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sabato 11 luglio 2026

Il cruccio (Tu ci sarai)


Una settimana esatta. È quella che manca al matrimonio di tua figlia, un giorno in cui saresti stato elegante e radioso, di quel sorriso ampio che accende i volti di chi solitamente ha sguardo serio e l’espressione dei duri com’erano duri una volta.
So che dovrei essere soltanto contento, so che Silvia una contentezza piena se la merita, so anche che l’avrà, perch’è da quand’è nata semina dolcezza e a quel giorno con Matteo s’è preparata in piena regola, con quel puntiglio che ha e che ti somiglia. So anche che Roberta e Alberto e tutti noi e gli amici riempiranno ogni spicchio di giornata, lasciando punto spazio per altri pensieri che non siano di festa. E so infine che il cruccio che diventa stretto quanto un groppo, ora, quel giorno si dissolverà, trasformando il tuo bene in presenza, non volendo noi darti un dispiacere così grande da rovinare anche soltanto di striscio la giornata più attesa dalle persone che amavi di più e che ami tuttora. Oggi però lasciati abbracciare stretto, come quando segnava la Juventus all’ultimo minuto e vincevamo la partita, e permetti che la fitta al cuore che sento mi attraversi da parte a parte e mi si chiuda in un singhiozzo la gola, mentre tengo chiusi gli occhi per non far scendere lacrima e ti vedo, ti sento, senza bisogno che tu dica una parola.
Tutto passa, è vero, e anche il dolore si trasforma, non il ricordo di te, che non conosce morte, ch’è soltanto cosa viva.

P.S. Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa per ricordarti, tra una settimana. Ma io non so, Loris, se posso farcela. In ogni caso, manca qualche giorno e il tempo per convincermi o per dissuadermi definitamente ce l’hai. Io prometto che nonostante il turbinio del lavoro e degli impegni presterò attenzione e mi metterò in ascolto, certo che - come sempre - mi consiglierai la strada giusta.

lunedì 16 gennaio 2023

Il disegno (Una matassa di fili senza bandolo)

Ci giro in giro a lungo, sperando di passarci attraverso semplicemente lasciando scorrere il tempo, spostando ogni giorno la pietra d’inciampo più in là, tendendo i fili delle relazioni umane lo stretto necessario, rispondendo a chi bussa alla porta senza cercare per primo nessuno.
È una bolla, una risacca, un mulinello di sentimenti quello in cui sono finito, senza che i più lontani se ne accorgano, perché per notare certi stati d’animo occorre tenere il palmo della mano sulla guancia dell’altro, con in più la fortuna di cogliere il momento esatto del fremito, quell’istante in cui il disagio emerge, nitido, a dispetto della copertura di normalità spalmata sul resto.
È trascorso un anno esatto da quando te ne sei andato e - vengo al punto - non riesco ancora a guardare dritto nel vuoto che hai lasciato, allo sgomento che provo tuttora, quel misto di indifferenza e cinismo necessario per andare oltre, avanti almeno un passo. Quella forra di senso la sfioro, la accarezzo, la sondo, la assaggio, ma dentro non ci butto gli occhi mai, tenendo al riparo pure il cuore, come dietro un recinto.
È trascorso un anno esatto e proprio in corrispondenza di questo anniversario mi trovo aggrovigliato in una matassa di fili senza bandolo, conscio di essere così poco lucido da girare spesso a vuoto, incapace di comprendere ciò che io per primo voglio.
Aveva ragione la Deledda: siamo “canne al vento”. Chi più, chi meno, ci passiamo tutti, così come ciascuno di noi prima o poi deve affrontare il dilemma di Primo Levi: perché lui, perché lei e non io? Cosa ho fatto per meritarmi la fortuna di sopravvivere e cosa faccio per esser degno di essere sopravvissuto, per non sprecare o sciupare il dono ricevuto?
Domande a cui non trovo risposta, limitandomi a mettere un piede dopo l’altro, avanzando, confidando che alla fine, a distanza di mesi o di anni, guardando indietro, unendo i puntini, il cammino appaia tanto chiaro da prendere la forma di un contorno, l’immagine di qualcosa di buono, forse pure di bello.

