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martedì 12 ottobre 2021

Tutte le cose dritte (Discutiamone)

“Tutte le cose diritte mentono (...). Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”.
(Friedrich Nietzsche)

Ti arrabbi, quando a un incontro o a una riunione pochi intervengono, prendono la parola, accendono o continuano una discussione, un dibattito.
"Ma come sì fa?" mi ripeti sdegnata, quasi con un groppo in gola per il nervoso. "Ma come si fa a non dire nulla, a non avere un'opinione, a starsene tutto il tempo lì, in silenzio?".
Si fa. Si può. Accade e lo scandalizzarsene dà sfogo alla rabbia, senza rispondere al quesito.
Ragionare, costruirsi un'opinione, discutere, dibattere, non sono un elemento naturale, qual è l'appetito o il respiro; piuttosto costituiscono un'abilità, una pratica, una capacità, e come ogni capacità va formata, allenata.
Tu, figlia mia, abiti case in cui si è abituati a discorrere, su mille argomenti, anche ad accapigliarsi, alzando la voce, con passione, veemenza persino, tanto che anche i momenti conviviali, quali i pranzi o le cene allargate ad amici e parenti, sono occasioni create e ricercate proprio per questo scambio reciproco.
Non dappertutto è così. Molti sono assai meno coinvolti, meno interessati a scambiarsi pareri, a sostenere le proprie ragioni o a sottoporle al giudizio dell'altro. Non sono né meglio, né peggio: sono diversi e non basta accennare un tema, offrire uno spunto, come pigiare un bottone e partire di slancio oppure lanciare un legno affinché il cane lo rincorra svelto.
Sii comprensiva, dunque, e non farti cadere le braccia, senza però arrenderti.
Ragionare, costruirsi un'opinione, discutere, dibattere, sono infatti una capacità, ma rappresentano altresì una ricchezza e, per come la vediamo noi, un dono. Un dono che facciamo a noi stessi e alla società, alla comunità, a chi ci sta attorno, convinti - qui sì - che ci sia un meglio e un peggio. E il meglio è sempre il dibattito, il confronto, sapere che tutte le cose dritte (cioè, banalizzate) mentono e le verità sono sempre ricurve ovvero per essere riconosciute necessitano di una molteplicità di sguardo.

P.S. Questo post ha un fine doppio: cercare di capire le ragioni di un comportamento, ma anche dare risposta allo sgomento dei vicini di casa, quando ci sentono discutere animatamente, senza cogliere le parole esatte né l'argomento, pensando che ci stiamo accapigliando per chi sa quale litigio, mentre in realtà è un banale confronto su quanto deve cuocere la pasta al sugo o sul nanotalpa di Nietzsche e quale sia il suo muso.

giovedì 24 ottobre 2019

Nel nome del figlio (Un problema di coscienza)


Due indizi non fanno una prova, però se scrivo ogni giorno è più arduo omettere tutto ciò che concerne il mestiere che faccio, le questioni che altrettanto quotidianamente affronto.
L'antefatto. Nei giorni scorsi sulla tangenziale di Milano c'è stato un incidente in cui sono morte due persone, tra cui un bimbo di cinque anni. Molti giornali hanno riportato la notizia, alcuni di essi hanno omesso il nome e cognome delle persone coinvolte, qualche collega ha dichiarato la sua perplessità, richiamandosi al fatto che dare nome e cognome è sempre stata una regola del buon giornalista, sui social si è scatenato un parapiglia, con buona parte degli interventi che davano al suddetto collega dello sciacallo, della iena.
Dare il nome e cognome. Una questione delicata, che mi sta a cuore e che vorrei fosse affrontata "laicamente", cioè interrogandosi con serietà sui criteri, sulle motivazioni, anche alla luce delle nuove sensibilità e non scegliendo la via più comoda (che sovente è non mettere nome e cognome per pigrizia, per sciatteria).
Il tema è guardare alla luna e non limitarsi al dito che la indica, schierandosi da una parte o dall'altra.
Personalmente credo che sia essenziale - fatta eccezione per i casi già presenti nei manuali di deontologia - mantenere la regola di fornire le generalità delle persone coinvolte in un fatto meritevole di notizia.
Può non piacere, può costare imbarazzo, dolore, fatica, ma è il nostro mestiere.
Ed è importante non perché, banalmente, si vende una copia di giornale in più o si fa clic su una pagina web, bensì perché esiste una sfera pubblica, una dimensione sociale, comunitaria, dell’esistenza umana e di questa dimensione credo sia giusto dare valore, non annullarla.
Rinunciarvi significherebbe infatti accettare e promuovere una “privatizzazione” estrema, un mondo in cui è garantita la maggior privacy possibile, senza tener conto che il rischio conseguente è quello di individui ignoti, anonimi, soli, in cui nessuno conosce più nulla dell'altro.
Ecco perché a mio parere "dare il nome" non è soltanto un diritto, ma il dovere di un giornalista.
Non darlo, viceversa, non equivale a “rispettare” l'altro. Rispettarlo è raccontare cosa è avvenuto e far conoscere, affinché ne sia fatta memoria, compresa la buona memoria, affinché - nel caso specifico - chi conosceva quel bimbo e anche chi non lo conosceva possa piangerlo. Non è un caso che da che mondo e mondo si dica "partecipare al lutto".
La faccio breve, occorrerebbe un trattato, una discussione lunga, un confronto aperto. Se ce ne sarà occasione mi piacerebbe farlo, se qualcuno è interessato potremmo organizzarlo, anche perché ci sono altri temi simili e forse ancora più spinosi (dare il nome e cognome di chi commette un reato, ad esempio).
Per il momento mi accontento di insinuare il dubbio, di porre la domanda. Che poi è il nocciolo del mestiere del giornalista.

