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mercoledì 28 ottobre 2020

People (Gli occhi non mentono)

Ho detto di sì, perché Bettina è una persona che ho a cuore, fin dai tempi in cui mi faceva da cameraman ("camerawoman" sarebbe meglio dire), troppi anni or sono.
L'ho in mente ancora così, con quei capelli biondo rossi a caschetto, l'accento brasiliano e il sorriso indossato spesso, tranne le volte in cui le schiacciavano la coda senza sospettare quanto può essere spigolosa un'anima tonda con un cervello nel mezzo.
È stata lei tre mesi fa a contattarmi, per dire che aveva avuto l'idea di tradurre in un libro fotografico i molteplici sentimenti suscitati dalla prima ondata di virus, quando tutti eravamo impreparati a sostenerne l'urto (non è che ora lo siamo, nonostante l'esperienza passata, ma questo è un altro discorso).
Mi è stata chiesta l'introduzione al capitolo "People", alla terza insistenza le ho risposto che andava bene, ignorando chi fosse l'editore committente, senza pretendere un soldo né conoscere altro, limitandomi al piacere ricambiato della fiducia assegnata d'istinto.
Il volume è uscito ("Suspended Freedom", Lombardia Foto Book), ha un profumo che sa di buono e più che da leggere è da sfogliare, ammirando le molte fotografie incastonate nel bianco.
Ci sono pure le mie venti righe, ispirate a suo tempo e che a pagina diciannove hanno trovato aria, spazio.
Le riporto qui, essendo questa essenzialmente una stanza di casa loro.

Gli occhi non mentono e sono gli occhi quel che resta del giorno, ciò che più limpido rimane di un tempo “a volto coperto” che confidiamo appartenga soltanto al passato e che fatichiamo a raccontare, immersi tuttora nell'onda di piena montata all'improvviso e che ha cambiato l’esistenza di sempre, di come la conoscevamo.
È storia, non cronaca, quella che consegniamo agli archivi, alle pagine dei libri, come questo.
Ma è una storia muta, poiché le parole incespicano, tartagliano, non vanno dritte al punto, non riescono a spiegare l’essenza di quanto vissuto: il dolore, l’incertezza, il timore, l’angoscia, lo sgomento.
Per farlo, per lasciare traccia a chi verrà dopo di noi, per evitare che l’unica testimonianza sia quella di un resoconto ricco di dettagli ma di sentimenti povero, servono le immagini.
Le fotografie. Gli scatti dei volti, in particolare. E, dei volti, gli occhi soprattutto, che custodiscono non l’ultima immagine di chi era in vita, come per centinaia di anni si è creduto, bensì quanto ha provato, cosa stava provando, chi è sopravvissuto.
Guardarle, osservarle bene, altro sforzo non è richiesto, se non quello di aprire i nostri, di occhi, con un suggerimento: chiuderli subito dopo. Fissare l’immagine che troviamo di fronte e per un istante serrare le palpebre, lasciare penetrare quello sguardo nel nostro, sentire sotto pelle, prima ancora di immaginare, le mille emozioni tutte diverse, tutte uniche, che quelle persone in prima linea hanno sperimentato.
“People”. Gente, persone, anche popolo. Così ha per titolo questo capitolo, che forse più degli altri fa comprendere il significato di un periodo che ciascuno di noi ha vissuto in maniera differente, ma nel contempo pure esperienza di insieme, di comunità, di popolo appunto.
Un grazie sincero allora agli autori e ai soggetti di queste foto, di chi ha saputo cogliere e di chi si è fatto cogliere, di chi ha messo gli occhi davanti e dietro l’obiettivo, permettendo a noi di conservare memoria di un evento storico, dando forma e contenuto a parole quali virus, pandemia, malattia, morte, contagio, che abbiamo sentito ripetere migliaia, milioni di volte, e proprio per questo faticano a mantenere la forza d’urto, l’impatto, mentre le immagini colgono nel segno, come una carezza e al tempo stesso un pugno nello stomaco.

giovedì 31 ottobre 2019

L'ultima pagina del libro (Questo)


