Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
sabato 20 dicembre 2025
Fiorire e far fiorire (Stare bene al lavoro)
giovedì 1 dicembre 2022
Cosa conta davvero (Scriviamoci)
venerdì 24 dicembre 2021
Un azzardo di gentilezza (Verso noi, per primi)
venerdì 3 dicembre 2021
A bordo lacrima (Una luce nel buio)
"A volte voglio chiamarti, ma so che non ci sarai". Ascolto la canzone ad occhi chiusi, con una lacrima, una sola, che non scende, incastrata al margine dell'occhio.
Buio è tutto attorno e struggente quella musica, l'emozione che ha innescato, toccando un nervo, accomunando ogni essere umano, rendendo fratelli e sorelle tutti e tutte, poiché tutte e tutti lo possediamo, pure quando non ce ne accorgiamo, anche se lo seppelliamo sotto una coltre spessa di indifferenza, per protezione o cinismo.
Ripenso alle molte parole taciute, ai sentimenti che per incuria e pigrizia non ho esplicitato, alle decine di persone a cui sono legato evitando però di rifare di tanto in tanto l'asola, come se fosse superfluo, rimandando e rimandando, scacciando l'ipotesi del troppo tardi, che arrivi un giorno in cui mi sarà impossibile farlo, anche volendolo.
Questo Natale, il prossimo, vorrei io farmi un regalo, partendo da lontano, scrivendo a più persone possibili, dicendo perché sono speciali, il bene che provo e mi unisce loro.
Dopo tutto, a questo servono le feste, anche per chi mal le sopporta e spera di saltare a piè pari a gennaio inoltrato: che piaccia o meno, esse sono un'occasione, lo spunto, il pretesto per un coraggio che nel resto dell'anno non troviamo, l'esame di riparazione del sentimento umano.
P.S. Questa è la canzone in cui mi sono imbattuto, qui invece si trova il testo. Per chi amasse più il cinema della musica, credo che l'ultimo film di Sorrentino produca lo stesso effetto.
La lacrima invece, una sola, non è scesa, forse per un motivo: sono un uomo fortunato o distratto, infatti alle persone che nella mia vita contano o hanno contato di più, ciò che di intimo e vero potevo dire mi pare di averlo detto. E anche questo blog, nelle centinaia di post da cui è formato, contiene spesso lettere messe nero su bianco, che i destinatari hanno già ricevuto e per i quali rimane sempre a disposizione, finché avranno memoria, finché lo vorranno.
giovedì 24 dicembre 2020
Silent Night (Elogio del vuoto)
mercoledì 25 dicembre 2019
Nulla accade per caso (In pace, con noi stessi)
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Ogni volta però mi viene in mente mio padre e il suo sguardo privo di giudizi, la sua umanità profonda, la capacità di comprensione, quasi sempre senza ricorrere a parole, poiché le parole possono curare, ma creare pure imbarazzo, barriere, tensione.
sabato 21 dicembre 2019
Esserci (La sorpresa di Natale)
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Il gesto d'amore d'una madre, lo confesso, mi ha scaldato il cuore. Per questo lo voglio condividere: un regalo che non ha prezzo e un immenso valore.
sabato 16 dicembre 2017
La porta aperta (Natale con chi puoi)
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Quello principale, avviato due mesi fa, si chiama "Via Novelli Social Club" (cliccando qui uno scorcio di trasmissione, tanto per capire cos'è) ed è realizzato grazie al contributo di ragazzi delle scuole superiori e ad un gruppo straordinario di persone che compongono il Media Center dell'Eco di Bergamo e di BgTv.
Registrando in studio capita sovente di cogliere alcune intuizioni che nella mia testa poi rimbalzano e si ripropongono quali piccoli frammenti di verità o - per stare con i piedi per terra - come spunti interessanti, stralci di un possibile prontuario di atteggiamento personale.
Prendiamo ieri. In un carosello di colleghi ospitati per dare forma ad una lunga puntata da mandare in onda il pomeriggio di Natale, tra una stretta di mano, quattro chiacchiere e il campanello che di volta in volta annunciava l'arrivo di questo o di quel personaggio, mi è venuto in mente che il Natale può essere essenzialmente questo: una porta aperta.
