È così che ci leviamo di dosso l’etichetta che ci classifica sommariamente, confidando che nulla sia dato per sempre e dunque che cambiare si può, possibilmente in meglio.
Un mutamento per il quale propizio è il tempo dell’imminente ripresa, poiché per attizzare il fuoco lento della volontà occorre un propellente d’innesco, un appiglio per ergersi almeno un palmo sopra l’abitudine dello scontato, provando il brivido di deragliare invece che rimanere condannati nel solco che per primo noi abbiamo scavato.
Un mutamento per il quale propizio è il tempo dell’imminente ripresa, poiché per attizzare il fuoco lento della volontà occorre un propellente d’innesco, un appiglio per ergersi almeno un palmo sopra l’abitudine dello scontato, provando il brivido di deragliare invece che rimanere condannati nel solco che per primo noi abbiamo scavato.
P.S. Di mio potrei comporre un elenco infinito di comportamenti da cambiare. Per il settembre che viene vorrei fare come il cielo di Porto, spingere le nubi un passo più di in là, facendo una scelta che costerà fatica - lo so - eppure derogarla sarebbe pavido. Lo scrivo così, senza girarci attorno: “Lasciar andare”. Piantarla di voler avere tutto sotto controllo, supporre di essere indispensabile, credere che la ragione previdente metta al riparo dal brutto e dal cattivo. Vorrei essere nella vita privata ciò che sono sul lavoro, dove mi viene facile ritenermi ai bordi del mondo e non al centro. “Lasciar andare” fa rima con lievità, contro la pesantezza del trattenere, del conservare, dell’accumulare. “Lasciar andare” significa abbandonare la visione del futuro come minaccia, accettando la dimensione dell’incerto, senza i “deliri di rovina” che distinguono gli anziani (anche quelli giovani d’età, a prescindere da esatta anagrafe e aspetto). “Lasciar andare” come principio, oltre che come autentica professione di fede. Perché immaginarsi di gestire tutto equivale a illudersi di essere dio, mentre disarmarsi è l’atteggiamento giusto per lasciargli dimora e fargli posto.






