sabato 29 agosto 2026

Lasciar andare (Un buon proposito)

Indossiamo abiti che ci siamo cuciti addosso da tanto tempo che toglierseli è difficile pure immaginarlo. Figuriamoci farlo davvero. Eppure essere più forti delle proprie resistenze, più elastici dei nostri lacci, più coraggiosi delle paure ataviche si può, riuscendo a sorprendere per primi noi stessi.
È così che ci leviamo di dosso l’etichetta che ci classifica sommariamente, confidando che nulla sia dato per sempre e dunque che cambiare si può, possibilmente in meglio.
Un mutamento per il quale propizio è il tempo dell’imminente ripresa, poiché per attizzare il fuoco lento della volontà occorre un propellente d’innesco, un appiglio per ergersi almeno un palmo sopra l’abitudine dello scontato, provando il brivido di deragliare invece che rimanere condannati nel solco che per primo noi abbiamo scavato.

P.S. Di mio potrei comporre un elenco infinito di comportamenti da cambiare. Per il settembre che viene vorrei fare come il cielo di Porto, spingere le nubi un passo più di in là, facendo una scelta che costerà fatica - lo so - eppure derogarla sarebbe pavido. Lo scrivo così, senza girarci attorno: “Lasciar andare”. Piantarla di voler avere tutto sotto controllo, supporre di essere indispensabile, credere che la ragione previdente metta al riparo dal brutto e dal cattivo. Vorrei essere nella vita privata ciò che sono sul lavoro, dove mi viene facile ritenermi ai bordi del mondo e non al centro. “Lasciar andare” fa rima con lievità, contro la pesantezza del trattenere, del conservare, dell’accumulare. “Lasciar andare” significa abbandonare la visione del futuro come minaccia, accettando la dimensione dell’incerto, senza i “deliri di rovina” che distinguono gli anziani (anche quelli giovani d’età, a prescindere da esatta anagrafe e aspetto). “Lasciar andare” come principio, oltre che come autentica professione di fede. Perché immaginarsi di gestire tutto equivale a illudersi di essere dio, mentre disarmarsi è l’atteggiamento giusto per lasciargli dimora e fargli posto.

sabato 22 agosto 2026

Diventare adulti (Contro il riparo)

Ho per le parole una passione matematica: mi piace conoscerle a fondo e utilizzarle con precisione, formulando teoremi.
Ieri, ad esempio, ho scoperto che “adulto” ha la stessa radice di “adolescente”, derivando dal latino “adolescere”, allevare, che a sua volta si dirama dal verbo “alere”, nutrire.
Adulto, colui che è cresciuto, è come mi sento e soprattutto come scorgo coloro che mi stanno accanto, a cominciare dai miei figli, per i quali - vedendoli non giorno per giorno, essendo io a Brescia e loro a Como - ho l’effetto del “time lapse”, del lasso di tempo nei video che si velocizzano fotogramma per fotogramma, permettendo di notare i cambiamenti assai più che vivendoli momento per momento.
Di quanto siano cresciuti ho avuta coscienza lucida nei giorni della vacanza, potendoli frequentare a lungo e osservarli pure di riflesso, come Perseo con Medusa, evitando di essere pietrificato dal contingente del confronto diretto. Non è unicamente questione di timbro di voce o frammenti del volto, si tratta proprio di una maturità di connotati che cambiano, che restituiscono l’idea di una complessità accolta e affrontata, di un’esperienza che plasma e dà forma alle persone che siamo. E se dovessi indicare un dettaglio che fa da spia al mutamento, direi la capacità di prendere fiato e dare modo alla ragione di mantenere il controllo sull’istinto, di imbrigliare sentimenti ed emozioni senza soffocarle, gestendole però con riguardo.

