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giovedì 23 aprile 2020

Senza fiato (Il peggio, al passato)


Tutta colpa di Raul Montanari. Se sono venti giorni che qua non aggiungo un rigo è responsabilità sua e dell'onesta quanto disarmante ammissione che ha fatto (video), quasi da "rappresentante sindacale degli scrittori": "Nessuno di noi sta scrivendo, perché per scrivere tu il cuore lo devi avere leggero, non puoi essere oppresso, non puoi avere il respiro corto".
E io, che scrittore non lo sono affatto, ma che in effetti scrivo, in queste settimane il respiro corto l'ho avuto eccome, a immagine e somiglianza del male che stiamo affrontando e che non a caso è terribile proprio perché toglie letteralmente l'aria, manda prima in affanno e poi ti schianta, lasciandoti senza fiato.
Ho scritto nulla, ma letto molto e ascoltato di più.
Mi sono preoccupato (lo sono tuttora, per alcune persone care che in un letto di terapia intensiva stanno resistendo, appese a un filo, o per una deriva da Stato vigilantes, non di diritto, a cui quotidianamente assistiamo).
Ho provato sgomento (per le testimonianze terribili di chi ha convissuto con il virus o da esso è stato sbaragliato).
In qualche caso ho avvertito rabbia (soprattutto per coloro che hanno aggiunto divisione nelle difficoltà e fatto intendere che quanto successo - specialmente qui - non sia una fatalità, bensì una colpa, che ci meritiamo).
Rabbia, preoccupazione, sgomento.
Ci sarà un tempo in cui tutto ciò che si è accumulato fluirà, in cui il groviglio di sensazioni emozioni sentimenti verrà dipanato.
Per ora mi accontento di alzare il capo, di guardare l'orizzonte di nuovo, di tastare con le mani le braccia, il torace, le altre parti del corpo e realizzare di essere vivo, vispo, senza poter annunciare lo scampato pericolo, ma consapevole che l'onda di piena che ha rotto gli argini e travolto tutto, ha esaurito la forza d'urto, rientrando.
Non è molto, lo so. Però è un inizio, il ramoscello d'ulivo nel becco della colomba sull'arca di Noè terminato il diluvio, il segnale che il peggio è passato. Speriamo.

P.S. Non vorrei essere frainteso: le difficoltà non stanno finendo, le difficoltà stanno cambiando. Questo però fa parte dell'esistenza, della continua tensione che accompagna la storia dell'essere umano, come sempre è stato prima, come sempre sarà dopo.

venerdì 12 luglio 2019

Pollicino (Le passioni salvano la vita)


Ho sempre pensato fossero i libri a salvarmi la vita, a renderla meno noiosa, banale, monotona.
Per questo ne ho sempre uno con me, come la coperta di Linus: quando sono in auto, nella sale di attesa, mentre faccio la coda o attendo un appuntamento.
Per questo ne ho riempito le case che abito, ogni locale, elemento di arredo e tatuaggio sui muri dell'uomo che sono diventato, del bambino che ne aveva una dozzina e del ragazzo che i primi soldi che guadagnava li spendeva in libreria, considerando ricchezza raggiunta il giorno in cui invece di attendere le versioni economiche ci si poteva permettere le copertine rigide dell'edizione prima.
Ho sempre pensato fossero i libri, invece era altro. È altro.
È la voglia di leggere, il piacere di farlo, il desiderio di conoscenza, di vivere altri mondi, altri tempi, altre storie che non siano la mia, ma che con la mia si incrociano, diventando di due una.
Ho letto centinaia, migliaia di libri, non ne ho scritto uno. "Sarei un ottimo scrittore se soltanto avessi qualcosa da dire" ripeto spesso, mentendo per primo a me stesso.
A mancarmi non è la fantasia, né l'ambizione, così come illusorio è attendere una passione forte, un fuoco dentro. La gioia, il dolore, lo struggimento e tutto l'arcobaleno dei sentimenti possono fare da scintilla, ma - ne sono sempre più convinto - la differenza la fanno la determinazione, la caparbietà, la perseveranza, la volontà di farlo. Farlo. Non pensarlo. "La differenza tra fare una cosa e non farla è farla". Scriverlo. Una pagina dopo l'altra, alcune con fatica, altre con leggerezza, come mi ha detto una persona che stimo.
Forse lo farò, forse è giunto il momento. Nel frattempo resta questo blog, briciole di pane sparse alla rinfusa, che a guardarle dall'alto somigliano al percorso un po' strambo ma lineare di un moderno Pollicino e, nel bene e nel male, lasciano una traccia di me, che ai libri e alle parole debbo molto.

