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domenica 5 febbraio 2023

Ora e sempre (Ricordalo)

Tutto tende a maturazione, soltanto due parti di noi non invecchiano: gli occhi e lo spirito.
Lo scrivo senza punto interrogativo, tu leggilo lo stesso (il “dubbio” - lo sai - è incudine su cui deve battere di ogni conoscenza il martello).
Degli occhi dico poco, poiché ciascuno sa cosa siano. Mi limito a due dettagli:
- il cruccio di averti trasmesso un colore banalmente castano, a differenza di quelli verdi di tua madre e azzurri di quasi tutti gli altri Bardaglio
- la capacità, guardandoci dentro, di collegarsi direttamente all’essenza dell’altro, di chiunque si ha di fronte, scrutandone il centro, la pupilla, il punto mirabile che rivela l’umano.
Sullo spirito invece ci sarebbero da scrivere pagine, un libro, un trattato, come in realtà molti filosofi - sai bene pure questo - hanno fatto.
Scaccio la tentazione di annoiare ed eccedere dalle venti righe, più o meno, che mi impegnano, facendola breve, spiegando cosa per spirito intendo io: un moto dell'animo, tutto ciò che è immateriale, che costituisce chi siamo, oltre l’aspetto fisico, qualcosa di talmente vago e vasto da essere paragonato esso stesso a un mondo, un universo.
Non aggiungo altro, che già il regalo più grande che puoi farti, ogni giorno, è essere consapevole che esiste, nutrirlo, allevarlo, educarlo. E che se lo fai, se lo farai, crescerà sempre, non conoscerà curve al ribasso né anzianità, a dispetto del tempo.

P.S. Ho rotto un lungo silenzio, qui, perché so che ci tieni, hai a cuore che alimenti questa sorta di diario di bordo, incalzandomi spesso, inducendomi a superare pigrizie e scrupoli.
In questo sei tu che sproni me a coltivare lo spirito, voglio riconoscertelo, facendomi constatare che non due, bensì tre sono i dettagli che non invecchiano: gli occhi, lo spirito e... il ricordo.
Il ricordo di te, ad esempio, che nonostante i ventitré anni oggi e il quasi metro ottanta continuo a “vedere” bambina, con le trecce e il viso furbo e il corpo snodato, mentre fai la verticale e la ruota nel salone della casa di via Varesina e poi mi salti al collo e ci abbracciamo, fortissimo.
Quell’abbraccio, fortissimo, è il mio legame con te, ora e sempre. Ricordalo.

venerdì 5 novembre 2021

La montagna incantata (Auguri Giovanni)

Dodici mesi fa i tuoi diciott'anni li hai festeggiati da recluso: tre settimane nella tua stanza, contagiato dal virus che ha condizionato questo scorcio di secolo, a sorpresa.
Questo giorno, pur se nulla di eccezionale, al confronto è stato comunque un compleanno lieto, pur senza picchi né abbondanza di festa.

Tralascio la contabilità minuta dei regali e messaggi, passo lesto a ciò che più mi sta a cuore, oltre al ribadirti la felicità che porti ogni giorno nella nostra vita.

Il messaggio che ho per te, oggi, è in un'immagine.

Una montagna. Una vetta all'orizzonte, non importa quale, se spoglia, aguzza, brulla, irta, bianca di neve o avvolta nella nebbia.

Una montagna a cui tendere lo sguardo, che sia per te chiarezza di visione, aspirazione, desiderio di approdo, pur lontano che appaia o che sia.

Nessuno può esserti accanto sempre o caricarsi sulle spalle i tuoi fardelli e farti sorridere, darti fiato e gioia di vita, ma potrai farlo tu, se saprai individuare un obiettivo, una "montagna" appunto, compiendo ogni giorno un passo, piccolo o grande, purché orientandolo a una direzione, a una meta.

Il desiderio e l’ambizione buona non mettono infatti al riparo dalle delusioni occasionali, dalle paludi momentanee, dal buio che cala la sera, ma sono antidoti naturali alla frustrazione continua, alle amarezze profonde, al senso di vuoto o stagnazione opprimente che a volte punteggia l'esistenza.

Intendiamoci. La vita non è la montagna, né tanto meno la vetta. La vita è tutto ciò che sta sotto, attorno, lungo il cammino anche, spesso a distanze siderali dalla cima.

Proprio per questo - se posso darti un consiglio - scegline una alta, elevata.

Perché più sarà alta, più a lungo ti terrà impegnato il cammino, più ti si gonfierà il cuore, più ampio sarà il paesaggio, più varrà la pena ogni sacrificio, fatica, rinuncia.


P.S. Di montagna può essercene più d'una e non è mai troppo tardi per scegliersela, scoprirla, adottarla. Vale per te e i tuoi diciannove anni, come per chi di primavere ne ha sulle spalle una carriola.

A cominciare da me, che di montagne ne ho sempre avute, spesso inconsapevolmente, talvolta dimenticandole, altre ignorandole di proposito o rifiutando l'ipotesi di avvicinarmi, per timore, miseria, vigliaccheria. Anche quest'ultime, tuttavia, non le ho cancellate del tutto, restano lontane all'orizzonte, ma presenti, pronte ad accogliere il mio primo passo, quando che sia.

giovedì 2 settembre 2021

La consistenza del prato (Auguri Giulia)

"Ho letto un articolo, le dieci erbe più infestanti: nel nostro prato ce ne manca una".
Sorride Paola mentre riporta le parole del marito, che un metro più in là scuote la testa, rassegnato e divertito.
Ripenso a questa scena mentre ho le ginocchia a terra, zuppo, intento a "tagliare" una zolla come fosse uno scalpo, per togliere da sotto il terriccio, abbassare il livello del piano e riuscire finalmente ad riaprire il cancello, bloccato da un tempo infinito.
Nel corso degli anni le graminacee hanno avuto il sopravvento, con le loro radici coriacee, formando trame spesse, compatte.
Quel tessuto è modello per le nostre comunità, un'unione che fa la forza, contro lo sfaldamento.
Poiché anche i fili più sottili, compresi quelli d’erba, diventano robusti, resistenti, quando s’intrecciano.