P.S. Annoto qui una sensazione - poiché di ciò si tratta: un sentire, un sentore, un intuire, non un sapere, non un averne piena certezza, che è come il sogno, che sfugge quando nel dormiveglia si pensa di averlo acciuffato del tutto - che traspare con maggior lucidità proprio nel tempo più opaco. È la percezione esatta, lucida, che esista proprio un “disegno”, che capitino eventi, occasioni (qualcuno li chiama Provvidenza, altri destino, altri ancora semplicemente colpi di c… fortuna), come la sceneggiatura di un romanzo, come se qualcuno stesse tramando per noi, tessendo fili a prima vista invisibili ma che uniti danno sostanza a un tessuto, a qualcosa che ci comprende, quasi che tutto l’universo si pieghi per scrivere una storia in cui noi, ciascuno di noi, è al centro, protagonista in assolo di un’orchestra in cui siamo contemporaneamente musica e spartito, uditore e strumento.

lunedì 15 agosto 2022

Il dito e la luna (La maledizione del misurare)

Ti ho ascoltato, ho cercato di ascoltarti, come riesco, come posso, con tutti i limiti che mi porto appresso, compreso quello che mi rende così umano e mi spinge a “misurare tutto”.
Sei sempre accanto a me, pur se ti nomino di rado e ancor meno rivelo che ti penso, che mi manchi, che specialmente oggi avrò un vuoto dentro, poiché è una delle feste a cui non saresti mancato e mi parrà tuttora di vederti, a capotavola, mentre sorridi e versi il vino.
Dei molti che erano seduti, troppi mancano all’appello, tu però sei il più giovane, colui che non ha seguito la logica del tempo, che è stato strappato con uno scarto del destino.
Ti ho ascoltato, dicevo, cercando di godere questa vita più di quanto mi verrebbe spontaneo, concentrato come sono a costruire senza badare che un giorno, spesso senza preavviso, crolla tutto.
Ho programmato più vacanze, sono stato meno orso, ho sperimentato modi nuovi di viaggio, non ho avuto braccio corto e, quando mi veniva la tentazione di ritrarlo, mi sono tornate in mente le tue parole, ma prima ancora il tuo sguardo, l’espressione del tuo viso, esattamente un anno fa, quando senza fronzoli hai confidato quanto sciocchi siamo a rinunciare alle esperienze belle per pigrizia, per risparmio.
Ho cercato di fare la mia parte insomma, come ho visto fare a chi ti era ancora più vicino, per dimostrare che in noi, in tutti noi, sei vivo e che il tuo lasciarci così presto non è stato vano.

P.S. “Misurare” è abilità che può essere dono e maledizione al tempo stesso, una delle derive a cui come esseri umani tendiamo e che ci rende così diversi dalle creature che intendiamo divine, per le quali il tratto caratteristico è esattamente il contrario, cioè l’estrema abbondanza, il senza confini, il donare continuo, straripante, in eccesso.
“Misurare ogni cosa” è tentazione continua, una tendenza innata, pure negli spiriti più liberi.
Sconfiggerla, eliminarla, estirparla completamente è arduo, però se ne può avere consapevolezza, accorgersene, giungendo a mitigarla, tenendola a bada, impedendo che diventi idolo, ricordando che nessuno è tanto ricco come colei o colui ch’è veramente povero, cioè non aggrappato al materiale, disposto a rinunciarvi, in parte o del tutto.

sabato 5 febbraio 2022

Un passo avanti (Chiudere il cerchio)

