sabato 12 settembre 2026

Il grande occhio (Contro il controllo)

Guardo la giovane mamma che mi accanto e il cui figlio ha cominciato da poco la prima media, senza il cellulare, ma con «un orologino con cui telefona» e grazie al quale «posso sempre sapere dov’è».
Il mio grande nemico! Come Voldemort per Harry Potter, Thanos per gli Avengers, Moriarty per Sherlock Holmes: il geolocalizzatore…
Io non voglio sapere dov’è nessuno e men che meno lasciare traccia di me. La considero una barriera insormontabile, il confine tra bene e male, la linea di demarcazione tra normalità e paranoia.
Un mio problema, certo, che con quattro o cinque sedute di psicoterapia potrei risolvere. Peccato non voglia. Mi sta bene così, considero una forma di resistenza umana l’accettazione del rischio, dell’incertezza, combattendo il desiderio di essere rassicurati, il bisogno mentale e fisico di avere tutto sotto controllo. Ciò che fino a qualche anno fa era l’ineluttabile condizione della vita stessa, insicura per natura, ora è diventata peso insostenibile, nemico da combattere, scoglio da superare. Con il supporto della tecnica, che lancia il sasso della risposta pratica (cellulari che tracciano, dispositivi che condividono la posizione, la possibilità di raggiungere audio e video chiunque e ovunque) nascondendo la mano del senso, del significato profondo di tale esigenza.
«Dai però, fa la prima media, è piccolo, esce di casa in bicicletta, così so dove va» aggiunge sorridendo e guardandomi con due occhioni innocenti, la mamma, confermando ciò che già sapevo: il bisogno è nostro, non dei nostri figli. Il controllo non diminuisce il rischio, semmai è risposta nitida alla nostra ansia, la quale però è bestia strana: ha il suo habitat naturale nella cattività, cresce più la si chiude in gabbia e, peggio del peggio, più la si comprime più essa si diffonde, per contagio, infettando chi la intercetta.

P.S. La lettura viziata della realtà, il bisogno di controllo, l’aumento dell’ansia… Tutti figli degeneri del monumentale convitato di pietra in quest’epoca di passioni tristi: la sensazione di vivere una perenne incertezza e di scoprirci impotenti di fronte al futuro, avvertito come minaccia. Al contrario, un percorso possibile è accettarla, questa incertezza, e riscoprire il coraggio, il valore di avere e dare fiducia. Prima di tutto ai nostri figli, prestando attenzione a chi sono e non a dove vanno.

sabato 5 settembre 2026

La differenza (Fare e lasciare)

Una delle convinzioni maturate nella vita è che lasciarsi convincere è più facile che convincere. Lasciarsi, non farsi convincere. Differenza non sottile: "lasciarsi" presuppone una decisione propria, "farsi" un'azione altrui, un condizionamento che si impone invece di una deliberazione che si attua.
"Lasciare" e "fare", in questo sono verbi "causativi" (non sono colto, l'ho scoperto anch'io, chiedendolo) si possono appiccicare pure al verbo "andare". Lasciare andare, come nel post scritto settimana scorsa, e fare andare. Quando si tratta di figli, un bel dilemma. Lo viviamo da qualche anno, da che sono diventati grandi, in famiglia, con opinioni e stili differenti, che nel nostro caso ricalcano quasi fedelmente il modello maschio, femmina, papà, mamma. Io sono per il lasciar andare, mentre mia madre, nella sua semplicità, nonostante fossi figlio unico era per "far andare", cioè costringermi in qualche modo a diventare "animale sociale", coltivando relazioni d'amicizia tra pari, e poi adulto. Così il ragazzo timido e introverso che sarebbe rimasto ore, giorni, chiuso nella sua stanzetta, a guardare tv in bianco e nero a sedici pollici o sfogliare libri sugli animali, veniva accompagnato con puntiglio e autorevolezza asburgica all'oratorio, restando i primi giorni nei paraggi per riportarmi indietro ogni volta che sfruttando la (bella) libertà di allora prendevo la via del cancello per ritornarmene quatto quatto casa.
Ed è proprio lì, all'oratorio, negli anni successivi che ho incontrato la persona più importante per la mia formazione piena. Si chiamava - e si chiama ancora - don Nello e con pochi fronzoli e tanta cura di sostanza mi ha insegnato a crescere e soprattutto ad essere responsabile nelle scelte e nella vita. Mi ha educato insomma. Buona parte del buono che sono è grazie a lui e se ne scirvo oggi è perché lo associo a un altro grande, anzi, immenso: Enzo Bianchi, priore di Bose, scomparso questa settimana. Che in fatto di profonda sapienza e vette di spiritualità vince per distacco, ma nella vita pratica qualche problema con il "lasciare andare" l'aveva. Al contrario di don Nello, che invece permetteva a ciascuno di sviluppare la propria autonomia e promuoveva il rischio educativo e si preoccupava che diventassimo adulti, spiccando il volo, senza tenerci attaccati alla sua tonaca.

