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sabato 26 aprile 2025

Giovanni e i suoi fratelli (Fare luce)

Debbo a te e ai tuoi fratelli e ai tuoi molti amici ciò che mi distingue e fa da antidoto alla vecchiaia: saper guardare al futuro con fiducia.
Sei il terzo dei miei figli, quello cresciuto al riparo e con poca pressione, poiché osservato meno e perciò in grado di sorprendere sempre. Il complimento più bello e più vero credo te lo abbia fatto Giacomo, constatando una verità lapalissiana: quando entri in un posto, illumini la stanza.
È successo pure l'altra mattina, di buon ora, nell'aula dove hai concluso il tuo triennio universitario, laureandoti in scienze dei beni culturali, raggiungendo con la tesi un punteggio da cifra tonda.
Io però ti ammiro anche per altro.
Innanzi tutto, la perseveranza. La tenacia paziente, carsica, con cui ti applichi in ciò che ti interessa. Poi la capacità di relazionarti, di coltivare amicizie di lunga durata, di non eccedere. Non ti è mai mancato nulla, eppure sono certo tu abbia attraversato il dolore, la sofferenza, magari a strappi, a lampi, dai quali è scaturita e s'è intessuta per reazione una trama spessa di empatia.
Quando eri piccolo avevo il timore potessi crescere debole, condizionabile. Mi sono reso conto presto che si trattava d'una paura falsa. Ora di preoccupazioni ne ho meno - la dose fisiologica di ogni genitore adulto, credo - per cui posso permettermi una raccomandazione blanda, affinché tu sappia che già così sei per noi, per tutti, moltissimo, non devi dimostrare nulla. Goditi il tuo tempo dunque, a pieni polmoni, senza ansia, senza fretta.

P.S. Hai scelto un titolo di tesi ambizioso, non di nicchia. Ne riporto qua le parole con cui l'hai presentata.
«Buongiorno a tutte e tutti, la tesi che ho portato oggi si intitola: "Società multiculturale, identità e cittadinanza: un'analisi comparata tra la Roma repubblicana e l'Italia attuale".
L'idea di questo lavoro è nata da una convinzione che ho sempre avuto: la storia serve a capire il presente. Tante delle sfide che viviamo oggi - come il rapporto con la diversità, l'integrazione, il riconoscimento dell'identità e dei diritti - non sono sicuramente nuove. Al contrario, sono temi che le società hanno già affrontato in altre epoche, in forme diverse.
Ma la motivazione è anche personale. Sei anni fa infatti la mia famiglia ha accolta in affidamento mio fratello Kadir. Lui è nato in Italia, da madre moldava e padre marocchino, e parla italiano come me, vive da sempre qui, eppure non è cittadino italiano. Questo paradosso mi ha colpito profondamente.
Questi due punti di partenza hanno dato luogo ad alcune domande: cosa significa davvero essere cittadini e cittadine? Su quali basi si costruisce oggi l'appartenenza a una comunità?
Da lì la volontà di approfondire questi concetti: identità, cultura, cittadinanza, confrontando due società diverse ma entrambe multiculturali: la Roma repubblicana e l'Italia di oggi.
Ho scelto di utilizzare un approccio comparativo, ma sempre facendo attenzione a non cercare somiglianze forzate. Ho cercato invece di cogliere elementi ricorrenti, riflettendo su come due contesti molto diversi abbiano affrontato problemi simili: l'integrazione dei "nuovi arrivati", l'accesso ai diritti, la definizione di chi può far parte della comunità politica.
Nella prima parte della tesi, ho definito i concetti fondamentali di cultura, identità e cittadinanza. Ho fatto riferimento a studiosi come Geertz, Tylor, Bauman, Stuart Hall, Amartya Sen e Habermas. Questo mi ha permesso di costruire una base teorica utile per leggere entrambi i contesti.
La parte centrale è dedicata alla Roma repubblicana, vista non soltanto come potenza militare, ma come società profondamente multiculturale. Ho analizzato la concessione della cittadinanza, gli status intermedi, e soprattutto il dibattito sulla romanizzazione. Ho messo a confronto visioni diverse: da quella più critica di Mouritsen, che la interpreta come un processo di assimilazione forzata, a quella più dinamica di Traina e Cecconi, che parlano di "métissage" culturale e mediazione.
Infine, nella parte conclusiva, ho guardato all'Italia di oggi: un paese sempre più eterogeneo, in cui la normativa sulla cittadinanza resta legata a principi come lo ius sanguinis, che esclude chi, pur vivendo e crescendo in Italia, non ha ancora pieno riconoscimento. In questa parte ho anche individuato alcuni parallelismi, come la cittadinanza per meriti o per matrimonio, già presente in età romana.
Nella conclusione, ho cercato di mettere in luce come la cittadinanza, al al la del suo aspetto giuridico, rappresenti anche un elemento chiave nella costruzione dell'appartenenza.
In chiusura, se guardiamo al confronto tra Roma e Italia di oggi, credo si possano cogliere due spunti principali.
Il primo è che un'integrazione efficace non può essere rigida, ma deve sapersi adattare alle differenze e ai contesti. Roma, pur con tutti i suoi limiti, seppe creare un sistema flessibile, fatto di status intermedi, alleanze e percorsi graduali verso la cittadinanza.
Il secondo è che i cambiamenti profondi non avvengono da un giorno all'altro, ma richiedono tempo, equilibrio e pragmatismo. La storia romana mostra che è possibile includere nuovi soggetti senza stravolgere l'identità collettiva, ma anzi, arricchendola.
L'Italia di oggi è un contesto completamente diverso, ma affronta sfide che, in forme diverse, sono già state vissute. Non si tratta di imitare il passato, ma di trarne ispirazione: per costruire una cittadinanza più aperta, consapevole, e capace di tenere insieme differenze e coesione. Spero che questo lavoro possa offrire uno sguardo storico utile per riflettere sul presente e magari contribuire, nel suo piccolo, a una visione più consapevole e aperta, inclusiva, della nostra società».

lunedì 2 ottobre 2023

L'uomo nel mezzo (M'è capitata bella)

Il destino, oltre ad essere ineffabile, è pure beffardo.
Sia messo agli atti, a imperitura memoria: per mettere alla prova il mio noto spirito ottimistico nei confronti dell’essere umano, dell’umanità in sé e il convincimento sul suo progressivo “addomesticarsi”, diventare più gentile, tollerante, “umana”, appunto, ha fatto sì che mio figlio diventasse... arbitro.
Di calcio.
Non occorre aggiungere altro.
Qualcosa forse sì, potremmo aggiungerlo, così, per sport, per condividere più il divertimento che la rabbia, l’incredulità, lo sgomento, la delusione, la stizza nel sentire panciuti cinquantenni che non correrebbero di fila più di un minuto, mamme che il pallone sanno a malapena ch’è rotondo, nonni che a fatica si reggono in piedi, spesso aiutandosi aggrappandosi alla rete di recinzione a bordo campo, non cessando però di imprecare, sgolarsi, insultare con ostinazione e rancore profondo.
Il lato positivo - perché c'è sempre un aspetto positivo, in tutto - è che così alleno me stesso alla tolleranza, allo spirito zen, alla comprensione profonda dell'animo umano, incluso bassi istinti e diffusa ignoranza, ricordando che le persone sono quello, ma pure molto altro.