P.S. A proposito di etimologia, la base per le altezze della “matematica” è greca, dalla parola “máthema”, io imparo. Io ho imparato che tra tutti i vissuti che trasformano in “adulto” quella del dolore è la principale, la maestra in assoluto. «This is the way» direi, se fossi un Mandaloriano. E tra tutte le esperienze di dolore, nessuna più del cospetto della morte, della sua consapevolezza viscerale, lascia il segno, cambiando la struttura molecolare di chi siamo, inducendoci a essere partoriti di nuovo, accelerando il cambiamento con la propulsione d’un razzo, bruciando ogni sterpaglia che c’è attorno e lasciandoci nudi e adulti al tempo stesso. Ecco perché, pur se trascorriamo tutta la vita cercando di evitarla, è soltanto incontrandola che cresciamo del tutto ed è solamente attraversandola che la superiamo. E voler bene ai propri figli, desiderare che diventino adulti, comporta non metterli al riparo da quel dolore, negarlo o tentare di rimuoverlo, bensì sedersi loro accanto nell’eventualità che si presenti alla porta, dimostrando nei fatti che sopravvivere allo strazio si può, che esiste luce dopo ogni buio.

martedì 11 agosto 2026

Tra due eclissi (Una vita)

L’ultima è stata ventisette anni fa e ricordo di averla vista in giardino.
Tra un’eclisse e l’altra c’è un dirupo, una seconda vita, proprio. Tanto per cominciare c’era ancora mio padre e soltanto un figlio su quattro, Giacomo, con i suoi due anni e mezzo, mentre Giorgia sarebbe nata di lì a poco. Anch’io ero diverso, parecchio. Meno della metà dei miei anni attuali, due lavori, molte certezze in più e i primi dubbi esistenziali, quelli che trasformano in adulto ogni essere umano. Mi sentivo il padrone del mondo, ignorando che il mondo non lo governa nessuno, al massimo ci scivoliamo sopra, sperando di non inciampare ed evitando di guardare dritto nel baratro che si spalanca inesorabilmente innnanzi, incrociando le dita affinché abbia un futuro, oltre che un senso.

P.S. Se la memoria non mi inganna avvenne sempre nei giorni di agosto, verso mezzogiorno. Ci radunammo tutti nel prato di fronte la casa dei miei genitori, quella dove attualmente abito e c’erano pure i vicini, Ambrogio, Giulio. Due dettagli ho stampato in mente: la luce irreale, fredda, che si creò nel momento esatto in cui la luna velò quasi completamente il sole; il senso di tempo sospeso e memorabile, con il desiderio di trattenere quell’istante, di farlo diventare eterno. Invece passò, svelto, come passa sempre, tutto. Ma se non fosse così io sarei ancora quel Giorgio, immobile quanto una statua di sale, insetto curioso ed inutile, imprigionato nella goccia d’ambra del cosmico nulla.

domenica 9 agosto 2026

La compagnia (Diciamocelo, in amicizia)

«Amicizia» è parola vasta, che abbraccia relazioni facendone un unico mazzo, pur se diverse, una ad una.
Che conta, più del nocciolo, è il grado, l’intensità che la distingue e varia, da persona a persona. Di certo un’amicizia non capita, si sceglie. Una decisione senza tornaconto, per quelle sincere, le uniche che considero autentiche, rispondendo ad un’affinità elettiva che prescinde appunto il calcolo, le cui logiche non hanno logica.
Al pari dell’amore, essa nasce per istinto o coincidenza, ma si alimenta di sostanza, di una decisione convinta e rinnovata. A volte si spezza, specie nell’età della formazione, altre si ricuce non restando però la stessa, altre ancora è un filo robusto, che unisce oltre le stagioni e gli spazi, definendo nell’altro o nell’altra ciò che siamo, restituendo senza bisogno di parole l’immagine di noi che più ci somiglia.

