Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
lunedì 11 ottobre 2021
Come un aquilone (Per sempre accanto)
sabato 31 luglio 2021
Il cielo d'Irlanda 2 (Il trapezista ostinato)
Venirti a trovare non è stata una mia idea, pigro come sono e riottoso a mettermi in moto, preferendo viaggiare con la mente, come spesso mi capita, tuttora, nonostante gli anni.
A insistere è stata piuttosto tua madre, con l'ostinazione e la tenacia che la distingue, premiata da quell'abbraccio nel ritrovarti che mi ha fatto sentire grande e al tempo stesso piccolo, rispetto al bene che lei ti vuole (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi, che infatti apro, sul nodo che lega due creature che hanno condiviso uno stesso grembo, un sentimento che in natura, per intensità e frequenza di vibrazioni, non ha pari, schianta qualsiasi paragone con il resto).
Ho archiviato tutto ciò nel seminterrato dei ricordi, assaporandolo di tanto in tanto, consapevole che ogni giorno qualcosa si perde, ma alla fine, per decantazione, resterà il meglio, il nocciolo delle emozioni, cioè il piacere di averle provate.
Se ne scrivo qui è proprio per lasciare un segnaposto, un pro memoria per i giorni a venire, abbinato all'orgoglio di aver visto lì una parte dell'Italia migliore, i tuoi amici di Caserta e di Salerno e di Bari, che in quel paese dove per gran parte dei giorni piove e tira vento si guadagnano un poco più del pane e lo fanno senza fanfare né medaglie, impegnandosi, in silenzio.
P.S. Mi hanno insegnato che "chi si loda si imbroda" e che "ogni scarrafone è bell' 'a mamma soja", perciò non mi sfiora neppure il pensiero di caricarti sulle spalle elogi fuori luogo.
A differenza di chi parte per necessità tu lo hai fatto per scelta, con la rete del trapezista ben spiegata sotto. Non è un dettaglio trascurabile, accessorio.
Però misurare la distanza che ogni mattina alle sei e mezza fai in bicicletta per recarti al lavoro; immaginare il maltempo che quasi sempre c'è lì e quanto arrivi zuppo, prima ancora di cominciare il turno; notare i calli, le fiacche, le cicatrici sul palmo e sul dorso delle mani, mi hanno fatto sentire fiero di te, degno erede - più di me - di chi ti ha preceduto.
venerdì 15 gennaio 2021
Il cielo d'Irlanda (Buon vento)
giovedì 23 gennaio 2020
La lettera che non ti ho scritto (Ventitré anni, oggi)
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Ti osservo ammirato, soprattutto dalla determinazione con cui ti impegni in ciò che fai, stupito da quel tuo modo di essere diverso a seconda del contesto: silente e riflessivo in casa, sorridente ed esuberante in compagnia.
Non me ne faccio un cruccio: ho imparato ad apprezzare la tua riservatezza domestica, applicando la lezione del mio, d'un padre, che "ammaestrava" spostandosi, cioè senza volerlo fare, mettendosi innanzi tutto in ascolto, attendendo i momenti giusti, che non erano mai i suoi, ma quelli scelti dall'altro. Esiste pure un proverbio in dialetto comasco, calzante a pennello: "La légùra, senza cùr, la sà càta a tuti i ùr". La lepre, senza correre, si prende a tutte le ore".
Io di lepri non sono così esperto, di figli nemmeno. Imparo vivendo, sbagliando.
Se penso a te non ho preoccupazioni, hai carattere sensibile ma spalle forti, non soltanto quelle attaccate al tronco. Certo immagino per te una vita non chiusa nel bozzolo, piuttosto aperta alle relazioni, alle compagnie ampie, a una famiglia numerosa, se ne avrai una, come ti auguro.
Mi sembri un tipo di persona che in un tempo passato sarebbe stato un buon prete, uno di quelli che si consacrano al mondo, mettendo da parte l'io. Uno di quei preti saggi, perché hanno camminato e conosciuto il "deserto", il vuoto di relazione, di vocazione, di senso persino, e sono sopravvissuti lo stesso, più forti perché hanno sperimentato la debolezza, più saldi perché si sono perduti in qualche modo.
Sei migliore di me, di questo sono certo. E me ne compiaccio. Insieme alla fortuna che ho, di averti per figlio: uno dei motivi validi per cui essere stato al mondo.
venerdì 12 luglio 2019
Un anno con noi (Il bene vero)
Vorrei scrivere spesso di te, resisto per pudore, perché c'è un'intimità che non va violata, oltre a una ricchezza di emozioni, di situazioni, di sentimenti che per raccontarla tutta ci vorrebbe un libro.
Hai picchi di dolcezza, di affabilità, di purezza che ti invidio, che raramente ho notato in qualcun altro, così come in alcuni dettagli leggo le cicatrici che le ferite ti hanno lasciato.