P.S. Oggi è il tuo compleanno, ventisei anni, la parte migliore della nostra famiglia, come ti ho definito a tavola, parlando ai miei figli, i tuoi cugini.
Alla limpidezza di sguardo e alla generosità di cuore, tu aggiungi infatti l'insistenza nel cercare l'altro, nel creare relazioni, occasioni di incontro. 
Sei, per tutti noi, ago e filo, evitando che ciascuno proceda a lungo per conto suo, trasformando gli steli esili che siamo in un tappeto robusto, fitto.
L'augurio che ti faccio, Giulia, è proprio di non scordare mai questa qualità, di continuare a coltivarla, restando ciò che sei, una curatrice naturale, un seme rigenerante, buono.

lunedì 8 marzo 2021

Il regalo∞ (Un otto, sdraiato)

Un otto sdraiato (∞) è il segno dell'infinito e infinita potrebbe apparire la distanza per congiungere due eventi che ricorrono in questo 8 marzo: la festa delle donne e l'ottantesimo compleanno di Ambrogio.
Invece un punto e croce in comune io lo noto.
Concerne il nesso tra riconoscenza e miglioramento, tra tradizione e progresso, tra vecchio e nuovo.
Non parlerò allora della festa né di Ambrogio, bensì delle donne e della generazione che ci ha immediatamente preceduto, quella di chi oggi ha settanta o ottant'anni, ovvero tutte le persone a cui dobbiamo il benessere di cui godiamo, i giganti le cui spalle ci hanno innalzato, senza le quali non avremmo tutte le opportunità che oggi abbondano.
La stessa generazione di mio padre, per intenderci, a cui non smetterò mai di essere grato e che per certi aspetti era avanti anni luce, un illuminato proprio, ma per altri restava ancorato a schemi fissi, che oggi mi appaiono in tutta la loro inadeguatezza, che stridono come unghie sui vetri in base alla sensibilità maturata nel tempo.
Ho citato le donne, non per caso. Io stesso sono figlio della concezione rigida secondo la quale l'uomo, il maschio, usciva a lavorare e la donna, la femmina, badava alle faccende domestiche, ad accudire prole e casa. Anche chi non faceva la casalinga e aveva un mestiere che la impegnava otto ore al giorno, come mia madre, era scontato che al ritorno a casa le spettasse pulire, stirare, lavare, cucinare...
In pratica è come se in una corsa, qualcuno dovesse gareggiare portando in più sulla schiena una zaino colmo di sassi, un fardello.
Inaccettabile, oltre che iniquo, ingiusto. Non soltanto per i miei figli, né per me, anche per lo stesso Ambrogio o per mio padre, se fosse ancora vivo, a ragionarci ora, ne sono certo (poiché una migliore sensibilità non è discesa dal cielo, né germogliata nel deserto, bensì si è formata "in virtù" della generazione che pian piano ci sta salutando, non "nonostante" essa).
Il vero regalo allora - come alternativa alla mimosa o, per i più generosi, in aggiunta ad essa - è lo scrollarci di dosso pregiudizi, vecchi stereotipi e cattive abitudini che di fatto penalizzano, discriminano.
Non una benevola concessione, bensì la presa di coscienza di un torto evidente e l'opportunità di porvi definitivamente rimedio (da parte mia, ad esempio, spendendo qualche parola meno e pulendo casa o cucinando, di più).

P.S. Quello che avevo da dire ad Ambrogio gliel'ho detto, lasciandogli ieri sul tavolo una bottiglia di vino e una lettera, per raccontargli ciò che a voce non riuscirei, per una sorta di pudore, di imbarazzo. Qui aggiungo soltanto un dettaglio, scrivendo che per lui provo una stima e un bene immensi, che somigliano proprio a un otto, sdraiato.

venerdì 5 febbraio 2021

Occhi fissi sul campo (Spalla a spalla, a Italo)

Perdonami. Perdonami figlia mia se nel tuo giorno di festa ho il cuore cupo, striato dal dolore di persone care, che soffrono.
Conoscevo Italo da una quindicina d'anni, da quando tuo fratello Giacomo era voluto andare a giocare a calcio in una categoria superiore, dimostrando già allora un'ambizione insospettabile per quel carattere in apparenza imperturbabile, cheto.
Quel mondo Italo lo frequentava a suo agio, essendosi messo anch'egli alla prova spesso, per decenni, sul campo e in panchina, roccioso e arguto nel contempo.
Entrambi genitori di figli in calzoncini corti e alti poco più di un metro, siamo stati sovente spalla a spalla, due volte la settimana almeno, da settembre a giugno, pioggia o sole o vento, alle partite o di fronte al cancello, terminato l'allenamento.
Ero io ad andare a cercarlo, perché sapevo che mi aspettava volentieri, in tribuna o a bordo campo. Lui conosceva il mio stile garbato, io apprezzavo i suoi lunghi silenzi, concentrato a osservare il gioco, e ancor più le occasioni rare e preziose in cui apriva bocca, per esprimere sottovoce un commento, un giudizio mai banale, lapidario.
I giorni più luminosi erano quelli in cui accanto a noi arrivava un altro padre, Piero: non soltanto il suo migliore amico, ma l'emblema stesso dell'amicizia che può esserci tra due persone, quel miracoloso vincolo che si crea a dispetto delle differenze, anzi, forte in modo direttamente proporzionale alle diversità di stile, di gusto, di carattere, di fisico.
Italo e Piero. Piero e Italo. Massiccio e pratico e interista uno; esile e fantasioso e milanista l'altro. Insieme, uno spettacolo. Di ironia, sarcasmo, soprattutto di bene, stima, affetto.
Italo se n'è andato in questo giorno mite di febbraio, spezzato in nemmeno quattro settimane da quel virus che - sbagliando - credevo avessimo ormai imparato a tenere al guinzaglio, almeno per le persone vicine, per coloro che non penseresti mai possano essere estratte a sorte dal mazzo.
Un lampo di sgomento, che mi ha riportato a dieci mesi fa, al dolore di altre persone care, a Luciano, alla sua famiglia, a quella di molti colleghi bergamaschi, al dramma identico di questa epidemia che non vediamo l'ora sia finita, illudendoci che stia tutto tornando normale, anche se di normale c'è nulla o poco.
Per questo sono così, nel giorno del tuo ventunesimo compleanno, perché non riesco a non pensare a Stefano e Irene e a Rossella, i figli di Italo, che hanno più o meno la tua età e a Giovanna, sua moglie, e a Piero stesso, schiacciati da un vuoto che è come un manto, di piombo.
Un dolore ingiusto, che non ha motivo, mai, per nessun essere umano, da che mondo è mondo.
Un dolore che si unisce all'apprensione di altre persone che mi sono vicine e in questi mesi vivono la morsa di un altro male, combattendo tenacemente ma accusando spesso il colpo, com'è comprensibile, non essendo noi fatti di gomma, avendo crepe pure quando non le mostriamo.
Per questo aspetterò che ti addormenti, Giorgina, per venire a osservarti un minuto, nonostante il buio, ascoltando il tuo respiro, calmo, piano, chiudendo gli occhi, cercando di sentire in quel momento ancora Italo vicino, spalla a spalla, come quando eravamo in tribuna di sperduti campi, e so che non lo guarderò, non riuscirò a guardarlo, continuerò a tenere lo sguardo fisso sul prato, per non commuovermi, e gli dirò quello che non sono mai riuscito a dirgli ma che lui sapeva, perché era un uomo acuto, oltre che buono. Un uomo che sono orgoglioso di avere conosciuto e di considerare per sempre amico.

