venerdì 3 aprile 2020

Zero certezze (E un dolore che schiaccia)


Per tutti, compreso me, è una parola, una preoccupazione, un pensiero. Teoria.
Per te è paura concreta, un terrore, l'angoscia ogni volta che squilla il telefono.
Un'ansia con cui vivi da giorni. Prima un sasso nella scarpa, quando tuo padre ha cominciato a tossire, qualche linea di febbre, il respiro più corto; poi un timore reale, la saturazione del sangue sballata, l'ambulanza chiamata contro il suo stesso parere, l'ostinazione affinché fosse curato; infine il precipitare nell'emergenza, le telefonate dal Pronto Soccorso, il ricovero in reparto, l'attesa infinita delle chiamate di un medico, le notizie a spizzichi e bocconi di ciò che sta succedendo ("Gli abbiamo messo il casco, è stazionario". "Sì è aggravato, lo dobbiamo intubare e sedare". "Qui non c'è più posto, lo dobbiamo trasferire in Germania". "Si sono liberati due letti, lo teniamo a Bergamo"...).
Diciamo tutti "capisco", ma non capiamo affatto. Finché non ci sei dentro, finché non provi sulla tua pelle cosa succede, finché nelle vene non circola quello star appesi al buio, in apprensione per qualcuno che ti è veramente caro, restiamo spettatori di un dramma nudo.
Io per primo - pur se mi è capitato di essere al tuo posto, sebbene in circostanze diverse - non ho contezza di ciò che provi davvero.
Si è soli, in questo tempo. Solo tuo padre, in un letto di ospedale. Sola tu, che non trovi pace un momento. Sola tua madre, nella stanza accanto. Sola tua sorella, nonostante la sua famiglia, i figli, il marito.
Una solitudine che schiaccia, a cui posso dare voce, non un sollievo, tanto meno una spiegazione (perché di fronte a questo, di fronte a ciò che capita a migliaia di persone in questi giorni, la ragione, la filosofia e persino la religione, hanno il pudore del giudizio sospeso, l'eterno responso alle domande di Giobbe, che dolore e sofferenza sono un mistero).
Perciò resto qui, muto, facendo l'unico gesto, seppur ideale, che posso: cingerti le spalle, abbracciarti, sentirmi fraterno nel dolore, anche se non è paragonabile al tuo.

P.S. Zero certezze. Sono quelle che ho, dopo quarantacinque giorni nel mezzo del tornado.
Aperture sì, aperture no. Chiudiamo tutto no, chiudiamo tutto sì. Mascherine no, mascherine sì. Virus nell'aria no, virus nell'aria forse, almeno un po'.
E così via, ogni giorno la sua pena e una lezione nuova, spesso a smentire la precedente.
Di certo abbiamo perso le parole e ci tocca cercarne di nuove, per raccontare ciò che sta accadendo.
Lo scrittore Raul Montanari sostiene che ne abbiamo abusato, adoperandole all'eccesso ("Spingendole al massimo, fino al tetto" dice lui, con una bella espressione, mimandola pure con le mani, "Sono stanco da morire". "Chiuso in casa impazzisco". "Stanotte non ho chiuso occhio"...), ricorrendo all'iperbole per descrivere ciò che è normale, spacciandolo per straordinario.
Così ora, con lo straordinario diventato concreto, non abbiamo più il vocabolario, lo abbiamo sprecato (quasi) tutto. Di contro, questo tempo gramo ci regala un'occasione: rimediare, ridando alle parole un peso, oltre che un significato.

sabato 28 marzo 2020

La prima cosa che voglio fare (Dopo, ma anche prima)


