sabato 23 maggio 2026

A misura d'umano (Euro zero)

Lo debbo a te, ai tuoi ventisei anni e alle battaglie che hai già fatto, ma pure alle donne che ti hanno preceduto e a quelle che vivono tuttora un'ingiustizia da mondo capovolto.
Molti, forse anche tu, danno la colpa al patriarcato, al maschilismo. Io do responsabilità a qualcosa dal nome diverso, alla concezione economicista che ha preso sempre più piede nel luogo che abitiamo, al "denaro causa di tutto".
Mi riferisco alla mortificazione che subisce chi non porta a casa uno stipendio o ha un reddito comunque marginale in paragone a quello dell'altro.
La spia mi si è accesa sentendo una persona amica, accusata per l'ennesima volta di avere ansie inutili considerato il contributo che dà al sostegno finanziario. Le parole che si è vista scaraventare contro sono state più o meno queste: "Ma come stressata tu? I tuoi sono solo passatempi, svago. Stressato piuttosto dovrei essere io, che mi occupo di mandare avanti la famiglia guadagnando".
Ora, al netto dei toni, comprendo come una frase del genere, formalmente ineccepibile, faccia più male di uno stiletto nelle costole e induca alla resa immediata, mani in alto.
No. Non è così. Lo scrivo con cognizione di causa, vivendo una simile asimmetria di coppia, ma consapevole che - tra i due - a essere in debito sono io.
Non lo ammetto per piaggeria o per buonismo. Né mi metterò a fare il conto di quanto costerebbero le faccende - domestiche, di pulizia, giardinaggio, trasporto, accudimento, smaltimento burocratico, approvvigionamento... - che l'altro sbriga senza prendere un soldo: se lo facessi riporterei in equilibrio la bilancia tabellare dei pagamenti, ma fallirei in ciò che ritengo giusto: chiamare per nome e dare valore a quanto valore ha davvero. Penso invece al supporto emotivo, al sostegno morale, alla ricchezza relazionale, al bilanciamento costante, alla carica di fiducia, allo sprone silenzioso, alla tranquillità infusa che permette a uno dei due (quasi sempre l’uomo) di spiccare il volo sapendo di contare su un paracadute sempre aperto. Questo e molto altro ancora, la cui portata è inestimabile se l'unica categoria che conosciamo è quella dei cinici, che ignorano il valore e hanno per unità di misura soltanto il prezzo.

P.S. Vengo da una famiglia in cui entrambi i genitori lavoravano e sono convinto che per ciascuno sia un bene avere un lavoro, poter contare su un'autonomia economica e soprattutto tentare di realizzarsi attraverso un mestiere, qualsiasi esso sia. Ma il fatto di non averlo - temporaneamente o definitivamente - non può equivalere a una macina al collo, pagando dazio doppio e sentendosi due volte a disagio. Così come purtroppo trovo vero e al contempo ingiusto, spietato, il fatto che tutt’oggi, in una coppia, occorra avere autonomia economica per essere sicuri del rispetto dell’altro (sottinteso: «Così non può impuntarti nulla, così puoi vantare i tuoi diritti, così non hai bisogno di nessuno, così meriti rispetto).
Credo davvero sia tempo di ammettere che rispetto lo si meriti - e si debba pretendere - a prescindere, così come la realizzazione può avvenire fuori dall’alveo delle professioni classiche, quelle basate sullo scambio "tempo" ed "energia" in cambio di "denaro". Ma affinché avvenga tutto ciò occorre allenarsi, affinare una sensibilità,  definire dei contorni, fornire polpa e sostanza alle intuizioni, imparare a dare nome a quanto ora non lo ha, dotarci di un vocabolario nuovo e di un metro differente, a misura di umano.

domenica 17 maggio 2026

Coraggio (Io ti capisco)

Ha rimesso foglie, anche quest’anno, e domina il prato di casa d’un verde acceso, in principio chiaro, quasi luminescente, ora scuro. Giorgia sorride, ricordando che l’ho definito “timoroso”, perché si schiude alla primavera in ritardo rispetto ai suoi simili, alle piante di faggio pendulo che fanno bella presenza di sé nei giardini qua attorno. Di recente però ho letto un articolo che lo riscatta, spiegando che alcuni alberi ritardano appositamente di qualche giorno l’apertura dei germogli rispetto all’anno precedente, ingannando così le larve di insetti che se ne nutrono. I bruchi infatti si schiudono tarandosi sul calendario dell’anno precedente, ma vengono spiazzati dal non trovare nutrimento e nel volgere di poche ore muoiono. In questo modo, è stato calcolato, viene risparmiato oltre la metà del fogliame, non pregiudicando la salute e talvolta la sopravvivenza stessa dell’albero.
Ora, non so se sia per questo oppure per il motivo che già conoscevo, cioè per evitare di incappare nei temporali di inizio primavera e fine inverno, talvolta talmente violenti che se trovano rami frondosi a fare da vela son capaci di sradicare esemplari giganti, schiantandoli al suolo. In ogni caso, tanto di cappello a una forma di intelligenza che i vegetali hanno, a dispetto della nostra supponenza animale e della visione ridotta che abbiamo.