P.S. Si sono fermati da noi una sera, al ritorno dall’ennesima vacanza comune, credo la sesta o la settima. Gli amici e le amiche di Giovanni sono un’eccezione poiché spostano ogni anno più in là l’asticella di qualcosa destinato ad estinguersi ossia l’amicizia di gruppo, le compagnie che si creano di ragazzi e ragazze e per qualche anno sono un incubatore di formazione della personalità sociale ed umana. Poi, esaurito il compito, si spezzano, si disgregano, si riformulano su base più stretta, sovente coincidendo con le prime relazioni di coppia o l’inizio della carriera lavorativa. La maggior parte s’infrange sugli scogli del passaggio tra adolescenza e giovinezza, qualche altra brigata ha coda lunga, in molti casi da una costala di esse nascono le amicizie più profonde, per alcuni, una sorta di fratellanza. In ogni caso le amicizie combattono e spesso vincono una buona battaglia: farci sentire meno soli, in questo spicchio di universo dove la luce taglia lo sterminato buio e l’istante si dilata fino a far sembrare tutto il nulla.

sabato 1 agosto 2026

Come foglie di primavera (Fortune e rischio)

Come sto. Me lo chiedono spesso, con una premura che a volte imbarazza e sempre mi commuove.
Sto come in primavera sugli alberi le foglie.
Inutile nasconderlo, grottesco sarebbe negare ciò che è evidente, ingratitudine dimostrerebbe minimizzare per celia il dono che m’è capitato.
Se penso a me stesso, pur senza averne allora piena coscienza, è da quando ho sognato questo mestiere che mi sono immaginato qua, nel posto che occupo, che sento giusto addosso quanto una camicia di quelle che non si stirano.
A guardarmi indietro, mi vedo in cima a una torre altissima, con scalini infiniti, saliti uno ad uno, talvolta con slancio, altre d’un balzo, in molte occasioni con fatica infinita, ma per la maggior parte limitandosi a dovere, perseveranza e metodo.
Il sentimento che provo è un misto di gioia e gratitudine, in contrapposizione a quanto mi sentivo frustrato e trasparente tre anni addietro: un auto sportiva parcheggiata in garage, mentre avrei voluto correre, come viaggio adesso.
La sorte m’ha portato in dono un’opportunità e ho consapevolezza di dover tutto alla fortuna, convinto anche che essa consiste nell’abilità all’incrocio dell’occasione. Così come disgrazia intravedo all’orizzonte, se superbia e tracotanza si insinueranno, prendendo il posto dell’umiltà di chi sente primo soltanto nell’essere degli altri al servizio.

P.S. C’è un altro ma, un rischio che avverto tangibile, come nuotare nel fiume e sapere che un mulinello potrebbe risucchiare senza possibilità di scampo. Il pericolo è che avendo atteso a lungo questo momento finisca per farlo diventare tutto, smettendo di alimentare quei pozzi vitali che sono le amicizie, le relazioni, le distrazioni, i passatempi, tutto ciò che è “altro” rispetto al lavoro. Un’eventualità non peregrina, favorita dalla natura stessa del mestiere che ho scelto, non limitato a una prestazione, bensì perfettamente aderente a una missione di vita, allo scopo stesso per cui si è al mondo. Nel primo mese me ne sono reso conto, attribuendolo alla novità, giustificandolo con il primo periodo necessariamente di turbinio, un vortice che avviluppa e occupa ogni singolo frammento. Molto ho già perso, qualcosa potrò recuperarlo, amici e amiche vere capiranno continuando a tendermi la mano, qualche persona cara sarà rimasta delusa o preoccupata, qualcuno confido porti pazienza e mi conceda ancora credito. Equilibrio è sempre un moto, mai uno stato. Ed è pedalando che se ne esce, poco importa se trascinato o spinto.

