sabato 28 marzo 2026

Non ho mai (Qualcosa di me)

Non ho mai preso un'ubriacatura degna di tale nome.
Non ho mai avuto il coraggio di lasciare il lavoro, anche quando mi stava stretto.
Non ho mai baciato un uomo.
Non ho mai fatto l'amore con più di una persona per volta.
Non ho mai messo il pane capovolto sulla tavola.
Non ho mai dato una sberla ai miei figli.
Non ho mai assaggiato le ostriche, il formaggio che puzza, i nervetti, il kebab.
Non ho mai avuto l'ardire, l’ispirazione di scrivere un libro.
Non ho mai fatto un acquisto "follia".
Non ho mai comprato un orologio costoso.
Non ho mai conosciuto qualcuno senza difetti.
Non ho mai forzato la mano a una donna.
Non ho mai raggiunto una vetta oltre i tremila. 
Non ho mai mentito senza sentirmi in colpa.
Non ho mai detto terminato "I fratelli Karamazov".
Non ho mai sopportato Cruciani e la Zanzara.
Non ho mai pensato di fare un'assicurazione sulla vita.
Non ho mai preso in considerazione l'idea di vendere casa mia, quella di famiglia.
Non ho mai messo la freccia per entrare o uscire da una rotatoria.
Non ho mai fatto il bagno in mare senza maledire l'acqua fredda.
Non ho mai considerato la "regola dell'amico" (non desiderare la donna del tuo amico) da tenere in considerazione.
Non ho mai desiderato la donna di un mio vero amico.
Non ho mai sopportato i forti con i deboli e i deboli con i forti.
Non ho mai votato per partiti estremisti.
Non ho mai capito fisica e matematica.
Non ho mai provato il vizio capitale dell'invidia.
Non ho mai considerato un vero vizio capitale la lussuria e la gola.
Non ho mai indossato un papillon.
Non ho mai nuotato nel Pacifico.
Non ho mai affrontato un lungo viaggio senza pentirmene al momento della partenza.
Non ho mai capito perché quando poi torno sono felice di essere stato via (ma pure di essere tornato).
Non ho mai avuto ricoveri in ospedale (tranne a tre anni, per la tonsille).
Non ho mai giocato d’azzardo.
Non ho mai corteggiato una collega di cui ero il capo.
Non ho mai messo, negli ultimi cinquant'anni, i calzoni lunghi del pigiama.
Non ho mai assunto alcun tipo dì droga, né fumato sigarette. 
Non ho mai pagato per avere in cambio sesso, né sono stato mai pagato.
Non ho mai voluto tenere i miei figli in una campana di vetro.
Non ho mai considerato il denaro un fine, anche se non riesco a usarlo (specialmente le piccole somme) con la lievità di chi sa che è soltanto strumento.
Non ho mai detto parolacce senza pentirmene un secondo dopo, caxxo! (Ops…)

P.S. Non ho mai pensato che con i "Non ho mai..." si possa conoscere l'essenza di una persona.
Qualche tratto tuttavia sì.
L'elenco l'ho fatto per gioco ed è ampliamente incompleto, ma può considerarsi un biglietto da visita meno asciutto di quello tradizionale. E chissà che, per contagio, qualcuno lo possa imitare, mettendo nero su bianco i propri "non ho mai", così da poterseli poi scambiare.

sabato 21 marzo 2026

D’istinto (Fidiamoci, di noi)