La prima cosa che voglio fare, quando "tutto questo sarà l'anno scorso", non sarà prendermi una settimana di ferie, vere, né pensare a nulla, uscire con gli amici, mangiare al ristorante, andare al cinema, bere il caffè in centro, visitare altre città e i musei, tuffarmi nel mare, girare in bicicletta, prendere il treno, vagare a zonzo tra gli scaffali del supermercato o nei boschi dietro casa.
E neppure tornare a baciare finalmente mia mamma, abbracciare le persone a cui voglio bene, stringere la mano alle persone che stimo, chiacchierare con chiunque senza badare a che ci sia più di un metro di distanza, cenare o pranzare con la famiglia allargata, come accadeva prima, ogni sabato o domenica, guardare le partite in tv tutti insieme, ascoltare gli amici dei miei figli che fanno un accidenti di baccano, dentro casa, fare visita alle persone malate, mettere un fiore al cimitero, aprire a chiunque bussi alla porta.
No. La prima cosa che voglio fare, quando "tutto questo sarà l'anno scorso" è tenere la testa alta, riappropriarmi della mia dignità di persona, levarmi da dosso la negatività che mi ha appiccicato addosso questa situazione assurda, lavar via la paura, non ripetere gli stessi errori, coltivare la mia parte razionale ma pure quella istintiva, fare e mantenere memoria.
Soprattutto questo: fare e mantenere memoria. Perché tanta apprensione, tanta sofferenza non sia stata vana, perché ne usciamo cambiati, in meglio, riuscendo a percepirci come comunità e non soltanto come individui, ognuno con la sua pena, ciascuno con a cuore soltanto la propria scialuppa.

lunedì 16 marzo 2020

Ho imparato (Le radici buone dell'empatia)


Imparo sempre, molto. In questi giorni di più.
Ho imparato ad esempio che con i gomiti si possono fare un sacco di cose, comprese aprire le porte o salutarsi, tenendo una distanza quasi di sicurezza.
Ho imparato che pensavo di saperla lunga, invece era corta, tanto corta.
Ho imparato che la vita è spiazzante persino in questo tempo in cui credevamo di averla in pugno tutta e di poterla piegare, all'occorrenza.
Ho imparato che può capitare anche a te, a noi, e non soltanto a loro, agli altri.
Ho imparato ad avere paura, non il terrore dei film o degli incubi, piuttosto il timore del cerchio che si stringe, della marea che sale e non sai come andrà a finire, se l'acqua ti lambirà soltanto le caviglie o salirà ai polpacci o supererà il capo e dovrai restare in apnea.
Ho imparato ad avere paura, ma anche a non cedere all'angoscia degli ipocondriaci, ad essere prudente senza cadere nella fobia.
Ho imparato la compostezza nel dolore di una città che mi ha adottato e che sta reagendo con dignità superiore alla tristezza per i troppi morti tutti insieme, senza l'occasione di congedarsi bene, di accompagnarli nell'ultimo tratto di strada.
Ho imparato il coraggio di chi fa il proprio mestiere con coscienza, sia esso in prima linea oppure nelle retrovie, medico in terapia intensiva o addetto alle pulizie della corsia, direttore di giornale o edicolante, cassiera al supermercato o volontario in ambulanza, autista di bus o insegnante a distanza.
Ho imparato che si possono dire moltissime cose, quasi mai quella giusta (e proprio per questo l'umiltà dovrebbe far premio sul giudizio o quanto meno sospenderlo, evitando ogni saccenteria).
Ho imparato, più di tutto, che se ne esce più forti di prima soltanto se la radice è buona, perché altrimenti anche l'albero apparentemente robusto vacilla, s'incrina, si spezza.