Ho imparato a lasciare la presa molto tempo fa, dovrei farlo ancora, con te, anche se non sono pronto.
Non lo si è mai.
Faccio così, inverto la direzione, per lasciarti sì, ma non indietro, bensì avanti, sempre un passo, dove riesco a scorgerti, quasi a sfiorarti, a toccare con mano l'essenza che sei, ciò che rappresenti per me, per noi.
La tristezza - lo sai, l'hai provata - è un drappo greve, che tutto ammanta e persino soffoca se si orienta la mente al centro dell'abisso, sentendo sulla pelle, nelle viscere, la presenza del nulla, l'assenza di un dopo.
Scaccio con le mani il pensiero, come insetto fastidioso, punto i piedi saldi al suolo, chiudo gli occhi e vedo dove sei, dove ti ho lasciato, guardando insieme la fotografia che i nostri figli l'altra sera hanno scattato, ritrovandosi insieme, continuando una tradizione che ci precede e che ha reso anche noi felici, quando è stato il momento.
Sono loro la consolazione e il senso, il motivo per cui ti vedo innanzi a me e non da solo. Come mai soli siamo noi, finché tu sarai ago e il bene che ci vogliamo il filo.

P.S. Oggi è il compleanno dì Giorgia, il regalo più bello l’hai fatto tu, con la lettera che hai lasciato, a lei, a noi, alla nostra famiglia "allargata".
La conserviamo preziosa.
Nella tua saggia essenzialità hai saputo cogliere il meglio di ciò che siamo, l'unica eredità che vorrei i nostri figli portassero in dote, patrimonio e testimonianza di un dono inestimabile, infinito, che non c'entra nulla col denaro e rende ricchi, ricchissimi, con poco, vivendo quella dimensione di accoglienza, di ospitalità, di convivialità che "ha contribuito a conoscerci, a valutare i nostri pregi e difetti, a cementare gli affetti, a conoscere persone nuove, a confrontarci e a volte scontrarci su vari temi, ma senza serbare rancori di sorta, ha sempre prevalso il sorriso. Quel sorriso che contagia il cuore di fiducia e vedo nelle foto dei ragazzi, quando si ritrovano".
Vedi. L’ho detto, eri avanti. Hai scorto prima ciò che poi si è realizzato.

martedì 18 gennaio 2022

"Peccato non approfittarne" (Arrivederci Loris)

Vicino, troppo vicino mi sei, perché io possa dare sbocco a tanto dolore, a una pena infinita che ha afflitto la nostra famiglia, drenando in questi mesi leggerezza e pace interiore.
Uso il verbo presente, non il passato, perché è così che ti sento, Loris, che ti sentirò sempre.
Nei mesi scorsi ho cercato spesso conforto, facendo memoria di persone care, raccontando vicende di addii e dolore. Ogni volta, devi saperlo, eri tu che avevo nel cuore, era il dispiacere per ciò che stava capitando che faceva da spunto, binario e motore.
Per riguardo non potevo condividere pienamente l'angoscia, la preoccupazione, ci limitavamo entrambi al non detto, alla comprensione reciproca e silenziosa, all'allusione: così il lutto altrui è diventato lo specchio in cui si sbircia Medusa, per guardare in faccia la sofferenza senza diventare in pietre.
Perdonami se con te, proprio con te, non riesco a esser bravo quanto vorrei, a raccontarti degnamente.
Vicino, troppo vicino ti ho, per riassumere in poche righe chi sei, quanto per la nostra famiglia rappresenti, marito, fratello, cognato, cugino, padre.
Scelgo la parola "amico" perché le riassume tutte e non fa differenze.
Con la tua compostezza, la tua serietà, ch'era a volte come una maschera, indossata d'abitudine e che rendeva per contrasto splendenti le occasioni in cui ridevi.
Con le tue mani laboriose, che riuscivano a far tutto e a tutti: non c'è casa delle nostre che non contenga memoria di te, in uno scaffale, una parete di pietra, un impianto d'allarme, cornici, prese, pannelli, tubazioni, quadri (persino qui a Bergamo, ho una farfalla ad ali spiegate, in metallo lucido, che avevi detto non essere riuscita bene, ma a me pare perfetta, anche ora, che la guardo con nostalgia e attenzione).
Con le tue parole, soprattutto. Rare, preziose, che ogni volta parevano distillate, mai banali, sempre argute.
Proprio con qualcuna di queste - che mi hai mandato qualche mese fa - voglio salutarti.
Senza dirti addio, ma arrivederci.
"Ci sono stati giorni in cui vedevo più buio che luce davanti a me e in quei giorni mi sono rammaricato delle cose che avrei potuto fare nei tempi passati, cose semplici tipo un week-end lungo, una cena al ristorante, una sera a teatro, qualsiasi cosa occupasse il tempo insieme alle persone care, poche o tante, agli amici... Quelle cose che spesso rinvii e poi non fai più per ragioni che solo ora hanno assunto un altro valore nella graduatoria delle priorità (il lavoro, la pigrizia, i soldi...).
Se il destino vorrà essere benevolo ecco, quello è il mio buon proposito: cercare di sfruttare il tempo per arricchire l'anima e il corpo di quei piaceri che la vita ti offre, anche una semplice camminata nel bosco o in riva al lago parlando del più e del meno. Piaceri, persone care, possibilità non scontate per tutti e che sono una fortuna, un peccato se vivessimo senza approfittarne".