In questi giorni bussa continuamente alla porta, s’intrufola dalla finestra, fa capolino all’orizzonte come lo spicchio sfolgorante di sole sul crinale d’un monte…
È una convinzione. Questa: esiste una forza almeno pari, se non superiore, alla ragione ed è l’istinto, quel sentire d’impeto, quell’essere solleciti nel prendere decisioni seguendo un’intuizione. Una percezione più che un pensiero vero e proprio.
Non è assenza di calcolo, semmai decisione presa tanto velocemente da non lasciare spazio per comprendere quali segnali siano stati colti, quanti addenti sommati, cosa utilizzato e che si è scartato per scegliere.
L’istinto, per come lo vedo io, è un’elaborazione talmente complicata che non si può - o si farebbe troppa fatica a - scomporre.
Meglio prenderlo per ciò che è: un tuono, un lampo, lo sguardo d’insieme mentre siamo concentrati sul particolare. Non per caso un prodotto dell’istinto è la così detta «prima impressione»: quando incrociamo un volto, ad esempio. Può sembrare una lettura pressapochistica, superficiale, in realtà il nostro cervello elabora migliaia di dati, coglie sfumature a tavolino inimmaginabili.
Istinto è quella capacità del sistema 1 del cervello secondo cui elaboriamo un’infinità di dati senza averne piena consapevolezza e ne traiamo una sintesi di cui non riusciamo esattamente a spiegarci il perché, ma il cui risultato torna giusto.
Istinto è ciò che spesso attribuiamo all’universo femminile: sentire anche quello che non si sa.
Più prosaicamente, è quanto attribuiamo al mondo animale, considerandolo un limite, mentre è un processo affinato in milioni di anni di selezione naturale e appartiene alla nostra essenza più profonda, prodigiosa, efficiente. Una qualità che non va in conflitto né tanto meno sostituisce la ragione, bensì la compensa, le permette equilibrio, la completa.
E se mi viene in mente oggi, questa considerazione, è anche perché domani e dopo si vota per il referendum e ascolto molti amici o conoscenti frustrati per non aver capito bene tutto, preoccupati per il timore di non essere preparati nel merito, affranti per non cavare per mezzo della ragione un sì o un no convinto. È proprio in questi casi che occorre un atto di fede. In se stessi. Confidando appunto in quel calcolatore prodigioso, rapido ed efficacissimo che siamo soliti riassumere con il nome di istinto.

P.S. Istinto, per me, è anche Giovanni quando arbitra e il campo da calcio si trasforma in corrida, con la partita che va tenuta domata e lo si fa in virtù di un tono della personalità, non per una serie di azioni pianificate a tavolino (anche se l’esperienza, cioè la ripetizione multipla di situazioni simili, aiuta, molto).
Parimenti, istinto è la facilità di relazione umana e la gestione del potere di Nunzia, il senso di protezione e cura di Isabella, la curiosità e il senso comunitario di Giacomo, lo stile e il gusto per il bello di Marilena, il carisma affascinante di Paolo… L’elenco potrebbe essere infinito, raccogliendo di ciascuno abilità che ammiro, con la consapevolezza che per quanto possa impegnarmi, non posso averle io. Un po’ come avviene per la parola: nella loro specificità sono «madre lingua», io al massimo Duolinguo.


sabato 14 marzo 2026

Un Michele accanto (Ognuno dovrebbe averlo)