mercoledì 11 novembre 2020

L'estate di San Martino (La natura che aggiusta)

Al mio compleanno, da che sono nato, segue il giorno che nella tradizione contadina si dedicava al trasloco, con i lavoratori stagionali che lasciavano la cascina, la casa padronale, con la natura entrata a riposo e poche braccia necessarie a mandare avanti tutto.
È per una coincidenza che in questa data mi sia trovato ad entrare nei locali dove tuttora abito, e oggi, quarantotto anni dopo, riscopra pienamente il contatto con la terra, il gusto di mettere fisicamente mano all'erba, alle piante, al giardino.
Un piacere che in parte ha sostituito quello della lettura, l'unica esperienza che fino ad ora mi permetteva di distrarmi da tutto, di rilassarmi, di riparare, di "aggiustarmi", in qualche modo, entrando e vivendo un altro mondo.
Non so se durerà, se il desiderio irrefrenabile di accantonare tutto e di prendermi cura del prato, dell'orto, delle aiuole, del bosco, sentendomi con la natura un essere unico, durerà a lungo, se sarà un fuoco di paglia o goccia che scava la roccia, che cambia non soltanto l'esterno di casa oppure l'essenza di ciò che sono, dentro.
Faccio pochi calcoli, come ho scritto ieri, "vivo l'attimo", avvertendo tuttavia il germoglio di un cambiamento profondo e intravedendo all'orizzonte il desiderio di essere un uomo diverso, con differenti obiettivi, priorità, la volontà di rifuggire l'ansia, lo stress, togliendo dal piedistallo la carriera, la posizione, il denaro, il comando, entrando più in armonia con il mondo, assecondando la ruota che gira, da sempre, sentendomi parte di un tutto.
Sono sulla soglia di quella stagione di vita tra estate ed autunno. Sto diventando vecchio.
Mi fa un poco paura, ma non mi dispiace affatto.

P.S. L'undici novembre ricorda San Martino, santo guerriero, famoso per avere diviso il mantello con chi aveva freddo. In quel mantello diviso io vedo tuttora un simbolo, il segno del materiale che non può, non deve essere fonte di divisione, piuttosto deve essere diviso, poiché esiste qualcosa di più grande, importante, essenziale, buono. Uno scrupolo attuale oggi, in questo tempo in cui sempre più il denaro rischia di diventare la misura di tutto. Il contatto con la natura insegna pure questo: a mettere in giusta scala il valore del possesso, dell'armonia, del tempo, dei fini, del mezzo.

martedì 10 novembre 2020

Il giorno più bello (Sogno o son desto)

È stato semplice, spartano. Il più semplice, il più spartano e insieme il più bello, vissuto senza imprese straordinarie, a contatto fisico o mentale con le persone a cui tengo, godute di persona oppure tramite messaggio, al telefono.
Oggi, meglio di così, non potevo immaginarlo, comprendendo alla fine che sono diventato più grande davvero, più vecchio, maturo, anche più contento.
Pur bravo che possa essere, le parole non potranno mai raccontare appieno lo stupore, la scoperta, il valore dell'incontro, le emozioni, le sensazioni, le esperienze che ho provato. Quelle esistono soltanto nel presente, nell'istante in cui si provano, poi fatalmente scivolano, si polverizzano, svaniscono, esattamente come all'alba un sogno, i cui contorni man mano si dileguano, tessere di domino che cadono ad una ad una, scenografie di teatro che man mano affondano nel mare sterminato dell'oblio.
Resta nella carne il ricordo di qualcosa di piacevole, bello, senza tuttavia un contorno definito.*
È una memoria di etichetta, di copertina, non di sostanza.
Accettarlo, rinunciare a trattenere ad ogni costo, essere consapevoli che comunque tutto passa, badare piuttosto a vivere l'attimo, è sapienza antica e insieme mai compresa del tutto.
Oggi però l'ho fatto. Domani non ricorderò bene tutto, nel dettaglio, ma che almeno qui rimanga traccia che oggi, per il mio cinquantaquattresimo compleanno, sono stato felice, a casa tutti insieme, al telefono o per messaggio - visti i tempi - con le altre persone che amo, il pomeriggio in giardino, a piantare erica e curare le aiuole in vista dell'inverno, guardando "Fargo" (il film) la sera, scartando molti regali e andando a letto sereno, cominciando un altro sogno, non sapendo dire in tutta onestà se più vago o reale di quello vissuto a occhi aperti, durante il giorno.