P.S. Badare alle radici, fare in modo che siano sane, virtuose, è la vera emergenza. Perché le epidemie passano, la nostra comunità continua e questi giorni saranno trascorsi invano o, peggio, ci consegneranno una civiltà ancora più disgregata, individualista, se non mettiamo al primo posto ciò che conta davvero: la comprensione, l'aiuto reciproco, l'empatia, l'amore per l'altro, l'amicizia.

domenica 8 marzo 2020

"Tutto questo si chiamerà l'anno scorso"


Ho scritto poco, anzi nulla, adempiendo a un disorientamento, che mentre tutti sembrano maestri io mi sento ancora più allievo.
Non giudico gli altri, preferisco per me stesso il silenzio, anche perché "Finché le parole sono nella tua bocca, sei il loro signore, quando sono uscite sei il loro servo".
Vivo ciò che sta accadendo, come tutti, navigando a vista, a volte illudendomi di intravedere una rotta già nota, altre comprendendo che per ciascuno di noi è un mare aperto, inesplorato, e anche i marinai più esperti (virologi, medici, statitistici, funzionarii, scienziati, politici...) ne conoscono al più un breve tratto, quello che riguarda le loro competenze, ma scenari, scelte complessive e possibili ricadute sono simili a un tiro di dadi, appartengono all'azzardo.
Pesco il buono, come cerco di fare sempre, per tutto, astenendomi dalla facili critiche e trovando gusto nello scoprire del bicchiere il mezzo pieno, provando a essere positivo, aggrappandomi alla storia, alle prove che le porzioni di umanità hanno vissuto in passato e che hanno condotto fin qui, cavando sempre del bene anche dal gramo.
E quando proprio sono in difficoltà, quando l'incertezza ha la meglio, quando l'apprensione o lo sgomento o la confusione prendono il sopravvento, mi porta conforto il proverbio bosniaco che recita: "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso".
Già. Passerà, come passa ogni cosa, per epocale che possa essere questo tempo diventerà soltanto un ricordo.

P.S. Diventerà soltanto un ricordo, è vero, e proiettarsi oltre l'ostacolo del tempo è una consolazione e insieme un appiglio. Tuttavia la dignità con cui lo affrontiamo, le prove che supereremo, l'esempio che in ogni istante diamo ci accompagneranno e definiranno di noi stessi un profilo, l'immagine che vedremo a lungo, guardandoci allo specchio. Poterlo fare, fissandoci negli occhi, confessandoci di essere stati coraggiosi ma al tempo stesso responsabili, credo debba essere la stella polare, per ognuno.

sabato 29 febbraio 2020

Il mese bisesto (Vi sono vicino)


Un mese è un mese, chiuderlo senza passare di qua sarebbe un peccato, anche considerata l'eccezionalità di questo tempo, in cui sta succedendo di tutto e accadono cose che mai mi sarei immaginato.
Segno un punto oggi, nel giorno più particolare del quadriennio, un ventinove febbraio che non c'era l'anno scorso e neppure ci sarà il prossimo.
Scrivo meno, è vero, vivo di più, in ogni ambito. Spesso accade che "custodisca" più che rendere pubblico ciò che penso. Di certo mi ritrovo più fatalista, meno teso a plasmare il destino, che tanto il destino decide sempre da sé il letto in cui coricarsi, evitando con scrupolo lenzuola e materasso che gli abbiamo preparato.
Sono silente, ma non per questo meno vicino alle persone che in questo tempo hanno un peso greve, intenso.
Chi è ricoverato con questo virus che ha paralizzato tutto, ad esempio. A uno di loro sono particolarmente affezionato, perché mi ha preso in simpatia fin da quando l'ho conosciuto e mi sento un po' parte della sua famiglia, pur se di persona ci incontriamo di rado.
Oppure a una delle persone a cui voglio più bene, a colui a cui avrei affidato i miei figli, se mi fosse capitato qualcosa di brutto. Qualcosa di brutto, anche se non di così brutto, è capitato a lui e sono mesi che stiamo in apprensione, con il conforto del suo spirito, della sua capacità di reagire, di superare ogni ostacolo.
O infine a una delle donne più sensibili che conosca, che ha perso il padre d'improvviso, talmente d'improvviso che essendo lontano da casa l'ho saputo giorni dopo, senza potere essere di conforto, figuriamoci da aiuto, e da giorni penso e ripenso a come rimediare, a come farle capire che le sono vicino.
Per loro, per tutti loro, e anche per me, per noi, questo mese con il riporto di uno non è passato senza danno. Eppure la vita va avanti e andare avanti è l'unico modo per non viverla invano.

