e neppure l'assecondava, ma mi pareva riconoscerle il valore che merita.
Per un soffio Giada non è entrata tra le prime tre (qui il video di tutte e dodici, Giada è l'ultima a presentarsi), mancando così l'occasione di essere sorteggiata per la vittoria finale, tuttavia ha centrato l'obiettivo di spiccare tra tutte e di essere ammirata per ciò che è, oltre che per come appare: una donna bella, solare, estroversa.
Ne scrivo qui soprattutto per mia figlia, per Giorgia, con la quale parlo spesso di "femminismo" e della necessità che noi per primi si cambi forma mentale, riconoscendo una parità che non annulla le differenze di genere, piuttosto le comprende e le valorizza.
Un argomento spesso scivoloso, proprio perché anche in presenza di buona volontà, manca una cultura. Una cultura anzi c'è, ma è ammantata di un retaggio che per molti versi è maschilista, tanto che io stesso mi trovo a volte in imbarazzo, predicando bene e razzolando male, con la testa che vorrebbe andare da una parte e l'abitudine che tende verso l'altra.

P.S. Giuro che da stasera imparerò ad avviare la lavastoviglie, ultimo bastione nel mio personale vissuto, di una faccenda che finora tacitamente ma ostinatamente e colpevolmente "non mi riguarda".

domenica 4 gennaio 2015

La quinta traccia (disciplina e lavoro)

Foto by Leonora
Abitudini, stili di vita, tradizioni che appartengono a chi mi ha preceduto, di cui sono testimone diretto e che meritano di essere tramandate, per ricordare chi siamo, la radice da cui proveniamo.
Quattro esempi li ho già fatti l'altro giorno, oggi ne aggiungo un quinto: la disciplina del lavoro.
Potrei citare i miei genitori, che non si curavano particolarmente del rendimento scolastico, ma erano irremovibili sul fatto di non farmi saltare le lezioni. "Io vado a lavorare, tu vai a scuola. Punto" sosteneva mia madre, incurante delle mie lamentele per presunti mal di pancia mirati a saltare qualche interrogazione o un compito in classe. Pure le rare volte in cui la sceneggiata riusciva benissimo e potevo restarmene a letto il suo rammarico era tale che mi condizionava, facendomi sentire un poco di buono, impedendomi di gustare quella vacanza inaspettata, inducendomi ad evitare un tale espediente meschino nei mesi a venire.
Potrei ricordare Ambrogio, il socio di mio padre, che si ostinava a guidare il camion e a caricare e scaricare rottami anche con il piede ingessato o con le gambe ustionate dall'acido. Mio padre stesso in un solo giorno riusci a tagliarsi un polpaccio, andare al pronto soccorso, farsi dare una quindicina di punti di sutura, tornare a casa, dare una mano al suddetto Ambrogio, che fece improvvidamente cadere un ferro, che colpì mio padre al capo, così da doverlo far tornare per altri sette punti al pronto soccorso (avrò avuto quindici anni ed era estate, per cui al pomeriggio andavo all'oratorio ma al mattino ero con loro e ricordo nitidamente l'espressione del medico che ci accolse per la seconda volta esclamando sbalordito: "Ma come? E' ancora lei?").
Mio padre non era un eroe e neppure Stakanov. Semplicemente funzionava così.
Il papà della mia amica Anna, che faceva il barista, sei giorni su sette si alzava all'alba e tornava a casa che era sera da un pezzo. Così Angelo, che ha dato i natali a Stefania e Antonello e aveva un distributore di carburante a Lipomo.
Non era una prerogativa di chi lavorava in proprio, pure i dipendenti erano della stessa pasta, sia nel privato, sia nel pubblico. A Lurate ad esempio c'era una maestra elementare, Daniela Ortelli, che abitava sul lago, ad Argegno, e non mancava mai un giorno: persino quando nevicava forte, chissà come, lei era sempre puntuale, imperturbabile come Mary Poppins quando arriva con l'ombrello.
Potrei continuare a lungo, mi fermo qua, poiché ciò che volevo dire (e far capire) l'ho già detto.
Mi preme soltanto aggiungere che pur se quel senso del dovere in troppi casi si è smarrito, in molti è tuttora presente, anche se fanno più notizia gli sciagurati otto vigili ogni dieci che a Roma danno forfait per malattia la notte di Capodanno e gli altri mille casi di "lavativismo" cronico.
A Natale, ad esempio, mio cugino Fabrizio è arrivato leggermente tardi al pranzo in famiglia, poiché invece di addentare lui qualche prelibatezza era stato a sua volta morso, al braccio. Cose che capitano quando si fa l'operatore socio assistenziale e si lavora con ragazzi problematici, ma dopo esser stato medicato, senza fare drammi ha finito il turno e il giorno dopo si è regolamente presentato. L'ha fatto senza fanfare, né pretendendo che gli fosse appuntata una medaglia al petto, semmai in silenzio e con un filo di ironia, come avrebbe fatto suo padre e prima ancora nostro nonno, non per costrizione, per paura o per brama di denaro, bensì per senso del dovere, qualcosa di innato. Un'etica potrei anche definirla, che prescinde la punizione per chi non la rispetta e riguarda più la coscienza, lo stare in pace con se stessi, il sentirsi "a posto". Una moneta che non ha prezzo ma per chi la possiede vale moltissimo.