Per otto anni è stato mio compagno di classe, nel prato del parco di casa sua ho giocato mille partite di pallone, con lui ho fatto milioni di chiacchiere, infinite volte l'ho visto ridere di gusto - sempre cercando di contenersi, tanto che spesso con Marco e Gianluca, gli altri due ragazzi che si vedono nella foto, lo abbiamo preso in giro - e nella soffitta della sua casa da ragazzo ho dato il primo bacio. Non a lui, giusto precisarlo, a Rossella, grazie al gioco della bottiglia.
Conosco Michele (nell'immagine qui accanto l'unico con la cravatta) per il ragazzo che è stato e sono felice di parlarne qui, celebrandone i sessant'anni compiuti a inizio marzo e non per uno di quei ricordi quando ormai è troppo tardi, che in altre circostanze mi hanno fatto essere riconoscente e triste al tempo stesso.
Se dovessi indicarne un tratto distintivo, direi la bontà ed è una scelta meno banale di quanto si possa supporre. La sua infatti è una bontà innata, una mitezza che sfiora l'accondiscendenza e che, se non fosse il professionista affermato che è e l'uomo fatto e finito ch'è diventato, mi verrebbe spontaneo tuttora l'istinto di proteggerlo.
Quando ero ragazzo, lo ammetto, lo invidiavo. Un'invidia sana però, che sarebbe più corretto chiamare ammirazione. Aveva tutto ciò che avrei voluto essere io: bello, biondo, di famiglia benestante, con una casa splendida, tanti fratelli e un'eleganza niente affatto costruita. Ciò che spiccava in lui era la naturalezza dello stile, quel non dover badare minimamente alla forma, tanto tutto gli calzava a pennello. Ricordo con nitidezza il giorno in cui mi presentai a scuola con un maglione rosso accesso e fascia bianca, costato un patrimonio, lui sedeva nel banco di fronte al mio, aveva un maglioncino color amaranto fatto con i ferri dalla mamma o dalla nonna, liso sulle maniche e persino con un buco, tra gomito e avanbraccio: io, vestito da ricco, restavo povero, lui il contrario: era a suo agio e sembrava il protagonista di un film con qualsiasi indumento. Imparai quel giorno una lezione che non ho mai dimenticato, cercando di trasmetterla ai miei figli: non è l'accessorio, l'orpello, le cose materiali che fanno la differenza, bensì lo stile, la consapevolezza della propria condizione, una sicurezza di sé che si traduce in fascino. 
A Michele ho voluto bene da subito anche per questo, per il suo non far pesare nulla, anzi, per aver fatto sentire importante me, per avermi guardato fin dal primo istante da pari a pari, insegnandomi con l'esempio che le categorie sociali sono nella nostra testa e siamo noi che ce le imponiamo, se ci facciamo caso. La sua generosità nel mettere a disposizione la casa per giocare, il pomeriggio, o per organizzare feste, nella famosa soffitta, sono state per me un altro esempio che ho fatto mio, imparando da lui il valore e il garbo dell'ospitalità.
E se ho un rimpianto, uno solo, è che nel corso degli anni ci siamo persi di vista, incontrandoci di rado. Eppure in quei momenti sparuti, lo ritrovo tale e quale, soltanto un po' più appesantito, con meno capelli, come del resto io, taciturno su argomenti che so non vuole affrontare, ma con gli stessi occhi luminosi e attenti, penetranti ed entusiasti di bambino, quando qualcosa lo incuriosisce e diverte.
A parziale consolazione, c'è che per frequentarsi con assiduità non è troppo tardi e confido il destino doni a entrambi la possibilità di intrecciare di nuovo i fili che abbiamo lasciato sospesi sul telaio.
Lui, ancor prima di me, è partito presto con il farsi una famiglia (pure il suo matrimonio è stato il primo a cui ho partecipato non per accompagnare i miei genitori, ma essendo invitato proprio io), interrompendola abbastanza presto, ma con in splendido dono la sua primogenita, accasandosi poi altrove, avendo un'altra stupenda figlia, ritrovandosi ora la fortuna di essere padre e nonno giovane al tempo stesso.
I suoi primi sessant'anni, visti da me, sono così: più che una parentesi, un continuo inizio.

P.S. Fortuna vuole che non nessuno dei due abbia mai avuto necessità dell'altro, chiedendo quei favori tipo prestiti o coperture di nessun tipo. Tuttavia, in un paio di miei passaggi professionali, i suoi consigli sono stati di imprescindibile aiuto. Penso a quando sono stato assunto a La Provincia: non avendo agganci con nessuno, chiesi a lui una mano per imparare a leggere i bilanci del gruppo Sesaab, per capire tramite essi le strategie industriali che stavano compiendo i dirigenti e fare così una buona impressione con l'allora amministratore delegato. Anche per questo, ma non solo, gli sarà per sempre grato.

sabato 7 marzo 2026

E se... (Allargare il presente)

E se esistessero infiniti mondi, un universo a misura di ciascuno, con noi protagonisti del nostro e attorno miliardi di comparse, a loro volta soggetti principali nel loro, d'uno spazio.
Oppure se la linea temporale fosse montata al contrario e la vita uno scorrere all'indietro, come nelle pellicole in bianco e nero dei proiettori super otto, con ciò che siamo ora frutto di cosa siamo stati, ma nel futuro, tenendo conto che tutto procede a rovescio. I filosofi direbbero che così prevarrebbe il “determinismo”, ma non sta qui il punto.
Il punto sta che ogni tanto mi capita di pensare alle svariate possibilità di realtà alternative, immaginando spunti per sceneggiature o soltanto semplicemente per il gusto di immaginare scenari, effetti, conseguenze.
È in quei momenti che torno il bambino che ero, che si annoiava un sacco, disteso ad aspettare il pullman della scuola sul bordo di un muretto, guardando le nuvole e cercando di trovarvi una forma, un volto, un disegno.
Dico spesso che giorni, mesi, anni passano più veloci adesso, come se avessero preso l'abbrivio, se somigliassero alla ruota di un gigante ingranaggio che a fatica, con lentezza, si mette in movimento, sfruttando poi l'inerzia e procedendo spedita, quanto un treno.
Una percezione, non un dato oggettivo, sosterrebbe la fisica (anche se i fisici quantistici replicherebbero che, essendo il sistema osservato influenzato dall'osservatore, di oggettivo c'è nulla, tutto è soggettivo). 
Forse il motivo di un ruzzolare tanto svelto, rispetto alle distese di infiniti istanti di quando ero ragazzo, è che il tempo lo adoperiamo tutto, lo farciamo di mille impegni, appuntamenti, scadenze, incombenze, affari, piaceri. Ci siamo pure inventati un termine lieve, che fa diventare gradevole ciò che in verità è una macina che trita tutto e non lascia scampo: il passatempo. E il tempo lo definiamo "libero" soltanto quando c'è da riempirlo.