* Abbiamo timore della demenza, di diventare anziani e di incappare in quel male che ci riporta all'incapacità di ricordare tutto, come bambini di pochi mesi o come le piante, senza renderci conto che così lo siamo già, nella sostanza. È una questione di misura della memoria, di differente approssimazione, non di differente destino. Una constatazione che non mi mette tristezza. Al contrario, è così che affronto con più ottimismo il futuro.

giovedì 5 novembre 2020

Le tue prigioni (Diciott'anni, oggi)

Sei colui che forse più m'assomiglia - spero soltanto nei pregi - e il tuo compleanno è speciale fin da quando sei venuto al mondo, lo stesso giorno di mio padre.
Il cinque novembre è più di una data.
Il cinque novembre per me è il punto di sutura che trasforma due segmenti in una linea, cucendo a filo doppio il figlio e il padre che ho avuto e il padre e il figlio che resto, tuttora, nonostante da una dozzina d'anni con le dita non possa più sfiorare il palmo duro e il dorso morbido delle mani di tuo nonno, eppure ogni volta che ci penso è come se lo facessi, conservando memoria di lui in ogni cosa che conta.
Nell'esplosione della tua gioventù ricorda sempre questa certezza: coloro a cui vogliamo veramente bene non se ne vanno mai, li portiamo con noi, in un modo tanto essenziale da avvertirlo come esperienza fisica, anche se priva di contorni e materia.
Oggi diventi maggiorenne e anche questa è una notizia.
D'ora in poi per convenzione porterai la responsabilità di pensieri, opere e omissioni, anche se confido di averti insegnato a caricartele sulle spalle prima, così come ogni peso che avrai da portare in futuro sai di poterlo condividere sulle spalle di un'intera famiglia. Siamo unici, mai soli: non è poco.
Per il resto, migliaia sono i ricordi della strada percorsa insieme, altrettanti gli episodi, i momenti, le occasioni di gioia, di pura felicità, talvolta di scontro, incomprensione, sempre di crescita reciproca.
Anche ora, che pur mi hai superato in altezza e al pari di tuo fratello quando ti abbraccio debbo farlo da sotto a sopra, l'attimo che preferisco è quando mi guardi negli occhi, quando ti colleghi con me, senza bisogno di aggiungere parola, riconfermando quell'unione indissolubile che supera le leggi della chimica e che tu sperimenti in uno dei tratti che ti distinguono: il numero di amici, la schiera vasta di coetanei a cui sei legato: il più bel regalo che mi fai tu, testimonianza che sei nato seme e porta frutto di comunità ciò che matura la tua pianta.

P.S. Lo so, avresti voluto e meritato un compleanno diverso, una cena in compagnia, la festa con gli amici, risate, baci, abbracci, baldoria. Da giorni e giorni invece sei confinato in una stanza con bagno, senza possibilità di contatto alcuno, se non virtuale, a distanza, pur se non sei propriamente Silvio Pellico né vivi le sue prigioni. Le tue non hanno stenti, ma restrizioni. Mi spiace ci siano, però voglio essere altrettanto onesto, aggiungendo che non è più né meno di una delle molte prove della vita. È attraverso esse che si cresce, diventando grandi e non soltanto alti. Se riuscirai ad affrontarle con il sorriso ampio che hai avuto finora ti peseranno poco e avrai una vita piena, la migliore avventura del mondo.

domenica 26 luglio 2020

Sant’Anna (Pace tra generazioni)

Crediamo sia una linea dritta, invece ruota, fino a diventare cerchio, la testa che acchiappa la coda, il vecchio che ridiventa bimbo, tutto scorre e alla fine torna.
La vita a volte somiglia al tuo nome: palindromo. 
Anna. Due sillabe e due lettere soltanto, che si possono leggere avanti indietro, da sinistra a destra e viceversa.
Mi sei madre e appartieni a quel mondo di mezzo che ci ha fatto da culla e ora si estingue, come fa il giorno quando viene sera.
Non è vero che ci state consegnando una terra peggiore di come l'avete trovata, pure se a volte è un'impressione che calza.
Avete dovuto combattere la fame, la povertà, gli stenti, l'indigenza, non eravate educati alla sensibilità, al rispetto delle differenze, dell’ambiente, la maggior parte di voi non è vissuta abbastanza per aggiustare i danni collaterali di una lotta in buona fede, all'arma bianca.
La stessa sfida attende noi ora, con nuove incombenze, altre priorità, un diverso ordine di importanza.
Saper leggere i segni dei tempi, comprendere cosa lasciare in eredità a quanti ci succederanno, creare un patto tra generazioni che si susseguono: sono gli impegni che dobbiamo prenderci, per essere degni di quanto avete dato, per ricambiare i sacrifici sostenuti, riscattare gli errori commessi, celebrare degnamente la vostra memoria.
Te lo scrivo adesso, con riconoscenza, che per fortuna sei ancora viva (e il non detto tra le persone - me lo hai insegnato tu - è l'unica ferita che non si rimargina).

P.S. Ottant'anni. Una cifra ampia, oltre che tonda. Li hai compiuti sette giorni fa, non li dimostri neppure ora. In molti ti hanno fatto gli auguri, il regalo più bello però - ne sono certo - l'hai ricevuto senza consapevolezza dai tuoi nipoti, i figli dei figli tuoi e di tuo fratello, le fronde di una radice profonda, otto ragazzi in tutto, dai dodici ai ventiquattro anni, che in autonomia hanno deciso di trovarsi, a cena, una sera a metà della settimana appena passata, dimostrando di aver compreso la lezione più grande lasciata da te e da chi ti è vissuto accanto, in prima linea: il significato, il piacere e il valore di essere una famiglia.


giovedì 23 gennaio 2020

La lettera che non ti ho scritto (Ventitré anni, oggi)


I tuoi ventitré anni compiuti oggi li porti sulle spalle di un corpo che pare scolpito, epigono di generazioni che l'hanno forgiato a pane e fatica. Te ne prendi cura sempre, in questi mesi di più, attento a ciò che mangi, allenamenti, corse, palestra.
Ti osservo ammirato, soprattutto dalla determinazione con cui ti impegni in ciò che fai, stupito da quel tuo modo di essere diverso a seconda del contesto: silente e riflessivo in casa, sorridente ed esuberante in compagnia.
Non me ne faccio un cruccio: ho imparato ad apprezzare la tua riservatezza domestica, applicando la lezione del mio, d'un padre, che "ammaestrava" spostandosi, cioè senza volerlo fare, mettendosi innanzi tutto in ascolto, attendendo i momenti giusti, che non erano mai i suoi, ma quelli scelti dall'altro. Esiste pure un proverbio in dialetto comasco, calzante a pennello: "La légùra, senza cùr, la sà càta a tuti i ùr". La lepre, senza correre, si prende a tutte le ore".
Io di lepri non sono così esperto, di figli nemmeno. Imparo vivendo, sbagliando.
Se penso a te non ho preoccupazioni, hai carattere sensibile ma spalle forti, non soltanto quelle attaccate al tronco. Certo immagino per te una vita non chiusa nel bozzolo, piuttosto aperta alle relazioni, alle compagnie ampie, a una famiglia numerosa, se ne avrai una, come ti auguro.
Mi sembri un tipo di persona che in un tempo passato sarebbe stato un buon prete, uno di quelli che si consacrano al mondo, mettendo da parte l'io. Uno di quei preti saggi, perché hanno camminato e conosciuto il "deserto", il vuoto di relazione, di vocazione, di senso persino, e sono sopravvissuti lo stesso, più forti perché hanno sperimentato la debolezza, più saldi perché si sono perduti in qualche modo.
Sei migliore di me, di questo sono certo. E me ne compiaccio. Insieme alla fortuna che ho, di averti per figlio: uno dei motivi validi per cui essere stato al mondo.

