sabato 7 febbraio 2026

Disturbo di accumulo (Il talento e la tentazione)

Cosa ne farò? Cosa ne farò di tutta questa abbondanza, di questa memoria prêt-a-porter infinita che sta nei computer, in uno schermo di telefonino, sempre a portata di mano, milioni di informazioni che incrocio e vorrei trattenere, appuntarmi da qualche parte, tenere in qualche modo a mente, come se tutto fosse importante, meritevole di archiviazione.
Una tentazione parente stretta del disturbo di accumulo (disposofobia), che è il contrario esatto di una decisione netta presa quand’ero ragazzo, di appuntarmi poco o nulla, giusto qualche frase trovata nei libri e ricopiata a penna in un diario con Snoopy in copertina. Quell’agenda la conservo tuttora e riconosco che aveva un pregio: costando fatica lo scrivere a mano, non ne abusavo, scrivevo il giusto, era un modo di dare valore, oltre che peso, alla sapienza. I libri continuo a sottolinearli, a matita, tuttora, ma non ricopio più. In compenso le note sul telefono, zeppe di appunti talvolta illuminanti, talvolta sbilenchi, sono una miriade (1098, ho controllato ora), così come infinite le foto salvate sul telefono o i post su Facebook, su Istagram. Un bastimento carico carico che parla di me e diventa sempre più pesante, a cui attingo di tanto in tanto, ammettendo di essere incapace di smettere, di accumulare. Come quasi gli spacciatori (di informazioni) sono drogato anch’io.

P.S. Quest’ultima frase non è farina del sacco mia. L’ho presa a prestito da Michele Serra e senza bisogno di cercarla, ricordandola a memoria, anche se mi sfugge con precisione l’articolo dove l’ha scritta (anche in quel caso però faceva da chiosa). Tenere in mente frasi, motti, citazioni, è una dote che ho. Non un prodigio di natura, diciamo una virtù media, un talento da mezza classifica. E a dispetto del rischio che corro ora, di cedere alla comodità e appaltare ad archivi esterni enormità di dati, rammento con nitidezza la decisione di cui ho scritto sopra, presa da giornalista alle prime armi, di appuntarmi poco o nulla e cercar di conservare più possibile in testa. Una scelta che aveva uno scopo consapevole, preciso: costringermi alla generatività, trasformare la mente in trampolino e non in gabbia, abituare le sinapsi del cervello a collegarsi tra loro di volta in volta e saper partorire di continuo concetti, pensieri, parole. Proprio come sto facendo ora.

sabato 31 gennaio 2026

Cassanda crossing (Talento, maledizione e ataraxia)

Aracne e Tiresia, Dedalo e Re Mida, Orfeo e Bellerofonte, Prometeo e Cassandra, Medusa e Fetonte...
Nomi curiosi, storie antiche, vicende sempre attuali, perché in ciascuno di noi è presente un dono, un talento, e di riflesso, come per contrappeso, una maledizione. 
Penso a coloro che valgono molto, che sanno distinguersi agli occhi degli altri, ma ai propri si vedono sempre mancanti. Oppure a chi ha chiarezza di visione e pigrizia di gambe: potrebbe andare lontano, fatica persino a partire. O ancora a chi ha ricevuto tanto e coltivato un sogno e d’un tratto lo vede sparire.
Ognuno può rifletter sul caso che crede. Se guardo a me stesso, a volte mi pare di essere nella vita come ero sul campo da basket: solerte nell'impegno, prodigo di sforzi, capace pure di raggiungere risultati, ma mai pienamente consapevole di quanto stessi facendo in tempo reale, come se arrancassi, fossi immerso nell'acqua fin sotto il naso e stentassi ad avere contezza e lucidità per esprimermi al meglio, per prendere di volta in volta la decisione migliore. Una limpidezza che ritrovavo pochi istanti dopo, quando ormai però ero sotto la doccia, negli spogliatoi, o nel letto, rimuginandoci sopra, riuscendo con difficoltà ad addormentarmi.
Probabilmente, nel ricordare quei momenti, sono troppo severo con me stesso ed è codesto altresì un dono e insieme una maledizione. Non cedere alla facile indulgenza, pretendere parecchio da sé, è infatti la molla che spinge in alto, la batteria che non permette mai cali di tensione. Nel contempo però ciò comporta una sensazione di insaziabilità, un continuo mettersi in discussione, un'inquietudine che raramente conosce pace. E il fibrillar m'è assai aspro in questo mare.