domenica 26 luglio 2026

Un (nuovo) matrimonio

I giovani hanno verso il futuro come un istinto, sono come le rondini «che nel petto hanno una bussola per la primavera».
La conferma più bella è stata al matrimonio di Silvia e Matteo, il primo in cui mi sono accorto che è cambiato il modo di intenderlo come celebrazione, l’ennesimo rinnovamento da fenice di un rito che i numeri dicono in crisi, forse però è talmente radicato dentro l’essere umano che soltanto la nostra miopia (la miopia di chi pensa che i pochi suoi anni siano tutto) giudica ormai superato.
Se è così, se assisteremo a una prossima ripresa delle unioni formali - magari sotto nuove vesti, identica però nel nocciolo - lo dirà soltanto il tempo.
Io mi limito a rigustare di tanto in tanto quel giorno, trascorso in armonia, con una presenza di adulti ridotta all’osso e decine e decine di ragazzi e ragazze, protagonisti, non spettatori di qualcosa da altri atteso e voluto o imposto.
Non sono ingenuo, l’età m’ha reso anzi cinico, per cui sul «per sempre» non metterò mai più la mano sul fuoco per nessuno, perché le unioni si disfano esattamente come si fanno e il «vissero felici e contenti» non è detto che sia insieme, bensì una ad uno. Ciò non toglie che nel presente l’amore fosse tangibile, non millantato, non recitato, bensì debordante come soltanto l’amore sa essere, sfarzoso finanche quand’è nudo. Un amore non figlio dell’illusione, piuttosto spremuto goccia a goccia da tanti istanti di sole passati già insieme e pure dalle nubi e dai temporali vissuti fianco a fianco, cozzando fino a farsi male, ritrovando però ogni volta il bandolo per uscirne, a conferma dell’unica ricetta che funziona, che conosco, per superare ogni divisione e il logorio del tempo: un atto di volontà, decidere di scegliersi, ogni giorno.

P.S. Lui c’era. Ricordandoci qualcosa di intimo, profondamente vero, anche se quasi sempre lo scordiamo: gioia e dolore, risate e lacrime, sono un intreccio. Voler escludere le une o le altre fa perdere bellezza, ma soprattutto autenticità, a qualsiasi rito di passaggio.

sabato 11 luglio 2026

Il cruccio (Tu ci sarai)


Una settimana esatta. È quella che manca al matrimonio di tua figlia, un giorno in cui saresti stato elegante e radioso, di quel sorriso ampio che accende i volti di chi solitamente ha sguardo serio e l’espressione dei duri com’erano duri una volta.
So che dovrei essere soltanto contento, so che Silvia una contentezza piena se la merita, so anche che l’avrà, perch’è da quand’è nata semina dolcezza e a quel giorno con Matteo s’è preparata in piena regola, con quel puntiglio che ha e che ti somiglia. So anche che Roberta e Alberto e tutti noi e gli amici riempiranno ogni spicchio di giornata, lasciando punto spazio per altri pensieri che non siano di festa. E so infine che il cruccio che diventa stretto quanto un groppo, ora, quel giorno si dissolverà, trasformando il tuo bene in presenza, non volendo noi darti un dispiacere così grande da rovinare anche soltanto di striscio la giornata più attesa dalle persone che amavi di più e che ami tuttora. Oggi però lasciati abbracciare stretto, come quando segnava la Juventus all’ultimo minuto e vincevamo la partita, e permetti che la fitta al cuore che sento mi attraversi da parte a parte e mi si chiuda in un singhiozzo la gola, mentre tengo chiusi gli occhi per non far scendere lacrima e ti vedo, ti sento, senza bisogno che tu dica una parola.
Tutto passa, è vero, e anche il dolore si trasforma, non il ricordo di te, che non conosce morte, ch’è soltanto cosa viva.

P.S. Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa per ricordarti, tra una settimana. Ma io non so, Loris, se posso farcela. In ogni caso, manca qualche giorno e il tempo per convincermi o per dissuadermi definitamente ce l’hai. Io prometto che nonostante il turbinio del lavoro e degli impegni presterò attenzione e mi metterò in ascolto, certo che - come sempre - mi consiglierai la strada giusta.