mercoledì 22 gennaio 2020

L'amico è (Un Angelo)


Domani compirai un anno più di me, precedendomi, come sempre, come quasi in tutto.
Sei il primo di quei pochi amici che mi sono capitati in dono, coloro che c’è un modo semplice e lineare in cui si distinguono: può passare un giorno, una settimana o un anno, ma quando ti siedi di fronte e li guardi negli occhi riprendi il discorso che avevi lasciato, come se nulla fosse, anche se non ci si è raccontati tutto.
Debbo a te gran parte del buono dell’uomo che sono, anche se - proprio per ciò che ho scritto qui sopra - non te l’ho mai detto: so che lo sai, non ce n’era bisogno.
Faccio eccezione oggi, che ti attende un compleanno senza spigoli, tondo, perché un regalo lo fai continuamente a me, da mezzo secolo, da quando il bambino timido che ero, curioso quanto insicuro, ha incrociato la tua strada, trovando un’affinità elettiva e insieme un appiglio.
Pure se mi soffermassi a lungo e scrivessi un libro non riuscirei a descrivere un’infima parte di ciò che insieme abbiamo vissuto, condiviso.
Mi limito a questo, a dirti che con te, come con i veri amici, ho compreso e provato sulla mia pelle e nel cuore la forma dell'amore più puro, intenso, intimo, casto, generoso, disinteressato, scevro da competizioni, incomprensioni, pettegolezzi, garbugli e gelosie.
Un bene per scelta, ma anche un bene ricevuto, per provvidenza o destino.
Ha ragione Victor Hugo: “Tutti sanno provare dolore per il dolore altrui, soltanto i veri amici riescono a essere felici della gioia dell’altro”.
Un sentimento che fa da prova del nove e che per te ho sempre provato, avvertendolo ricambiato.
Perciò non posso che dirti grazie, questa volta sì, per iscritto, augurando a tutti di avere la mia fortuna: di avere accanto per la vita un Angelo.

martedì 5 novembre 2019

Se non ci fossi tu (Il buono che è in noi)


Se non ci fossi tu, bisognerebbe inventarti, ma inventandoti non riuscirei comunque a pareggiare la simpatia, l'originalità, la bellezza del ragazzo che sei, con i tuoi diciassette anni oggi e il ciuffo castano chiaro, gli occhi scuri, come i miei, come il lato della famiglia a cui appartengo, il sorriso unico, gli scatti di altruismo e pure di carattere, mai piatto, banale.
Se non ci fossi tu, la vita sarebbe come il lago d'inverno, un televisore senza audio, la casa a cui manca un tetto, il risotto insipido, il camino freddo, Instagram prima delle "Stories" e un cellulare con pochi giga, che questi paragone forse li capisci meglio.
Se non ci fossi tu, sarei più piccolo, più grigio, più povero, più ingobbito, più avaro, più scorbutico, più tignoso, più inquadrato, più triste, più malinconico, più pigro, più vecchio, e tutti questi più sarebbero un grande meno.
Se non ci fossi tu, guarderei con minore fiducia al futuro, mi aggrapperei con forza alle poche certezze dell'essere umano, scordando che è la speranza in qualcosa di infinito, di eterno, il tratto distintivo delle persone che siamo.
Se non ci fossi tu, avrei smesso di seminare empatia, di preoccuparmi che sappia metterti nei panni dell'altro, comprenderne i desideri, le emozioni, le ragioni, di creare legami, relazioni, essere perspicace, andare avanti, non fermarti di fronte a un ostacolo.
Se non ci fossi tu, mi vestirei da anziano, non guarderei film che invece meritano, ascolterei la stessa musica che andava di moda quand'ero ragazzo, non riderei per i "meme", eviterei di rispondere a domande che mi aprono un mondo.
Se non ci fossi tu, non ci sarei io, l'io che sono diventato, un uomo fortunato.

P.S. Avere figli non è un merito, è un dono. Conosco moltissime persone generative che per scelta o indipendentemente dalla loro volontà non sono madri e padri. Mi piace pensare alla paternità e alla maternità non come un fatto privato, bensì in relazione a una comunità, alla società degli esseri umani, nel loro complesso. In questo senso bambini e bambine, ragazzi e ragazzi, uomini e donne, non sono figlie e figli miei, tuoi, loro, bensì nostri, nostre, di tutti. E il buono che c'è, in questo mondo, è proprio perché con compiti diversi ma con eguale valore li facciamo crescere, aiutandoli a capire qual è il loro posto e a diventare possibilmente migliori di come noi siamo.

lunedì 21 ottobre 2019

Una sorprendente amicizia (anche se ci vediamo poco)


Sei arrivata da un paese lontano, senza sapere la lingua, preceduta da tua madre, che ti ha spianato la strada senza risparmiarti la fatica di percorrerla, comprese le salite e i dossi che riserva la vita.
Ti ho conosciuta per caso, notando come fossi sempre in movimento, come non ti costasse il sacrificio, la fatica, l'umiltà del lavoro, svolto con dedizione, con cura, senza stare con le mani in mano, pure quando nessuno ti osservava.
Le prime parole le abbiamo scambiate di sfuggita, mentre tenevi gli occhi bassi, per un misto di soggezione e diffidenza. Hai imparato a sorridere pian piano, concedendo insieme fiducia e confidenza.
E' così che ho conosciuto oltre l'apparenza, compresi i dispiaceri, le delusioni, le rughe del cuore, mentre la pelle del viso resta liscia, da bambina.
Ci vediamo poco, rare volte all'anno, di sfuggita, eppure anche in quelle occasioni ho sempre qualcosa da imparare da te. L'ultima lezione che mi hai dato è stata sulla riconoscenza, sull'essere grati per le persone che danno senza chiedere nulla.
Anche per questo, pur se mi sento in colpa per le mie assenze, per restarmene mesi senza scambiare neanche un messaggio, so che ciò ci lega ha un nome e quel nome è "amicizia".
Te lo dico oggi, che compi gli anni, per farti una sorpresa, sapendo che ogni tanto passi di qua, per dimostrarti che anch'io ogni tanto ho buona memoria.