P.S. "Idiota", Mongolo", "Bastardo", "Capra", "Cretino", "Deficiente", "Venduto", "Fighetta"... Potrei continuare a lungo, con l'aggravante che finora, ad un anno esatto dal suo esordio (l'1 ottobre 2022), un po' per fortuna, un po' per suo talento, non c'è stata partita che sia una terminata in malo modo ovvero con proteste e lamentele dissennate e corali, al di là di qualche urlo, qualche epiteto più o meno volgare, variopinto. E anche quando le orecchie sentono gli insulti che gli rivolgono contro, il cuore non smette di essere fiero di quel ragazzo solo, in mezzo al campo, che (come altri ragazzi e ragazze) per pochi spiccioli e molto impegno, compie il proprio dovere, crescendo innanzi tutto come essere umano.

martedì 1 marzo 2022

La lieta consapevolezza (È sempre un inizio)

Nuda canta la notte
sopra i ponti di marzo.
(Federico Garcia Lorca)

Il cartello era un normale foglio bianco, appeso alla porta della redazione della tv, in centro Como, con scritto: "Marzo è il mese della lieta consapevolezza".
La letizia consisteva appunto nel rendersi conto, nel realizzare che la stagione fredda stava per terminare, che la primavera bussava già alle imposte, che gli abiti leggeri si accingevano a sostituire quelli grevi, invernali.
Da allora considero sempre questo giorno un voltare pagina, il segnale di un inizio.
Se avessi nerbo, se fossi più perseverante, cocciuto, potrei pure raddoppiare l'impegno annuale di ottobre, quello di scrivere per un mese intero un post al giorno.
Potrei, dovrei.
Intanto comincio con il cambiare la parte grafica del blog, scegliendo un'impaginazione più essenziale, soprattutto ringraziando le molte persone che lo leggono, facendomi sentire importante, mai solo, parte di qualcosa di più grande, di un tutto.

P.S. Ho a cuore molte persone, tre di esse le cito.
Giovanni, che oggi ha tagliato un traguardo a cui teneva e la cui giornata è senz'altro rosea.
Anna, che da sempre considera il primo marzo come il vero inizio dell'anno.
Mauro, colui che il foglio bianco lo scriveva a mano e appiccicava con lo scotch all'antina color panna della redazione di Etv: non lo sento da parecchio, ma gli voglio bene e non smetterò mai di essergli grato.

venerdì 5 novembre 2021

La montagna incantata (Auguri Giovanni)

Dodici mesi fa i tuoi diciott'anni li hai festeggiati da recluso: tre settimane nella tua stanza, contagiato dal virus che ha condizionato questo scorcio di secolo, a sorpresa.
Questo giorno, pur se nulla di eccezionale, al confronto è stato comunque un compleanno lieto, pur senza picchi né abbondanza di festa.

Tralascio la contabilità minuta dei regali e messaggi, passo lesto a ciò che più mi sta a cuore, oltre al ribadirti la felicità che porti ogni giorno nella nostra vita.

Il messaggio che ho per te, oggi, è in un'immagine.

Una montagna. Una vetta all'orizzonte, non importa quale, se spoglia, aguzza, brulla, irta, bianca di neve o avvolta nella nebbia.

Una montagna a cui tendere lo sguardo, che sia per te chiarezza di visione, aspirazione, desiderio di approdo, pur lontano che appaia o che sia.

Nessuno può esserti accanto sempre o caricarsi sulle spalle i tuoi fardelli e farti sorridere, darti fiato e gioia di vita, ma potrai farlo tu, se saprai individuare un obiettivo, una "montagna" appunto, compiendo ogni giorno un passo, piccolo o grande, purché orientandolo a una direzione, a una meta.

Il desiderio e l’ambizione buona non mettono infatti al riparo dalle delusioni occasionali, dalle paludi momentanee, dal buio che cala la sera, ma sono antidoti naturali alla frustrazione continua, alle amarezze profonde, al senso di vuoto o stagnazione opprimente che a volte punteggia l'esistenza.

Intendiamoci. La vita non è la montagna, né tanto meno la vetta. La vita è tutto ciò che sta sotto, attorno, lungo il cammino anche, spesso a distanze siderali dalla cima.

Proprio per questo - se posso darti un consiglio - scegline una alta, elevata.

Perché più sarà alta, più a lungo ti terrà impegnato il cammino, più ti si gonfierà il cuore, più ampio sarà il paesaggio, più varrà la pena ogni sacrificio, fatica, rinuncia.


P.S. Di montagna può essercene più d'una e non è mai troppo tardi per scegliersela, scoprirla, adottarla. Vale per te e i tuoi diciannove anni, come per chi di primavere ne ha sulle spalle una carriola.

A cominciare da me, che di montagne ne ho sempre avute, spesso inconsapevolmente, talvolta dimenticandole, altre ignorandole di proposito o rifiutando l'ipotesi di avvicinarmi, per timore, miseria, vigliaccheria. Anche quest'ultime, tuttavia, non le ho cancellate del tutto, restano lontane all'orizzonte, ma presenti, pronte ad accogliere il mio primo passo, quando che sia.

giovedì 1 luglio 2021

Non finiscono mai (Tranne questo)

