Visualizzazione post con etichetta dolore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dolore. Mostra tutti i post

venerdì 28 ottobre 2022

Il posto più sicuro (Ora e qui)

"La memoria è vita"
Saul Bellow

Seguo passo passo impronte delle persone a cui tengo e mi trovo a tastare con le dita il loro calco, nel punto esatto in cui s'intrecciano.
È capitato anche oggi, in occasione di un anniversario identico, pur se traslato nel tempo, tra due amiche che non si conoscono e che hanno perso il padre a quindici anni di distanza, lo stesso giorno.
Riporto qui le loro stesse parole, poiché non saprei descrivere meglio il sentimento che provano e ch'è comune a molti, a tutti coloro che hanno sperimentato la vicinanza della morte e l'eco di un dolore affine, gemello ad ogni essere umano.

Un anno senza più vedere il tuo viso, senza più sentire la tua voce, senza che il telefono suoni cento volte al giorno e dall'altra parte senta "Anto...".
Un anno lungo e faticoso, un anno vuoto, nonostante pieno di mille impegni e cose da sbrigare.
Un anno in cui non c'è stato un solo giorno in cui non ti abbia pensato, non Vi abbia pensato.
La sera soprattutto, nel mio letto, dove le lacrime possono scendere liberamente senza che nessuno mi veda.
Mi sento sola anche se sola non sono, piccola anche se piccola non lo sono più.
Vado avanti sì... Per forza... Perché devo farlo e perché il tempo scorre inesorabile e non posso fermarlo anche se lo vorrei tanto.
Ma è tutto diverso, tutto più difficile, tutto più vuoto... Anche i miei sorrisi non sono più gli stessi.
Ho perso il mio ruolo di figlia e non posso più chiamare né mamma né papà.
Invidio chi lo può ancora fare.
Vi porto sempre con me, nel mio cuore, che è il posto più sicuro in cui lasciarvi e da cui non Ve ne andrete mai.

Oggi sono sedici anni che mio papà è mancato.
La sera prima che morisse l’ho visto piangere... Per la prima volta nella mia vita. Ma le sue non erano lacrime di paura per quello che sapeva succedere di lì a poco.
In quelle lacrime c’era il suo tornare “umano”, perché un figlio vede sempre nel proprio padre un supereroe.
Ho trascorso l'ultima notte accanto a lui e le sue ultime ore a carezzargli il viso, cercando di liberarlo dal “peso” di dover essere il nostro supereroe fino alla fine.
Era giusto che potesse sentirsi umano... figlio... bambino... come forse per la vita che aveva vissuto non aveva potuto concedersi di fare fino a quella sera... Non potrò mai dimenticare la lezione che mi ha dato con quelle lacrime.
Non sono triste, perché lui è qui. E qui continua a vivere.

P.S. La morte dispiace sempre e ciascuno l'affronta a modo proprio, senza risposta al perché d'un tale dolore, che resta un mistero. Unica consolazione, pallida e vivida al tempo stesso, è la possibilità che concede la memoria, di tenere chi è caro con sé, nel modo più intimo: un dono inestimabile, che però paghiamo caro, finché la ferita diventa cicatrice e il dolce si mangia l'amaro.

martedì 18 gennaio 2022

"Peccato non approfittarne" (Arrivederci Loris)

Vicino, troppo vicino mi sei, perché io possa dare sbocco a tanto dolore, a una pena infinita che ha afflitto la nostra famiglia, drenando in questi mesi leggerezza e pace interiore.
Uso il verbo presente, non il passato, perché è così che ti sento, Loris, che ti sentirò sempre.
Nei mesi scorsi ho cercato spesso conforto, facendo memoria di persone care, raccontando vicende di addii e dolore. Ogni volta, devi saperlo, eri tu che avevo nel cuore, era il dispiacere per ciò che stava capitando che faceva da spunto, binario e motore.
Per riguardo non potevo condividere pienamente l'angoscia, la preoccupazione, ci limitavamo entrambi al non detto, alla comprensione reciproca e silenziosa, all'allusione: così il lutto altrui è diventato lo specchio in cui si sbircia Medusa, per guardare in faccia la sofferenza senza diventare in pietre.
Perdonami se con te, proprio con te, non riesco a esser bravo quanto vorrei, a raccontarti degnamente.
Vicino, troppo vicino ti ho, per riassumere in poche righe chi sei, quanto per la nostra famiglia rappresenti, marito, fratello, cognato, cugino, padre.
Scelgo la parola "amico" perché le riassume tutte e non fa differenze.
Con la tua compostezza, la tua serietà, ch'era a volte come una maschera, indossata d'abitudine e che rendeva per contrasto splendenti le occasioni in cui ridevi.
Con le tue mani laboriose, che riuscivano a far tutto e a tutti: non c'è casa delle nostre che non contenga memoria di te, in uno scaffale, una parete di pietra, un impianto d'allarme, cornici, prese, pannelli, tubazioni, quadri (persino qui a Bergamo, ho una farfalla ad ali spiegate, in metallo lucido, che avevi detto non essere riuscita bene, ma a me pare perfetta, anche ora, che la guardo con nostalgia e attenzione).
Con le tue parole, soprattutto. Rare, preziose, che ogni volta parevano distillate, mai banali, sempre argute.
Proprio con qualcuna di queste - che mi hai mandato qualche mese fa - voglio salutarti.
Senza dirti addio, ma arrivederci.
"Ci sono stati giorni in cui vedevo più buio che luce davanti a me e in quei giorni mi sono rammaricato delle cose che avrei potuto fare nei tempi passati, cose semplici tipo un week-end lungo, una cena al ristorante, una sera a teatro, qualsiasi cosa occupasse il tempo insieme alle persone care, poche o tante, agli amici... Quelle cose che spesso rinvii e poi non fai più per ragioni che solo ora hanno assunto un altro valore nella graduatoria delle priorità (il lavoro, la pigrizia, i soldi...).
Se il destino vorrà essere benevolo ecco, quello è il mio buon proposito: cercare di sfruttare il tempo per arricchire l'anima e il corpo di quei piaceri che la vita ti offre, anche una semplice camminata nel bosco o in riva al lago parlando del più e del meno. Piaceri, persone care, possibilità non scontate per tutti e che sono una fortuna, un peccato se vivessimo senza approfittarne".

