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venerdì 1 luglio 2022

Mettersi in moto (Incontro al destino)

Leggenda vuole che la prima cosa che hai chiesto sia stata: "Dov'è la retromarcia?".
Non credo sia avvenuto o, se anche fosse, l'avrai detto per burla, con lo spirito scanzonato che ti distingue e ti rende unico non soltanto ai miei occhi. La riporto ugualmente, perché come direbbe un ormai vecchio direttore di giornale riguardo a una notizia di prima pagina: "È talmente bella, vuoi anche che sia vera?".
L'ho presa larga, come spero tu non prenda mai una curva, per raccontare il tuo primo giorno di moto, quelle due ruote sospese tra inferno e paradiso che da oltre un secolo ammaliano milioni di persone, generazione dopo generazione, compresa la mia.
Tuo nonno era un appassionato, io meno, forse non soltanto per una madre angosciata al pensiero che potesse accadermi qualcosa. Fu così che a sedici anni mi arrivò in casa un Laverda 125 di seconda mano, con il manubrio da pista e che qualche anno dopo venne rottamata, senza aver fatto più di una manciata di chilometri (quasi tutti un sabato pomeriggio che non c'era nessuno a casa e con il mio amico Angelo andammo a provarla sul rettilineo dietro la Nelsa).
Prima c'era stato un Motobecane 50 prestato e poi chiesto indietro da un amico di famiglia e un Ciclone usato che non partiva mai e procedeva più che altro a spinta (colpa della carburazione, ma cosa ne sai tu della carburazione: del resto, pure io non è che sia un meccanico Yamaha).
Venne infine la Vespa Px 200, la stessa che uso tuttora e credo sia all'origine del tuo desiderio di sentire l'aria sul viso e la libertà di poter andare ovunque, in moto appunto, anche se per i puristi associare le moto a uno scooter è una bestemmia.
Continuo a tenermi a distanza dal centro del discorso, quasi girassi in tondo, su una pista.
In verità se riporto tutto ciò è per lasciare a futura memoria la ragione che, a differenza di mia madre, mi ha impedito di fare resistenza ad oltranza, concedendoti il permesso di adottarne una.
La premessa è stata la stessa di tutte le altre decisioni che riguardano te e i tuoi fratelli, convinto che non posso proteggervi pretendendo di rinchiudervi in una bolla, in una casa di vetro, limitandomi a formarvi affinché di voi stessi abbiate cura.
Un rischio che si chiama "educativo" non soltanto per facezia.
Il motivo vero però che mi ha acquietato la coscienza è stata una tragedia.
Non in moto, non una delle tante, troppe storie strazianti che mi è capitato di raccontare aprendo il Tg, compreso ieri sera.
Piuttosto, le tragedie di Eschilo, Euripide, Sofocle. Quella di Edipo o di Elettra. Il racconto di come il destino alla fine sia padrone di ogni cosa e se le strade intraprese sono scelte soltanto in base all'obiettivo di evitarlo, alla fine proprio quelle conducono ad incontrarlo, spesso pestandoci il muso, sbocciando in sciagura, in rovina.
Per questo ho cambiato idea. Perciò ho allentato le maglie dell'intransigenza.
Non perché sia certo di non pentirmene: tutt'altro. Ma è una consapevolezza che devo saper accettare, se non voglio morire insieme a te ogni giorno, di paura.

P.S. Sii prudente. Senza ossessione, ma con determinata perseveranza. Il problema della moto, nove volte su dieci, non sta in chi sta in sella, bensì in tutti gli altri, maldestri o distratti alla guida. E oltre a questo, più di tutto, temi la confidenza. Quando tutto ti sembrerà facile, naturale, quando avrai macinato centinaia di chilometri in modalità tranquilla. Un grande del motociclismo, Giacomo Agostini, che intervistai anni fa e che tuttora in moto viaggia, mi disse che importante è essere sempre vigili, senza distrazioni, pronti a svoltare rapidi o ad usare il freno. Perché di accelerare sono capaci tutti, quel che conta però è sapersi fermare rapidi, nel lampo che conta.

sabato 24 settembre 2016

L'aria in faccia (Lasciarsi, tenendoci)