giovedì 23 gennaio 2020

La lettera che non ti ho scritto (Ventitré anni, oggi)


I tuoi ventitré anni compiuti oggi li porti sulle spalle di un corpo che pare scolpito, epigono di generazioni che l'hanno forgiato a pane e fatica. Te ne prendi cura sempre, in questi mesi di più, attento a ciò che mangi, allenamenti, corse, palestra.
Ti osservo ammirato, soprattutto dalla determinazione con cui ti impegni in ciò che fai, stupito da quel tuo modo di essere diverso a seconda del contesto: silente e riflessivo in casa, sorridente ed esuberante in compagnia.
Non me ne faccio un cruccio: ho imparato ad apprezzare la tua riservatezza domestica, applicando la lezione del mio, d'un padre, che "ammaestrava" spostandosi, cioè senza volerlo fare, mettendosi innanzi tutto in ascolto, attendendo i momenti giusti, che non erano mai i suoi, ma quelli scelti dall'altro. Esiste pure un proverbio in dialetto comasco, calzante a pennello: "La légùra, senza cùr, la sà càta a tuti i ùr". La lepre, senza correre, si prende a tutte le ore".
Io di lepri non sono così esperto, di figli nemmeno. Imparo vivendo, sbagliando.
Se penso a te non ho preoccupazioni, hai carattere sensibile ma spalle forti, non soltanto quelle attaccate al tronco. Certo immagino per te una vita non chiusa nel bozzolo, piuttosto aperta alle relazioni, alle compagnie ampie, a una famiglia numerosa, se ne avrai una, come ti auguro.
Mi sembri un tipo di persona che in un tempo passato sarebbe stato un buon prete, uno di quelli che si consacrano al mondo, mettendo da parte l'io. Uno di quei preti saggi, perché hanno camminato e conosciuto il "deserto", il vuoto di relazione, di vocazione, di senso persino, e sono sopravvissuti lo stesso, più forti perché hanno sperimentato la debolezza, più saldi perché si sono perduti in qualche modo.
Sei migliore di me, di questo sono certo. E me ne compiaccio. Insieme alla fortuna che ho, di averti per figlio: uno dei motivi validi per cui essere stato al mondo.

mercoledì 22 gennaio 2020

L'amico è (Un Angelo)


Domani compirai un anno più di me, precedendomi, come sempre, come quasi in tutto.
Sei il primo di quei pochi amici che mi sono capitati in dono, coloro che c’è un modo semplice e lineare in cui si distinguono: può passare un giorno, una settimana o un anno, ma quando ti siedi di fronte e li guardi negli occhi riprendi il discorso che avevi lasciato, come se nulla fosse, anche se non ci si è raccontati tutto.
Debbo a te gran parte del buono dell’uomo che sono, anche se - proprio per ciò che ho scritto qui sopra - non te l’ho mai detto: so che lo sai, non ce n’era bisogno.
Faccio eccezione oggi, che ti attende un compleanno senza spigoli, tondo, perché un regalo lo fai continuamente a me, da mezzo secolo, da quando il bambino timido che ero, curioso quanto insicuro, ha incrociato la tua strada, trovando un’affinità elettiva e insieme un appiglio.
Pure se mi soffermassi a lungo e scrivessi un libro non riuscirei a descrivere un’infima parte di ciò che insieme abbiamo vissuto, condiviso.
Mi limito a questo, a dirti che con te, come con i veri amici, ho compreso e provato sulla mia pelle e nel cuore la forma dell'amore più puro, intenso, intimo, casto, generoso, disinteressato, scevro da competizioni, incomprensioni, pettegolezzi, garbugli e gelosie.
Un bene per scelta, ma anche un bene ricevuto, per provvidenza o destino.
Ha ragione Victor Hugo: “Tutti sanno provare dolore per il dolore altrui, soltanto i veri amici riescono a essere felici della gioia dell’altro”.
Un sentimento che fa da prova del nove e che per te ho sempre provato, avvertendolo ricambiato.
Perciò non posso che dirti grazie, questa volta sì, per iscritto, augurando a tutti di avere la mia fortuna: di avere accanto per la vita un Angelo.