L'hai superata d'un balzo, con un tuffo anzi, come quando ci si getta in acqua e si trattiene il fiato, annaspando per risalire in superficie, per rivedere luce e orizzonte attorno.
Cinque anni senza encomio, ma pure senza fallire un colpo, senza dare preoccupazioni eccessive, se non quelle legate alla tua età, alla fortuna di un ragazzo cocciuto ma altrettanto solare, brillante, limpido.
Una maturità ridotta negli esami, guadagnata tuttavia sul campo, con gli ultimi ventiquattro mesi vissuti a regime ridotto, spesso prigioniero di quattro mura, privato dei compagni di classe nel banco accanto, costretto in casa proprio negli anni in cui la natura umana spinge a uscire, a slacciarsi le cinture di sicurezza del nido domestico.
Non sono mai stato accondiscendente, ho cercato di non prestare il fianco all'autocommiserazione, convinto come sono che ogni evento è una prova e la chiave per superarla è sempre dentro noi, mai fuori.
Nemmeno però sono ottuso o cieco, ammetto che ti è stato tolto qualcosa e quel qualcosa era unico, poiché diciott'anni si hanno soltanto una volta nella vita e la tua è una generazione che al rigo tra addizioni e sottrazioni può presentare un conto.
Come sai non mi importa il voto, non mi è mai importato. I voti, ho scoperto da poco, nella storia scolastica sono introduzione relativamente recente, prima si valutava soltanto l'abilità o meno, se eri considerato preparato oppure no.
Assai più per me conta la passione che alcuni tuoi docenti ti hanno instillato, la curiosità sollecitata, l'apertura mentale, l'educazione all'approfondimento, al ragionare con la propria testa, lo spirito critico.
Non so ancora cosa farai, quale strada imboccherai, sei rimasto con tutti abbottonato, probabilmente lo sei persino con te stesso e anche questo è normale: raramente a diciannove anni si cammina in un solco segnato, con una meta chiara in testa.
Quando avevo la tua età mio padre, tuo nonno, mi dettò una regola stretta e ampia al tempo stesso: "O studi o lavori".
"Tertium non datur" avrebbero detto i latini.
Per lui infatti era essenziale questo: che non si restasse sospesi, senza fare nulla, con la mani in mano.
Allora mi pareva una banalità, più tardi ne ho apprezzato la saggezza, poiché rimanere in moto, aggiungere passo dopo passo, porta sempre da qualche parte, anche quando non si sa bene dove andare e c'è nebbia o neve o caldo o gelo.

P.S. Sulla fotografia scattata fuori dal liceo, insieme al disegno di un cuore, t'hanno scritto "Fine". Invece è un inizio.


martedì 18 maggio 2021

Tu non mi deludi mai (E mai potrai farlo)

Dicono di averlo trovato in un campo e che aveva diciott'anni.
La tua età.
Non so null'altro. Non ho voluto saperlo.
Ignoro i motivi per cui ha deciso di farla finita, il baratro che dentro lui s'è ampliato tanto da farlo saltare in quel buio che non conosce ritorno.
Troppo dolore, troppo mistero.
Mi aggrappo al tuo sorriso, convinto sia autentico, che non nasconda nulla, anche se non posso esserne certo, poiché insondabile è l'animo di ogni essere umano, compreso quello di chi abbiamo generato e dorme nella stanza accanto da quando è nato.
Voglio soltanto che tu sappia questo: tu non mi deludi mai e mai potrai deludermi, nulla potrà succedere di così ingombrante, pesante, ispido da non essere ascoltato, compreso e, al limite, perdonato.
Vale per te, per i tuoi fratelli, per tutte le persone che ho care, con cui ho condiviso un lembo di cuore, oltre che di cammino.
L'accettazione dei miei limiti, la consapevolezza dei miei errori, la conoscenza delle mie fragilità impediscono la spietatezza del giudizio nei confronti di ciascuno, più ancora delle persone che amo.

P.S. Ho un cruccio. Un cruccio che risale a una decina d'anni fa e riguarda tuo fratello, un'ingiustizia che ha subito e per la quale avrei potuto fare di più, invece di limitarmi a sostenerne insieme con lui il peso e cercare di superarla, andando avanti, trasformando l'ostacolo in un trampolino, cavando dal gramo il buono, convinto com'ero - come tuttora sono - che il gramo esiste sempre, per cui tanto vale non crucciarsi troppo e imparare a superarlo. Credo sia avvenuto proprio questo, per merito suo, che ha saputo reagire,  non senza struggimento, dimostrandosi forte, maturo. Io invece sono stato egoista, pavido, badando al perimetro del mio giardino, sottraendo dalle fauci di un sistema bacato il mio cucciolo, senza pensare che abdicando a una battaglia di principio, altri in futuro avrebbero pagato dazio. Un tarlo che mi rode da parecchio e che da qualche sera s'è fatto più pungente, ascoltando la storia di un altro ragazzo alle prese con una vicenda simile, un regime scolastico per nulla attento alla persona, distante anni luce dai miei ideali di buono, giusto. Te lo racconto non soltanto per confidarti che l'unico a poter deludere me stesso sono io, ma anche perché in questa dirittura finale dell'anno scolastico vorrei che nessuno scordasse quanto tutto è relativo e che l'istruzione è importante, ma la vita lo è di più. Molto di più.

giovedì 5 novembre 2020

Le tue prigioni (Diciott'anni, oggi)

Sei colui che forse più m'assomiglia - spero soltanto nei pregi - e il tuo compleanno è speciale fin da quando sei venuto al mondo, lo stesso giorno di mio padre.
Il cinque novembre è più di una data.
Il cinque novembre per me è il punto di sutura che trasforma due segmenti in una linea, cucendo a filo doppio il figlio e il padre che ho avuto e il padre e il figlio che resto, tuttora, nonostante da una dozzina d'anni con le dita non possa più sfiorare il palmo duro e il dorso morbido delle mani di tuo nonno, eppure ogni volta che ci penso è come se lo facessi, conservando memoria di lui in ogni cosa che conta.
Nell'esplosione della tua gioventù ricorda sempre questa certezza: coloro a cui vogliamo veramente bene non se ne vanno mai, li portiamo con noi, in un modo tanto essenziale da avvertirlo come esperienza fisica, anche se priva di contorni e materia.
Oggi diventi maggiorenne e anche questa è una notizia.
D'ora in poi per convenzione porterai la responsabilità di pensieri, opere e omissioni, anche se confido di averti insegnato a caricartele sulle spalle prima, così come ogni peso che avrai da portare in futuro sai di poterlo condividere sulle spalle di un'intera famiglia. Siamo unici, mai soli: non è poco.
Per il resto, migliaia sono i ricordi della strada percorsa insieme, altrettanti gli episodi, i momenti, le occasioni di gioia, di pura felicità, talvolta di scontro, incomprensione, sempre di crescita reciproca.
Anche ora, che pur mi hai superato in altezza e al pari di tuo fratello quando ti abbraccio debbo farlo da sotto a sopra, l'attimo che preferisco è quando mi guardi negli occhi, quando ti colleghi con me, senza bisogno di aggiungere parola, riconfermando quell'unione indissolubile che supera le leggi della chimica e che tu sperimenti in uno dei tratti che ti distinguono: il numero di amici, la schiera vasta di coetanei a cui sei legato: il più bel regalo che mi fai tu, testimonianza che sei nato seme e porta frutto di comunità ciò che matura la tua pianta.