P.S. Il destino - a differenza di quanto auspicavi - non è stato benevolo con te, che sei stato per la nostra generazione ciò che tuo suocero è stato per la sua: un'apripista, colui che "porta il lume e a sé non giova ma dietro sé fa le persone dotte".
Tocca a noi ora dimostrare che non sei vissuto invano, imparare la lezione.

sabato 17 ottobre 2020

Ciò che conta davvero (Spese e risparmio)

Lascio testimonianza pubblica qui, dell'incontro privato "genitori - figli" che oggi abbiamo organizzato, per condividere conoscenza di ciò che la nostra famiglia possiede, affinché possiate esserne responsabili, farvene carico. 
Il totale complessivo potrà esservi sembrato tanto o poco, dipende dal punto di vista, dalla considerazione che ne abbiamo.
Di certo l'intero raccolto è frutto di attenzione, di cura, in qualche caso di rinuncia, di sacrificio, di un oliva risparmiata ogni giorno, per parafrasare uno degli esempi classici dell'economia del tenere da conto.
Di contro, se la somma non è considerevole è per il fatto che veniamo da famiglie che avevano poco o nulla, in passato, e non siamo genia di imprenditori, coloro che moltiplicano le entrate, assumendosene anche il rischio. Abbiamo piuttosto passo corto e costante, come la formica contrapposta alla cicala nella favola raccontata da La Fontaine su spunto di Esopo.
Queste le pagine scritte fin qui, da chi vi ha preceduto, ora tocca a voi affrontare un tempo di mezzo, una stagione in cui non siete più ragazzi sollevati dai pensieri del conto economico, ma parimenti nemmeno adulti con una propria indipendenza, con un'autonomia che deriva dal reddito e dal proprio risparmio.
Ecco perché con vostra madre abbiamo deciso di confrontarci con voi su ciò che fino a ieri discutevamo soltanto lei ed io.
Al di là di tutto, a me importa questo: che i beni materiali e in particolare il denaro mai diventino "misura di tutte le cose" o, peggio, fonte di divisione, creando un solco.
I soldi non sono che uno strumento, un mezzo per poter godere senza ansie o patemi una vita felice e piena grazie ad altro, cominciando dagli interessi e dalle relazioni personali.
A tale proposito, credo possa fare da stella polare quanto mi ha confidato Loris, l'altro giorno. Una breve confessione che potrebbe essere la mia e che vale un manifesto.

Sai, ci sono stati giorni in cui vedevo più buio che luce davanti a me e in quei giorni mi sono rammaricato delle cose che avrei potuto fare nei tempi passati, cose semplici tipo un week-end lungo, una cena al ristorante, una sera a teatro, qualsiasi cosa occupasse il tempo insieme alle persone care, poche o tante, agli amici...
Quelle cose che spesso rinvii e poi non fai più per ragioni che solo ora hanno assunto un altro valore nella graduatoria delle priorità (il lavoro, i soldi, la pigrizia). Se il destino vorrà essere benevolo ecco, quello è il mio buon proposito, cercare di sfruttare il tempo per arricchire l'anima e il corpo di quei piaceri che la vita ti offre (anche una semplice camminata nel bosco o in riva al lago parlando del più e del meno), piaceri, persone care, possibilità che non scontati per tutti, sono una fortuna e per questo sarebbe un peccato non approfittarne.