martedì 1 ottobre 2019

Dodici anni insieme (e un proposito)


Dodici anni. Un blog, quasi mille post e mezzo milione di pagine viste, spesso di sfuggita, a volte con attenzione, in molti casi con affetto da chi mi conosce, perché è una parola, quella scritta qui, che sempre mi assomiglia.
Ho cominciato il primo ottobre del 2007 per un impulso di libertà, in un tempo di panni stretti e crisi di coscienza, per testimoniare un impegno, oltre che raccontare ciò che mi passava per la testa. Via via è avvenuta una modifica, come accade quando una cosa è viva, diventando nella versione attuale una sorta di diario di bordo, a memoria presente e futura di ciò che sono, almeno nella parte buona, quella pubblica.
Ci sono stati mesi in cui sono stato presentissimo, altri meno, in alcuni casi un messaggio appena, mai però la spina è stata staccata, così come le "venti righe", di volta in volta più lunghe o più corte, senza tuttavia estinguersi o sbordare, per eccesso o scarsità di vena creativa.
Per celebrare degnamente questa piccola ricorrenza avrei un proposito, che faccia da pungolo alla mia naturale pigrizia e al contempo - avendo un principio e una fine - metta al riparo innanzi tutto me stesso dal peccato di vanità, di supponenza: scrivere ogni giorno un post, per un mese di fila.

P.S. Ringrazio tutti. Chi legge, chi mi segue, chi critica, chi elogia, chi scrive... Un grazie particolare lo riservo a Leonora, le cui fotografie mi accompagnano praticamente dalla prima ora. Quella di oggi l'ho scelta perché illustra più di un'enciclopedia ciò che penso delle parole che si scrivono, comprese quelle che in dodici anni si sono accumulate qui: dureranno una generazione, forse due, se il caso vuole pure di più, ma alla fine svaniranno, come carta in un bidone, che brucia. Ciò non ci esime dallo scriverle, esattamente come l'usignolo che canta, il cane che abbaia, il pesce che nuota.

sabato 2 marzo 2019

Dritto negli occhi (Vedere, pienamente)


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Li hai compiuti quasi un mese fa, ho aspettato fino ad oggi, per non dare nulla per scontato, per evitare che il mestiere sostituisse il sentimento, per sorprenderti, perché lo stupore dovrebbe essere sempre l'ingrediente principale di un regalo.
Un regalo è quello che tu consegni a me, ogni giorno, con i tuoi abbracci affettuosi, le battute di spirito, i gesti buffi, persino le bizze e i momenti scostanti del tuo carattere tumultuoso, mai domo né sazio.
Vivi un tempo di pienezza, anche se non ne hai completa consapevolezza e tutto sembra di passaggio, un'ascesa infinita, di cui si scorge a malapena l'origine mentre avvolto nella nebbia è tutto il resto.
Stai crescendo, com'è giusto che sia, però la spinta propulsiva dell'adolescenza è giunta al culmine e a breve ti troverai anche fisicamente su un piano inclinato, una discesa dolce che chiamiamo maturità e ci trasforma fuori e soprattutto dentro.
Ti prendo in giro spesso, risultando a volte tignoso o irritante, ma niente affatto preoccupato, convinto come sono che saprai affrontare ogni ostacolo e gustare ogni gioia, facendo leva sui tuoi molti talenti e senza perdere la bussola, ricordando dove vuoi arrivare ma prima ancora da dove arrivi, dove hai radici.
Guardare l'altro sempre dritto, negli occhi. Questo ti chiedo, questo è quanto io per primo cerco di fare ogni giorno, con chiunque mi trovo innanzi, in special modo i più umili. Vederli, pienamente, senza spocchia, senza supponenza, senza limitarsi a sguardi superficiali e distratti. Lo scrivo in questi giorni, in cui per primo io a volte ho l'impressione di essere osservato da alcuni - per fortuna non dagli amici o in famiglia - quasi fosse trasparente o con una protervia che mi lascia sgomento, abbattutto, prima ancora che arrabbiato, indispettito, furente. Non è mai l'azione altrui che dobbiamo prendere a pretesto per diventare peggiori di quanto siamo, è sempre la nostra reazione che ci qualifica e ciò risulta consolante, poiché sull'azione altrui abbiamo poco o nessun potere mentre sulla reazione nostra il dominio è assoluto, dipende da noi, completamente.

P.S. Ieri e oggi ti sei concessa un giorno con tua madre, alle terme. Lo so, quello è un vero regalo, di sostanza e non quelli che faccio io, a parole. Però so che mi vuoi bene lo stesso e anche questo dimostra quanto grande sia l'amore che ti lega a me, che unisce padri e figlie.

mercoledì 23 gennaio 2019

Il tratto distintivo (Mettersi nei panni dell'altro)


La mamma è diventata più brava di me pure con le parole e ti ha scritto un messaggio bellissimo ("Vivi sempre il domani con gli occhi di oggi, con il tuo altruismo e la tua serietà, con la tua sensibilità e la tua empatia, con il tuo essere unico e speciale"), a cui non posso aggiungere altro, avendo colto perfettamente l'essenziale di ciò che sei, i tratti che ti distinguono.
Non mi resta allora che abbracciarti, salendo sulle punte e appoggiando per un istante il capo sul tuo torace da sportivo, solido quanto il faggio di casa piantato in mezzo al giardino.
Qualche giorno fa è ricomparso sul computer un filmato di te piccino, che aspettavi Babbo Natale e scartavi i regali a casa del nonno. Avevi uno sguardo colmo di stupore e un'agitazione che cercavi di contenere, invano. Mi sono intenerito, ricordando il bambino che eri e che per me rimani tuttora, nonostante l'altezza e la tempra da adulto.
Ti osservo tuttora con attenzione ma da lontano, senza avvicinarmi troppo, evitando di essere invadente e fidandomi di te, ciecamente, che "ciecamente" è l'unico modo in cui riesco a farlo (da un lato perché non esiste fiducia a raggio limitato e dall'altro poiché un padre non riesce mai ad essere obiettivo nei confronti del figlio).
Siamo esseri unici, differenti l'uno dall'altro, mai completamente d'un colore, portando in dote diversi talenti e coltivando svariate virtù o vizi, a seconda del caso, che nessuno è mai perfetto e se lo fosse sarebbe una tragedia, oltre che noioso, un sacco.
Buon compleanno allora, senza squilli di tromba, in compagnia delle persone a cui vuoi bene e che bene ti vogliono. In fatto di regali, lo sai, sono una frana, ma conto sul tuo buon cuore per strapparti un sorriso lo stesso.