domenica 12 gennaio 2020

Un gigante, in cinquanta chili d'uomo (Addio don Dino)


Mi ha voluto bene, guardando alla persona che sono più che ai difetti che sommo, difendendomi sempre in pubblico - pur se non mi aveva scelto lui - e dimostrandosi altrettanto indulgente nel privato.
Debbo a Don Dino Gariboldi molto della mia esperienza monzese, soprattutto i colloqui nello studiolo della porzione di appartamento accanto al Duomo, in cui ci trovavamo di fronte uno all'altro, lui con la saggezza degli anni, io con l'entusiasmo e la passione per il mestiere che ho scelto.
Quando giunsi a Monza ebbi la fortuna di non passare inosservato, per un paio di dettagli che con il senno del poi avrei pure evitato, conseguenza dell'aver applicato alla lettera le regole del giornalismo che mi era stato insegnato. Ciò che a Como o a Milano sarebbe stata una pastina insipida, lì si rivelò cibo indigesto, con tanto di mal di pancia e sollevazione di alcuni notabili del posto.
Ricordo il modo in cui ricompose la frattura, dandomi ragione in consiglio di amministrazione e presentandosi in ufficio il giorno dopo. Lo vidi arrivare con quel suo corpo di uccellino, risalendo il vicolo che portava alla sede de Il Cittadino, in centro, cappello in testa e passo leggero. Bussò lieve alla porta e si accomodò senza aspettare che dicessi: "Prego", cominciando a parlare con un sorrisino di ostentata umiltà dipinto sul volto ed elencandomi i punti nei quali secondo lui avevo sbagliato. Parlò cinque minuti, ripetendo spesso una frase che in seguito gli sentii ripetere di rado: "Se io fossi il direttore de Il Cittadino...". Un modo per suggerire un atteggiamento, un comportamento, senza imporlo, senza prevaricare il ruolo. Alla fine del discorso, riprese in mano il cappello e senza che io avessi il tempo di replicare aggiunse un complimento, uno solo, che tuttavia bilanciò nella mia vana gloria tutto il resto: "Comunque hai un'ottima penna. Fanne buon uso".
Monsignor Gariboldi, don Dino, per anni arciprete del Duomo di Monza, se n'è andato alla soglia dei novant'anni, ieri l'altro.
A Monza ha voluto bene, a "Il Cittadino" di più, salvandolo in più di un'occasione e difendendolo da ogni attacco.
Per chi ha sospettato un suo interventismo eccessivo, quasi fosse tessitore di chissà quali trame, dico questo: in tre anni di direzione, non ha fatto mai un accenno sul favorire questo o quello, né chiesto fosse messa o omessa una notizia.
Una sì, ora che ci penso. Una "breve", cioè due righe che si utilizzano come riempitivo di pagina, sovente per segnalare un appuntamento. Riguardava una messa che avrebbero celebrato in Duomo i cattolici fondamentalisti, quelli che non riconoscono le riforme ecclesiastiche degli ultimi secoli. Quella volta lo vidi per la prima volta furente, piccato, con un fuoco negli occhi e una rabbia covata dentro, che chi lo conosceva bene notava non di rado. "Questa no! Questa notizia non la devi mettere! Il Cardinal Scola ha dato il permesso, ma io non sono d'accordo e anzi, quel giorno me ne andrò lontano, perché il cuore non reggerebbe un simile scempio in Duomo!".
Questo era don Dino Gariboldi, un uomo certamente conservatore, ma prete profondamente legato al Concilio Vaticano Secondo. Un gigante, in cinquanta chili d'uomo.