Al di là, anzi, al di qua del significato religioso e ancor più di quanto ci abbiamo poi appiccicato addosso, dallo scambio dei regali ai pranzi e alle cene, del Natale apprezzo l'essere un'occasione di incontro, l'opportunità di vedersi, trovando e andando a trovare, bussando e accogliendo.
La porta aperta non è un dettaglio accessorio, bensì l'immagine che voglio tenere impressa in questi giorni e condividere con chi mi è accanto.
martedì 8 dicembre 2015
Il valore dell'assenza (tuteliamo lo stupore)
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| Foto by Leonora |
La sala da pranzo di casa mia vecchia, quando avevo cinque anni, il mattino di Natale. Luci accese sull'albero, sul tavolo sei, sette regali. Erano piccole cose, non ne ricordo alcuno nel dettaglio, ma la sensazione provata, quel mancare di fiato e quello scoppio di gioia nel petto, è impossibile da dimenticare.
La radice è la stessa che ho notato negli occhi di Giacomo, Giorgia, Giovanni e dei tanti bimbi che per svariate circostanze mi sono trovato di fronte in questi anni, nelle feste di compleanno o Natale. Con una differenza d'intensità che non dipende da loro, bensì dal contesto d'abbondanza in cui sono cresciuti.
I miei cinque anni coincidevano con un tempo in cui nel resto dell'anno non arrivava nulla, sul davanzale della finestra si conservavano al massimo una dozzina di noci, il barattolo della Nutella non esisteva e semmai alle quattro, per fare merenda, c'erano quelle confezioni di plastica che con quattro cucchiani di numero era bella che finita la porzione. Per ricevere un regalo che non fosse a Natale attesi i nove anni, quando un pomeriggio dissi che sognavo il Manuale delle Giovani Marmotte e mia madre dieci minuti dopo fermò l'auto di fronte alla tabaccheria / cartoleria del paese dicendomi: "D'accordo, lo compriamo". Fu come se il cielo si squarciasse, non stavo più nella pelle.
Ora che i tempi sono cambiati, per fortuna in meglio, con un'abbondanza di tutto (beni materiali e pure emozioni, sensazioni, stimoli), credo che dovremmo escogitare un modo per tutelare e rinforzare lo stupore, esattamente come si fa con le bestie a rischio di estinzione.
Associamo all'idea di bene il dare tutto, mettere a disposizione prima possibile ciò che viene chiesto o che banalmente riteniamo utile, piacevole, gradito, ignorando il valore dell'assenza e l'eventualità che almeno il dosare la generosità sia un modo per dare sostanza al desiderio, alimentando il senso di sorpresa. Perché il rischio altrimenti è di crescere generazioni di uomini e donne che hanno tutto, ma restano apatiche e indifferenti.
P.S. I regali di Natale sono l'esempio pratico più semplice, ma vale per la sessualità, le relazioni, gli affetti... Ho in mente ragazzini di sedici anni che ottengono da mamma e papà il permesso di fare le vacanze loro due, insieme. Capisco loro che domandano, non chi lo concede. Lo scrivo qua per vincolo, come Ulisse quando chiese di essere legato all'albero della nave per non cedere al canto delle sirene, così quando lo domanderanno a me avrò meno tentazioni di essere incoerente e potrò rispondere uno dei tanti "no" che fanno male e bene insieme.
lunedì 8 dicembre 2014
L'arte di raccontare (consigli pratici)
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| Foto by Leonora |
Mi piace chi racconta - l'ho scritto qualche giorno fa - e pure coloro che sanno mettersi in ascolto, senza interrompere continuamente, scegliendo le domande giuste, i modi e soprattutto i tempi nel porle. Uno dei momenti che preferisco è quello della narrazione in un contesto conviviale, quale può essere la tavola, che concilia il nutrirsi, l'assaporare, il gustare sia i cibi sia le parole, i pensieri. Per questo apprezzo il Natale e in generale tutte le feste e le occasioni per un pranzo o una cena insieme, con un anedotto che tira l'altro, storie intrecciate, collegamenti che portano lontano, riesumando ricordi sovente abbandonati.
Una consuetudine di cui si è persa traccia, sostituita dalle varie radio, poi tv e adesso Internet, è quella in cui sono cresciuti i nostri nonni, che avevano pochi svaghi e la sera, dopo il rosario, si riunivano attorno al camino o addirittura nella stalla, al caldo, compiendo azioni manuali utili e per cui non occorreva concentrazione e raccontando storie, a volte reali, a volte fantastiche, nella maggior parte dei casi metà vere e metà inventate. Lo stesso vale per le fiabe, lette prima di andare a letto, ai bambini, nelle case più agiate.