Questo blog, il mio lascito. Perché è vero che non sono altro che fogli di carta in un bidone che brucia, ma a differenza di soldi, palazzi, gioielli ed oro, queste parole raccontano di me, di questo tempo, rendendolo in qualche modo vivo.
Il primo ottobre scorso, in occasione del dodicesimo anniversario, mi ero ripromesso di tornare a scrivere con assiduità, un post al giorno, per un mese di fila.
L'ho fatto.
Un poco arrugginito all'inizio, più disinvolto nella scelta degli argomenti e nella stesura dei testi man mano che i giorni passavano, ricordando una delle regole principali di ogni mestiere, compreso il mio: per fare una cosa non c'è miglior modo che farla.
Trentun giorni, trentuno argomenti, trentuno spunti, alcuni pubblicizzati poco, altri nulla, qualcuno molto, messo su Twitter e su Facebook, ammorbando coloro che passano di lì e ogni tre per due trovavano la mia postilla (mi ha fatto assai sorridere David, con la sua consueta ironia: "Ma che logorrea tieni in questi giorni? Non riesco a starti dietro con i like").
Da domani me la prenderò con più calma, senza tuttavia farmi vincere dalla pigrizia.
Dico spesso che non ho ancora pubblicato un libro, ma mento. Questo blog è già di per sé un libro, anche se l'ultima pagina è quella che non ho ancora scritto.

P.S. Sono grato a questo blog, anche perché è un pretesto: per osservare meglio le cose, per riflettere sui giorni che passano e ciò che mi capita, per dialogare con me stesso e con gli altri, soprattutto per fare quanto ogni volta mi prefiggo: posare lo sguardo.
"Posare lo sguardo", vedere "veramente", in particolare la persona che mi sta dinnanzi, sia esso qualcuno che conosco benissimo e frequento abitualmente, sia chi intervisto per lavoro, chi incontro casualmente al bar, per strada. "Posare lo sguardo" è uno stile, un punto fermo, ciò che mi qualifica e fa di me un essere davvero umano.

venerdì 12 luglio 2019

Pollicino (Le passioni salvano la vita)


Ho sempre pensato fossero i libri a salvarmi la vita, a renderla meno noiosa, banale, monotona.
Per questo ne ho sempre uno con me, come la coperta di Linus: quando sono in auto, nella sale di attesa, mentre faccio la coda o attendo un appuntamento.
Per questo ne ho riempito le case che abito, ogni locale, elemento di arredo e tatuaggio sui muri dell'uomo che sono diventato, del bambino che ne aveva una dozzina e del ragazzo che i primi soldi che guadagnava li spendeva in libreria, considerando ricchezza raggiunta il giorno in cui invece di attendere le versioni economiche ci si poteva permettere le copertine rigide dell'edizione prima.
Ho sempre pensato fossero i libri, invece era altro. È altro.
È la voglia di leggere, il piacere di farlo, il desiderio di conoscenza, di vivere altri mondi, altri tempi, altre storie che non siano la mia, ma che con la mia si incrociano, diventando di due una.
Ho letto centinaia, migliaia di libri, non ne ho scritto uno. "Sarei un ottimo scrittore se soltanto avessi qualcosa da dire" ripeto spesso, mentendo per primo a me stesso.
A mancarmi non è la fantasia, né l'ambizione, così come illusorio è attendere una passione forte, un fuoco dentro. La gioia, il dolore, lo struggimento e tutto l'arcobaleno dei sentimenti possono fare da scintilla, ma - ne sono sempre più convinto - la differenza la fanno la determinazione, la caparbietà, la perseveranza, la volontà di farlo. Farlo. Non pensarlo. "La differenza tra fare una cosa e non farla è farla". Scriverlo. Una pagina dopo l'altra, alcune con fatica, altre con leggerezza, come mi ha detto una persona che stimo.
Forse lo farò, forse è giunto il momento. Nel frattempo resta questo blog, briciole di pane sparse alla rinfusa, che a guardarle dall'alto somigliano al percorso un po' strambo ma lineare di un moderno Pollicino e, nel bene e nel male, lasciano una traccia di me, che ai libri e alle parole debbo molto.