P.S. Lo so, avresti voluto e meritato un compleanno diverso, una cena in compagnia, la festa con gli amici, risate, baci, abbracci, baldoria. Da giorni e giorni invece sei confinato in una stanza con bagno, senza possibilità di contatto alcuno, se non virtuale, a distanza, pur se non sei propriamente Silvio Pellico né vivi le sue prigioni. Le tue non hanno stenti, ma restrizioni. Mi spiace ci siano, però voglio essere altrettanto onesto, aggiungendo che non è più né meno di una delle molte prove della vita. È attraverso esse che si cresce, diventando grandi e non soltanto alti. Se riuscirai ad affrontarle con il sorriso ampio che hai avuto finora ti peseranno poco e avrai una vita piena, la migliore avventura del mondo.

domenica 12 luglio 2020

Diventare grandi (Il cuore oltre la culla)

Sei stato a lungo il mio "figlio piccolo preferito", negli ultimi anni eri il mio "figlio preferito" e basta, ora puoi essere "mio figlio" e punto, senza ulteriori specifiche, perché oramai sei cresciuto e credo tu abbia capito che per un padre e una madre non esistono classifiche: i figli sono tutti differenti, ma perfettamente identici nell'intensità dell'amore che per ciascuno si prova.
Per anni, fin da quando eri un bimbo che camminava appena e non parlava ancora, ho dovuto fare i conti con il tuo essere terzogenito, con quel tuo bisogno "di luce" - di spazio, di visibilità, di riconoscibilità - per distinguerti dai fratelli che ti avevano preceduto e che rischiavano di rubarti la scena.
Non era un vezzo e ho avuto la fortuna di intuirlo presto, constatando come il terzo figlio occupi in effetti una posizione scomoda (scomoda in molti sensi: a chi mi chiedeva come fosse avere tre figli piccoli, ho sempre risposto che in effetti il terzo mette in crisi poiché, banalmente, non sai dove metterlo, avendo l'adulto soltanto due braccia).
In realtà - te ne accorgerai se avrai nel destino di essere padre a tua volta - vale la medesima regola dell'amore di cui ho scritto prima: ogni figlio affronta problemi diversi, ma la somma totale per ciascuno non cambia e il segreto è vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, prendendo il buono che c'è, sfruttando le difficoltà come trampolino, come allenamento per reggere meglio l'urto della vita.
È vero che tu hai incontrato genitori non più in ansia, meno preoccupati di non essere bravi a sufficienza e dunque forse meno premurosi, tuttavia questa apparente "distrazione" ti ha permesso di crescere più libero, meno inchiodato alla responsabilità di dover corrispondere tanta premura, di doverti sentire "all'altezza" (chiedi pure a Giacomo e Giorgia, credo ne sappiano qualcosa).
Non si tratta di una scoperta originale, somiglia piuttosto all'acqua calda, è l'eterna ruota che gira, il perenne percepire dei figli, che suona strano soltanto a chi non si mette mai nei panni dell'altro e non fa tesoro dell'esperienza.
Io, figlio unico, l'ho appreso per interposta persona, avendo in dono la frequentazione di amici con famiglie numerose, in cui ciascuno lamentava distinzioni che a guardarle a tessuto rovesciato erano nel contempo vincolo e fortuna.
Così come vincolo e fortuna è per me avere voi, tutti, una famiglia numerosa a mia volta.
E per famiglia non intendo soltanto io e te e tua madre e i tuoi fratelli, ma anche zii, cugini, nipoti, nonna, amici, comunità intera, dove siete cresciuti, dove vivete, dove costruite relazioni e vi mettete alla prova.
Perché questo ho imparato dei figli: non siete "nostri", siete affidati a noi, per un pezzo di strada e l'unico possesso che è concesso è al plurale, quello in cui ognuno vive in relazione con gli altri, trovando di volta in volta il proprio posto sul palco, da protagonista.

P.S. Ho scritto che sei cresciuto non per arbitrio, bensì per una constatazione, una consapevolezza precisa, giunta al termine della serata finale dell'oratorio estivo, quando ho letto - commosso - queste tue parole postate su Instagram.
"Tristezza, emozione, ma tanta felicità.
Questi i sentimenti provati ieri sera e durante queste tre settimane molto intense.
Tristezza perché è un capitolo della vita che si chiude, perché che piaccia o no, una fine arriva sempre. Tristezza perché guardandomi intorno non vedevo più le stesse persone che mi hanno accompagnato fino all'anno scorso e capivo che ormai il mio tempo qui era finito.
Tristezza perché non sono più quel ragazzo quattordicenne che si apprestava ad iniziare il suo cammino come animatore, ma sono quel ragazzo diciottenne ormai alla fine di un'avventura.
Emozione perché vedere nei volti degli animatori più piccoli degli occhi pieni di voglia di fare e mettersi in gioco mi faceva trepidare.
Emozione perché trascorrere ancora un Grest con gli amici con cui ho iniziato è stato stupendo.
Emozione per tutti i complimenti ricevuti, per tutte le persone con cui ho condiviso questo percorso.
E infine tanta felicità.
Tanta felicità perché sono riuscito a mantenere all'oratorio la promessa che gli avevo preannunciato, cioè dare ciò che lui ha dato a me.
Eh già... questo percorso mi ha dato tanto.
Grazie all'oratorio ho scoperto i miei pregi e anche i miei difetti più grandi.
Grazie all'oratorio ho scoperto la bellezza dello spettacolo, dell'intrattenimento, la mia passione.
E io nel mio piccolo sono riuscito a ricambiare tutto ciò che mi è stato donato, impegnandomi e dando tutto me stesso per far sì che quest'ultimo oratorio feriale venisse bene.
Tanta felicità anche perché credo che il mio continuo "mettermi in gioco", proseguendo a sbagliare e a correggere i miei errori, ha fatto sì che io lasciassi un'impronta di me stesso, di Gio nell'oratorio.
Concludendo posso dire soltanto un enorme GRAZIE all'oratorio, al gruppo fantastico che siamo.
Gio ❤️"

martedì 5 novembre 2019

Se non ci fossi tu (Il buono che è in noi)