P.S. Il destino - a differenza di quanto auspicavi - non è stato benevolo con te, che sei stato per la nostra generazione ciò che tuo suocero è stato per la sua: un'apripista, colui che "porta il lume e a sé non giova ma dietro sé fa le persone dotte".
Tocca a noi ora dimostrare che non sei vissuto invano, imparare la lezione.

sabato 8 gennaio 2022

A inizio anno (Riflessioni semplici)

Sono passati pochi giorni, il tuo sorriso disegnato a virgola resta vivo, non più fuori, soltanto in me, nelle molte persone che ti hanno conosciuto, nei tuoi cari soprattutto, che ti sono stati accanto e fino all'ultimo hanno versato lacrime, pregato, sperato, sofferto, accarezzandoti la fronte pallida, stringendoti la mano.
Ho scritto più volte di te, della tua famiglia, dell'ammirazione e del coraggio, spettatore impotente di un dolore muto.
Parole non ne ho più, resto in piedi, a capo chino, osservando la tua fotografia, Armida, al camposanto, sapendo che non sei lì, che l'essenza di te è viva, altrove, e che sei vissuta troppo poco, ma non invano.

P.S. Per fortuna ci sono gli amici. Come Raffaele, che un mattino si alza e scalda il cuore, condividendo queste riflessioni "semplici", esprimendo ciò che anch'io sento e che riporto pari pari, non potendolo scrivere meglio.
"Penso ci sia una verità in tutto questo caos... Ma valla a trovare!?!
Spero arrivi il più tardi possibile, ma penso che la morte saprà rivelarci tutti i nostri interrogativi.
Intanto continuo a vivere cercando, non sempre riuscendoci, di essere sincero con me e gli altri.
Mi sento un privilegiato quando entrando in casa trovo calore umano e reale.
Un po' me lo sono meritato, un po' devo ringraziare dove sono nato.
Ho degli amici che incontro ora come quarant'anni fa.
Un po' è merito nostro. Che ci siamo voluti bene. Che ci siamo stimati. Che abbiamo reciprocamente chiuso un occhio sui nostri difetti per apprezzare di più i nostri valori. Così come succede in una coppia che si vuole bene.
E chiudo qui... Semplici riflessioni di un normale sabato mattina ad inizio anno".

sabato 23 ottobre 2021

Inciampo (Un tiro di dadi)

Einstein sbagliò quando disse: "Dio non gioca a dadi". La considerazione dei buchi neri suggerisce infatti non solo che Dio giochi dadi, ma che a volte ci confonda gettandoli dove non li si può vedere.

(Stephen Hawking)


Camminavate una accanto all'altra, a un certo punto dandovi la mano, per superare il marciapiede, un cordolo troppo alto per lei, debilitata da una lotta ad armi impari, che da mesi la logora, intaccando morale e fisico.
Tu non l'hai abbandonata e ora ti schernisci, quando qualcuno lo sottolinea, rispondendo sarcastica a tono: "Da quanti anni è che ci sopportiamo?".
Molti. Più di quanti appaiono a un conteggio di spanne, considerato che nella testa restiamo ragazzi e per l'adolescente che ero voi, più grandi di qualche anno, eravate bellissime, una bionda e l'altra mora, irraggiungibili, soggetto proibito di desiderio.
Eravate un sogno e, come tutti i sogni, non è mancata l'alba in cui c'è toccato aprire gli occhi e alzarci dal soffice del letto.
Tu sei rimasta single, lei s'è sposata, ha avuto una figlia, due nipoti e un male che le s'è appiccicato addosso, nel momento esatto della parabola di vita in cui ci si prepara alla serenità della discesa, per gustare decenni di tramonto.
Vi ho ritrovato insieme, oggi, e in cinque minuti ho detto a entrambe più di quanto abbia mai fatto prima, per timidezza quando ero piccolo, per pudore una volta diventato adulto.
Ne sono restato contento, pentendomi tuttavia per non averlo fatto prima, per non avere trovato audacia e coraggio per dirvi esplicitamente ciò che avete significato per il ragazzo che ero e, di sponda, per l'uomo che sono.