Tornare indietro è impossibile, tuttavia potremmo trovare il modo di ripristinare alcune buone abitudini, magari prendendo un paio di accorgimenti. Invitare più gente a cena, ad esempio, senza curarci di sembrare concorrenti di Masterchef, sapendo che conta più la compagnia e meno i manicaretti prelibati. Oppure tenere come regola ferrea il divieto, mentre si mangia, di tenere acceso il televisore e tra le mani i cellulari.
Espedienti validi, ma in sé pre condizioni, a cui va aggiunta la facoltà determinante, quell'abilità nel raccontare che alcuni hanno innata, ma che si può anche apprendere. In modo semplice, che rimanda all'inizio di queste poche righe: imparando ad ascoltare.
martedì 24 dicembre 2013
Il sole dentro (un augurio per Natale)
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| Foto by Leonora |
domenica 10 febbraio 2013
Un segno di vita (dall'hotel Mille Flebo)
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| Foto by Leonora |
Debbo a loro - oltre che a mia moglie Isabella e a mio figlio Giacomo - il cordone ombelicale che ancora mi tiene legato all'amministrazione del mio paese, che in tre anni mi ha visto passare da una cordiale accettazione del vincitore (il sindaco Palamara) a una siderale distanza fino all'insofferenza di questi tempi, poiché l'uomo tutto sommato mite d'inizio mandato s'è trasformato in un despota, che non sente ragioni altrui e fila dritto per la sua strada. Non discuto la facolta che ha di scegliere (è un suo diritto) ma il rifiuto del dialogo e la prepotenza con cui nei fatti cancella il dissenso. Raramente ho incontrato una persona che nei fatti nega così palesemente ciò che professa a parole: dice di essere il sindaco di tutti, non lo è. Non è il mio, ad esempio, e non lo è dal momento in cui dice: "Ascolto tutti ma ho già deciso". Mi spiace non tanto per il paese dove abito (ne ha viste delle brutte, sopravviverà anche a questo) bensì per lui, perché aveva un'occasione di riscatto politico e personale e invece ha preferito il bastone del comando all'arte del governo. Pazienza.
P.S. A proposito di amministrazione. Ieri l'altro, spulciando tra vecchie mail, ho trovato questo messaggio di auguri (tutto in minuscolo) dell'allora vice sindaco, Renato Riva. Era il 24 dicembre del 2008. Mi sono commosso nel rileggerla, poiché non ha avuto scampo dalla malattia di cui accenna lì (l'hotel Mille Flebo, come chiamava lui - ironico fino alla fine - l'ospedale di Pavia). Allora non lo immaginavo, ma ora che so com'è andata mi sembra ancor più ricca, pur nell'estrema semplicità dei contenuti. La trascrivo qui, per l'attuale sindaco Palamara, per i consiglieri di maggioranza e opposizione, per i tanti abitanti di Lurate Caccivio che l'hanno conosciuto e anche per chi non sa chi sia e soprattutto per me, orfano di un'amicizia. Finché ha vissuto Renato è stato un tessitore di reti, un costruttore di ponti e mai di muri. Nel suo piccolo, è questo il segno di vita che mi ha lasciato. Non lo ringrazierò mai abbastanza.
carissimi tutti,
ogni natale nasconde qualche regalo inaspettato e inatteso.
alcuni sono belli e riempiono la vita come il bimbo che nasce e porta la vita, quest'anno il mio è un po' diverso, ma lo stesso spero riporti alla vita di tutti i giorni con lo stesso entusiasmo di sempre e la stessa corroborata voglia di fare e di esserci per lasciare, nel nostro piccolo,. un segno di vita .
e allora ancora con tutto il cuore buon natale.
dall'hotel mille flebo pavia renato
lunedì 24 dicembre 2012
Ho voluto la bicicletta
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| Foto by Leonora |
sabato 22 dicembre 2012
Cambiare il mondo
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| Foto by Leonora |
La solitudine ad esempio. Immagino che nessun altro giorno possa essere triste come un Natale passato senza affetti, qualcuno da poter invitare o essere invitato. Ma anche la malinconia, il dolore per le persone care che non ci sono più. Nelle altre settimane dell'anno è una ferita con cui coesistiamo mentre in queste feste torna a bruciare, sale sparso sulla carne, fitta che si insinua inesorabile sotto pelle e stringe il cuore, desiderio di tornare ai momenti sereni che invece non ritorneranno più, così come l'abbraccio di una madre, il sorriso di un padre, l'allegria di un figlio, certe tavolate che via via si sono spolpate, lasciando ora soltanto pareti grigie e il chiasso gelido di un televisore acceso.
