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venerdì 7 marzo 2008

L'ottimismo dell'emù


Premessa prima: lavoro nel campo dell'informazione. Prima facevo altro (mi occupavo di servizi sociali, o servizi alla persona, per chi ama la definizione più raffinata) ma da una decina d'anni il giornalismo è a tempo pieno il mio mestiere.
Essendo tale, è ovvio che quando si parla se esista o meno, in futuro, lo spazio per professionisti pagati per raccogliere notizie, la mia posizione è di parte. E' un po' come se duecento anni fa avessero chiesto a un dodo o all'emù cosa pensassero del rischio di estinzione che correvano. A prescindere dal fatto che uno sia sopravvissuto e l'altro no, entrambi se la facevano sotto ma in fondo in fondo speravano di scamparla e in nessun caso si potevano definire obiettivi.

Così stando le cose, e volendo campare ancora a lungo, ovvio che faccio il tifo perché la risposta sia: "Sì, esisteranno ancora per un pezzo professionisti pagati per trovare e rendere pubbliche le notizie".
Purtroppo, la volontà dell'ottimismo non sempre tiene a galla i naufraghi aggrappati ai marosi.

Premessa seconda. La pubblicità non può essere considerata l'unica fonte di entrata di un'impresa editoriale, neppure sul web. Però neppure è facile immaginare di farne completamente a meno.

Domanda da un milione di dollari (io però non li ho e chiedo una risposta gratis): che forma di pubblicità saremmo disposti non dico a gradire, ma almeno a tollerare?

Mi piacerebbe che questo quesito, anche a rischio di diventare fastidioso come una catena di Sant'Antonio, fosse fatto circolare sul web. Giuro di non essere al soldo di alcuna compagnia di pubbliche relazioni e dichiaro solennemente che lo scopo della curiosità è puramente accademico.

Risposta personale: quella che quando clicco su un sito di informazione compare su schermo (anche intero) per 2 secondi e poi scompare.

Spiegazione: quando il New York Times (sempre sia lodato) decise di mettere l'archivio on line consultabile gratis, ebbi quasi un moto di commozione misto a sincera gratitudine quando prima dell'articolo selezionato mi si aprì una pagina di pubblicità (Toyota, se non ricordo male) per scomparire un lampo dopo.
Foto by Leonora

martedì 4 marzo 2008

Clicca che non ti passa



Occupandomi di informazione (pur se ammetto che in questo tempo sarei tentato di dedicarmi ad altro, addirittura di cambiare mestiere, e chi conosce quanto mi appassiona il giornalismo probabilmente riconosce l'eccezionalità del momento) mi interessa tutto ciò che riguarda il "sostentamento" del sistema dei media.


Propongo qui un'elementare e forse banale riflessione sulla “pubblicità on line”, che prende spunto dal recente dibattito in rete e, in particolare, a "State of the Net".





Le posizioni radicali potremmo sintetizzarle nel modo seguente.





  • “Talebani” (ciao Gaspar): la pubblicità on line non se la fila nessuno; i banner delle aziende vengono cliccati soltanto da chi ha poca dimestichezza con la tecnologia (il 2 per 1000 dei visitatori); sempre più persone utilizzano filtri che “bloccano” la pubblicità (“ad block”).

  • "Entusiasti": la pubblicità on line è la frontiera del futuro; ogni anno il budget degli investimenti pubblicitari sul web si moltiplica nell’ordine di decine di punti percentuali; attualmente il 4% degli investimenti pubblicitari viene orientato su Internet, stime ottimistiche giungono a ipotizzare che nel 2010 sarà il 10%.




Se proviamo a "scartare" gli estremi, sarei orientato a sostenere quanto segue.






  1. Se Internet è il “medium” del futuro, la pubblicità attraverso di esso ha una funzione strategica, non marginale.

  2. L’aumento percentuale di investimenti pubblicitari non cesserà, ma è difficile che continui un trend d’incremento a due cifre come lo registriamo in questi anni.

  3. Il banner è uno strumento forse superato, ma non è corretto valutarne l’impatto conteggiando quante volte viene “cliccato”. Non dimentichiamo che la funzione dirompente della pubblicità è quella di “mettere in vista” il prodotto ovvero di far passare un messaggio. L’interattività è un vantaggio in più, ma non bisogna confondere l’optional con il mezzo stesso.

  4. Studiare forme “intelligenti” e poco invasive di pubblicità, adatte allo strumento Internet, dovrebbe essere uno dei primi punti nell’agenda dei pubblicitari

  5. Pensare alla pubblicità come unica fonte di entrata è limitante e persino pericoloso nell'economia di un "medium" degno di essere definito tale

Foto by Leonora

martedì 11 dicembre 2007

Flash Gordon e il futuro (rosa) della pubblicità on line


Oggi nessuna domanda esistenziale. Spariglio le carte per parlare di un argomento che riguarda il mio lavoro (l'informazione) e in particolare la pubblicità.
La questione è contenuta in due post (1 e 2) di Gaspar, che a sua volta riprendeva un quesito che si poneva Zephoria, sul fatto che pochi o nessuno clicchino sui banner della pubblicità on line.

Un argomento che ieri gli inserti economici delle due principali testate italiane, "Corriere della Sera" e "Repubblica", riprendono con notevole evidenza ed opposti orizzonti.
Se infatti Repubblica, a pagina 27 di "Affari & Finanza", riporta in un articolo la scelta del colosso Procter & Gamble di spostare buona parte delle risorse dell'advertising dalla tv al web (una decisione strategica, secondo il loro responsabile marketing, Jim Stengel), il Corriere della Sera, a pagina 29 di "CorrierEconomia" riporta un articolo di Francesco Margiocco, dal titolo: "Web, pubblicità senza pubblico", con sottotitolo: "Cresce l'investimento per le campagne on line. Peccato che nessuno apra i banner".
Non solo due articoli, ma pure due tesi in contrapposizione evidente.
Senza pretese di scientificità, riporto un parere personale.
Da utente, infatti, non clicco mai su un banner, ma a differenza della tv, non posso evitare di vederlo, con tutti i meccanismi psicologici e comportamentali che ne derivano.
Se fossi un investitore pubblicitario, dunque, non mi preoccuperei del fatto che poche persone clicchino, bensì di quante persone vengano a conoscenza del mio prodotto, semplicemente vedendolo comparire, come una normale pubblicità.
Ecco perché, più che l'opportunità di approfondimento e di interazione che garantisce il web, punterei sull'istantaneità, sull'immediatezza del messaggio e commissionerei uno spot "inevitabile" (non puoi fare a meno di vederlo), "breve, se non brevissimo" (due, max tre secondi) e che soprattutto rimandi a una "sensazione", più che a una "informazione".
Velocità ed emozione, insomma. Come i fumetti di Flash Gordon.
Ieri, aprendo il sito di Repubblica, sono incappato in una pubblicità della Microsoft che aveva queste tre caratteristiche. E ho realizzato perché tale forme di pubblicità hanno un presente e, ancor più, un futuro.