P.S. Ho scritto in prima persona a te, ma è a lei che penso spesso, incapace di immaginare quanto in questi mesi sta provando, insieme ai suoi cari, sconsolato per la beffa di un inciampo che la sta privando delle gioie grandi e piccole di ciò che ha costruito. Davvero il destino è un tiro di dadi senza senso apparente, almeno a scorgerlo da questa parte della finestra sul mondo.

giovedì 7 ottobre 2021

Il corpo nudo (Cicatrici e dintorni)

“Quando sto davanti a te alla fine del giorno, tu dovresti vedere le mie cicatrici e sapere che io ho avuto le mie ferite e anche le mie guarigioni.”
(Rabindranath Tagore)

Dicono che la carne viva, dopo un contatto intenso con il fuoco, continui ad ardere, come brace, per giorni, a lungo.
Non so se sia vero, so però quanto brucia un conflitto non risolto, un vuoto improvviso, un amore spezzato, un'amicizia troncata, un litigio aspro, una delusione, un'incomprensione, un lutto.
Le ferite si rimarginano, le cicatrici restano: un'altra lezione che ho imparato sulla mia pelle, anche quando non era mia la pelle lacerata, semmai la mano che teneva l'impugnatura del coltello.
Passa. Tutto passa. Ripeterselo fa bene, così come ricordare che "più a fondo scava il dolore, più gioia si potrà contenere" - come mi scrisse David, un tempo indefinito addietro - ma né uno né l'altro leniscono il dolore nel momento in cui divampa e si propaga nel profondo.
Ciascuno di noi allora dovrebbe avere qualcuno che "alla fine del giorno" ci sta davanti, a cui poter mostrare le proprie cicatrici, che sappia le nostre ferite e guarigioni.
Ma più ancora noi, per primi, dovremmo essere per qualcun altro colui o colei che "sta davanti", che osserva, rimane attento, si mette in ascolto.
Aprirsi è importante. Lasciare aprire lo è altrettanto.
Come sempre: lo scrivo a tutti per ricordarlo a me stesso. Alla persona affaccendata, distratta, pigra, gretta, indolente che troppo spesso sono. Se dovessi confessare un cruccio, infatti, metterei ai primi posti la sensazione di "non esserci abbastanza", di farmi sfuggire momenti essenziali o relazioni che meriterebbero di essere coltivate e invece sfuggono, scivolano via, come la farina di granturco tra le dita quando non si stringe il pugno.
"Se ci tengono, si faranno vivi loro" mi ripeto, ma è una scusa banale, il velo lieve e vano che tenta di coprire un corpo nudo.

P.S. Non erano storie tristi quelle che in passato ho raccontato, non lo è neppure questa.
Ciò che lascia l'impronta d'un sorriso infatti è la certezza di essere compreso e, nel caso, perdonato, dalla stragrande maggior parte di amici e parenti e conoscenti a cui non do quanto potrei, quanto meriterebbero.
Una consapevolezza, quella della bontà altrui, che è sprone principale affinché ad essere magnanimo, comprensivo con gli altri sia io. Un circolo virtuoso in cui il torto fa da olio carburante e non da freno.

lunedì 14 giugno 2021

Come bandiera al vento (L'ipocrisia del pudore)

Me lo chiede nessuno, non ho altro luogo in cui scriverlo, lo appunto qui, per te, che al pari dei tuoi fratelli cerco di educare allo spirito critico e che in qualche modo vivi del pane che guadagno, del mestiere che ho scelto.
C'è pure un terzo motivo, che attiene all'accettare se stessi, la propria natura, correggendola - se è il caso - alla luce della ragione, ma comprendendo l'origine, il significato di ogni comportamento, senza giudicarlo frettolosamente, il ramo secco di un tronco sano.
Tra i molti istinti, ne scelgo uno: la curiosità di osservare le cose che non vanno, compresi gli eventi drammatici, tragici, siano essi l'incidente stradale o la malformazione fisica, la carambola involontaria, l'inciampo. 
A bocce ferme, dopo, forte è stato lo sdegno per quelle telecamere puntate su quel corpo apparentemente esanime, i dettagli del volto, la corsa dei soccorritori, le manovre per rianimarlo.
Molti l'hanno definita "assenza di pudore", "morbosità", persino "sciacallaggio".
Vado contro corrente e, come suggerisce Brecht, mi siedo dalla parte del torto, sostenendo che mostrare quell'evento, inquadrarlo, è stato giusto.
Da che mondo è mondo infatti gli esseri umani imparano dall'esperienza, specialmente di una situazione di pericolo, con le lezioni che ne conseguono (la prontezza del compagno; la calma dei medici e paramedici nel prestare soccorso, nel capire, prima ancora che mettere mano…), compreso il desiderio di poter imparare qualcosa, di essere preparati personalmente, nel caso accada a noi di assistere a un simile evento.
Assai più temo l'omertà, la rimozione del dolore, il velo bianco della censura che oscura tutto, di un pudore che sterilizza la realtà, rendendola "immune", cioè priva di "dono".
In un mondo in cui l'ipocrisia tende a prendere il sopravvento, vorrei che tu e i tuoi fratelli coltivasse sempre il dubbio, il pensiero divergente, l'arte del ragionare e del comprendere, tenendo in considerazione la storia umana, la natura, l'istinto biologico, il valore del "pubblico".