P.S. Devo fare ammenda pure di altro: il nostro non è il faggio più pavido del circondario. Ne ho trovato uno ancor più timido, nel giardino di una casa in via Monterotondo, poche centinaia di metri più in basso, nella collina dove abitiamo. Peccato che la recinzione con cui da qualche decina d’anni anche dalle nostre parti siamo soliti circondare le abitazioni mi abbia impedito di avvicinarmi, poiché passandovi avrei voluto appoggiarvi il palmo aperto della mano sulla corteccia e sussurrargli ciò che dovremmo dirci più spesso, anche tra noi esseri umani, come persone: «Coraggio, io ti capisco». 

venerdì 8 maggio 2026

Tu sorridi (Per primo)

Ci sono persone che ghermiscono senza muovere un dito, limitandosi alla limpidezza di sguardo accompagnata da un sorriso.
Me ne accorgo all’istante, anche se poi quel seme può impiegare giorni, settimane a trasformarsi in germoglio, specialmente con me, che non sono un calcolatore di incroci né ho la costanza di risalire il corso del fiume, seguendo le impronte per capire qual è stato l’istante preciso in cui un’immagine tra tante è diventata punto fisso.

Credo molto nel destino, agli uomini e alle donne che incontriamo con uno scopo, per un motivo, tuttavia ho imparato che esiste “un resto”, una cifra d’umanità che entra ed esce di scena senza colpo ferire, come certe carte da parati che nemmeno si notano.

Stabilire la categoria alla quale appartengono, se fili destinati ad annodarsi o impronte sulla sabbia che alla prima onda svaniscono, è impossibile in anticipo. È come per le briciole lasciate nel bosco da Pollicino: soltanto percorrendole a ritroso se ne comprende il tragitto. Ed è per questo che, ogni volta incontro qualcuno, ne incrocio gli occhi curioso, conscio della possibilità che quel momento da nulla sia in realtà un principio memorabile, la meraviglia di un atto in divenire, l’insospettabile scintilla di un contatto cosmico.


P.S. In montagna o lungo strade poco affollate, mentre cammino o corro, a volte semplicemente passeggiando, saluto sempre le persone che incrocio. E sorrido. Per primo. Un gesto di cortesia che mi viene istintivo e per il quale i miei figli mi somigliano, tutti. Forse il dettaglio che sono più orgoglioso di avergli trasmesso.


venerdì 1 maggio 2026

Se (Ascolterai il tuo cuore)

Se mi aiuterai ad avere cura di te…
Se mi guarderai dritto negli occhi e dritta negli occhi ti lascerei guardare…
Se avrai pazienza e mi terrai abbracciato, pelle a pelle, prendendoci il tempo per respirare…
Se sentirai corpo e mente in sincronia, come un batter di timpani e tamburi…
Se avrai curiosità, desiderio di esplorare…
Se lascerai fuori dalla porta esitazioni e pregiudizi…
Se ti abbandonerai per almeno un istante ai sensi, alla parte più istintiva, quella radicata in noi e che sopravvive, da milioni di anni…
Se vivrai l’attimo, senza null’altro contare…
Se ascolterai il tuo cuore e l’unica bussola sarà lo stare bene…
Allora e solo allora sarà un dono e una fortuna memorabile questo giorno che viene, in cui ci apriremo uno all’altra, dentro una parentesi.

P.S. Se avessi due vite in dono, sussurrerei all’orecchio queste parole, che prendono spunto e ritmo da una poesia che adoro (“If” di Rudyard Kipling), immaginando però di dedicarla non a un figlio, bensì qualcuno che si è scelto, vestendo per una volta panni che non m’appartengono: quelli di scrittore.

lunedì 27 aprile 2026

Geōrgios (Il valore del disaccordo)