Se non ci fossi tu, bisognerebbe inventarti, ma inventandoti non riuscirei comunque a pareggiare la simpatia, l'originalità, la bellezza del ragazzo che sei, con i tuoi diciassette anni oggi e il ciuffo castano chiaro, gli occhi scuri, come i miei, come il lato della famiglia a cui appartengo, il sorriso unico, gli scatti di altruismo e pure di carattere, mai piatto, banale.
Se non ci fossi tu, la vita sarebbe come il lago d'inverno, un televisore senza audio, la casa a cui manca un tetto, il risotto insipido, il camino freddo, Instagram prima delle "Stories" e un cellulare con pochi giga, che questi paragone forse li capisci meglio.
Se non ci fossi tu, sarei più piccolo, più grigio, più povero, più ingobbito, più avaro, più scorbutico, più tignoso, più inquadrato, più triste, più malinconico, più pigro, più vecchio, e tutti questi più sarebbero un grande meno.
Se non ci fossi tu, guarderei con minore fiducia al futuro, mi aggrapperei con forza alle poche certezze dell'essere umano, scordando che è la speranza in qualcosa di infinito, di eterno, il tratto distintivo delle persone che siamo.
Se non ci fossi tu, avrei smesso di seminare empatia, di preoccuparmi che sappia metterti nei panni dell'altro, comprenderne i desideri, le emozioni, le ragioni, di creare legami, relazioni, essere perspicace, andare avanti, non fermarti di fronte a un ostacolo.
Se non ci fossi tu, mi vestirei da anziano, non guarderei film che invece meritano, ascolterei la stessa musica che andava di moda quand'ero ragazzo, non riderei per i "meme", eviterei di rispondere a domande che mi aprono un mondo.
Se non ci fossi tu, non ci sarei io, l'io che sono diventato, un uomo fortunato.

P.S. Avere figli non è un merito, è un dono. Conosco moltissime persone generative che per scelta o indipendentemente dalla loro volontà non sono madri e padri. Mi piace pensare alla paternità e alla maternità non come un fatto privato, bensì in relazione a una comunità, alla società degli esseri umani, nel loro complesso. In questo senso bambini e bambine, ragazzi e ragazzi, uomini e donne, non sono figlie e figli miei, tuoi, loro, bensì nostri, nostre, di tutti. E il buono che c'è, in questo mondo, è proprio perché con compiti diversi ma con eguale valore li facciamo crescere, aiutandoli a capire qual è il loro posto e a diventare possibilmente migliori di come noi siamo.

venerdì 1 febbraio 2019

Dimmelo tu (Edward e la Generazione Z)


Dimmelo tu. Dimmelo tu, che scuoti il capo e ammonisci dove mai tutta questa tecnologia ci porterà, che oggi è peggio di ieri, che chissà cosa il futuro ci riserverà.
Dimmelo tu come faccio a non avere fiducia in quei ragazzi che ieri hanno organizzato uno spettacolo di serata, ciascuno con un proprio ruolo, tutti insieme appassionatamente con entusiasmo, bravura, coraggio, energia.
Dimmelo tu come posso evitare di sorridere e avere il cuore colmo di stupore e speranza quando oggi, come da due anni ogni venerdì mattina, siedo in mezzo a ragazzi di sedici e diciassette anni che il lunedì entrano nella redazione del Mediacenter senza idea di dove siano finiti e cinque giorni dopo si trasformano in cameraman, assistenti alla regia, attrezzisti, autori di testi, videomaker e compagni di un viaggio che dura poche ore e al tempo stesso una vita.
Dimmelo tu che sbaglio mentre tu vesti i panni di zio Vania e io mi sento Edward, il più grande uomo del Pleistocene.
Sì, è vero, nel libro Edward muore e così morirò anch’io, “ucciso” dai miei stessi figli, come lui, ma: primo, “morirò” soltanto professionalmente, perché mi ruberanno il posto, com'è giusto che sia; secondo “morirò” felice, perché quel posto sarà preso da qualcuno che lo merita davvero, qualcuno che già adesso per molti aspetti è migliore di me e a sua volta, un giorno - neppure troppo lontano, nella storia milionaria del mondo - lo lascerà ad altri, che seguiranno, in quell’infinita catena di padri e figli, di madri e figlie, che chiamiamo "esseri umani" ed è una ruota che gira.

P.S. Giovanni è anche figlio tuo, ha preso da noi metà e metà, e ieri sera sbirciavo di sguincio i tuoi occhi emozionati, mentre intervistava gli ospiti da dietro la scrivania, elegante, con la camicia bianca e il farfallino rosso, brillante, come mai avrei immaginato, capace di ricacciare l'imbarazzo di trovarsi di fronte al pubblico, per la prima volta. Anch’egli, come i suoi coetanei, è cresciuto a pane e videogiochi e tv e telefonino: dimmelo tu se è peggiore di noi o anche soltanto diverso, nell'essenza.

martedì 6 novembre 2018

Nonni e nipoti (La bussola avuta in dono)


"Gli hai fatto gli auguri?". Me l'ha detto in dialetto, quasi a tempo scaduto, e ho risposto a mia madre di sì, aspettando che gli occhi le diventassero lucidi, come puntualmente è avvenuto.
Ho scritto qui del compleanno di Giovanni un giorno prima e di quello di mio padre uno dopo, oggi, volendo fare da cornice al capriccio del destino che li aveva accomunati nella data di nascita, uno a distanza sessantacinque anni dall'altro.
Il nipote è diventato un virgulto d'uomo, alto quasi quanto me e con gli stessi scatti di carattere, talvolta non mitigati ancora dalle buone maniere che impongono contegno, almeno in pubblico.
Il nonno ci ha lasciati dieci anni fa, ma non se n'è mai andato, essendo vivo tuttora in me, che nei tratti e in alcune espressioni gli sto somigliando come mai avrei creduto.
Molte sono le eredità che ho ricevuto, tanto che ad elencarle tutte impiegherei un pomeriggio.
Ne ritaglio una, che mi pare più attuale di altre e mi fa da stella polare in questo tempo di bussole apparentemente senza magnete: ho imparato da lui ad avere fiducia nel futuro, a considerare i cambiamenti non come accidenti o, peggio, sciagure, bensì come opportunità per fare meglio.
Non che fosse esente dalle seduzioni nostalgiche che sovente riserva il passato, aveva però un approccio sempre pragmatico, positivo, che ai miei occhi lo rendeva giovane pure quando stava diventando vecchio. Perciò lo ricordo non soltanto con amore, ma con rispetto.