venerdì 9 ottobre 2020

A spalle larghe (Le porte scorrevoli del destino)

Le porte scorrevoli del destino aprono e chiudono possibilità infinite, lasciandomi muto.
Se mi concentro sul motivo per cui avviene questo piuttosto che quello, a me e non a lui, a loro e non a noi e viceversa, mi ritrovo in breve sull'orlo di un abisso. Scuro.
L"accettazione è compagna fedele, oltre che indispensabile, di ogni essere umano: c'è chi la tiene - o sembra tenerla - placidamente per mano; altri la portano come zaino che piega la schiena, ribellandosi agli eventi infausti, cercando di scrollarseli di dosso, puledri bradi a cui per la prima volta vengono imposti giogo e basto.
Neppure l'immagine della ruota che gira, pur percependone il seme di verità che contiene, mi acquieta del tutto, troppo vaga e lontana dal senso di equità imposto dalla ragione, il monumento al quale vorremmo si piegasse tutto.
Invece di certo e ragionevole c'è nulla o poco e per quanto riguarda i fatti salienti della vita restiamo gli stessi che mettevano piede fuori dalla caverne, migliaia di anni fa, egualmente nudi e piccoli e fragili, sentendoci Dio appena la porta si spalanca su una stanza in cui entra il sole, mentre quando l'anta si apre verso un locale buio ci ritroviamo sgomenti, impauriti, costretti a stare fermi o procedere a tentoni, senza sapere neppure chi siamo.

P.S. Poi ci sei tu. Oggi finito per l'ennesima volta sotto i ferri del chirurgo e a cui è toccato in sorte un fardello che a soppesarlo da fuori schianterebbe un orso. La dignità con cui lo affronti, la capacità di non far ricadere sugli altri paure ed angosce, mi lascia ogni volta ammirato, consapevole che stai dando a tutti noi una lezione, con lo stile che ti ha sempre distinto, silenzioso e calmo.
Mi ripeto spesso che ciascuno di noi ha spalle più larghe di quanto appare. Tu di più. Ed è per questo che mi verrebbe da scrivere che per la nostra famiglia sei un pilastro, ma non è così: per noi sei più albero, poiché non soltanto sostieni ma metti anche seme, così che altri possano crescere e un giorno a loro volta sostenere il peso che abbiamo.

domenica 30 agosto 2020

Il cucciolo in giardino (Finché c'è vita...)


Giulio ha un giardino che è un incanto e non esagero, so quello che scrivo.
Giulio è il mio vicino di casa, anche se da un paio d’anni non mi rivolge parola, questo però è un altro discorso e comunque è colpa mia, che per una banalità non mi sono cucito la bocca e ho detto ciò che potevo risparmiarmi, dimenticando che il buon senso trova strada da sé, mentre se s'accompagna al risentimento può condurre alla meta, ma a un costo troppo alto.
Questo però è un altro discorso, dicevo, poiché a Giulio continuo a volere bene, al netto delle asprezze di un carattere che sa anche lui di avere, così come io ho il mio, prendendo il buono dei molti ricordi insieme, quand'ero ragazzo, di situazioni che - per adesione o per contrasto - hanno contribuito a formare parte dell’uomo che sono.
Giulio si prende cura delle piante e del prato con dedizione certosina. Non c’è giorno in cui non se ne occupi, stando pure a lungo a contemplarlo, seduto in veranda, con la meticolosa pazienza dei suoi settantanove anni compiuti una settimana or sono e di un tempo che soltanto visto da fuori non passa, scorre lento.
Il mio, invece, è un prato brado, soggetto agli umori del meteo, smeraldo quando piove a lungo, a chiazze paglierine se invece si susseguono settimane di secco.
Quattro anni fa, quando arrivò a casa nostra Larry, portandosi appresso tutta la scatenata esuberanza dei setter, ricordo lo sguardo perplesso di Giulio osservando proprio il mio prato, messo a dura prova dal cucciolo.
Era una sera, del mese di maggio, e il prete aveva proposto la recita del Rosario ogni giorno in un caseggiato diverso, chiedendo disponibilità anche a Isabella e c’erano un sacco di persone e tra esse proprio Giulio, che andandosene accanto a Piera, sua moglie, scuoteva la testa, osservando le buche e le chiazze nel manto erboso.
Cambio di scena.
Quest'anno, una manciata di giorni fa..
Giulio è seduto al solito posto, nel patio di casa, ma in mezzo al prato immacolato ci sono due bimbe accovacciate, le sue nipoti Emma e Sofia, e a due metri da loro una palla di pelo che è una meraviglia, una cucciola di meticcio, che si rotola, sfugge, s'accovaccia, guaisce, trotta, si mette infine a pancia in su, come a chiedere un grattino.
Sento la voce un po’ rauca di Giulio che parla affettuoso con le nipotine.
Non ne vedo il volto, ma sono certo sorrida, divertito.
È un bel quadretto, che fa sorridere a mia volta, ricordandomi il motivo per cui i giovani - i bimbi e i ragazzi in particolare, non importa se propri o altrui - sono così utili, fondamentali per la nostra sopravvivenza: ci costringono in un modo o nell'altro a cambiare, non permettono che ci fermiamo, rompono gli schemi e alla fine migliorano la vita, il mondo.