P.S. Siamo tutti diversi, pur essendo padre e figlio o tra fratelli, è vero, e non bisogna essere dei geni per comprenderlo. Tuttavia un tratto in comune nella nostra famiglia credo esista davvero e si riassume in una parola che tua madre non a caso ha citato: "empatia". Empatia, la capacità di mettersi nei panni dell'altro, di provare sulla propria pelle i suoi stessi sentimenti. Qualcosa che abbiamo nel sangue, qualcosa che a volte comporta un peso, ma di cui andare sempre fiero, perché ti fa essere pienamente umano.

lunedì 7 gennaio 2019

Dieci più uno (Un compleanno col trucco)


Sono in tutto undici, con noi è stato il primo.
Un compleanno lungo, durato due giorni, dalla festa con i tuoi amici di ieri pomeriggio al momento insieme stasera, quello che tu hai definito "con i tuoi parenti", che poi sono i miei e in effetti anche i tuoi, ora, che pur conservando la tua originalità fai parte della nostra famiglia al cento per cento.
Ti ho visto contento, spensierato: è stato il più bel regalo. Lo sei spesso in questi giorni e mi si allarga il cuore ogni volta che ti metti a ridere a perdifiato e sembri immemore di ciò che è brutto, come se non ci facessi caso. So che non è sempre così, che quando vai a letto, la sera, e metti la testa sotto il lenzuolo e stai per addormentarti i cattivi pensieri a volte ti accompagnano. Lo intuisco da certi sospiri o forse sono io a dare forma al silenzio, mettendomi nei tuoi panni, ponendo in fila tutti gli inciampi di cui la vita ti ha presentato così presto il conto. Non conosco cosa alberga a tratti nel tuo stomaco, posso immaginarlo, tuttavia so pure che la vita è maggiore di qualsiasi ostacolo, così come la voglia di cielo limpido spazza via le nubi più scure e ti fa crescere sereno.
In più hai un candore, una purezza ch'è uno spettacolo. La si notava quando ti si illuminavano gli occhi - come ormai da noi si illuminano a nessuno - mentre scartavi i pacchetti: una felpa, una camicia, dei calzoni, le carte dei Pokemon, le figurine dei calciatori, il videogioco di Spiderman (quello che Gesù Bambino a Natale "si era sbagliato"), la scatola con i giochi di prestigio.
Per dieci minuti, al centro della sala, ti sei trasformato proprio in un mago, mostrandoci quanto imparato al volo.
E' stata l'unica volta in cui, di fronte a certi trucchi, non ho desiderato di scomparire io.

P.S. Tenerezza infinita ho provato anche in un altro momento: quando tua mamma ti ha chiamato e sei rimasto a parlare con lei un sacco e a un certo punto le hai domandato di tuo padre, di quanto in realtà è alto. "Perché?" ti deve aver chiesto lei e tu, impettito, le hai risposto: "Perché voglio sapere quando diventerò alto io".
Non so quanto diventerai alto, non lo sa nessuno, ma grande lo sei già, adesso.

lunedì 5 febbraio 2018

Otto lettere (Auguri Giorgina)


D’accordo, il segreto è guardare le cose dall’alto, possibilmente dai titoli di coda, poiché - checche se ne dica - il finale fa sempre la differenza, nei film e nei libri come nella vita, quando si mette tutto in fila e si distingue il buono dal gramo, i rimorsi dai rimpianti, la verità dalla bugia.

Il primo giorno in cui sei nata non lo ricordo perfettamente, so che eri in anticipo di un mese, a differenza dei ritardi con cui rincasi spesso ora, la sera. Allora come oggi non ne ho mai fatto un dramma, sapendo che sarebbe impossibile, oltre che contro natura, metterti sotto una campana di vetro, pretendere di proteggerti “togliendoti” dal mondo. Per questo fin da quando eri bambina ho cercato di intrecciare per te due sentimenti che stanno in piedi soltanto se vanno a braccetto: coraggio e fiducia.

Ci sono attimi di noi a cui sono più affezionato. Ad esempio la mattina presto quando per svegliarti ti sussurro all’orecchio frasi che vorrebbero essere divertenti e tu sorridi anche se divertenti non ti sembrano affatto e nove volte su dieci manderesti a quel paese chiunque. Chiunque, tranne me. A conferma di quanto forte è il legame degli affetti, il considerarsi speciali a vicenda.

I momenti brutti li vivono tutti, quello peggiore con te è stato una vigilia di Natale, undici anni fa. Ti avevano ricoverato per quella che pareva una banale febbre alta, invece il medico ci aveva chiamati per dirti che qualcosa non andava, che il tuo polso batteva strano, che occorreva fare accertamenti immediati e nel caso operarti al cuore, intervenire d’urgenza. Ricordo la corsa nei corridoi sotterranei del vecchio Sant’Anna, tu piccina piccina sulla barella, io che chiamavo tua nonna per dirle che non potevo andare a prendere all’altro ospedale tuo nonno, ormai in fin di vita, tacendo però su quello che stava capitando con te, per non spaventarla. Buio. Buio per una mezz’ora. Il silenzio delle stanze vuote, il ronzio dell’apparecchiatura che diagnosticava, l’attesa del responso finale. Luce. La luce della lampada accanto alla dottoressa della specialistica, la sua voce calda, le rassicurazioni, la mano di tua madre nella mia, le lacrime liberatorie sulle guance, tu sdraiata sul lettino con i capelli raccolti a treccia, nessuna malattia grave, nessuna operazione al cuore da fare, lo scampato pericolo e una gioia piana, immensa.