P.S. In realtà l’indulgenza è pratica che adotto abbondantemente, a cominciare proprio da me stesso, considerando l’eccesso di severità assai dannoso e preferendo adottare ciò che i greci (sempre loro) chiamavano “ataraxia”, lo sforzo di comprendere ciò che merita veramente attenzione ed energia. Se è qualcosa di cui posso avere il controllo o che posso influenzare, cerco di farlo; se è qualcosa di cui non ho il controllo (il comportamento delle altre persone, la fortuna, il passato, il futuro) cerco di inquadrarlo nitidamente e… lasciarlo andare.

sabato 24 gennaio 2026

Il bene autentico (Quando mi ascolti)

Quando mi ascolti ti vorrei abbracciare, superare il pudore che ci distanzia, abbattere la barriera delle convenzioni ed entrare in contatto con la tua essenza più intima, sentirti nuda di fronte a me, come spoglio di cenci, resistenze, scrupoli vorrei essere io, non badando alla mia faccia, a quell'uomo che sono diventato e che a volte stento a riconoscere, riflesso nel vetro o allo specchio, l'immagine di un estraneo che mi somiglia vagamente ma estraneo al ragazzo che ero e che mi sento tuttora, quando la luce si spegne e il buio circonda, perso in pensieri che spiccano il volo e balzano senza muri di sponda, cullati abbastanza da ricreare un mondo che altri definirebbero di fantasia, mentre per me è più reale del vero. E prezioso, libero, che nessuno riesce a portarmelo via.

P.S. Il bene autentico lo conoscono coloro che sotto pelle lo sentono scorrere come una scossa, una frequenza d’onda identica alla carità nella prima lettera ai Corinzi (13,1-13) di san Paolo: «Paziente, benigna, non invidiosa, non superba, che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta».
Al pari dell'amicizia, non è una contabilità in pari tra dare ed avere, bensì fideiussione completa, senza limiti di spesa: qualifica le persone che siamo, distinguendo e unendo al tempo stesso. Il resto possono essere alti e bassi, corrispondenze fitte o rade, ma nella sintonia del bene persino il silenzio parla, non somigliando a un vuoto, bensì a una soglia priva di chiavistello, sempre aperta.

sabato 17 gennaio 2026

Come scegliere un libro (Basta poco)

Per tutti coloro che leggono libri, condivido quanto nel nel corso degli anni ho imparato io, passando varie fasi: in principio l’ostinazione di finire ciò che iniziavo (ricordo ancora la fatica immane dei «secondi libri» di Umberto Eco, da “Il pendolo di Foucault” a “Baudolino”); poi la decisione «adulta» di abbandonarli, se non mi piacevano; infine la consapevolezza che esistono libri per ogni stagione, per cui occorre pazienza e la capacità ogni tanto di riprovarci, per capire se è l’occasione giusta, s’è arrivato il loro tempo (il primo con cui ha funzionato è stato Tolstoj, mentre Fëdor Michajlovič Dostoevskij sta ancora aspettando).
Di recente ho aggiunto una nuova consapevolezza, quella dei libri che si svelano subito, che si capisce già dall’incipit o scorrendo una pagina se è il loro «kairos», il tempo propizio per esser letti oppure se non meritano un ulteriore minuto.
Sarà forse l’età che avanza e non permette eccessivo investimento di energie, di tempo, ma è un diventare spiccio che apprezzo, che mi fa vivere meglio.

P.S. Chissà se per le persone vale lo stesso. «A pelle» è un’espressione che si usa tuttora, per definire come l’intuito, più del ragionamento, contribuisca a distinguere le affinità elettive, quanti stanno simpatici o antipatici fin da subito. Oppure, al contrario, siamo noi d'istinto gli insopportabili e non ce l’hanno mai detto.

giovedì 1 gennaio 2026

Sospesi (Tra vecchio e nuovo, prima e dopo)

Nella cerniera tra il vecchio e il nuovo anno rimangono impigliati scampoli di ricordo, senza gerarchia né nesso, tanto che se dovessi elencarli non me ne verrebbe in mente uno.
Strano marchingegno la mente umana, che archivia a modo suo, a spregio delle priorità razionali, restituendo soltanto una parte del tutto, sempre a brandelli e quasi mai quando occorre, nel momento in cui - come adesso - sarebbe gradita risposta a un desiderio preciso.
Rinuncio perciò all’intento diaristico, ripromettendomi di tornarci sopra, attraverso l’espediente dell’album fotografico del telefono. Nell’attesa, mi domando se abbiamo smesso di avere memoria proprio perché non la coltiviamo più, avendo delegato appunto al telefono e a quella sorta di schedario sempre disponibile la funzione di tener vivo il passato, oppure se sia sempre stato così, anche prima, nei decenni addietro, che il cervello oltre al glucosio di nulla ha bisogno, se non di continuamente cancellare, per dare vita, facendo spazio.
Una paresi uguale ed opposta ce l’ho pure per il futuro, per l’elenco dei buoni propositi per il 2026 appena iniziato. In quel caso, a bloccare è l’effetto imbuto, la massa di «desiderata» che se sollecitata ad interruttore non fa passare nulla, se non qualche banalità della quale, se ne lasciassi traccia scritta, mi pentirei un secondo dopo. Anche in questo caso, occorre tempo, nessun auspicio può esser sfornato introducendo una monetina come al distributore automatico. Ci penserò allora, tenendone appunto e, se meritevole, portandone impronta in futuro. E, a pensarci, già questo è un buon proposito.