domenica 4 novembre 2018

Due Giovanni (e cent'anni di distanza)


https://www.flickr.com/photos/lyonora/6637505059/
Di sé ha lasciato una foto sbiadita, un fazzoletto di bosco in pendenza, il cognome che portiamo e rare parole, che gli si cavavano a forza dalla bocca, come l'unico dente che si dice abbia perso negli ottant'anni e passa in cui è vissuto, andando in ospedale una sola volta, l'ultima.
Una di quelle frasi era: "U' girà ùl mùnd, mì: Còm, Milàn, Sùndri", aveva "girato il mondo" lui, riferito alla circostanza precisa di aver messo piede a Como, Milano e Sondrio.
In realtà si era spinto più in là, a Sacile, in Friuli, artigliere di campagna, prima guerra mondiale, ma di quel periodo aggiungeva nulla, se non una mano sugli occhi, quando ci ripensava, come a non voler vedere, a sforzarsi di dimenticare, e un'unica annotazione che non riguardava la battaglia, la trincea, bensì: "i dòn e i s'ciat chi ciangìva", le donne e i bambini che piangevano.
Si chiamava Giovanni, come te, e se te ne scrivo oggi, alla vigilia del tuo sedicesimo compleanno, è per una coincidenza e insieme un'urgenza: cent'anni esatti fa, come oggi, finiva la Grande Guerra e farne memoria è il minimo dovuto a intere generazioni che in quel conflitto hanno speso e in molti casi spento il lume della loro giovinezza.
Non voglio aggiungere altro, dilungarmi in riflessioni che odorerebbero di retorica. Tu e i tuoi fratelli siate consapevoli di quanto siete fortunati a vivere in un tempo di prosperità quale nessuno ha conosciuto prima e spendetevi sempre per mantenere la pace, per costruirla. Perché la pace è sì un dono che si riceve, ma pure un impegno che si deve prendere, ogni giorno, scegliendo ciò che unisce invece di ciò che divide, immaginando ponti e non muri, dialogando sempre, senza mai chiudere o sbattere la porta.
Ricordalo, Giovanni, che non sei venuto dal nulla, che sei la cima di una tradizione senza enfasi, ma solida, antica, di cui porti il nome, il cognome e la responsabilità di manternerla viva.

sabato 27 gennaio 2018

Sette, quattordici, ventuno, diciotto

Sette, quattordici, ventuno, diciotto. In quella tabellina sbilenca che è la vita, mi ritrovo a fare i conti e dare i numeri ad ogni compleanno.
Ventuno. Gli anni che ha da poco compiuto Giacomo, con le sue linee tracciate sempre per diritto, i pensieri che fanno più rumore delle parole, le spalle larghe, che per abbracciarle devo stare in punta di piedi e creano un effetto strano, poiché inverte le posizioni naturali padre, figlio, adulto, ragazzo.
Diciotto. Gli anni che tra poco compirà Giorgia, anche lei alta ma non da non poterla prendere tuttora in braccio, con i suoi balzi d'umore e una sensibilità che ha preso dalla madre, anche se da me ha imparato a mascherarla spesso.
Giacomo e Giorgia. Li vedo crescere, con uno stupore doppio: da un lato notare come si stiano formando, con una loro personalità originale e indipendente, dall'altro non potere né volere fare nulla affinché si fermi il tempo, esattamente come uno spettatore separato dalla scena da un vetro, che assiste impotente ma pure lieto di fronte all'ineluttabilità del destino.
Non ho scelto di ricordare Giacomo e Giorgia (e aggiungo anche Giovanni) oggi, per caso.
Il 27 gennaio è un giorno che ho a cuore poiché si celebra la "memoria" e alla memoria, a qualsiasi memoria, sono affezionato.
Oggi non voglio soltanto ricordare ciò che di orribile c'è stato, ma anche condividere la fortuna che ho io, che abbiamo noi, che hanno Giacomo e Giorgia e Giovanni e milioni di loro coetanei, che vivono in case più che tiepide, con nel piatto cibo abbondante e attorno visi amici invece di violenza, freddo, sangue, sofferenza, solitudine, devastazione, terrore, dolore, morte, abbandono.
Esserne consapevoli è più che un dovere: è un regalo. Un regalo che ci facciamo reciprocamente, ad ogni compleanno.

giovedì 5 maggio 2016

M di Maggio (e Meraviglia)

Foto by Leonora
Occhi nuovi. Guardano me, senza vedermi. Sono quelli dei ragazzi tra i diciassette e i diciotto anni che riempiono il piazzale antistante il teatro di Colognola. Apparteniamo a generazioni differenti e ho imparato ad essere ignorato esattamente come avviene ai rami di un albero, al selciato del marciapiede, alle auto che sfrecciano sulla via accanto: oggetti qualsiasi che esistono e che rientrano nel campo visivo per un motivo che non li riguarda da vicino.
Non è cattiveria o maleducazione, semplicemente non appartengo al loro mondo, sono estraneo nel senso letterale del termine: una persona fuori dal contesto, che resta assente fino all'istante in cui per una coincidenza o un motivo particolare viene inquadrata e classificata nella categoria degli "adulti", esseri umani di una specie simile soltanto vagamente alla loro.
Occhi nuovi sono pure i miei, che invece li osservo meticoloso, scorgendone i particolari, tentando di indovinare che tipi di persone sono, che uomini e donne diventeranno, con la sensazione perfetta di assistere a un passaggio epocale: vagoncini dell'otto volante al culmine della salita e pronti a tuffarsi nel vuoto, farfalle che spiegano le ali uscendo dal bozzolo.
E' uno sguardo di meraviglia il mio e uno sguardo di meraviglia vorrei avessero sempre quei ragazzi, una continua ed inesauribile capacità di stupirsi di fronte a ciò che è grande, diverso, nuovo.
A loro e anche ai miei figli - Giovanni, Giorgia, Giacomo - che hanno più o meno la stessa età, non ho nulla di imprescindibile da dire: so che la strada, qualsiasi essa sia, la troveranno da soli, sbattendo il muso, se proprio proprio, ma confidando in piedi buoni, testa, mani e cuore per affrontare tutto, compreso il momento in cui saranno loro gli "adulti" e si accorgeranno di essere invisibili per chi ha venti o trent'anni in meno.
P.S. In verità una cosa nell'orecchio di Giovanni, Giorgia e Giacomo vorrei dirla. E' una cosa che anche io ho imparato dai miei genitori, pur se non in modo diretto, perché mio padre e mia madre erano grandi davvero: facevano capire le cose senza bisogno di dirle. Proprio in quel modo ho capito che nella vita non mi sarei dovuto vergognare del lavoro più umile, purché fatto con dignità, ma al contempo avrei potuto ambire al posto migliore, fosse anche ciò che gli altri definiscono "sogno": il calciatore di serie A, il presidente della Repubblica, un premio Nobel, il direttore di giornale, uno scienziato... Puntare in alto, poter aspirare al massimo, senza biasimare il basso, con la possibilità di andare avanti e anche indietro: credo sia stata questa la dote più bella che ho ricevuto in dono. Un dono che merita di essere tramandato.