P.S. Di Enzo Bianchi ho scritto sul Giornale di Brescia. Ne lascio anche qui traccia.
«Sentinella, quanto resta della notte?». Una domanda, quella tratta dal libro di Isaia, da cui Enzo Bianchi prendeva spunto spesso, compresa l’ultima volta che l’incontrammo, in una chiesa gremita dal primo all’ultimo banco, per ascoltarlo parlare della «responsabilità di essere uomini».
La sua, d’una notte, è cominciata ieri, anche se lui l’avrà intesa come alba, avendola attesa con pienezza una vita. Se n’è andato così colui che a buon titolo può essere definito un «profeta», una persona ispirata, un uomo che ha saputo denunciare con voce roboante la corruzione dei tempi e nel contempo proclamare con dolcezza la speranza, invitando chiunque a praticare l’unica vera giustizia, quella dell’amore, ritornando così al vero Dio, contro ogni idolatria.
Tarchiato e robusto quanto un tronco di pino cembro, barba candida a contornargli il volto, occhi perennemente a fessura, asciutta cadenza piemontese con le «u» chiuse e le consonanti sibilanti, Bianchi era un oratore di forgia antica, coniugando sapienza e testimonianza, intimità e fratellanza, conoscenza finissima delle scritture e semplicità nel rivelarne il senso che egli intendeva.
Ma la grandezza di Bianchi, figlio autentico della spiritualità conciliare degli anni Sessanta e Settanta e per decenni priore della comunità di Bose, da lui stesso creata, è racchiusa a nostro modo di vedere nella sua debolezza, nella fragilità rivelata pienamente negli ultimi capitoli dell’esistenza, nel tempo doloroso e fecondo che ha comportato divisione tra lui e parte di coloro che a Bose lo avevano individuato come guida.
«Situazione tesa e problematica per quanto riguarda l'esercizio dell'autorità e il clima fraterno in seno alla comunità». Così è stato scritto nel decreto del sommo pontefice che sei anni fa allo stesso Bianchi l’allontanamento dalla «sua» Bose a tempo indeterminato.
Una spaccatura, quella tra il monaco fondatore e i suoi seguaci, non nuova nella vicende della Chiesa. Già san Francesco, per dire, aveva mostrato quanto difficile fosse tirarsi da parte restando però fiamma accesa. Ma mentre del santo d’Assisi narrano i libri di storia, con tutti i se e i ma che essa comporta, le incomprensioni di Enzo e i suoi fratelli sono state per noi carne viva, parendo da principio una piaga, una macchia capace di render opaco lo splendore eburneo della sua testimonianza. Soltanto pian piano ci siamo resi conto che da quella crepa filtrava una luce più autentica, quella che lo ha reso pienamente umano, impedendoci di trasformarlo in idolo e adesso in sepolcro imbiancato, in mummia.
Il monaco austero, profondo e visionario ha sgombrato da sé il campo dell’illusione, chiarendo in modo inequivocabile che nell’unica religione in cui Dio si fa persona, non esiste persona che possa sostituirsi a Dio. E lo ha fatto appunto con la testimonianza della debolezza, dell’attaccamento ostinato alla propria comunità con piglio da Cronos, costringendo chi gli stava attorno a cimentarsi con il dilemma dei successori. Il carisma di una comunità, infatti, come spiega bene Luigino Bruni, non si rinnova imitando semplicemente il fondatore o seguendone pedissequamente il solco dei passi tracciati, richiedendo invece una novità, una dose abbondante di libertà e creatività.
Tutto molto chiaro, sulla carta, assai più difficile quando si tratta di viverlo in prima persona, persino per un gigante qual era lui, figuriamoci per noi, che lo seguiamo a distanze siderali. E qui sta il punto, il monito che non mette al riparo della tentazione nessuno e l’indulgenza nel considerare i propri sbagli alla luce degli errori altrui. Per questo riteniamo che la lezione più alta e insieme più bella Enzo Bianchi non l’abbia data dal pulpito e nemmeno stando in piedi al centro della scena, bensì nella fragilità della sua condizione pienamente umana. Anche in questo è stato coerente con la sua fede e con l’esperienza che n’è maturata. Anche per questo quel che resta della notte è una testimonianza autentica, viva, sommamente feconda.