P.S. Giulio ha da anni una malattia che è giogo pesante, senza impedirgli tuttavia di stare accanto alle persone care, di dare una mano, di accudire se stesso e i mille e passa metri di giardino con la grande abitazione nel mezzo, di gioire delle cose buone e rammaricarsi per quelle grame.
La sua è una di quelle malattie da cui credo non ci guarisca, ma che si cura. Quando la scoprì, vent'anni fa, non c’era alcuna certezza su come sarebbe andata e rammento nitidamente in quei giorni il dispiacere di mio padre e di mio zio Gianni (proprio ieri l'altro è spuntata dal cassetto la fotografia che riporta a quell'esatto momento: stavamo sistemando della mia casa il tetto).
Poi, nel volgere di tre anni, per una di quelle capriole di cui è prodigo il destino, mio zio e mio padre si sono anch'essi malati, d’un male però più ostinato, che non ha lasciato loro vie di fuga, spezzandoli uno dopo l’altro via, mentre Giulio - pur con i suoi acciacchi - è ancora qua.
Ed è una presenza che mi allieta, di cui sono intimamente grato, poiché è un esempio per non darsi sconfitti, per tenere duro, per vedere una speranza dove sembrerebbe esserci soltanto timore, incertezza, sipario.
Lo dico per ciascuno che passa da qui, ma in particolare per uno dei tre sopravvissuti della fotografia di cui poco sopra tra parentesi ho scritto, mio coetaneo e nella sostanza fratello, che di tener duro in quest'anno bislacco ha più di tutti bisogno.

domenica 9 agosto 2020

La conversione di un pigro (Mettersi in viaggio)

Due ore di andata, due di ritorno, tre di sosta, con pranzo alla buona, incluso: oggi hai fatto quasi tutte le tue ferie ed è comunque molto.
Questione di generazione, di necessità, di carattere...
Il tempo della vacanza lo hai sempre speso tra le mura domestiche e il giardino, nella casa in cui hai dimora tuttora, costruita mattone su mattone insieme con tuo marito e che per quindici anni è stata l'unico obiettivo. Un sacrificio enorme, ripagato da un altrettanto gigantesco compenso: aver sempre vissuto nel posto desiderato, dove volevi stare, meglio di qualsiasi residence, appartamento, albergo.
Ho preso da te la pigrizia dello spostamento, la mancanza di entusiasmo per ogni partenza, il desiderio dopo breve tempo di tornare al proprio nido, forse perché abitiamo in un bel posto, forse perché sono i nostri geni poco propensi ad esplorare il mondo.
È parlando con Giorgia, in questi giorni, che mi sono reso conto di quanto potente sia questa ritrosia "ereditaria", che intacca le generazioni che seguono, ma che proprio grazie a loro, ai tuoi nipoti, può essere compresa, accettata, smussata, comprendendo che la vita è anche fatta d'altro e che non è un caso se poi i momenti belli, memorabili, sono quelli in cui si fa come oggi, prendendo e andandosene, vivendo un'esperienza insolita, godendo un tempo che è uno squarcio alla normalità, al blando e rassicurante ripetersi del giorno dopo giorno, sempre identico a se stesso.
E siccome a Giorgia (e a me stesso e a Isabella) voglio dimostrare che non è mai tardi per cambiare e che migliorare è sempre possibile, basta volerlo, dopo cinquanta e passi anni di esistenza ammetto di sentirmi mutato anch'io, di considerare sotto una luce nuova la vacanza, la gita, il viaggio.
Vorrei che davvero la gita, il viaggio, la vacanza diventassero ciò che più di ogni altra cosa sono: un'occasione. Il pretesto, la scusa, lo spunto per vivere esperienze d'insieme o in solitaria, rompendo la monotonia delle pagine che scorrono e rendendole vive, scrivendo in ognuna di esse un paragrafo, un capitolo.