P.S. Ho cominciato questo post con altro intendimento, partendo dagli occhi spenti di una donna incontrata per caso, afflitta da un dolore dilaniante, delusa dalla vita, poiché essendosi appoggiata completamente a un uomo, quando lui l'ha lasciata è caduta lei e le è crollato tutto attorno. Mentre l'ascoltavo, mentre avvertivo sotto pelle il suo tormento, pensavo a cosa avesse lasciato scampo a me, al motivo per cui neppure nei momenti più bui dell'esistenza ho avvertito un vuoto tanto tremendo. La prima immagine che mi è venuta in mente sono stati i libri e da lì è partito tutto.

martedì 20 gennaio 2015

Purezza (Si sta come del limone nel microonde le scorze)

Foto by Leonora
Purezza. Un concetto che Francesco Piccolo nel libro "Il desiderio di essere come tutti" prende a pretesto per parlare di sè, di noi, di una parte consistente della generazione a cui appartengo, divisa in due come una mela: con me o contro di me, senza spazio di tollerenza alcuna, dallo sport alla politica.
Una questione di appartenenza e di esclusione, in cui il dettaglio (simpatizzare per la sinistra o votare per Berlusconi, ad esempio; considerare l'immigrazione una sciagura o una risorsa; tifare Juventus o credere che calciopoli sia ancora attuale...) smette di essere una parte e diventa totale, classificatorio, discriminante.
Un etichettamento seducente quanto contradditorio e pericoloso, a cui io stesso devo prestare attenzione, per non restarne invischiato. Mi aiutano a non cadere in tentazione la consapevolezza dei miei torti e la vicinanza di persone, amici compresi, che su alcuni argomenti hanno posizioni distanti anni luce dalle mie, mentre per il resto sono uguali o persino migliori. Sono loro che mi ammaestrano, come la volpe con il piccolo principe, evitando che la virtù del (presunto) giusto sfoci in un vizio.
Non so perché sono arrivato a scrivere questo. Ero partito con il proposito assai meno ambizioso di raccontare un episodio domestico, una scoperta da nulla, che sul Giorgio di un anno fa sarebbe scivolato via invece al Giorgio che sono diventato pare d'un certo rilievo.
Occorre tuttavia un preambolo. Da qualche mese, per non fare tutti i giorni avanti e indietro da Bergamo, mi fermo qui, in due locali che mi fanno da appartamento e che sono diventati per me casa e tana, in tutto e per tutto. Così io, che fino a settembre non svuotavo nemmeno il sacchetto dell'immondizia e guardavo il fornello come un curioso strumento alieno, ora mi rifaccio il letto, ogni dieci giorni cambio le lenzuola, tengo in ordine il bagno, lavo i piatti, talvolta cucino... Sì, cucino. Per lo più scaldo vivande, ad essere onesto. Con la conseguenza per me insopportabile dell'odore di cibo che poi rimane, a volte pure dopo aver tenuto le finestre spalancate lungo tempo. Ebbene, oggi, con un'alzata d'ingegno degna di mastro Lindo ho risolto brillantemente la questione, prendendo un bicchiere d'acqua, immergendoci la scorsa di mezzo limone e facendo bollire il tutto. Tre minuti di micronde e già dopo una manciata di secondi sembrava di essere a mezza costa, sul mare, in mezzo a un agrumeto. E' purezza anche questa, dell'aria che respiro (e così mi sono ricordato il motivo per cui avevo iniziato questo post, mi sto ingentilendo ma non sono rincitrullito proprio del tutto).