martedì 19 dicembre 2017

Tendere la mano (verso tutti)


C'è chi invecchia male e chi peggio. Io peggio.
In tempi di brontolii esasperanti e di urla contrapposte mi capita di vivere, ad esempio, un fenomeno per il quale verrebbe da chiamare il medico o addirittura il pronto intervento, tanto appare curioso e raro: sento infatti una naturale pulsione ad andare d'accordo con tutti o almeno di prendere di ciascuno il meglio.
Di più! Non bastasse questa disposizione d'animo, che certo potrebbe essere giustificata dall'età che avanza e da un naturale addolcimento degli spigoli del carattere, noto con lieve sgomento che io nel trovare "le ragioni degli altri" addirittura mi applico, con ostinazione, pervicacia, reticenza persino.
Il pericolo, me ne rendo conto, è quello di cadere nel danno opposto, cioè non sostenere più le proprie, di buone ragioni, di essere tiepido e insignificante, peccando di ignavia e comportandosi come chi fa nulla e si fa scivolare addosso tutto.
Perciò scrivo queste righe, evitando il silenzio su un tema che mi è caro, poiché evidenzia parecchie contraddizioni del vivere contemporaneo.
La vicenda è presto riassunta: un'ordinanza dell'attuale sindaco di Como, che vieta l'accattonaggio in centro città tra dicembre e gennaio.
Apriti cielo! Tacito assenso di molti, proteste vigorose di altrettanti, con campo di battaglia dialettica la vera Austerlitz (o Waterloo) di questo scorcio di secolo: Facebook.
Senza lance, scudi, mostrine o pennacchi, mi armo di coraggio anch'io, lasciando traccia di qualche appunto sparso, senza pretese di esaustività, semmai con la pretesa di provocare una riflessione meno banale dell'ovvio, convinto come sono che su simili questioni non il monologo, bensì il dialogo, il confronto riescono a plasmare le coscienze e individuare i percorsi a misura d'uomo.

Buone (o per lo meno "accettabili") ragioni pro una banale ordinanza di ordine pubblico.
  • Vietare l'accattonaggio ha evidenziato un problema, invece di nasconderlo.
  • Consentire l'accattonaggio non è la soluzione di un problema, bensì l'ammissione di un fallimento, quello di una società che crea emarginazione.
  • In assenza di "presa in carico" e di regole il bisogno diventa abuso e l'abuso genera insofferenza, se non palese ostilità indiscriminata, aumentando di fatto l'emarginazione dei più deboli.
  • Quella del "povero buono", che "merita" di essere aiutato, è una retorica di cui si abusa spesso, tuttavia è pure la bussola che tuttora orienta la scelta della maggior parte delle persone nel concederlo o meno, un aiuto. Senza controllo e dunque discernimento non faccio del bene: al più me ne lavo le mani, come Pilato.
  • Spesso chi chiede l'elemosina è sfruttato a sua volta e consentire una presenza indiscriminata, senza controlla, alimenta il sopruso, favorendo in alcuni casi la criminalità.


Buoni (o per lo meno apprezzabili) motivi contro una banale ordinanza di ordine pubblico.
  • Apparteniamo a una tradizione umanistica e cristiana che da duemila anni a questa parte indica che non si voltano le spalle né tanto meno si bastona chi tende la mano.
  • La cultura contadina di cui siamo figli dà testimonianza, attraverso i nostri padri e ai padri dei loro padri, che una ciotola di minestra e un giaciglio asciutto, spesso in cascina e nel fienile, era garantito a chiunque.
  • Limitarsi al divieto, senza accompagnarlo da alcuna proposta, è ipocrita tanto quanto inveire contro il divieto: in entrambi i casi manca una presa di responsabilità.

In sintesi: possiamo discutere dei pro e dei contro con fermezza e al tempo stesso pacatezza,  invece di insultarci e azzannarci l'un l'altro? E' possibile, mi chiedo, una città che senza pregiudizi si metta "in relazione" con le persone che chiedono l'elemosina e se ne prenda carico? Possiamo, almeno tra noi, costruire ponti invece di muri, e fare in modo che le energie ora disperse litigando possano essere investite facendo insieme qualcosa di buono?