sabato 29 agosto 2026

Lasciar andare (Un buon proposito)

Indossiamo abiti che ci siamo cuciti addosso da tanto tempo che toglierseli è difficile pure immaginarlo. Figuriamoci farlo davvero. Eppure essere più forti delle proprie resistenze, più elastici dei nostri lacci, più coraggiosi delle paure ataviche si può, riuscendo a sorprendere per primi noi stessi.
È così che ci leviamo di dosso l’etichetta che ci classifica sommariamente, confidando che nulla sia dato per sempre e dunque che cambiare si può, possibilmente in meglio.
Un mutamento per il quale propizio è il tempo dell’imminente ripresa, poiché per attizzare il fuoco lento della volontà occorre un propellente d’innesco, un appiglio per ergersi almeno un palmo sopra l’abitudine dello scontato, provando il brivido di deragliare invece che rimanere condannati nel solco che per primo noi abbiamo scavato.

P.S. Di mio potrei comporre un elenco infinito di comportamenti da cambiare. Per il settembre che viene vorrei fare come il cielo di Porto, spingere le nubi un passo più di in là, facendo una scelta che costerà fatica - lo so - eppure derogarla sarebbe pavido. Lo scrivo così, senza girarci attorno: “Lasciar andare”. Piantarla di voler avere tutto sotto controllo, supporre di essere indispensabile, credere che la ragione previdente metta al riparo dal brutto e dal cattivo. Vorrei essere nella vita privata ciò che sono sul lavoro, dove mi viene facile ritenermi ai bordi del mondo e non al centro. “Lasciar andare” fa rima con lievità, contro la pesantezza del trattenere, del conservare, dell’accumulare. “Lasciar andare” significa abbandonare la visione del futuro come minaccia, accettando la dimensione dell’incerto, senza i “deliri di rovina” che distinguono gli anziani (anche quelli giovani d’età, a prescindere da esatta anagrafe e aspetto). “Lasciar andare” come principio, oltre che come autentica professione di fede. Perché immaginarsi di gestire tutto equivale a illudersi di essere dio, mentre disarmarsi è l’atteggiamento giusto per lasciargli dimora e fargli posto.

sabato 22 agosto 2026

Diventare adulti (Contro il riparo)

Ho per le parole una passione matematica: mi piace conoscerle a fondo e utilizzarle con precisione, formulando teoremi.
Ieri, ad esempio, ho scoperto che “adulto” ha la stessa radice di “adolescente”, derivando dal latino “adolescere”, allevare, che a sua volta si dirama dal verbo “alere”, nutrire.
Adulto, colui che è cresciuto, è come mi sento e soprattutto come scorgo coloro che mi stanno accanto, a cominciare dai miei figli, per i quali - vedendoli non giorno per giorno, essendo io a Brescia e loro a Como - ho l’effetto del “time lapse”, del lasso di tempo nei video che si velocizzano fotogramma per fotogramma, permettendo di notare i cambiamenti assai più che vivendoli momento per momento.
Di quanto siano cresciuti ho avuta coscienza lucida nei giorni della vacanza, potendoli frequentare a lungo e osservarli pure di riflesso, come Perseo con Medusa, evitando di essere pietrificato dal contingente del confronto diretto. Non è unicamente questione di timbro di voce o frammenti del volto, si tratta proprio di una maturità di connotati che cambiano, che restituiscono l’idea di una complessità accolta e affrontata, di un’esperienza che plasma e dà forma alle persone che siamo. E se dovessi indicare un dettaglio che fa da spia al mutamento, direi la capacità di prendere fiato e dare modo alla ragione di mantenere il controllo sull’istinto, di imbrigliare sentimenti ed emozioni senza soffocarle, gestendole però con riguardo.