P.S. Chris Eriksen, il giocatore colpito da arresto cardiaco, è sopravvissuto, sta meglio, dovrà cominciare un cammino in salita e tortuoso, per recuperare appieno la salute e ridurre al minimo rischi e conseguenze di ciò che gli è capitato.
Per coincidenza, ho assai a cuore un'altra persona che giorni fa ha visto rivoltata la propria vita come un calzino, rischiando di perderla e ora di averla compromessa, dovendo convivere con le bizze del proprio muscolo cardiaco. "Mi sento sbattuta come bandiera al vento, vivo costantemente nel terrore" mi ha scritto chi gli sta accanto.
La capisco. Anzi, ne intuisco lo sgomento, poiché per capirlo dovrei esserci immerso io stesso.
Così, impotente come mi sento, come sono, l'unico appiglio è quello dell'esperienza di chi ci è già passato, di chi in qualche modo ne è uscito, delle storie buone che hanno lo stesso valore della curiosità di osservare le cose che non vanno. Due volti della stessa medaglia. Una medaglia chiamata "conoscenza", che da millenni a questa parte rende l'essere umano ostinato e per molti aspetti unico.

venerdì 5 febbraio 2021

Occhi fissi sul campo (Spalla a spalla, a Italo)

Perdonami. Perdonami figlia mia se nel tuo giorno di festa ho il cuore cupo, striato dal dolore di persone care, che soffrono.
Conoscevo Italo da una quindicina d'anni, da quando tuo fratello Giacomo era voluto andare a giocare a calcio in una categoria superiore, dimostrando già allora un'ambizione insospettabile per quel carattere in apparenza imperturbabile, cheto.
Quel mondo Italo lo frequentava a suo agio, essendosi messo anch'egli alla prova spesso, per decenni, sul campo e in panchina, roccioso e arguto nel contempo.
Entrambi genitori di figli in calzoncini corti e alti poco più di un metro, siamo stati sovente spalla a spalla, due volte la settimana almeno, da settembre a giugno, pioggia o sole o vento, alle partite o di fronte al cancello, terminato l'allenamento.
Ero io ad andare a cercarlo, perché sapevo che mi aspettava volentieri, in tribuna o a bordo campo. Lui conosceva il mio stile garbato, io apprezzavo i suoi lunghi silenzi, concentrato a osservare il gioco, e ancor più le occasioni rare e preziose in cui apriva bocca, per esprimere sottovoce un commento, un giudizio mai banale, lapidario.
I giorni più luminosi erano quelli in cui accanto a noi arrivava un altro padre, Piero: non soltanto il suo migliore amico, ma l'emblema stesso dell'amicizia che può esserci tra due persone, quel miracoloso vincolo che si crea a dispetto delle differenze, anzi, forte in modo direttamente proporzionale alle diversità di stile, di gusto, di carattere, di fisico.
Italo e Piero. Piero e Italo. Massiccio e pratico e interista uno; esile e fantasioso e milanista l'altro. Insieme, uno spettacolo. Di ironia, sarcasmo, soprattutto di bene, stima, affetto.
Italo se n'è andato in questo giorno mite di febbraio, spezzato in nemmeno quattro settimane da quel virus che - sbagliando - credevo avessimo ormai imparato a tenere al guinzaglio, almeno per le persone vicine, per coloro che non penseresti mai possano essere estratte a sorte dal mazzo.
Un lampo di sgomento, che mi ha riportato a dieci mesi fa, al dolore di altre persone care, a Luciano, alla sua famiglia, a quella di molti colleghi bergamaschi, al dramma identico di questa epidemia che non vediamo l'ora sia finita, illudendoci che stia tutto tornando normale, anche se di normale c'è nulla o poco.
Per questo sono così, nel giorno del tuo ventunesimo compleanno, perché non riesco a non pensare a Stefano e Irene e a Rossella, i figli di Italo, che hanno più o meno la tua età e a Giovanna, sua moglie, e a Piero stesso, schiacciati da un vuoto che è come un manto, di piombo.
Un dolore ingiusto, che non ha motivo, mai, per nessun essere umano, da che mondo è mondo.
Un dolore che si unisce all'apprensione di altre persone che mi sono vicine e in questi mesi vivono la morsa di un altro male, combattendo tenacemente ma accusando spesso il colpo, com'è comprensibile, non essendo noi fatti di gomma, avendo crepe pure quando non le mostriamo.
Per questo aspetterò che ti addormenti, Giorgina, per venire a osservarti un minuto, nonostante il buio, ascoltando il tuo respiro, calmo, piano, chiudendo gli occhi, cercando di sentire in quel momento ancora Italo vicino, spalla a spalla, come quando eravamo in tribuna di sperduti campi, e so che non lo guarderò, non riuscirò a guardarlo, continuerò a tenere lo sguardo fisso sul prato, per non commuovermi, e gli dirò quello che non sono mai riuscito a dirgli ma che lui sapeva, perché era un uomo acuto, oltre che buono. Un uomo che sono orgoglioso di avere conosciuto e di considerare per sempre amico.

domenica 30 agosto 2020

Il cucciolo in giardino (Finché c'è vita...)