venerdì 2 marzo 2012

La fiamma di Abele

Leggo De Luca. Mi emoziona sempre, come mette in fila le parole e ne fa asole, nodi, corde tese da una pianta all'altra, scolpite una per una senza fretta, talento in vendita senza apparire commerciale. David mi ha insegnato a camminargli a fianco anni or sono e tuttora mi costringe a mettere il piede nelle impronte di quest'uomo che ha la faccia a immagine del suo raccontare.
Non ho mai scritto un libro, sono sterile di fusto anche se a volte sento la linfa salire dalle radici e aspirare all'alto dei rami. Mi bloccano, oltre all'assenza di un'urgenza, due complicanze: il considerare nessun argomento meritevole e la consapevolezza che nulla vince l'oblio, la memoria è destinata a soccombere e il contrario è una sfida perduta in partenza, oltre che uno spreco, un "hevel", in ebraico, che - come ho imparato dallo stesso De Luca - è lo stampo di Abele. M'arrendo prima, alzo le mani, sento il bisogno di inchinarmi all'ineluttabile, accettando con docilità il destino finito di un uomo: non essere immortale.
So che esiste un fuoco, una fiamma che ignora i ragionamenti e costringe a partorire, sulla pelle ne ho provato il calore, mai le bruciature. Nel frattempo sono puntuale qui, un diario iniziato anni fa senza pretese e che giorno per giorno è diventato compagno fedele, costante, foglio d'appunti che a volte mi illudo sia già vero libro, a volerci cavare il meglio o anche così. Ma è appunto un'illusione. Uno più uno più uno più uno non fa un'insieme, anche se a qualcuno leggerlo non dispiace.

Foto by Leonora

domenica 6 novembre 2011

Lacrime e fiamme (Steve Jobs di Walter Isaacson)

E' qui che mi guarda, con pupille penetranti e gli occhiali tondi, barba pepe e sale ben curata e lupetto nero. Steve J. mi guarda, dalla copertina del libro di Walter Isaacson, che ho comprato pur essendo generalmente ostile ai libri che comprano tutti: li compro anch'io, ma due o tre anni dopo.
Stavolta non ho resistito. Non ho ceduto all'istant book del Corriere, né ad altre pubblicazioni che d'un tratto hanno occupato gli scaffali migliori, ma quando sono entrato nel negozio di piazza San Fedele, una settimana fa, lui, Steve J., mi guardava, con quello sguardo intenso che diceva: "Sono qui per te, proprio per te". L'ho comprato. Perché il genio m'ha sempre affascinato e pur essendo io all'esatto polo opposto, quello della mediocrità, proprio come lui mi sono sempre sentito speciale, fortunato, un predestinato. Per fare che? Non lo so. Non si può avere sempre tutto.
Premesso questo, sono rimasto colpito da due cose. Una scontata ed è la capacità degli americani di scrivere biografie che non siano celebrazioni di questo o quel personaggio, ma cerchino di raccontarne la complessità, lato oscuro incluso. L'altra ne è una diretta conseguenza ed è la differenza tra il Jobs maturo, pubblico, patinato, che hanno conosciuto milioni di persone nel mondo, e quello controverso, fragile, a tratti inquietante, che traspare dal libro.
E' proprio vero ciò che ho notato quest'estate e che ho già messo d'appunto qui, cioè che impressionante è la differenza tra un prato visto da lontano, dall'alto e guardato appoggiandoci il naso.
Il genio è un tizzone ardente, che brucia dentro e, se non si sta attenti, tutt'attorno. Ciò non toglie un'oncia alla grandezza dell'uomo, ma lo fa scendere dal gradino più alto, impedendogli di tradire se stesso, sentendosi un dio.
La cosa che mi ha colpito di più? A parte che non era leale (ma questo credo sia nel dna di qualsiasi imprenditore di successo, fa parte del principio darwiniano che sopravvive il più forte o, nel caso specifico, il più furbo) e che per anni e anni ha camminato scalzo, facendosi il bagno di tanto in tanto, mai comunque più di una volta alla settimana, credo di esser rimasto impressionato dal numero di volte in cui ha pianto. Per rabbia, frustrazione, delusione, quasi mai per compassione, così almeno appare dal libro. Per questo si è dedicato alla cultura zen, per trovare equilibrio, per incanalare le fiamme e impedire che lo divorassero.

Foto by Leonora