P.S. Siamo la società del «prêt-à-porter», del disponibile tutto e subito. E proprio per questo facciamo fatica ad accettare che per alcuni aspetti della vita, tra l’altro i più essenziali, occorra pazienza, tempo. Perciò preferiamo escogitare modi per accelerare i processi, eliminando le pause, riducendo le attese, piuttosto che accettarle, magari dando ad esse valore, avendo consapevolezza che lo spazio tra prima e dopo, tra vecchio e nuovo, non soltanto è «abitabile», ma spesso è pure un bel posto dove accamparsi e ammirare il panorama che c’è attorno.

sabato 27 dicembre 2025

In tutta coscienza (Libertà e responsabilità)

«La grazia abbonda dove ha regnato il peccato».
Ho masticato per giorni queste parole come fossero foglie di coca, gustandone il sapore e provando una sorta di eccitazione, quale soltanto la «rivelazione» comporta.
Mi tornano in mente ora, per introdurre un distinguo.
Un conto è il peccato, la scelta deliberata del male, un’altra l’accettazione catatonica di un precetto, l’adeguarsi ad una regola senza domandarsi se e quanto sia giusta, quanto e se essa sia in linea con il principio che l’ha ispirata, introdotta, imposta.
Che è poi la traduzione dell’ammonimento evangelico al sabato (la legge) che deve essere al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio del sabato. Una deriva antica, connaturata a qualsiasi organizzazione o società, sempre in tensione tra due poli, due esigenze opposte: libertà individuale e responsabilità collettiva.
Il discrimine, in tutto questo, è uno: la coscienza. Il luogo di ciascuno più intimo, dove ha voce l’autentico, nel quale non esiste menzogna, a patto che vi sia un ascolto reale, limpido.
Un buon proposito per l’anno che viene potrebbe essere questo: valutare e decidere ogni volta «in coscienza», rifiutando pigrizie di ragionamento e omologazioni e accettando che pure gli altri facciano altrettanto.

P.S. A un giudizio superficiale potrebbe essere un argomento da poco, faticandone a comprendere l’urgenza, oltre che il senso. Per come la vedo io, in una società sempre più regolata, qual è la nostra, sarà tema essenziale per vivere bene, in futuro. Un’avvisaglia l’abbiamo già avuta, durante la pandemia, mentre ora è il dilemma tra guerra e pace ad essere sfidante e divisivo. Ma se ci pensa bene, ogni nostro atto - dal codice della strada alla morale sessuale, dalla fiscalità al gioco del calcio - naviga tra la Scilla della libertà (la possibilità di scegliere, di fare) e la Cariddi del vincolo (la necessità di obbedire, di sottostare). 

sabato 20 dicembre 2025

Fiorire e far fiorire (Stare bene al lavoro)

Vedere positivo è una propensione del cuore, prima che un esercizio oculistico.
In ogni mestiere, in ogni luogo di lavoro abitato, ho trovato del buono e son certo di esser stato fortunato.
Ad ogni modo, sono grato a chi fin da principio mi ha dato la possibilità di guadagnarmi il pane e anche il companatico. Così come ricordo con affetto ogni collega avuto accanto, compresa l’esigua minoranza di coloro che mi urtavano e i molti con i quali invece s’è sviluppata un’affinità elettiva che ha tuttora i tratti dell’amicizia, pur se non ci vediamo.
Un corposo preambolo, per dire che dopo un lungo vagabondare, sovente facendo di necessità virtù, il porto in cui sono approdato due anni fa è un piccolo gioiello, un diamante per il quale quanti ci sono abituati faticano a cogliere le sfaccettature di luce, mentre brilla agli occhi di chi ha conosciuto in quarant’anni altro.
Mi riferisco sia al nocciolo del lavoro, a quanto produciamo, alla cifra giornalistica in sé, sia al contorno: la città, l’ambiente, le persone di ogni ordine e grado.
Ieri ne ho avuto la conferma, in due distinti momenti: il brindisi aziendale mattutino e la cena con i colleghi, karaoke finale incluso.
Momenti di partecipazione genuina, non ipocrita, in cui per metà mi sono immerso, per l’altra metà invece era come se osservassi me stesso e gli altri da fuori, dall’alto, realizzando cosa m’è capitato in questi mesi e comprendendo appieno come mi sento davvero, professionalmente parlando: un fiore sbocciato.

P.S. Fiorire e far fiorire. Un buon proposito per il nuovo anno. «Fioritura» nel senso in cui la intende Maura Gancitano, cioè la sua traduzione in italiano di ciò che i greci chiamavano “eudaimonia”, la felicità che discende dal trovare il proprio “daimon” socratico. Che è ancor più di talento, interesse, scopo, fuoco. Piuttosto, un sentirsi in armonia profonda con se stessi, «agendo secondo i propri tempi e la propria vocazione», rendendo il lavoro denso e insieme lieve, pienamente innestato nella vita e non zavorra, cruccio, laccio.