Giulio ha un giardino che è un incanto e non esagero, so quello che scrivo.
Giulio è il mio vicino di casa, anche se da un paio d’anni non mi rivolge parola, questo però è un altro discorso e comunque è colpa mia, che per una banalità non mi sono cucito la bocca e ho detto ciò che potevo risparmiarmi, dimenticando che il buon senso trova strada da sé, mentre se s'accompagna al risentimento può condurre alla meta, ma a un costo troppo alto.
Questo però è un altro discorso, dicevo, poiché a Giulio continuo a volere bene, al netto delle asprezze di un carattere che sa anche lui di avere, così come io ho il mio, prendendo il buono dei molti ricordi insieme, quand'ero ragazzo, di situazioni che - per adesione o per contrasto - hanno contribuito a formare parte dell’uomo che sono.
Giulio si prende cura delle piante e del prato con dedizione certosina. Non c’è giorno in cui non se ne occupi, stando pure a lungo a contemplarlo, seduto in veranda, con la meticolosa pazienza dei suoi settantanove anni compiuti una settimana or sono e di un tempo che soltanto visto da fuori non passa, scorre lento.
Il mio, invece, è un prato brado, soggetto agli umori del meteo, smeraldo quando piove a lungo, a chiazze paglierine se invece si susseguono settimane di secco.
Quattro anni fa, quando arrivò a casa nostra Larry, portandosi appresso tutta la scatenata esuberanza dei setter, ricordo lo sguardo perplesso di Giulio osservando proprio il mio prato, messo a dura prova dal cucciolo.
Era una sera, del mese di maggio, e il prete aveva proposto la recita del Rosario ogni giorno in un caseggiato diverso, chiedendo disponibilità anche a Isabella e c’erano un sacco di persone e tra esse proprio Giulio, che andandosene accanto a Piera, sua moglie, scuoteva la testa, osservando le buche e le chiazze nel manto erboso.
Cambio di scena.
Quest'anno, una manciata di giorni fa..
Giulio è seduto al solito posto, nel patio di casa, ma in mezzo al prato immacolato ci sono due bimbe accovacciate, le sue nipoti Emma e Sofia, e a due metri da loro una palla di pelo che è una meraviglia, una cucciola di meticcio, che si rotola, sfugge, s'accovaccia, guaisce, trotta, si mette infine a pancia in su, come a chiedere un grattino.
Sento la voce un po’ rauca di Giulio che parla affettuoso con le nipotine.
Non ne vedo il volto, ma sono certo sorrida, divertito.
È un bel quadretto, che fa sorridere a mia volta, ricordandomi il motivo per cui i giovani - i bimbi e i ragazzi in particolare, non importa se propri o altrui - sono così utili, fondamentali per la nostra sopravvivenza: ci costringono in un modo o nell'altro a cambiare, non permettono che ci fermiamo, rompono gli schemi e alla fine migliorano la vita, il mondo.

P.S. Giulio ha da anni una malattia che è giogo pesante, senza impedirgli tuttavia di stare accanto alle persone care, di dare una mano, di accudire se stesso e i mille e passa metri di giardino con la grande abitazione nel mezzo, di gioire delle cose buone e rammaricarsi per quelle grame.
La sua è una di quelle malattie da cui credo non ci guarisca, ma che si cura. Quando la scoprì, vent'anni fa, non c’era alcuna certezza su come sarebbe andata e rammento nitidamente in quei giorni il dispiacere di mio padre e di mio zio Gianni (proprio ieri l'altro è spuntata dal cassetto la fotografia che riporta a quell'esatto momento: stavamo sistemando della mia casa il tetto).
Poi, nel volgere di tre anni, per una di quelle capriole di cui è prodigo il destino, mio zio e mio padre si sono anch'essi malati, d’un male però più ostinato, che non ha lasciato loro vie di fuga, spezzandoli uno dopo l’altro via, mentre Giulio - pur con i suoi acciacchi - è ancora qua.
Ed è una presenza che mi allieta, di cui sono intimamente grato, poiché è un esempio per non darsi sconfitti, per tenere duro, per vedere una speranza dove sembrerebbe esserci soltanto timore, incertezza, sipario.
Lo dico per ciascuno che passa da qui, ma in particolare per uno dei tre sopravvissuti della fotografia di cui poco sopra tra parentesi ho scritto, mio coetaneo e nella sostanza fratello, che di tener duro in quest'anno bislacco ha più di tutti bisogno.

giovedì 23 aprile 2020

Senza fiato (Il peggio, al passato)