Vorrei scrivere più su di te, per un motivo semplice: un giorno passerai di qua e troverai tracce che avevi dimenticato. Lo faccio con discrezione e parsimonia, perché è vero che certe cose le capirai quando sarai più grande, ma il nocciolo di quanto ci lega è chiaro in ciò che viviamo ed esiste un codice non scritto che sono certo si imprimerà in noi, a prescindere da cosa ricordiamo nel dettaglio.
Per adesso lasciami annotare questo: sei una benedizione per la nostra famiglia, per noi, che riceviamo più di quanto diamo e anche se spesso lo diciamo per abitudine o convenzione, il bene che ci vogliamo è un bene vero.
sabato 25 agosto 2018
Ottocentottantotto (Caro amico ti scrivo)
Non hai volto e ne hai mille, insieme. E sia che conosca il tuo nome o che mi sia sconosciuto è per te (e per me) che metto queste parole in fila, cercando ogni volta di cavarne qualcosa che meriti di restare nero su bianco, ignorando le inesorabili leggi del cosmo ("tutto ciò che c'è di importante è già stato scritto e comunque tutto, ma proprio tutto, finisce per essere dimenticato") e aggrappandomi a quel bisogno innato nell'essere umano, di comunicare, di entrare in relazione l'uno con l'altro.
Tre otto. Un numero che a pronunciarlo riempie la bocca, costringendo la lingua a battere a mitraglia tra denti e palato: ottocentottantotto.
Ottocentottantotto, i post che finora qui ho pubblicato, tanti da far invidia a un Diderot o a un Tolstoj, senza averne per fortuna l'ambizione e il talento.
Scrivere è stata la scintilla, la molla a scatto per farmi diventare ciò che sono: un lettore onnivoro, accanito.
C'è stato un tempo in cui per mestiere e per diletto scrivevo un sacco. La vena non si è inaridita, basta uno spazio bianco, vuoi di fronte a un computer, vuoi sul display del telefonino, affinché le sillabe si compongano da sé, lasciando alla ragione e all'orecchio l'attività di cesello.
Alla scrittura e alla lettura debbo molto, principalmente la capacità di ragionare con la mia testa, di formarmi un pensiero proprio, coltivando le virtù alle quali sono più affezionato: l'apertura mentale, l'insistenza del dubbio, la tolleranza nei confronti di chi è differente da me, il desiderio di conoscere, la capacità sintesi e di approfondimento, l'indispensabilità del dialogo.
Perciò continuo a leggere molto (nelle ultime settimane "Il Conte di Montecristo", "Paolo VI, una biografia", "Il lupo della steppa", "Un eroe borghese") e a scrivere, non più per mestiere, soltanto per il piacere di creare un filo rosso e di tesserlo, intrecciandolo con le storie di chi passa di qua e butta un occhio.
Se procedo a ritroso e lo osservo dall'alto noto gli argomenti variegati, gli stili diversi che compongono questo blog, che in quasi undici anni mi accompagna fedele, senza pretendere troppo. Ultimamente la forma che preferisco, direi l'unica che non stride con un certo cinismo o disinganno che si è andato formando, è quella dell'epistola, della scritto indirizzato a qualcuno.
L'ho già fatto nei mesi recenti e vorrei continuare, nel futuro prossimo, con maggior costanza e senza tentennamento, inviando lettere senza spedirle, omettendo talvolta il nome, mai il volto - almeno nella mia testa - a cui sono indirizzate.
"Caro amico ti scrivo", insomma, così non mi distraggo, neanche un po', e la persona rimane saldamente al centro, senza che l'idea prescinda da tutto, prendendo ottusamente il volo.
giovedì 5 luglio 2018
Radici profonde e ali spiegate (Benvenuto K)
Sei arrivato tra noi, asciutto di fisico e con un carico di cui intuiamo la dimensione, non la portata piena, che certe storie sono scritte a fuoco sotto pelle e si apprendono con pazienza, nel tempo.
Ti abbiamo conosciuto quel tanto che basta per aprire la porta e lasciare entrare insieme a te pure un destino, che ci legherà a prescindere da ciò che accadrà in futuro, comprendendo che tu sei per noi soprattutto questo: un dono.
Hai radici prodonde, anche se per buona parte della vita ti sentirai uno sradicato. Una sensazione comprensibile, che tuttavia non dovrà farti da intralcio: la vita con te ha messo le cose in chiaro da subito, puoi rifiutarlo ripiegandoti su te stesso oppurte accettarlo e spiegare le ali, sfruttando la scia dei tuoi numerosi talenti e cercando pace, gioia, serenità nel buono che saprai trovare, guardando al bicchiere che è pieno sempre, almeno mezzo.
"Tu sei destinato a fare da ponte" ti ho detto l'altra domenica, mentre osservamo gente differente, che di uguale ha soltanto il colore del sangue e un cuore che batte, nel petto.