P.S. Ho cominciato questo post con altro intendimento, partendo dagli occhi spenti di una donna incontrata per caso, afflitta da un dolore dilaniante, delusa dalla vita, poiché essendosi appoggiata completamente a un uomo, quando lui l'ha lasciata è caduta lei e le è crollato tutto attorno. Mentre l'ascoltavo, mentre avvertivo sotto pelle il suo tormento, pensavo a cosa avesse lasciato scampo a me, al motivo per cui neppure nei momenti più bui dell'esistenza ho avvertito un vuoto tanto tremendo. La prima immagine che mi è venuta in mente sono stati i libri e da lì è partito tutto.

venerdì 2 marzo 2012

La fiamma di Abele

Leggo De Luca. Mi emoziona sempre, come mette in fila le parole e ne fa asole, nodi, corde tese da una pianta all'altra, scolpite una per una senza fretta, talento in vendita senza apparire commerciale. David mi ha insegnato a camminargli a fianco anni or sono e tuttora mi costringe a mettere il piede nelle impronte di quest'uomo che ha la faccia a immagine del suo raccontare.
Non ho mai scritto un libro, sono sterile di fusto anche se a volte sento la linfa salire dalle radici e aspirare all'alto dei rami. Mi bloccano, oltre all'assenza di un'urgenza, due complicanze: il considerare nessun argomento meritevole e la consapevolezza che nulla vince l'oblio, la memoria è destinata a soccombere e il contrario è una sfida perduta in partenza, oltre che uno spreco, un "hevel", in ebraico, che - come ho imparato dallo stesso De Luca - è lo stampo di Abele. M'arrendo prima, alzo le mani, sento il bisogno di inchinarmi all'ineluttabile, accettando con docilità il destino finito di un uomo: non essere immortale.
So che esiste un fuoco, una fiamma che ignora i ragionamenti e costringe a partorire, sulla pelle ne ho provato il calore, mai le bruciature. Nel frattempo sono puntuale qui, un diario iniziato anni fa senza pretese e che giorno per giorno è diventato compagno fedele, costante, foglio d'appunti che a volte mi illudo sia già vero libro, a volerci cavare il meglio o anche così. Ma è appunto un'illusione. Uno più uno più uno più uno non fa un'insieme, anche se a qualcuno leggerlo non dispiace.

Foto by Leonora

domenica 1 gennaio 2012

Scrivi che ti passa (Il potere terapeutico della scrittura)

"Il potere terapeutico della scrittura". Me l'ha ricordato David, che l'ha sperimentato in prima persona quando l'ombra dell'incertezza, della morte, della malattia d'una persona cara gli ha oscurato l'orizzonte della sua stessa vita.
Il potere terapeutico della scrittura lo conosceva Tolkien, che fa dire a Bilbo Baggins, quando lascia volontariamente l'anello (ed è l'unico, con Samvise Gamgee, a farlo), che dopotutto così sarà libero di terminare il libro che aveva da lungo tempo cominciato.
Il potere terapeutico della scrittura lo tocco con mano io stesso, lasciando qui - quasi ogni giorno - la mia impronta, il calco in positivo della persona che sono, padre, figlio, fratello, amico, uomo perso nel mare d'uomini con l'angoscia nel cuore di non lasciare traccia, pur se con la testa so che la vera saggezza consiste nel perderla, nel fluire d'onda senza resistenze, poiché non esiste risposta ad una sola domanda che conta e non c'è altro destino, a questo mondo, dell'assenza prima o poi di memoria.
Una prospettiva soltanto in apparenza arida, oscura, a cui contrapporsi in ogni caso vale poco, nulla. Tanto vale farsene una ragione e, al più, scriverci sopra.

Foto by Leonora

lunedì 25 luglio 2011

Musica e parole: l'intuizione dei monaci


Tornato. Una settimana e un giorno di sole, chiacchiere, relax, mare, buoni piatti, letture. Staccando la spina ho accumulato molte idee, propositi, intuizioni, che vorrei condividere qui. Lo farò, pian piano, nei prossimi giorni. In principio però, una cosa che voglio lasciare d'appunto, premessa di tutto: per quanto bravo, talentuoso, geniale possa essere, ogni scrittore sa che nessuna delle sue parole può superare in narrazione la musica. L'ho compreso al mio ritorno, ripensando a Omero e agli scritti di Tolkien, mentre falciavo il prato. Riporto ciò che stavo facendo e non soltanto il pensiero, per un motivo preciso. Per l'uomo il lavoro delle proprie mani è fecondo anche per la testa, come ben sanno i monaci, che pur della vita hanno scelto la dimensione contemplativa.

Foto by Leonora