Tutta colpa di Raul Montanari. Se sono venti giorni che qua non aggiungo un rigo è responsabilità sua e dell'onesta quanto disarmante ammissione che ha fatto (video), quasi da "rappresentante sindacale degli scrittori": "Nessuno di noi sta scrivendo, perché per scrivere tu il cuore lo devi avere leggero, non puoi essere oppresso, non puoi avere il respiro corto".
E io, che scrittore non lo sono affatto, ma che in effetti scrivo, in queste settimane il respiro corto l'ho avuto eccome, a immagine e somiglianza del male che stiamo affrontando e che non a caso è terribile proprio perché toglie letteralmente l'aria, manda prima in affanno e poi ti schianta, lasciandoti senza fiato.
Ho scritto nulla, ma letto molto e ascoltato di più.
Mi sono preoccupato (lo sono tuttora, per alcune persone care che in un letto di terapia intensiva stanno resistendo, appese a un filo, o per una deriva da Stato vigilantes, non di diritto, a cui quotidianamente assistiamo).
Ho provato sgomento (per le testimonianze terribili di chi ha convissuto con il virus o da esso è stato sbaragliato).
In qualche caso ho avvertito rabbia (soprattutto per coloro che hanno aggiunto divisione nelle difficoltà e fatto intendere che quanto successo - specialmente qui - non sia una fatalità, bensì una colpa, che ci meritiamo).
Rabbia, preoccupazione, sgomento.
Ci sarà un tempo in cui tutto ciò che si è accumulato fluirà, in cui il groviglio di sensazioni emozioni sentimenti verrà dipanato.
Per ora mi accontento di alzare il capo, di guardare l'orizzonte di nuovo, di tastare con le mani le braccia, il torace, le altre parti del corpo e realizzare di essere vivo, vispo, senza poter annunciare lo scampato pericolo, ma consapevole che l'onda di piena che ha rotto gli argini e travolto tutto, ha esaurito la forza d'urto, rientrando.
Non è molto, lo so. Però è un inizio, il ramoscello d'ulivo nel becco della colomba sull'arca di Noè terminato il diluvio, il segnale che il peggio è passato. Speriamo.

P.S. Non vorrei essere frainteso: le difficoltà non stanno finendo, le difficoltà stanno cambiando. Questo però fa parte dell'esistenza, della continua tensione che accompagna la storia dell'essere umano, come sempre è stato prima, come sempre sarà dopo.

sabato 29 febbraio 2020

Il mese bisesto (Vi sono vicino)


Un mese è un mese, chiuderlo senza passare di qua sarebbe un peccato, anche considerata l'eccezionalità di questo tempo, in cui sta succedendo di tutto e accadono cose che mai mi sarei immaginato.
Segno un punto oggi, nel giorno più particolare del quadriennio, un ventinove febbraio che non c'era l'anno scorso e neppure ci sarà il prossimo.
Scrivo meno, è vero, vivo di più, in ogni ambito. Spesso accade che "custodisca" più che rendere pubblico ciò che penso. Di certo mi ritrovo più fatalista, meno teso a plasmare il destino, che tanto il destino decide sempre da sé il letto in cui coricarsi, evitando con scrupolo lenzuola e materasso che gli abbiamo preparato.
Sono silente, ma non per questo meno vicino alle persone che in questo tempo hanno un peso greve, intenso.
Chi è ricoverato con questo virus che ha paralizzato tutto, ad esempio. A uno di loro sono particolarmente affezionato, perché mi ha preso in simpatia fin da quando l'ho conosciuto e mi sento un po' parte della sua famiglia, pur se di persona ci incontriamo di rado.
Oppure a una delle persone a cui voglio più bene, a colui a cui avrei affidato i miei figli, se mi fosse capitato qualcosa di brutto. Qualcosa di brutto, anche se non di così brutto, è capitato a lui e sono mesi che stiamo in apprensione, con il conforto del suo spirito, della sua capacità di reagire, di superare ogni ostacolo.
O infine a una delle donne più sensibili che conosca, che ha perso il padre d'improvviso, talmente d'improvviso che essendo lontano da casa l'ho saputo giorni dopo, senza potere essere di conforto, figuriamoci da aiuto, e da giorni penso e ripenso a come rimediare, a come farle capire che le sono vicino.
Per loro, per tutti loro, e anche per me, per noi, questo mese con il riporto di uno non è passato senza danno. Eppure la vita va avanti e andare avanti è l'unico modo per non viverla invano.

sabato 14 dicembre 2019

Un metro davanti a me (Cosa c'è oltre la maschera)


Eri un metro davanti a me, bella come sempre, in mezzo a tuo marito e tua figlia, che aveva in braccio il nipotino, anch'egli una meraviglia.
Eri un metro davanti a me e sarebbe stata una normale mattina, se sul viso tu non avessi avuto una mascherina, di quelle verde latte e menta, che usano i medici quando intervengono o gli infermieri o le persone malate, che non possono permettersi un'ulteriore acciacco, neppure un banale raffreddore, un'influenza.
Eri un metro davanti a me e quando gli sguardi si sono incrociati hai sorriso, serrando lievemente gli occhi, come sempre, come fai con tutti, per una spontanea forma di cortesia, mentre io pensavo a quanto mi avevano già detto, al male che ti ha cinto il petto, che si è insinuato nella carne e che fatica ad andare via.
Il tempo è volato e non ho avuto il coraggio né l'occasione di fermarmi, di chiederti come va, di dirti che faccio il tifo per te, che so quanta tribolazione nasconda l'apparente quiete, del carico che sulle spalle porti insieme con la tua famiglia.
Lo so perché l'ho vissuta, perché l'ho riconosciuta nell'espressione di tua figlia, anch'essa sorridente, fino a quando gli hai accostato la bocca all'orecchio e detto due o tre parole, mentre lei annuiva e continuava a sorriderti, tranne nel momento preciso in cui ti sei voltata e la sua espressione in un lampo è mutata, come chi viene colpito alla bocca dello stomaco, chi perde fiato, chi riceve una brutta notizia o ricorda quanto sia la situazione precaria.
In quell'istante ho percepito il suo dolore, la sua ansia, la preoccupazione di una figlia che ha da poco sperimentato la gioia più grande, quella di diventare a sua volta madre, ma sente in pericolo la persona a cui è più legata, tu, sua mamma.
Io non so cosa riserverà il destino, il caso, la vita. Ho pianto quindici anni fa per persone che sembravano avere i mesi contati e che sono invecchiate serene, vivendo tuttora in pienezza, mentre altri per i quali pareva poco o nulla ci hanno lasciato senza neppure il tempo di un Ave Maria.
Per questo dico che non lo so, tuttavia conosco e sono partecipe dell'apprensione tua e di chi ti vuole bene e di tutti coloro che vivono una simile vicenda, specialmente in questi giorni che precedono la festa e in cui tutti corrono e nessuno si ferma.
Tu a fermarmi mi hai costretto e lo considero un dono, che contraccambio abbracciandoti idealmente e dicendoti che non sei sola, anche se sola ti senti, come chiunque passa dalla soglia stretta e spinosa della malattia.