Persino nella compagnia però il Natale può fare da apice alle tensioni, ai contrasti magari rimandati per assenza di incontro. La litigata più feroce tra mio padre e mia madre fu la mattina di un Natale di moltissimi anni fa. Avrò avuto otto anni e ricordo le urla che mi svegliarono nel sonno, i rimbrotti vicendevoli, le accuse, le offese, la rabbia che montava e io impotente, appena oltre la soglia della cucina, con gli occhi e i pugni chiusi, insieme al terrore che fosse la fine di tutto e l'unico desiderio che la smettessero, che facessero la pace, che tornasse l'armonia. L'armonia tornò, non ho memoria se già nel pomeriggio di quella giornata o a Santo Stefano o la settimana dopo.
Mio padre e mia madre erano caparbi e nessuno dei due sottomesso all'altro, si fronteggiavano come leoni nella savana, rizzando la criniera e mostrando denti ed artigli (senza tuttavia che mai una mano fosse alzata o che l'aggressività delle parole sfociasse nella violenza del contatto). Li detestavo per questo, giuravo a me stesso che sarei stato differente, invece sono cresciuto a loro immagine e somiglianza. Me ne accorgo da una mezza frase di Giovanni, oggi, dopo una banale seppur vivace discussione tra me e Isabella, di quelle che hanno tutti i mariti e le mogli, credo. "Litigate sempre" sussurra, quasi tra sé e sé, e a me si scioglie il cuore, ripiombando quarant'anni addietro, quando alto un metro e cinquanta e preoccupato ero io. Spero che lui sia migliore di me, che non ripeta i miei errori, anche se ne dubito. Più dai bei discorsi come questo, infatti, i nostri figli imparano dall'esempio. Perciò, invece di ostinarmi nell'ottenere ragione, faccio leva su me stesso e stacco il piede dall'acceleratore, facendo spuntare un sorriso. Ci vuole così poco a cambiare il mondo. Peccato me ne ricordi e lo metta in pratica così poche volte all'anno.
sabato 8 dicembre 2012
Allargare la tavola
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| Foto by Leonora |
Aggiungi un posto a tavola era anche un musical degli anni Settanta, con Johnny Dorelli. Mi pareva retorica invece conteneva un seme buono, che riscopro ora, eleggendolo a motto per i giorni che arrivano e segnando tre buoni propositi da mettere in pratica.
- Invitare o farsi invitare a Natale e a Santo Stefano (ma vale anche la vigilia), facendo esercizio di generosità e, se è il caso, di faccia tosta.
- Mettere da parte la pigrizia e rinunciare a qualche sera al calduccio, davanti alla tv, andando a bussare alla porta di chi non vediamo da un pezzo, contando sul fatto che la sorpresa scioglierà qualsiasi imbarazzo o reticenza.
- Pensare più al biglietto che al regalo, scrivendo per ciascuna delle persone care e anche ai semplici conoscenti una vera lettera, in cui ricordare la prima volta che ci si è visti e il pregio che si riconosce all'altro (c'è sempre un pregio nell'altro, persino in coloro che sono simpatici quanto una falange dell'alluce spezzata contro lo spigolo di una porta). Le parole buone sono una medicina doppia: per chi le riceve e per chi le dona.
martedì 25 dicembre 2007
"Confidare" in un buon Natale
Debbo delle scuse, ma soprattutto spero che per tutti sia stata un buon Natale. Dopo tutto, lo è stato anche per me.
Seppur in ritardo, vorrei lasciare in dono a chi passa di qui un pensiero: una poesia scritta da Antonia Pozzi l'8 dicembre del 1934. Si intitola: "Confidare" e la trovo bellissima.
Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.
Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zàgara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.
Ho tanta fede in te. Son quieta
come l'arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l'orzo intorno alla casa.