P.S. A proposito di etimologia, la base per le altezze della “matematica” è greca, dalla parola “máthema”, io imparo. Io ho imparato che tra tutti i vissuti che trasformano in “adulto” quella del dolore è la principale, la maestra in assoluto. «This is the way» direi, se fossi un Mandaloriano. E tra tutte le esperienze di dolore, nessuna più del cospetto della morte, della sua consapevolezza viscerale, lascia il segno, cambiando la struttura molecolare di chi siamo, inducendoci a essere partoriti di nuovo, accelerando il cambiamento con la propulsione d’un razzo, bruciando ogni sterpaglia che c’è attorno e lasciandoci nudi e adulti al tempo stesso. Ecco perché, pur se trascorriamo tutta la vita cercando di evitarla, è soltanto incontrandola che cresciamo del tutto ed è solamente attraversandola che la superiamo. E voler bene ai propri figli, desiderare che diventino adulti, comporta non metterli al riparo da quel dolore, negarlo o tentare di rimuoverlo, bensì sedersi loro accanto nell’eventualità che si presenti alla porta, dimostrando nei fatti che sopravvivere allo strazio si può, che esiste luce dopo ogni buio.

martedì 11 agosto 2026

Tra due eclissi (Una vita)

L’ultima è stata ventisette anni fa e ricordo di averla vista in giardino.
Tra un’eclisse e l’altra c’è un dirupo, una seconda vita, proprio. Tanto per cominciare c’era ancora mio padre e soltanto un figlio su quattro, Giacomo, con i suoi due anni e mezzo, mentre Giorgia sarebbe nata di lì a poco. Anch’io ero diverso, parecchio. Meno della metà dei miei anni attuali, due lavori, molte certezze in più e i primi dubbi esistenziali, quelli che trasformano in adulto ogni essere umano. Mi sentivo il padrone del mondo, ignorando che il mondo non lo governa nessuno, al massimo ci scivoliamo sopra, sperando di non inciampare ed evitando di guardare dritto nel baratro che si spalanca inesorabilmente innnanzi, incrociando le dita affinché abbia un futuro, oltre che un senso.

P.S. Se la memoria non mi inganna avvenne sempre nei giorni di agosto, verso mezzogiorno. Ci radunammo tutti nel prato di fronte la casa dei miei genitori, quella dove attualmente abito e c’erano pure i vicini, Ambrogio, Giulio. Due dettagli ho stampato in mente: la luce irreale, fredda, che si creò nel momento esatto in cui la luna velò quasi completamente il sole; il senso di tempo sospeso e memorabile, con il desiderio di trattenere quell’istante, di farlo diventare eterno. Invece passò, svelto, come passa sempre, tutto. Ma se non fosse così io sarei ancora quel Giorgio, immobile quanto una statua di sale, insetto curioso ed inutile, imprigionato nella goccia d’ambra del cosmico nulla.

domenica 9 agosto 2026

La compagnia (Diciamocelo, in amicizia)

«Amicizia» è parola vasta, che abbraccia relazioni facendone un unico mazzo, pur se diverse, una ad una.
Che conta, più del nocciolo, è il grado, l’intensità che la distingue e varia, da persona a persona. Di certo un’amicizia non capita, si sceglie. Una decisione senza tornaconto, per quelle sincere, le uniche che considero autentiche, rispondendo ad un’affinità elettiva che prescinde appunto il calcolo, le cui logiche non hanno logica.
Al pari dell’amore, essa nasce per istinto o coincidenza, ma si alimenta di sostanza, di una decisione convinta e rinnovata. A volte si spezza, specie nell’età della formazione, altre si ricuce non restando però la stessa, altre ancora è un filo robusto, che unisce oltre le stagioni e gli spazi, definendo nell’altro o nell’altra ciò che siamo, restituendo senza bisogno di parole l’immagine di noi che più ci somiglia.