P.S. La diagnosi c'è, manca la cura. Come fare cioè per invertire la rotta, azionare la leva del freno o, banalmente, riconquistare una parte di quanto va perso.
Forse, anche in questo caso, la soluzione sta nel paradosso: si trova ciò che si perde, si mantiene quanto si è disposti a lasciare. E il segreto è considerare l'orologio che abbiamo dentro noi, non quello sincronizzato sulle lancette del mondo. Chiudere gli occhi, placare l'animo, tornare a riappropriarsi di una dimensione piana, senza vettori, allargare il presente a più non posso, smettendola con il desiderio di anticipare all'estremo il futuro, che soltanto se è già qui, adesso, posso domarlo, controllarlo, eliminare l'incertezza, metterlo al sicuro. In fondo hanno ragione i fisici quantistici: tutto è soggettivo. Dipende da noi. Respiriamo.

sabato 28 febbraio 2026

Avere ragioni (La libertà del torto)

«L’uomo non si nutre di verità, si nutre di risposte» (Daniel Pennac)

Il dialogo è un’arte, ma prima ancora una disposizione.
Dipende tutto da come ci approcciamo, dall’obiettivo fissato. Se è quello di ottenere ragione, cioè di imporre una verità e che sia riconosciuto il valore di quanto abbiamo in mente, siamo spacciati: ogni incontro sarà uno scontro, ogni parola un duello, ogni differenza una trincea modello prima guerra mondiale, corpo a corpo e baionette. Vorremo vincere infatti, affermare una tesi, non capire. Un po’ come capita ai politici, che hanno argomenti a senso unico, specialmente quando parlano in pubblico. Sono sempre Cicerone, avvocati di parte, mai Diogene, ricercatori indipendenti, né Socrate, dispensatore di dubbi.
La ragione è seducente, ma pure schiacciante, chiude i discorsi, non apre la mente. Ed è per questo che andrebbe sempre declinata al plurale, dando per assodato che sia mai una, bensì ne esistano molte. E che piu del sostantivo, dovremmo avere caro il verbo: ragionare.

P.S. A proposito di verbi, uno che mi intriga parecchio, di questi tempi, è “argomentare”. Sarà l’influenza di Giorgia, della tesi che sta preparando, sarà la necessità che ho per lavoro, di motivare ciò che scrivo e dico. Dimostrare con argomenti logici è un esercizio che mi intriga e tento più possibile di praticarlo. Parimenti, intuisco che dovrei prestare attenzione all’atteggiamento, a una postura mentale che dovrebbe essere quella disarmata e disarmante, di colui o colei che tiene idealmente le braccia spalancate o, quanto meno, basse, che non alza la guardia. Vale nei dibattiti in tv, ma pure nelle riunioni di lavoro e altresì al bancone del bar o seduti attorno al tavolo, quando al piacere del palato si abbina la convivialità e si parla, si discute. 

sabato 21 febbraio 2026

Si fa presto a dire amare (Zero pretese)