Foto by Leonora
Mi stringi come se non dovessi andar più via e nel contempo come se mi stessi già lasciando, carne della mia carne e creatura unica, a sé stante, com'è giusto che sia, da che mondo è mondo.
Sei nel mezzo di un dosso, terminata la discesa del bambino che eri e iniziata la rincorsa per l'uomo che sarai, ragazzo ancora in tutto per tutto, senza un filo di barba né un pelo sulle gambe, proprio come alla tua età ero io. Adoro le tue battute, il tuo cervello lesto, persino gli scatti e le furie che ti prendono per un nonnulla, carattere di chi un carattere ce l'ha, pur se a volte ti vorrei diverso, meno volubile, più pacato, tranquillo. Ti osservo mentre cresci, quando sei in compagnia dei tuoi amici, specie in questo tempo di vita in cui l'indipendenza è un pane che si assaggia ogni giorno, uscendo la sera, andandosene in giro in bicicletta, scoprendo il mondo che esiste oltre la strada avanti e indietro casa e oratorio e campo da calcio, trascorrendo ore e ore senza un compito preciso né un doverne dare conto.
Mi accorgo adesso, e un po' ne provo imbarazzo, di quanto sciocchi fossero i timori che avevo quando eri piccino: che non trovassi la tua strada nel mondo, che frequentassi compagnie sbagliate, che avessi spirito gregario e ti facessi trascinare, ribelle a conto terzi, banderuola sbattuta dal vento. Non abbasso la guardia, semplicemente comprendo che di guardie non ce n'è bisogno, che nessuno può tenere a te più di te stesso e che un padre non è custode, semmai un compagno di viaggio.
Così mi godo i momenti con te, fianco a fianco - vedendo un film sul divano, discutendo su quale giocatore inserire nel fantacalcio, al ritorno da scuola sulla Vespa io davanti e tu dietro mentre mi dici: "L'aria in faccia, ecco quello che mi piace un sacco" - sapendo che a breve sarai ancor più indipendente e ce ne saranno sempre meno, ma l'intensità e il bene colmeranno gli spazi dei differenti percorsi, del ruolo distinto che abbiamo.
Ho una fortuna immensa, immeritata nel senso che non esistono meriti tanto grandi da poter giustificare un simile dono: ho avuto voi, tu e i tuoi fratelli, ma so benissimo che pur avendovi non mi appartenete e che lasciarvi crescere, lasciarvi andare, è l'unico modo per tenervi, oltre che per dimostrarvi quanto a voi tengo.

sabato 28 maggio 2016

"Anche meno" (La virtù del togliere)

Foto by Leonora
"Anche meno". Mi viene da ridere e insieme riflettere ascoltando l'astronauta Paolo Nespoli a Radio DeeJay (minuto 80.25) quando spiega che "lo Shuttle va in pensione non perché vecchio, bensì è troppo nuovo. Gli americani, così come noi, tendono a rispondere con la tecnologia a tutti i problemi che incontrano. Serve un sensore? Beh, ne mettono due. E poi cinque, dieci. Alla fine diventa una macchina così complessa che è impossibile da gestire. Nelle navicelle russe invece non c'è neanche il computer! Se non c'è, loro dicono, non si spacca. Noi restiamo increduli e dubbiosi, ma si può fare. E valutando la sicurezza, la navicella russa è persino più sicura dello Shuttle".
Più banalmente, tornando con i piedi per terra e senza andare nello spazio, capita anche a me: quando l'auto nuova si blocca non posso far altro che chiamare il carro attrezzi, se invece ha problemi di avviamento la Vespa (anno di immatricolazione 1984) basta spingerla e nove volte su dieci si mette in moto
Lo scrivo con un filo di imbarazzo, essendo pienamente figlio del mio tempo, invaghito, affascinato, intrigato da tutto quel ben di dio di aggeggi che la tecnologia sforna di continuo.
A volte tuttavia togliere è meglio che aggiungere. Vale anche per l'arte (lo scultore con il blocco di marmo, lo scrittore con le parole...) e talvolta pure per la vita.
"Anche meno" potrebbe diventare uno stile, un metodo, una stella polare e un'àncora al tempo stesso.
Ecco allora, tanto per non restare nel vago, alcune indicazioni pratiche che hanno valore e significato di buon proposito per il sottoscritto.
Meno libri ma quelli che restano leggerli.
Meno cibo, gustandolo.
Meno riguardo per il denaro, spendedolo senza avarizia né prodigalità.
Meno fesso: anche se lo siamo tutti prima o poi e - chi non lo è - facile sia un arrogante o un farabutto.
Meno ipocrisia.
Meno carne sotto i denti e nella pancia.
Meno applicazioni nel telefono.
Meno chiacchiere banali.
Meno scatti di nervosismo.
Meno scarpe e vestiti nell'armadio (tanto poi metto sempre quel paio).
Meno tempo libero sciupato.
Meno tentazioni e magari in più qualche vizio o sfizio.
Meno ascensori da prendere.
Meno paranoie di fronte alle novità o al cambiamento.
Meno giudizi prima di "camminare almeno tre lune nei mocassini dell'altro".
Meno consigli inutili e scritti retorici. E qui, per coerenza, mi fermo.