Di differente, tra noi, c’è soltanto una vocale nel nome e tutto il resto del mondo.
Sei nata all’alba del millennio e stendi i tuoi anni come panni da asciugare al sole: ognuno un colore e un tessuto diverso, ma tutti che odorano di bucato.
Oggi ti sei laureata magistralmente, avverbio impegnativo, con massimo dei voti e lode per una tesi scritta e discussa su “Method and Disagreement in Analytic Philosophy” (Metodo e disaccordo nella filosofia analitica), che pare un titolo difficile già in italiano e in effetti lo è. Anche se il mio collega Carlo, quando gliel’ho accennato, l’ha ridotto a un concetto semplice: «Se ci pensi, è ciò che distingue il pensiero occidentale e scientifico: non soltanto la possibilità di dissentire, bensì il valore del disaccordo e, in fin dei conti, della diversità».
Sono così fiero di te che neanche vorrei dirtelo. Il rischio di risultare stucchevoli è altissimo e quel che conta davvero, tra padre e figlia, trova voce nel silenzio. E negli occhi limpidi che lo sostengono.

P.S. Qualche giorno fa era il nostro onomastico. So di sembrare melenso dicendo che nel nome di ciascuno è custodito, come in un gheriglio di noce, un destino.
Il nostro, “geōrgios”, è quello di coltivare, cominciando dalla semina e dal mettere a dimora, continuando con il prenderci cura di chi ci sta attorno, come fosse un giardino.

sabato 18 aprile 2026

Attenti al sole (Il rischio di chi affascina)

Ispirazione. Ci sono persone che sono così, secernano sicurezza e danno fiducia, alimentando desideri, speranze, ambizioni… A volte si ha la fortuna di incrociarne i passi, altre semplicemente lo sguardo o la voce. Sempre se ne resta affascinati, quasi avessero qualcosa di magnetico, che attira. È un segnale che emettono, soprattutto qualcosa che in loro cogliamo, una proiezione su noi stessi di un nocciolo che realizziamo importante e fa da lievito, indicando una via e la bellezza di percorrerla.
Alcune di queste persone ho avuto la fortuna di incontrarle, nella vita, imparando una regola: per goderne appieno occorre tenerle alla giusta distanza, esattamente come il sole, che se si mantengono troppo lontane la loro luce rimane fioca, non scalda, ma da eccessivamente vicino è l’opposto, con alto rischio di bruciarsi, sprecando con la disillusione pure la scintilla che si era innescata e che avrebbe potuto cambiarci - in meglio - la vita.

P.S. Ho sempre diffidato della perfezione, così come mai rimango affascinato da qualcuno al punto da trasformarlo in ciò che non è, un idolo, un’idea piuttosto che un corpo pensante, con pregi ma anche limiti, difetti. Semmai, ad essere preciso, colgo ciò che potremmo chiamare una “ispirazione diffusa”: non una somma di qualità in un’unica persona, bensì tante persone con ciascuno una qualità che mi ispira.

sabato 11 aprile 2026

Diciamoci tutto (Almeno tra noi)

In latino si chiama “confiteor” ed è l’atto penitenziale che si proclama insieme, in coro, all’inizio della messa: «Confesso a Dio padre onnipotente e a voi fratelli…».
Mi accontenterei di farlo tra me e me, davanti a uno specchio: confessarsi tutto, anche ciò che c’è di brutto, dirsi la verità, dare nome e contorno a pulsioni, desideri, istinti. Dovrebbe essere un esercizio quotidiano, senza limitare i pensieri, accettandosi per ciò che si è, riconoscendosi e così conoscendosi, nel profondo.
Ammettere a se stessi di provare anche ciò che convenzione è storto è il primo passo per contenerlo, scremando tutto ciò che si ritiene vero e lasciando ipocrisie, falsità, perbenismo fuori dal cancello.
Per farlo, occorre innanzi tutto coraggio. E un abbondante senso d’indulgenza, un volersi bene che ha come unico limite la libertà e il diritto dell’altro a ricercare e ottenere lo stesso.
Guardarsi, considerarsi, rivelare a se stessi, accettarsi… Esercizi quotidiani di consapevolezza, un buon modo per trovare pace ed essere sereni, non schiacciati o soffocati da un peso, da un sentimento di inadeguatezza, considerandosi mai all’altezza o meritevoli del peggio e riuscendo così a provare indulgenza anche per l’altro, per limiti, errori, inciampi che ci sono stati o si avranno, essendo nessuno perfetto.

P.S. Immagino che mi stai ad ascoltare con quei tuoi occhi chiari, con il guizzo di sguardo di chi intuisce che sono parole che ci riguardano, in prima persona plurale, tutti, pur quando non se ne coglie pienamente la portata, il senso. Viviamo spesso di corsa, sfiorando tutto in superficie, senza addentrarci nel profondo, quello vero. Eppure basterebbe poco, avendo cura ogni giorno di coltivare la coscienza, come fosse un giardino.