Voce del verbo “Amare”,  da declinare in tutti modi, mai all'imperativo. Men che meno punto esclamativo. «Amami!» ha un che di assurdo, oltre che di patetico. 
L'amore è un filo elastico (auto cit.), una corda lunga, vietato tirarla troppo. Sbagliata è già la pretesa di tenderla, quasi fosse un laccio, qualcosa che si può imporre, a proprio piacimento. 
L'amore è l'esatto contrario, è l'inesigibile, un'emozione di sola andata senza presunzione di ritorno.
Non per caso lo si associa al cuore: come il muscolo cardiaco, batte da sé, indipendentemente dalla nostra volontà, su di esso non abbiamo potere alcuno, non possiamo dire come Giosué di fronte ai nemici Amorrei, nella terra di Canaan: «Shimshî dôm», «Fermati, o sole». Semmai somiglia alle particelle della fisica quantistica, che non sai dove si trovano, eppure ci sono.
Se così non fosse, l'amore si chiamerebbe altro: interesse, gelosia, possesso, brama, tornaconto...
Quanta inutile sofferenza, quanto dolore spropositato, quanto vuoto e fuoco per un malinteso intendimento, per aver confuso il sentimento più grande con un piccolo mercimonio.
Al contrario, dovremmo tatuarcelo sulla pelle, scolpirlo sull'architrave delle porte, dipingerlo alle pareti, insegnarlo ai nostri figli appena pronunciano verbo, che l'amore si dà e non si può riceverlo che gratis, come ogni vero dono.

P.S. L’abbiamo fatta lunga, potevamo cavarcela con poco: due parole in tutto, prendendole a prestito dai greci antichi, che come sostiene Umberto Galimberti, «erano gente seria», gli unici insieme con i tedeschi a contare su una lingua puntuale, precisa, capace di generare sistemi concettuali complessi. Ciò che noi chiamiamo “amore” lo nominavamo con svariati vocaboli (quattro i principali, una dozzina in tutto). Il termine di quello di cui sopra è «Agape», l'amore che dà, a differenza di «Eros», l'amore che prende. Il primo è amore ascendente, sale verso il soggetto; il secondo è discendente, si abbassa sull'oggetto. L'uno sorge dalla pienezza e dall'abbondanza, l'altro nasce dal bisogno e dalla mancanza. Nel contatto fisico uno è fare «l’amore» («all’amore», come piace dire sorridendo malizioso al mio amico Stefano), l’altro è «sesso». L'agape trasforma chi è amato (vuole elevare ed è disposto a lasciar andare) ed è sempre sano, l'eros trasforma chi ama (vuole possedere, pretende di trattenere) e corre il rischio concreto di diventare malato. Differenze sottili dal punto di vista dialettico, sostanziali all'atto pratico. Saperle riconoscere è il primo passo per provarle, senza fraintendimento, decidendo chi siamo. Che al cuore non si comanda, alla nostra testa si.

sabato 14 febbraio 2026

La scelta adulta (Bruciare i ponti)

C’è quella fisica, capolinea per ciascuno: la grande falce che miete e nessuno scampa. Ma di morte ce n’è altresì un’altra, simbolica, potenzialmente infinita e ch’è più una metamorfosi, il bruco che distrugge se stesso e mette le ali, si trasforma in farfalla. 
La racconto diversamente: ci sono ponti che dobbiamo bruciare, città da lasciarsi alle spalle, cordoni ombelicali da recidere, se si vuole andare avanti e diventare persona nuova. Vale per il lavoro e per le relazioni, comprese quelle d’amicizia e d’amore, che durano soltanto se al miracolo dell’elezione affettiva si aggiunge un atto di volontà, la decisione consapevole di voler bene all’altro/a, il bene dell’altra/o. Una scelta adulta, rinnovata ogni giorno senza data di scadenza né “da consumarsi preferibilmente entro…” una certa data.
Se penso a me stesso, i cambiamenti li ho avuti più che altro in ambito professionale, facendo di necessità virtù e rinascendo ogni volta, partendo da zero, senza raccomandazione alcuna, armato soltanto del valore di prestatore d’opera. A pensarci bene, è un morire e risorgere, ad ogni tornante di strada in discesa o salita.

P.S. Rispetto a colleghi con i quali ho iniziato e che mai hanno lasciato il caldo marsupio del primo nido, non conosco stanzialità e devo ammettere che, oltre ad essere un buon modo per affrontare la pigrizia, cambiare è ogni volta occasione di rinascita. Dove sono ora, a dire il vero, ho intercettato una dimensione su misura per la persona che sono, per le ambizioni e le visioni che ho, per poter mettere a frutto quanto raccolto in anni di cammino al centro della piazza o a bordo strada. E se guardandomi alle spalle potessi parlare al ragazzo che ero e ch’è diventato nomade per somma di circostanze, più che per scelta, gli direi una parola, sola: «Coraggio». Morire è infatti un passaggio, con il bello, il vasto, l’interessante e il fecondo che giungono immancabilmente, in scia.