sabato 2 novembre 2019

Alba chiara (Grida senza risposta)


L'ho ritrovata dopo anni, sentendomi parecchio in colpa, per non essere andato a trovarla prima, per non essermi ritagliato il tempo e la voglia necessaria.
Albina è prima cugina di mio padre, nata in Valtellina e innestata in Piemonte, in paesi sparsi tra Borgomanero e Varzo, con tutto quel ramo della discendenza.
Quando ero bambino non passava anno o due in cui non prendessimo l'auto, attraversassimo il lago Maggiore in traghetto, e facessimo visita ai parenti.
La modernità ha portato la comodità dell'autostrada e tolto l'abitudine buona della riunione di famiglia, complice la falcidie di lutti che ha estirpato poco alla volta ma inesorabilmente una generazione intera, quella della parentela più stretta.
Tranne Albina. Quando l'ho chiamata, prima di bussare alla sua porta, per avvisarla, ha risposto dolcemente, salvo poi chiedere consiglio alla vicina e chiamare per sicurezza a casa mia mamma, spiegando che "al giorno d'oggi può essere anche un truffa".
Non ci vedevamo da anni, l'ho ritrovata d'una dolcezza infinita, pure se oltre la limpidezza degli occhi c'era un muro, la barriera del dolore, della sofferenza inconsolabile, quella che continui a respirare e bere e mangiare e vedere la tv e parlare con la gente ma la tua vita è finita.
Albina, uno dopo l'altro, in un lampo, ha perso i due fratelli e i due figli, uno stillicidio di disgrazie da far perdere la testa.
Sentirglielo raccontare, a ciglio asciutto - perché anche le lacrime a furia di scorrere hanno inaridito la sorgente di provenienza - è stato straziante.
L'ho ascoltata come avrebbe fatto mio padre, una mano sulla fronte e a occhi chiusi, di tanto in tanto indicando sì con la testa, compreso quando ha parlato della fede, di quanto è arrabbiata e delusa da Dio, da come si sente lontana.
Non suonava come una bestemmia, tutt'altro: aveva il suono della disperazione, era il grido di Giobbe, dell'essere umano che non trova giustificazione, risposta.
Di fronte a lei mi sono sentito piccolo piccolo, uno gnomo che ha costruito la sua casa sulla sabbia, colui che vede la precarietà delle proprie certezze, del marinaio che viaggia spedito e sicuro di sé soltanto perché ha il vento in poppa.
L'ho ricordato quest'oggi, in uno di quei giorni che la tradizione ha fissato in calendario per ricordarci che molto traballa e tutto passa e per quanto i nostri affanni siano unici ed originali, fanno eco a quella che è da sempre, incessantemente, la condizione umana.

P.S. Il vuoto di Albina è immenso, eppure c'è chi lo riempie o tenta di riempirlo, con presenza, costanza. Sono le persone che le stanno vicino, a cominciare dalla nipote Claudia e dai figli dei suoi fratelli, che conosco a malapena ma a cui sono legato non soltanto dal sangue, pure dalla riconoscenza, perché danno contorno e forma e consistenza alla virtù della speranza.

venerdì 18 ottobre 2019

A occhi chiusi (Darsi pace, un dono prezioso)


"Sono un paio di giorni che soffro come un cane" mi hai scritto, per il cruccio che ti porti dentro, "non avere figli, il tormento di una vita, la ferita più grande, il desiderio tradito".
Ascolto ciò che dici, incapace di aggiungere altro, sapendo che nessuna parola potrebbe rammendare lo squarcio che hai dentro, consapevole che in questi casi è già molto stare in silenzio, mettere una mano sulla spalla, idealmente o dal vivo, chiudere gli occhi, come mi capita spesso, replicando tale e quale l'espressione di mio padre, come la ricordo.
Di fronte al dolore altrui sto così, a palpebre abbassate, come se il buio possa contenere lo strazio, fare da scudo.
Ti sono vicino, cerco di esserlo con chiunque condivide con me un vuoto, anche se non sempre ho la capacità di comprendere quant'è vasto, profondo.
La sofferenza, pure per me, come per qualsiasi essere umano, resta un mistero, confido però in ciò che hai chiosato, concludendo il messaggio e aprendo le pagine di quello che potrebbe essere un libro: "Devo soltanto dirmelo a voce alta e darmi pace".
Darsi pace. Un dono prezioso, un riaprire gli occhi, dopo avere pianto tanto. Un regalo d'umanità, che ci meritiamo.