lunedì 16 maggio 2011

Politici in tv: nessuno a pranzo


Faccio eccezione all'anno sabbatico da telespettatore della politica, infilando tutto d'un fiato La 7, Sky tg 24 e, latte alle ginocchia in fundus, Porta a porta. Per buona creanza nei confronti della categoria a cui appartengo, tralascio ogni commento sull'arredamento in fotocopia dei vari uffici dei direttori dei giornali (a parte le esposizioni di mobili in Brianza, l'unico luogo dove le enciclopedie fanno bella mostra di sè), passando direttamente a loro, ai politicanti per professione, gente che frequenta parlamento, governo e famiglia nelle pause delle comparsate televisive. Video ergo sum. Gasparri, La Russa, La Torre, Enrico Letta, Bocchino, Luppi, Buttiglione (c'è ancora Buttiglione!!!): tutti a spiegare ch'era ovvio, che l'avevano detto, tutti a discettare in punta d'eloquio non solo le finissime strategie del loro partito, ma soprattutto come la penso io, proprio io, l'elettore. A sentirli loro mi conoscono benissimo, sanno cosa voglio, cosa penso, ma se così fosse dovrebbero ammettere che non gli affiderei un centesimo, figuriamoci il futuro di mio figlio. Sono mestieranti sazi e usurati, che al di là del teatro messo in scena, danno l'idea di badare soltanto ai fatti loro: la barca, la casa in centro, le vacanze ai Caraibi, le scarpe Tod's, pranzo e cena al ristorante dove l'antipasto viene venti euro. Per fortuna arriva la pubblicità, a interrompere trenta minuti di chiacchiere inutili e banali, associati a un florilegio di numeri in cui già alla prima tabella mi perdo. "L'Udc, dov'é l'Udc?" grida Vespa alla giornalista che legge i dati. Ovunque sia, l'Udc non lo trovano. Non me ne faccio un cruccio. Riparte la sfilata dei direttori, novelli Re Magi in visita al bambinetto Bruno: invece di oro, incenso e mirra, offrono come gentile cadeau la prima pagina del loro quotidiano. Schiaccio il tasto "spegni" del telecomando, mentre il mio mito de Bortoli, uno che hanno stirato da piccolo e non fa un plissé cascasse il mondo, s'aggiusta il ciuffo. Mi pento. Riaccendo. De Bortoli (come la scrivo la d minuscola, se è in principio al periodo?) s'è congedato. C'è invece Sallusti, stranemente basso, quasi incassato nella sedia, con il piano della scrivania che gli arriva alle ascelle. Sembra Gollum. Rispengo. Mi preparo per andare a letto e mentre spazzolo i denti (con i capelli non lo faccio più da un pezzo) penso che fuori dallo schermo c'è altro, tante persone serie che ancora ci credono, che non si accontentano del bla bla bla e ogni mattina vanno nel loro Comune o anche in Parlamento, cercando di combinare qualcosa di buono. Nelle orecchie ho ancora il gracchiare di Luppi, La Russa, La Torre, Buttiglione, Donati... Mi vengono in mente le loro facce: non ce n'é uno con cui andrei volentieri a pranzo. Ci sarà pure un motivo...

Foto by Leonora