Tu sei destinato da fare da ponte e lo stai già facendo, poiché grazie a te abbiamo incontrato persone che non conoscevamo, creando relazioni e legami. Ecco perché sei per noi un dono, ecco perché dico grazie a chi ha permesso che i nostri cammini si incrociassero, sperando di essere per te trampolino di lancio e non palla al piede, che di pesi e zavorre è già pieno il mondo.
lunedì 25 giugno 2018
Lo so (Chi chiude la porta è perduto)
Sì, lo so. Lo so che tra noi sei colui che più ci va di mezzo, che devi subire le conseguenze più forti, che non sei abbastanza piccolo da poterti lamentare né abbastanza grande da non farci caso. Lo so che è così e che sei incavolato per questo, e anche preoccupato, di perdere i tuoi spazi, la tua autonomia, forse anche un pezzetto del nostro bene o delle nostre attenzioni.
Lo so, perché per me sarebbe lo stesso. Per me è lo stesso, anzi. Provo infatti anch’io preoccupazione e dispiacere e irritazione persino, sapendo che parte del mio tempo libero non sarà più tanto libero, che l’apprensione avuta per voi tre “piccoli” tornerà attuale e non sarà più soltanto un ricordo passato, che dovrò dividere i miei spazi, cambiare alcune abitudini, tornare a barattare un po’ di intimità, dedicare a qualcun altro parte delle energie che pensavo di poter riservare per me stesso o al massimo a voi tre.
Non basta. Ho paura soprattutto. Paura di non essere un bravo adulto, un buon modello di riferimento per il nostro ospite. Più di ogni altra cosa però ho paura di rovinare il rapporto con voi, soprattutto ho paura di “perdere” l’equilibrio famigliare per aver voluto aggiungere un nuovo tassello, per aver fatto una scelta che come tutto questo tipo di scelte - avendo a che fare con l’umano - è sempre un salto nel buio.
Capisco il tuo disagio, la tua irritazione, il tuo fastidio. Lo capisco perché - ripeto - alla radice non è differente da quello che al tuo posto proverei io.
Capisco tutto questo, tuttavia è altrettanto vero che lo rifarei, anche se potessi tornare indietro.
E non lo farei per K., che magari in un’altra famiglia sarebbe stato meglio che da noi.
No. Lo rifarei per noi, per me. Lo rifarei perché so, perché mi è stato insegnato dal nonno e dalla nonna per primi, con l’esempio, che non si può ottenere la felicità chiudendo il recinto, non si può preferire la tranquillità, il mondo perfetto, chiudendo la porta a chi è più sfortunato di noi, a chi ha avuto meno. Non si può, non è giusto, crearsi la propria scialuppa super confortevole ed evitare di aprirsi al destino, a ciò che di misterioso riserva il nostro cammino nel mondo.
Abbiamo avuto molto dalla vita, caro Giovanni, abbiamo il dovere di dividerlo, perché soltanto “dividendo” il bene viene moltiplicato.
E lo scrivo a te, senza giri di parole, perché sei al mondo la persona che più mi assomiglia, perché ti voglio un bene sconfinato, incommensurabile, perché non smetterai mai - mai!!! - di essere il mio cucciolo, il mio piccolino, ma anche perché so di poterti parlare con sincerità, senza veli, come a un adulto.
Perdonami perciò se ti stiamo facendo provare dispiacere in questi giorni e aiutaci a starti vicino, come prima, più di prima.
Con te ho un rapporto unico e mi piaci così come sei, con i tuoi pregi e i tuoi difetti, come difetti (molti) e pregi (qualcuno) ho io.
Ti abbraccio fortissimo e non vedo l’ora di farlo di persona,
Tuo Padre
lunedì 5 dicembre 2011
L'albero e il seme
"Carissimo Giorgio, sono la professoressa Carolina Valsecchi in Taborelli. Quando ho letto la mail, stamattina, non credevo ai miei occhi. Dalla casa di riposo Vallardi, dov'è ospitata da anni, mi ha scritto la mia professoressa di matematica delle medie, colei che con la mia indolenza ho fatto più arrabbiare e che aveva ricambiato consigliando ai miei genitori di mandarmi, se proprio proprio, a una scuola professionale.
Io ostinatamente (e incoscientemente) non l'avevo ascoltata e mi ero iscritto al liceo scientifico. Una delle tante volta in cui in me s'è incarnato il proverbio: "Gli innocenti non sapevano che quella cosa era impossibile. E la fecero".
Ripenso a queste cose dopo aver visto con i miei figli "L'attimo fuggente". Oggi nei confronti della professoressa Taborelli provo un profondo affetto, oltre che stupita gratitudine, essendo lei alla soglia dei novant'anni, credo, o avendo già superati. Se però dovessi innalzare un monumento agli insegnanti migliori, sceglierei coloro da cui ho imparato la creatività, la capacità di ragionare con la mia testa, la libertà delle idee. Non per questo biasimo la professoressa Taborelli, preferendo pensarla così: voleva giudicare l'albero che vedeva in me, senza sospettare che quello che vedeva era soltanto un seme.
Foto by Leonora