mercoledì 13 agosto 2014

L'ultimo patriarca

http://www.storylab.it/n/foto/1340/il-paese/
Foto by Leonora
Gino suona il piano con una delicatezza tutta sua, di mani temprate e consunte in ottant'anni e passa di vita trascorsa su un binario andata e ritorno famiglia officina. Gli amici intorno cantano, la figlia che compie gli anni tiene il ritmo, sorridono i nipoti, divertiti e ammirati da quel nonno di cui intuiscono gli spigoli ma assaggiando soltanto la parte tenera. Lo guardo e penso che il cielo gli è stato generoso nella vecchiaia quanto gramo dalla culla fin quando ha indossato i calzoni lunghi, togliendosi dalla miseria da sé, come naufrago che si aggrappa ai marosi, con braccia robuste e testa aguzza. Una pienezza che si misura dal frutto di abbondanza che porta e non può essere soltanto equivalenza di fortuna.
Al capo opposto del salone trovo la risposta, incrociando gli occhi che vigilano da sessant'anni su Gino, quelli della moglie Ernestina, il lievito giusto per trasformare quell'uomo dalla forza di fiera nell'architrave di una bella famiglia, facendogli da contrappeso in grazia, buon gusto, cultura. Al netto dei difetti individuali e di ogni giorno che ha la sua pena vedo in loro il buono che c'è nell'essere coppia, nel dare il meglio all'altro senza togliergli l'essenza.
"Non avevamo niente ma non ci pesava lavorare - mi dice Gino in dialetto - mentre adesso non ci manca nulla e rischiamo di buttare via tutto, perché lo vogliamo senza fare fatica".
Già. Di mio aggiungo che nel cammino abbiamo perso di vista la meta, l'obiettivo da raggiungere, o meglio, ci siamo accorti che un obiettivo non basta più, perché l'essere umano è fatto così, conosce la felicità soltanto a istanti e sazio non lo è mai, i beni materiali sono effimeri quando si mettono sul piatto della bilancia e l'unità di misura è la contentezza, la pienezza di vita.
Gino appartiene a una generazione nata povera ma con la pista segnata: bastava seguirla per arrivare soddisfatti a sera. La bicicletta, poi la moto, la macchina, le vacanze al mare o in montagna, un pezzo di giardino, la casa, una volta ogni tanto il ristorante, la pizzeria... A noi è spettata in dote l'abbondanza, con ora la paura boia di perderla e l'incapacità di trovare un'alternativa ideale, prima ancora che economica, per non sentirci dei falliti, per andare a dormire con un sogno in testa oltre che con la pancia piena. Siamo la società della conservazione, della resa, che non a caso ha valore di parola doppia: è ciò che rende e pure rinuncia alla lotta, bandiera bianca che sventola.
Gino non si è arreso, mai, ultimo dei patriarchi anche per figura. Il ricordo tra qualche anno renderà ancora più lievi le ombre e lascerà un solco distinto, preciso, pulito, rendendo vero uno dei passi in apparenza più strambi e più scomodi di Matteo, quello secondo cui "a chi ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha". Chi pensa che questa non sia giustizia è un ingenuo. O non ha imparato nulla dallo scorrere della vita.