P.S. Si sono fermati da noi una sera, al ritorno dall’ennesima vacanza comune, credo la sesta o la settima. Gli amici e le amiche di Giovanni sono un’eccezione poiché spostano ogni anno più in là l’asticella di qualcosa destinato ad estinguersi ossia l’amicizia di gruppo, le compagnie che si creano di ragazzi e ragazze e per qualche anno sono un incubatore di formazione della personalità sociale ed umana. Poi, esaurito il compito, si spezzano, si disgregano, si riformulano su base più stretta, sovente coincidendo con le prime relazioni di coppia o l’inizio della carriera lavorativa. La maggior parte s’infrange sugli scogli del passaggio tra adolescenza e giovinezza, qualche altra brigata ha coda lunga, in molti casi da una costala di esse nascono le amicizie più profonde, per alcuni, una sorta di fratellanza. In ogni caso le amicizie combattono e spesso vincono una buona battaglia: farci sentire meno soli, in questo spicchio di universo dove la luce taglia lo sterminato buio e l’istante si dilata fino a far sembrare tutto il nulla.

sabato 1 agosto 2026

Come foglie di primavera (Fortune e rischio)

Come sto. Me lo chiedono spesso, con una premura che a volte imbarazza e sempre mi commuove.
Sto come in primavera sugli alberi le foglie.
Inutile nasconderlo, grottesco sarebbe negare ciò che è evidente, ingratitudine dimostrerebbe minimizzare per celia il dono che m’è capitato.
Se penso a me stesso, pur senza averne allora piena coscienza, è da quando ho sognato questo mestiere che mi sono immaginato qua, nel posto che occupo, che sento giusto addosso quanto una camicia di quelle che non si stirano.
A guardarmi indietro, mi vedo in cima a una torre altissima, con scalini infiniti, saliti uno ad uno, talvolta con slancio, altre d’un balzo, in molte occasioni con fatica infinita, ma per la maggior parte limitandosi a dovere, perseveranza e metodo.
Il sentimento che provo è un misto di gioia e gratitudine, in contrapposizione a quanto mi sentivo frustrato e trasparente tre anni addietro: un auto sportiva parcheggiata in garage, mentre avrei voluto correre, come viaggio adesso.
La sorte m’ha portato in dono un’opportunità e ho consapevolezza di dover tutto alla fortuna, convinto anche che essa consiste nell’abilità all’incrocio dell’occasione. Così come disgrazia intravedo all’orizzonte, se superbia e tracotanza si insinueranno, prendendo il posto dell’umiltà di chi sente primo soltanto nell’essere degli altri al servizio.

P.S. C’è un altro ma, un rischio che avverto tangibile, come nuotare nel fiume e sapere che un mulinello potrebbe risucchiare senza possibilità di scampo. Il pericolo è che avendo atteso a lungo questo momento finisca per farlo diventare tutto, smettendo di alimentare quei pozzi vitali che sono le amicizie, le relazioni, le distrazioni, i passatempi, tutto ciò che è “altro” rispetto al lavoro. Un’eventualità non peregrina, favorita dalla natura stessa del mestiere che ho scelto, non limitato a una prestazione, bensì perfettamente aderente a una missione di vita, allo scopo stesso per cui si è al mondo. Nel primo mese me ne sono reso conto, attribuendolo alla novità, giustificandolo con il primo periodo necessariamente di turbinio, un vortice che avviluppa e occupa ogni singolo frammento. Molto ho già perso, qualcosa potrò recuperarlo, amici e amiche vere capiranno continuando a tendermi la mano, qualche persona cara sarà rimasta delusa o preoccupata, qualcuno confido porti pazienza e mi conceda ancora credito. Equilibrio è sempre un moto, mai uno stato. Ed è pedalando che se ne esce, poco importa se trascinato o spinto.