Oltre i singoli istanti memorabili del passato c’è l’attesa per la persona che sarai, la donna che già sei e che diventerai. Attesa, non ansia. Dare tempo al tempo è una lezione che ho imparato dalla vita, pur se comprendo la tua impazienza, il tuo desiderio di provare, di sperimentare, di crescere e diventare adulta. Non ti fermerò, non farò prediche mettendoti in guardia o ammonendoti che invece l’età più bella è la tua. Mi limiterò a questo: goditi sempre il tuo tempo, cerca di gustarne ogni istante, ogni  stagione, sappi vedere di ogni bicchiere il mezzo pieno e abbi sogni ad occhi aperti a cui pensare, specie quando chiudi gli occhi e vai a letto. Non conosco altre ricette per diventare una persona soddisfatta, realizzata, contenta.

T’innamorerai, come e forse più di quanto ti sia innamorata finora. T'innamorerai e imparerai ad amare, che rispetto all'innamorarsi non "capita", bensì richiede un moto di volontà, un'azione concreta, precisa. T'innamorerai e imparerai ad amare e soprattutto ad essere amata, pur se raramente incrocerai occhi identici a quelli che hai incontrato oggi, mentre ti veniva consegnato un ricordo piccolo ma prezioso, che parla delle tue radici e rimanda a quanto forte è il legame d'amore, che sbaraglia persino le barriere del tempo, dello spazio, della distanza. Siine fiera e testimone di quell'amore, a tua volta.

Ti ho detto quasi tutto, spero di non essere stato pedante.

Ormai sono alla fine di questo post, ho scritto molto. Otto capoversi, che - se ci fai caso - iniziano ciascuno con lettere che se le metti in fila compongono il numero dei tuoi anni, oggi: diciotto. Te l’ho scritto all’inizio: anche la vita è così e queste righe ne sono una conferma: per comprenderla devi “leggerla” fino in fondo e guardarla dall’alto, senza fretta. Auguri Giorgina.

sabato 27 gennaio 2018

Sette, quattordici, ventuno, diciotto

Sette, quattordici, ventuno, diciotto. In quella tabellina sbilenca che è la vita, mi ritrovo a fare i conti e dare i numeri ad ogni compleanno.
Ventuno. Gli anni che ha da poco compiuto Giacomo, con le sue linee tracciate sempre per diritto, i pensieri che fanno più rumore delle parole, le spalle larghe, che per abbracciarle devo stare in punta di piedi e creano un effetto strano, poiché inverte le posizioni naturali padre, figlio, adulto, ragazzo.
Diciotto. Gli anni che tra poco compirà Giorgia, anche lei alta ma non da non poterla prendere tuttora in braccio, con i suoi balzi d'umore e una sensibilità che ha preso dalla madre, anche se da me ha imparato a mascherarla spesso.
Giacomo e Giorgia. Li vedo crescere, con uno stupore doppio: da un lato notare come si stiano formando, con una loro personalità originale e indipendente, dall'altro non potere né volere fare nulla affinché si fermi il tempo, esattamente come uno spettatore separato dalla scena da un vetro, che assiste impotente ma pure lieto di fronte all'ineluttabilità del destino.
Non ho scelto di ricordare Giacomo e Giorgia (e aggiungo anche Giovanni) oggi, per caso.
Il 27 gennaio è un giorno che ho a cuore poiché si celebra la "memoria" e alla memoria, a qualsiasi memoria, sono affezionato.
Oggi non voglio soltanto ricordare ciò che di orribile c'è stato, ma anche condividere la fortuna che ho io, che abbiamo noi, che hanno Giacomo e Giorgia e Giovanni e milioni di loro coetanei, che vivono in case più che tiepide, con nel piatto cibo abbondante e attorno visi amici invece di violenza, freddo, sangue, sofferenza, solitudine, devastazione, terrore, dolore, morte, abbandono.
Esserne consapevoli è più che un dovere: è un regalo. Un regalo che ci facciamo reciprocamente, ad ogni compleanno.

venerdì 5 febbraio 2016

Sedici anni (Pane caldo e uva americana)

Foto by Leonora
I tuoi sedici anni, oggi. Vorrei bloccare il tempo, congelarlo come si fa con le provette e l'azoto, per averti sempre così, splendida e splendente, nell'aprile dei tuoi anni, sorridente di quel sorriso in bilico tra l'innocenza che non è più innocenza e la malizia che non è ancora malizia.
Nessun espediente però cattura e intrappola la magia della tua età senza guastarla e alla fine soffocarla, ucciderla. Gusto perciò l'attimo, questo battito d'ali breve ed intensissimo, istante perfetto di felicità, conscio di avere un'immensa fortuna già ad essermene accorto.
Non è accontentarsi, semmai l'opposto: godere pienamente di piccole gioie che porto idealmente al collo, grani perenni di un rosario gaudioso e umanissimo.
Come quando mi infilo nel tuo letto ogni tanto, la sera, e tu hai occhi e dita incollate al cellulare e mi dici sbuffando "Dai, papà!" ma poi porti pazienza e ridi mentre ti canto "Un corpo e un'anima" di Wes e Dori Ghezzi (due che se si presentassero oggi a Sanremo farebbero girare canale a quattro italiani su dieci perché no, gli extracomunitari con le nostre donne non li vogliamo) o "Tornerò"dei Santo California (con i cantanti che avevano senza saperlo il look degli iracheni durante il regime di Saddam Hussein eppure negli anni Settanta spopolavano). E poi canti anche tu e ti fai grattare la schiena, come piaceva a tua nonna che non hai conosciuto. O come quando fai la lotta con Giovanni e gli tiri i cuscini e lui fa versi da maiale sgozzato, che per fortuna non abitiamo in un condominio altrimenti ci avrebbero già denunciato. O ancora quando torni la sera tardi tardi ma sei con Giacomo e senza dirvi una parola vi ascolto congedarvi, ciascuno verso la propria camera, mentre continuo a tenere gli occhi chiusi per cercare il sonno e ringrazio il cielo che siete sani e salvi, al sicuro. Oppure quando abbassi gli occhi, diventati lucidi e con un lacrimone all'angolo, dopo l'ennesima ramanzina di tua madre, perché hai tenuto spento il telefono o hai lasciato disordine dappertutto.
Gesti banalissimi conservati nelle gocce d'ambra della memoria, preziosi più di un gioiello.
Auguri allora, figlia mia. Tu sai quanto poco assomigli la nostra famiglia a quella del Mulino Bianco, eppure grazie a te la mia vita profuma di pane caldo e uva americana ogni giorno.