Nella foschia tendente a nebbia delle mie mille incertezze, uno spicchio di cielo terso c'è sempre: è uno dei lasciti più solidi che ho ricevuto in eredità da mio padre e che ai miei figli vorrei affidare.
Anche sui temi più spinosi, non c'è stata volta in cui egli - se interrogato, direttamente o velatamente - abbia nicchiato o taciuto. Compreso il suicidio.
M'è venuto in mente in questi giorni, sentendo le parole di Matteo Lancini, con il quale ho dialogato a Brescia e che sprona i genitori a non avere tabù con i figli, superando pudori, timori, imbarazzo (e qua anche noi giornalisti dovremmo interrogarci su come affrontare l’argomento: negli anni in cui contavano gli scoop e il sensazionalismo ci siamo giustamente imposti un cordone di protezione, riportando di rado episodi, per evitare la possibile emulazione, si diceva; una regola che ho sempre ligiamente osservato, anche se ora mi chiedo se il non trattarne invece sia peggio, creando una bolla sottovuoto in cui capita di tutto senza che l’opinione pubblica ne abbia contezza: ma questo è un altro discorso, da disgiungere in altra sede con cognizione di causa, sensibilità e senso di responsabilità assoluto).
Ricordo nitidamente le svariate circostanze in cui con quel suo modo di raccontare le cose, a volte non guardandomi, a volte fissandomi all'improvviso negli occhi, come ad esser certo che comprendessi davvero ciò che volesse dire, mio padre evocava il tema del togliersi la vita, collocandola tra le tentazioni possibili, tra le prove che un essere umano è chiamato ad affrontare, ponendosi di fronte a una scelta, l’eterna lotta tra bene e male. Non qualcosa di “malato” dunque, bensì una componente della vita stessa, uno scoglio da affrontare affinché sia contrastato e non da censurare confidando che la negazione elimini l’eventualità che avvenga.
Il suo parlarne mi ha fatto comprendere che nessuno è esente dalla possibile disperazione, che ciascuno prima o poi può trovarsi a immaginare di farla finita. La differenza, non sottile, è tra pensiero e azione. Lui questo mi ha insegnato, non negando l’ipotesi, ma fornendomi gli strumenti per poterla superare, che nel suo caso si traducevano in una frase semplice: «Ricordati, sono troppo vigliacco per farla finita». E così, da un lato usava l’ironia per stemperare la tensione, dall’altro faceva assurgere un difetto (la vigliaccheria) a virtù di protezione, dall’altro ancora - il più importante - ponendo la possibilità invitava a stare in guardia, a non farti sentire in alcun modo “sbagliato”, che è il primo gradino del percepirai solo e poi disperato.
Nella sua semplicità, la comunicazione profonda di un istinto di sopravvivenza, un inno alla vita disarmante,
P.S. Ho citato Matteo Lancini, psicoterapeuta e scrittore, che mi piace moltissimo e di cui condivido buona parte di diagnosi e cure nei confronti di una società in cui si moltiplicano i fragili. Detto tra noi, lui è un super, pur se l’impressione dell’incontro è stata deludente. Non perché abbia omesso di dire cose interessanti, tutt’altro. Né perché sia stato meno di garbato o simpatico. Il problema, come per altri autori famosi con i quali ho dialogato, è che sovente recitano a soggetto, ripetendo frasi collaudate, soffermandosi mai sul volto dell’essere umano che hanno di fronte e che li vorrebbe intervistare. Una superficialità che invece, per quanto mi riguarda, vorrei evitare, con chiunque, dal ministro che viene in visita al giornale alla persona che trovo accanto al bancone del bar o sul treno. Perciò ogni volta che incontro qualcuno, il primo istinto è guardarlo dritto negli occhi, soffermandomi un istante pupilla a pupilla, magari stringendogli la mano o ponendogliela sulla spalla, come a dire: «Io ci sono, sono qua, presente». Nella vita iper produttiva e caotica che rischia di travolgerci, un’oasi di umanità che ci distingue per ciò che siamo tutti, veramente: persone.