sabato 4 giugno 2011

L'occidente ha già vinto (povero Mao)


I cinesi russano. All'università. In classe. In prima fila proprio. Se la dormono della grossa, con tanto di bavetta al lato della bocca e in qualche caso bolla al naso, ragazzi e ragazze, incuranti del professore a pochi centimetri, che in dieci minuti è passato dall'attonito al basito, scocciato, incredulo, perplesso, meravigliato, sconcertato. Non sa cosa fare. Interrompere la lezione e dare loro una sveglia o far finta di nulla? Fa finta di nulla. Poi, sale le scale, entra nell'ufficio del rettore e espone il caso. Aspettano. Il giorno dopo stessa aula, medesima scena, finché alla fine della settimana l'addetta agli studenti stranieri del Politecnico chiede motivo a una delle ragazze cinesi su tale comportamento. "Da noi si usa così" si sente rispondere. A raccontarcelo è lei stessa, l'addetta agli studenti stranieri, non la cinese che russa. Siamo a tavola e dice che l'indomani avranno un incontro con tutti i trecento e passa studenti provenienti da ogni parte del mondo che studiano a Como. "Abbiamo preparato un opuscolo per spiegare le norme di comportamento in Italia. Ci siamo resi conto di quanto fosse necessario qualche anno fa, quando si verificarono gli episodi dei cinesi che russavano in prima fila. Non un pisolino, proprio una domrita bella e buona e non negli ultimi banchi, proprio sotto gli occhi del docente! Nella loro cultura, abbiamo scorperto, si dà molta importanza alla presenza fisica e il messaggio che si vuole dare è questo: sono così stanco che non riesco a stare sveglio, ma nonostante tutto sono qui, a lezione, al mio posto. Non è l'unica differenza, ce ne sono moltissime. Gli indiani ad esempio hanno un tono di voce fortissimo e urlano anche quando sono a lezione, invece di bisbigliare gridano, e disturbano. Non si fa". Già, non si fa. Non qui almeno. Chissà se andassimo noi in quei paesi, che maleducati saremmo... In ogni caso non è per questo che scrivo questo post, bensì per rivelare che i cinesi hanno già perso, sono già stati colonizzati, alla faccia della loro potenza econimica, del loro roboante progresso. Me ne sono reso conto sempre sentendo raccontare dalla ragazza addetta agli studenti stranieri del Politecnico il suo ultimo viaggio in Cina. Per caso ha assistito a un matrimonio. Si sposavano un ragazzo di campagna ("E quando dico campagna dico un giorno di auto in mezzo a campi sterminati per arrivare all'unico villaggio di duecento anime nell'intera regione") e una ragazza di città. Così hanno fatto due matrimoni. Il primo, quello tradizionale, in campagna, è iniziato alle sei del mattino ed è durato cinque giorni, con banchetti, danze e persino pantomine, con il promesso sposo che girava di casa in casa cercando la sua futura compagna armato di un cosciotto di agnello. Poi la ragazza e i genitori di lei hanno preteso di farne un secondo, questa volta in città, come va di moda adesso, in un ristorante di un mega albergo a sei stelle, molto occidentale e anche molto pacchiano. "Non c'erano ufficiali d'anagrafe o preti, monaci o altro, soltanto un presentatore, che per un'intera giornata ha inscenato una vera e propria trasmissione, ripresa con telecamere e mandata in onda su un megaschermo, con tanto di interviste a sposi, parenti e ospiti. C'è da capirli - dice sorridendo la ragazza - se si pensa che il programma più seguito sulla televisione pubblica, la sera, in prima serata, è una sorta di "Amici", modello Hollywood, che guardano decine e decine di persone".
E' qui che mi si è accesa una lampadina. "Povero Mao Tse Tung - mi sono detto - guarda la lunga marcia dove l'ha portato: a un Claudiano con gli occhi a mandorla e a una qualsiasi Den Filipp In con residenza a Pechino...".

P.S. So già cosa scriverà David: "Anche tu all'università dormivi". E' capitato una volta, all'ora di Mozzanica. Ero stanco morto, sedevo in penultima fila ed ero appiattito sul banco, tanto che neppure un satellite spia avrebbe saputo distinguere dove iniziavo io e finiva il banco.

Foto by Leonora