domenica 6 ottobre 2019

Non passa (semmai ci si abitua)


Oggi soltanto una nota, una postilla, rispetto a ciò che ho scritto ieri l'altro, sulle lacerazioni che ci riguardano, sulla morte di chi ci sta più a cuore, su un'esperienza di cui ciascuno farebbe a meno eppure plasma, forma, permette di diventare persona adulta.
"Passerà, la vita come sempre sarà più forte della morte, con il passare del tempo, senza accorgertene, tornerai a sorridere" ho scritto e lo penso tuttora. Però è vero anche quanto sostiene Paola, che quando aveva meno di quarant'anni ha perso la mamma: "La verità è che non passa mai, semmai ci si abitua".
Me lo ha detto sorridendo, tenera, con gli occhi che brillavano, ma di nostalgia.

P.S. Il destino disegna trame che prendono per il collo, di sorpresa. Ieri ha lasciato questa terra Monica, cinquacinque anni, moglie e mamma di un figlio e una figlia, lui ancora piccolo, lei non ancora ventenne. Era malata da tempo, le cure non le hanno fatto effetto, non credevo se ne andasse così in fretta.

venerdì 4 ottobre 2019

Ci penso io (Lo strazio del vuoto)


Lo so, lo so cosa provi, lo sento, l'ho provato sulla mia pelle anche se sulla tua brucia di più, adesso, ed è un dolore straziante, come non ce n'è mai stato uno, perché nessun dolore per sentito dire è simile al proprio.
Avresti voluto fare di più, salutarla meglio, allungarle almeno un poco i giorni, anche se comprendi che la sofferenza la stava divorando e trattenerla sarebbe stata un gesto di egoismo.
"Tutti mi dicono: devi essere forte, tuo papà ha bisogno di te, tua sorella ha bisogno di te, le tue figlie hanno bisogno di te... Ma a me chi pensa?" hai scritto.
Ci penso io, ci pensano le molte persone che ti vogliono bene anche senza dirtelo.
Non quel "pensarci" che equivale a un alleviare, risolvere, fare qualcosa, che è ciò che desideri in questo momento, ma che risulta impossibile all'essere umano.
Il mio, il nostro, è un pensiero di rimando, un non lasciarti sola comprendendo quanto sola ti senti, in quale morsa hai il cuore, com'è opprimente quella desolazione che ti accompagna quando ti alzi al mattino, prima di addormentarti la sera, ogni volta che ti fermi un istante e riprecipiti nel baratro.
Non abbiamo il potere di medicare la tua lacerazione, possiamo soltanto dirti che ti comprendiamo e testimoniare ciò che chi è vissuto prima di te ha già provato, cioè che passerà, che la vita come sempre sarà più forte della morte, che con il passare del tempo, senza accorgertene, tornerai a sorridere e la dolcezza, la tenerezza del ricordo prenderà il sopravvento sul vuoto non colmato che ora avverti come un macigno sullo stomaco.
Perché chi se ne va non ci lascia, resta con noi, non più fuori, né accanto, ma dentro.

sabato 31 marzo 2018

La mano nella tua


https://www.flickr.com/photos/lyonora/7924740076/in/album-72157631399347174/
Mi hai tenuto la mano nella tua, per tutto il tempo, la pelle morbida quanto quella di un bambino e anche sul volto era distesa, liscia, senza un ruga nonostante gli anni e il male che, dice mia madre, ti ha scavato nel profondo.
Non ci vedevamo da anni, sapevo che ti eri ammalata, ma come al solito ho badato più a correre, rimandando di mese in mese, di giorno in giorno.
Oggi mi sono deciso, ti ho trovato nel letto di un ospedale, debole eppure serena, con gli stessi occhi chiari e mansueti e dolci che ricordavo.
Hai l'età di mia mamma, tuo marito è stato il miglior amico di mio padre, sono cresciuto frequentando casa vostra e andando in vacanza insieme, quando ero piccolissimo. Poi i momenti d'incontro si sono diradati, non a scapito della qualità: bastava una visita, un saluto, un bacio, un abbraccio, per riportare quell'intimità che distingue l'amicizia autentica dalla conoscenza vaga, il bene profondo da quello blando. Le occasioni più piacevoli erano le serate in cui vi venivamo a trovare e si chiacchierava tutti insieme fino a notte fonda, io poco più che ragazzo, al pari dei tuoi figli, tuo marito mattatore indiscusso, come sanno esserlo coloro che non conoscono vie di mezzo ed esiste soltanto il niente o il tutto. Tornando a casa, in auto, con mio padre e mia madre commentavamo i discorsi fatti, tornavamo a ridere delle battute, talvolta mi addormentavo, altre invece finivo per cantare con mio papà, che aveva voce di tenore e quando era allegro non risparmiava il fiato.
Mi hai fatto un regalo oggi, ricordandomi che nella vita più di tutto importa perdonare e voler bene, cominciando da chi ci è vicino. Augurio migliore non potrebbe esserci per la giornata di domani, che è Pasqua di risurrezione e ci rammenta che anche se noi prima o poi ce ne andiamo, sempre vivo rimane ciò che c'è di mite, di buono.