venerdì 5 febbraio 2016

Sedici anni (Pane caldo e uva americana)

Foto by Leonora
I tuoi sedici anni, oggi. Vorrei bloccare il tempo, congelarlo come si fa con le provette e l'azoto, per averti sempre così, splendida e splendente, nell'aprile dei tuoi anni, sorridente di quel sorriso in bilico tra l'innocenza che non è più innocenza e la malizia che non è ancora malizia.
Nessun espediente però cattura e intrappola la magia della tua età senza guastarla e alla fine soffocarla, ucciderla. Gusto perciò l'attimo, questo battito d'ali breve ed intensissimo, istante perfetto di felicità, conscio di avere un'immensa fortuna già ad essermene accorto.
Non è accontentarsi, semmai l'opposto: godere pienamente di piccole gioie che porto idealmente al collo, grani perenni di un rosario gaudioso e umanissimo.
Come quando mi infilo nel tuo letto ogni tanto, la sera, e tu hai occhi e dita incollate al cellulare e mi dici sbuffando "Dai, papà!" ma poi porti pazienza e ridi mentre ti canto "Un corpo e un'anima" di Wes e Dori Ghezzi (due che se si presentassero oggi a Sanremo farebbero girare canale a quattro italiani su dieci perché no, gli extracomunitari con le nostre donne non li vogliamo) o "Tornerò"dei Santo California (con i cantanti che avevano senza saperlo il look degli iracheni durante il regime di Saddam Hussein eppure negli anni Settanta spopolavano). E poi canti anche tu e ti fai grattare la schiena, come piaceva a tua nonna che non hai conosciuto. O come quando fai la lotta con Giovanni e gli tiri i cuscini e lui fa versi da maiale sgozzato, che per fortuna non abitiamo in un condominio altrimenti ci avrebbero già denunciato. O ancora quando torni la sera tardi tardi ma sei con Giacomo e senza dirvi una parola vi ascolto congedarvi, ciascuno verso la propria camera, mentre continuo a tenere gli occhi chiusi per cercare il sonno e ringrazio il cielo che siete sani e salvi, al sicuro. Oppure quando abbassi gli occhi, diventati lucidi e con un lacrimone all'angolo, dopo l'ennesima ramanzina di tua madre, perché hai tenuto spento il telefono o hai lasciato disordine dappertutto.
Gesti banalissimi conservati nelle gocce d'ambra della memoria, preziosi più di un gioiello.
Auguri allora, figlia mia. Tu sai quanto poco assomigli la nostra famiglia a quella del Mulino Bianco, eppure grazie a te la mia vita profuma di pane caldo e uva americana ogni giorno.

domenica 10 gennaio 2016

Il riflesso di Medusa (Raccontare storie)

Foto by Leonora
Ci sono mattine come questa, umide, con la nebbia, mattine di gennaio che sembra novembre, in cui il silenzio è come una mano che avvolge, mentre il tempo scorre lento, tanto che è quasi un rumore, l'unico che puoi percepire.
Mattine in cui penso al valore di raccontare storie, perché se vedo o leggo di un padre che sgrida il figlio mi commuovo, mentre se sono io quel padre resto indifferente.
Raccontare storie è il gesto di Perseo che uccide Medusa senza guardarla negli occhi, usando lo scudo per scorgerla attraverso il riflesso, evitando così di rimanere pietrificato.
Rimanere pietrificati è l'equivalente di quel restare indifferenti di cui scrivevo prima, quell'ostinazione nel compiere un'azione nonostante ci si renda conto che è sbagliata, senza però trovare la forza e il coraggio di cambiare registro. Mi accade nei piccoli gesti, come appunto sgridare esageratamente un figlio oppure discutere in famiglia su dettagli da niente o arroccarmi in un silenzio ostinato, ma pure in alcuni atteggiamenti a mente fredda: una certa pigrizia, ad esempio, evitando di fare qualcosa di utile, con costanza e medoto.
Oggi perciò chiedo perdono a Giovanni, per tutte le volte che lo prendo in giro sottolineando un suo difetto; a Isabella che deve sopportare i giorni in cui mi chiudo a riccio e ho i nervi a fior di pelle, tanto che è inutile sia trattarmi con riguardo sia prendermi di petto; alle persone povere che mi tendono la mano mentre passo oltre, con la scusa che non potendo aiutare tutti tanto vale preoccuparsi di nessuno; agli amici che non sento da parecchio e che spesso mi vengono in mente, ma con il proposito di voler dare loro molto non faccio neppure quel poco che basterebbe per far sentire che sono a loro vicino.
Chiedo perdono oggi, sapendo che domani tornerò ad essere in difetto, sollevato però dalla constatazione che non tutto è perduto, poiché riesco ancora a distinguere giusto e sbagliato.

P.S. Pioveva a dirotto nel primo pomeriggio di otto anni fa, quando camminavo accanto a mio padre per l'ultima volta, io mano nella mano ai miei figli, lui in una cassa di legno. Essendo negato nel ricordare le date è stata mia madre a fare memoria di questo anniversario, eppure io che non credo nei segni qualche segno - devo ammetterlo - lo avevo ricevuto, in sogno, ieri l'altro, quando nel dormiveglia mi sono trovato a pensare al grande nulla, che c'è dopo, come un buio intenso, un'assenza totale, un vuoto nero, in quel momento però non spaventevole, accogliente anzi, come una tregua dal tutto. Così mi sono trovato a pensare alla morte, con la consapevolezza tuttavia che essa non fosse la fine e che la pace che sentivo fosse dovuta alla sensazione che dietro quella barriera, quella bolla color pece, ci fosse qualcuno, per l'esattezza mio padre, che stava sorridendo.

giovedì 5 novembre 2015

Incroci (Le persone vanno e vengono)