venerdì 10 gennaio 2020

Dodici anni (Compleanno e anniversario, intrecciato)


Sei arrivato tre giorni prima che lui se ne andasse, anche se io non lo sapevo.
Il destino incrocia a suo modo i giunchi che raccogliamo lungo il cammino e mentre tu certo piangevi e cercavi il seno materno, mio padre si spegneva pian piano, andandosene la notte tra il nove e il dieci gennaio di dodici anni fa, chiamando nell'agonia due persone, me e suo nonno, cioè chi gli aveva fatto da padre e il figlio.
Le lacrime di entrambi si sono asciugate. Le mie, perché la morte ha rappresentato anche una liberazione dalla malattia e quelle che avevo pianto erano già numerose, come le gocce di pioggia a marzo. Le tue, poiché sei diventato grande e hai altri strumenti per esprimere bisogni e desideri, compresa quella capacità di parlare di te stesso, di esplicitare quanto ti manda in subbuglio, che unita all'empatia e al potere di "aggiustare" ciò che negli altri è rotto credo sia il tuo dono più evidente, prezioso.
Qualche volta ti viene tuttora il magone, è vero, soprattutto pensando al tuo di un padre, che non sappiamo bene dove sia e che tu non sai se ti abbia nel cuore o no, se ti è accanto almeno con lo spirito oppure è una traccia biologica nel tavolozza infinita del creato.
E' successo anche ieri l'altro, quando ti sei seduto a gambe incrociate sul letto, e hai cominciato a raccontare cosa sogni la notte, ciò che ti fa paura e cosa invece ti lascia contento. A un certo punto, mentre parlavi, hai portato le nocche delle mani agli occhi e ti sei fermato di colpo. Ho compreso che piangevi dal singhiozzo e m'è venuto da proteggerti, cingendoti in un abbraccio, piccolo come sei, nonostante abbia ormai un anno in più e sia un ragazzo fatto e finito.
Buon dodicesimo compleanno allora e grazie, perché come al solito il regalo lo hai fatto tu a noi, semplicemente essendoci, ma in quel modo originale, diretto, unico, che anche senza volerlo, ci mette in scacco.

mercoledì 1 gennaio 2020

2020righe (L'era della conoscenza)


Anno tondo, che per assonanza ricorda il titolo di questo diario e che si stende come una vallata, un panorama esteso quanto vario.
Lascio i buoni propositi per chi ha caparbietà di realizzarli o almeno tentare di farlo.
Confido in un mondo che migliora, sempre, pure quando non ce ne accorgiamo, e sono convinto che prima o poi finirà la predominanza del "materiale", a cui dobbiamo il benessere in cui viviamo ma che pian piano s'è trasformato in una pietra al collo.
Soldi per far soldi per far soldi. Ma i soldi finiscono sempre, non bastano mai, sono per natura limitati, mentre la natura dell'uomo - come quella del cosmo - è frutto di eccedenza, di uno sgorgare generoso e continuo.
Finirà prima o poi l'era del voler "avere", del possedere, comincerà quella del voler sapere, del conoscere: una signoria della cultura che, come indicava Gadamer, "è l'unico bene dell'umanità che, diviso tra tutti, anziché diminuire diventa più grande".
Gli strumenti li abbiamo, un livello sufficiente per la sopravvivenza altrettanto, sta a noi instillare della conoscenza, del sapere, il desiderio, prendendo spunto dalla saggezza di Antoine de Saint-Exupéry: "Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito".
Che sia dunque l'anno di un mare di conoscenza. Vasto. Infinito.

P.S. Hans Georg Gadamer è uno dei filosofi che più mi ha affascinato e di cui ricordo a memoria un aneddoto. Quando stava giungendo alla soglia del secolo di vita e gli chiesero di presenziare a non ricordo più quale evento, rispose: "No grazie, non ho più ottant'anni".