P.S. Oggi siamo andati a trovare Roberta e Loris, in baita, sopra Pianello, sul lago di Como, presentandoci a sorpresa e organizzando una grigliata veloce quanto squisita, anche con Giorgia, Laura, Roberto. Più di una volta, mentre percorrevamo la strada costiera, senza farmi notare, ho sorriso, perché non hai smesso di parlare e non c'era frazione, grumo di case o anfratto di cui tu non conservi memoria, per qualcosa che nei tuoi ottant'anni di vita hai fatto o saputo.
Lì vi siete fermati con papà a mangiare le alborelle tornando dalla Valtellina quell'anno, qua il risotto con il persico per il compleanno di uno zio, qui avevano la villa accanto a quella di Adenauer i parenti di tua nonna paterna, là andavano in villeggiatura i cugini ricchi, su c'è un crotto che gestiva quel tale, giù sei andata l'anno scorso col battello...
Di vacanze ne hai fatte pochissime o punto, è vero, però mi sono reso conto che non hai smesso di "viaggiare", di interessarti e di toccare con mano ciò che di bello e buono esiste fuori dal tuo cancello.

sabato 29 febbraio 2020

Il mese bisesto (Vi sono vicino)


Un mese è un mese, chiuderlo senza passare di qua sarebbe un peccato, anche considerata l'eccezionalità di questo tempo, in cui sta succedendo di tutto e accadono cose che mai mi sarei immaginato.
Segno un punto oggi, nel giorno più particolare del quadriennio, un ventinove febbraio che non c'era l'anno scorso e neppure ci sarà il prossimo.
Scrivo meno, è vero, vivo di più, in ogni ambito. Spesso accade che "custodisca" più che rendere pubblico ciò che penso. Di certo mi ritrovo più fatalista, meno teso a plasmare il destino, che tanto il destino decide sempre da sé il letto in cui coricarsi, evitando con scrupolo lenzuola e materasso che gli abbiamo preparato.
Sono silente, ma non per questo meno vicino alle persone che in questo tempo hanno un peso greve, intenso.
Chi è ricoverato con questo virus che ha paralizzato tutto, ad esempio. A uno di loro sono particolarmente affezionato, perché mi ha preso in simpatia fin da quando l'ho conosciuto e mi sento un po' parte della sua famiglia, pur se di persona ci incontriamo di rado.
Oppure a una delle persone a cui voglio più bene, a colui a cui avrei affidato i miei figli, se mi fosse capitato qualcosa di brutto. Qualcosa di brutto, anche se non di così brutto, è capitato a lui e sono mesi che stiamo in apprensione, con il conforto del suo spirito, della sua capacità di reagire, di superare ogni ostacolo.
O infine a una delle donne più sensibili che conosca, che ha perso il padre d'improvviso, talmente d'improvviso che essendo lontano da casa l'ho saputo giorni dopo, senza potere essere di conforto, figuriamoci da aiuto, e da giorni penso e ripenso a come rimediare, a come farle capire che le sono vicino.
Per loro, per tutti loro, e anche per me, per noi, questo mese con il riporto di uno non è passato senza danno. Eppure la vita va avanti e andare avanti è l'unico modo per non viverla invano.