Foto by Leonora
Le persone vanno e vengono, tutte, comprese quelle che vorremmo trattenere e non riusciamo e coloro che preferiremmo non fossero tra i piedi e invece tra i piedi rimangono.
Le persone vanno e vengono, tutte, per questo ho imparato ad essere dolce e duro insieme, senza illudermi che nulla sia "per sempre" ma sapendo che "per sempre" sono i momenti trascorsi insieme, un dono unico e incredibile per cui non sarò mai abbastanza grato.
Le persone vanno e vengono, tutte, alcune però mi tengono compagnia anche se non sono fisicamente accanto, presenti nei ricordi che trovano spunto dalla coincidenza di una somiglianza, di una situazione, di un profumo.
Le persone vanno e vengono, tutte, anche se alcune le vorrei trattenere, pur sapendo che non è stringendole in pugno che riesco a farlo.
Le persone vanno e vengono, tutte, perciò sono riconoscente a quanti mi camminano al fianco, non per imposizione, non per necessità, bensì per scelta, chi chiacchierone, chi in silenzio, chi con un sorriso sempre a portata di faccia, chi invece parla poco e mi ascolta, serio.
Le persone vanno e vengono, tutte, comprese mio padre e mio figlio Giovanni, nati entrambi nel medesimo giorno, questo, il 5 novembre, a sessantacinque anni di perfetta distanza uno dall'altro, filo d'Arianna e insieme testimoni mirabili della vita che è un passaggio e un incrocio di storie, meraviglioso.
P.S. Mio papà da sette anni non c'è più, è andato e venuto anche lui, in un mare di cui mi sento onda anch'io. Ed è per questo che riesco a ricordarlo a ciglio asciutto, sorridendo.

giovedì 17 luglio 2014

Figli migliori di noi (poco alla volta)

Foto by Leonora
Dico spesso a Giovanni (ma anche a Giacomo e a Giorgia): "Tu sarai migliore di me".
Lo dico per aumentargli l'autostima - perché è fondamentale che sappia quanto tengo a lui - ma soprattutto perché lo credo. Credo davvero diventerà un giorno migliore di me, imparando a non ricalcare i miei difetti, ad evitare i molti errori che commetto, le mancanze di attenzione per le persone che mi vogliono bene, le distrazioni, gli egocentrismi, le esagerazioni...
L'altra sera, discutendo con Isabella, ho alzato la voce, abbiamo gridato, come non dovrebbe succedere ma come a volte capita, ho dato anche un paio di manate all'anta del frigorifero, provocando un rumore che lì per lì non mi pareva gran che. Uscendo però dalla cucina, aprendo la porta, l'ho visto seduto sul divano, insieme con Giorgia, stranamente senza la tv accesa né la play-station o un'altra diavoleria. Ho realizzato allora che stavano ascoltando, che magari non capivano le parole ma intuivano l'atmosfera, mi sono rivisto io, quando mia madre e mio padre litigavano, il disagio che provavo, l'ansietà, la paura...
Nonostante fossi ancora furioso (che sciocco, a ripensarci ora, ad essere tanto arrabbiato, e che sciocco in generale a prendermela tanto per cose da poco, gocce nel fiume della vita e che si ingigantiscono a dismisura) nonostante fossi ancora furioso, dicevo, vedendoli così mi sono aperto in un sorriso ampio, schiacciando l'occhiolino e dicendo loro: "Bene, questa sì che era una discussione seria".
Prima di salirmene al piano sopra e continuare la mia sceneggiata con Isabella (passando dalla fase "Gridiamoci in faccia" a quella "Ignoriamoci di spalle"), li ho visti distendersi in volto, abbozzare un sorriso a loro volta.
Sì, Giovanni e Giorgia e Giacomo saranno migliori di me, senza rendersene conto, salendomi sulle spalle come ho fatto io con mio padre. Non devono preoccuparsi per come accadrà, né sentirsi schiacciati o mai all'altezza. Non capiterà all'improvviso, bensì saranno come quegli altari votivi spontanei che si ammirano sui sentieri delle Dolomiti e di cui mi parlavamo ieri Roberto e Laura. Sono alte più di un metro, fatte dai piccoli sassi che i viandanti mettono in pigna, uno sopra l'altro, come segno di ringraziamento. È così che i nostri figli diventeranno migliori di noi, quasi senza accorgersene, poco alla volta.

lunedì 30 giugno 2014

Storylab (siamo anelli di catena)

Foto by Leonora
"Aiutaci a creare il più grande archivio fotografico di Bergamo e provincia".
Storylab è tutto qua, in dodici parole e un'idea forte, quella di rendere disponibile e accessibile la memoria di una città, di una terra.
Oggi è il gran giorno, quello in cui il progetto ha preso il via, dopo una gestazione durata qualche mese e con le finiture in corso d'opera, come avviene sempre in quest'era digitale dove tutto è perennemente "beta".
Lo racconto perché proprio questo è l'aspetto che mi incuriosisce e affascina di più, come credo avvenga per il meccanico che registra il motore man mano che la gara avanza o il medico che si prende cura del paziente giorno per giorno, dosando farmaci e terapia.
Io tutto questo l'ho preso per la coda, essendo arrivato quando tutto era sulla rampa di lancio, dando un paio di spunti per la campagna di lancio sul giornale di carta e venendo coinvolto - come tutti a Mediaon - potendo dire la mia a ruota libera, scambiando opionioni e suggerimenti, cercando di remare tutti dalla stessa parte, senza mostrine sulla giacca e con un obiettivo comune: quello di fare meglio possibile, aprendo una strada.
Può darsi verrà un giorno in cui racconteremo nel dettaglio com'è nato il tutto, per ora mi accontento di sottolineare l'aspetto che più mi affasciana, quello appunto della partecipazione ("Aiutaci a creare il più grande archivio fotografico") e quello della memoria. Chi mi conosce sa che ne ho il culto, pur nella convizione che sia una battaglia persa. Tutto infatti verrà dimenticato, ogni cosa tra cento o mille anni sarà sparita, almeno nella forma e consistenza in cui la conosciamo ora. Però l'idea di spostare un po' più in là l'asticella, la possibilità di lasciare traccia dei nostri padri, dei nostri nonni, dei nostri borghi, delle nostre radici in definitiva, mi scalda il cuore. Se infatti il "per sempre" non ha dimora su questa terra, sono convinto che vedendo quelle immagini in bianco e nero qualcuno si farà qualche domanda e magari ai nostri figli o anche a noi stessi si accenderà una lampadina, ricordando che non siamo eterni, bensì provvisori anelli di catena. Ma proprio questo è il bello: non essere soli, sapere che ci sarà un dopo perché c'è stato un prima.
P.S. Questo post lo dedico al mio bisnonno Giovanni, alla sua faccia da cow-boy, con la camicia senza colletto, i baffi a manubrio e il cappello sulle ventitrè, che dalla lapide più alta del cimitero mi guarda, accanto alla bisnonna Lucia. Di lui so poco ma in quel poco c'è che gli assomiglio in altezza, "anche se lui stava più dritto di te" diceva mio padre, che quando era bambino lo riaccompagnava a casa, la domenica mattina, dopo che tornando da messa faceva un salto all'osteria e non abituato al vino forte di importazione si addormentava a metà strada, sotto un fico, sulla riva dove ora c'è casa mia.