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sabato 20 dicembre 2025

Fiorire e far fiorire (Stare bene al lavoro)

Vedere positivo è una propensione del cuore, prima che un esercizio oculistico.
In ogni mestiere, in ogni luogo di lavoro abitato, ho trovato del buono e son certo di esser stato fortunato.
Ad ogni modo, sono grato a chi fin da principio mi ha dato la possibilità di guadagnarmi il pane e anche il companatico. Così come ricordo con affetto ogni collega avuto accanto, compresa l’esigua minoranza di coloro che mi urtavano e i molti con i quali invece s’è sviluppata un’affinità elettiva che ha tuttora i tratti dell’amicizia, pur se non ci vediamo.
Un corposo preambolo, per dire che dopo un lungo vagabondare, sovente facendo di necessità virtù, il porto in cui sono approdato due anni fa è un piccolo gioiello, un diamante per il quale quanti ci sono abituati faticano a cogliere le sfaccettature di luce, mentre brilla agli occhi di chi ha conosciuto in quarant’anni altro.
Mi riferisco sia al nocciolo del lavoro, a quanto produciamo, alla cifra giornalistica in sé, sia al contorno: la città, l’ambiente, le persone di ogni ordine e grado.
Ieri ne ho avuto la conferma, in due distinti momenti: il brindisi aziendale mattutino e la cena con i colleghi, karaoke finale incluso.
Momenti di partecipazione genuina, non ipocrita, in cui per metà mi sono immerso, per l’altra metà invece era come se osservassi me stesso e gli altri da fuori, dall’alto, realizzando cosa m’è capitato in questi mesi e comprendendo appieno come mi sento davvero, professionalmente parlando: un fiore sbocciato.

P.S. Fiorire e far fiorire. Un buon proposito per il nuovo anno. «Fioritura» nel senso in cui la intende Maura Gancitano, cioè la sua traduzione in italiano di ciò che i greci chiamavano “eudaimonia”, la felicità che discende dal trovare il proprio “daimon” socratico. Che è ancor più di talento, interesse, scopo, fuoco. Piuttosto, un sentirsi in armonia profonda con se stessi, «agendo secondo i propri tempi e la propria vocazione», rendendo il lavoro denso e insieme lieve, pienamente innestato nella vita e non zavorra, cruccio, laccio.



giovedì 1 dicembre 2022

Cosa conta davvero (Scriviamoci)

Lo spunto me l’ha dato una lettera di Giorgia, qualche giorno fa, in cui mi elencava ciò che ha imparato stando là, dall'altra parte del mondo, in particolare da amici e parenti che la ospitano.
“Sii gentile con tutti quelli che incontri; interessati e prenditi cura delle persone, di tutti; dialoga con gli estranei, essendo la prima persona ad avviare il dialogo; chiama le persone se ci pensi, anche solo se vuoi condividere con loro la migliore pasticceria di cannoli di Boston; fai sentire importante chi ti è accanto, ad esempio comprandogli dei fiori, portandoli in stazione come benvenuto o condividendo con tutti ‘sono i miei cugini d'Italia’, essendone fieri”.
Quando l’ho letto, lo ammetto, mi sono commosso.
Fosse anche soltanto per ciò quell’essenziale dettaglio, è valsa la pena saperla così lontana, a lungo.

P.S. L’importante è il pensiero.
Sì? È vero? Vero vero vero?
Allora facciamolo, spremiamoci le meningi, mettiamolo per iscritto, come “presente” di Natale o in generale per i giorni che stanno arrivando: un biglietto.
Biglietti o lettere da recapitare con generosità, mettendoci il cuore, senza troppo calcolo, risparmiando soldi e ricambiando con un valore vero, assai più prezioso: il tempo dedicato per pensarci appunto, lo sforzo di mettere i propri sentimenti nero su bianco.
Mancano settimane, possiamo farlo.
Un - ampio - elenco di persone a cui scrivere, accompagnando gli auguri con qualcosa di personale, intimo, condiviso.
Non è un’idea originale, credo sia giusto rinnovarla, ogni anno, a prescindere che le feste piacciano o si provi l’irresistibile desiderio di saltarle a piè pari e ritrovarsi a gennaio.

venerdì 24 dicembre 2021

Un azzardo di gentilezza (Verso noi, per primi)

Sulla soglia delle feste, tra mille lacci e laccioli che fanno d'intralcio alla serenità che dovrebbe essere distintiva di questo tempo, dal mazzo degli auguri ricevuti estraggo questo: "E mi convinco che la gentilezza non sia un azzardo, perché trasforma le persone che la praticano e che la ricevono, spesso in modo imprevedibile".
È vero. La gentilezza trasforma le persone, in meglio.
Pure quelle che in apparenza non la meriterebbero.
In psicologia si chiama "comportamento non complementare" e in principio ad auspicarlo fu colui che domani ricordiamo e che duemila e rotti anni fa esortava a porgere l'altra guancia, senza pensarci troppo.
Evito prediche e sermoni, limitandomi a una preghiera. Laica.
I primi nei confronti dei quali dovremmo essere indulgenti siamo noi stessi, riconoscendo i molti meriti che abbiamo invece di focalizzare l'attenzione verso i difetti, i limiti, le mancanze che pur esistono, ma somigliano alle notizie dei telegiornali: raccontano le eccezioni, non la regola del comportamento umano.
Così per noi, che siamo assai più della somma dei difetti che ci imputiamo.

P.S. Ringrazio Lucio, per il bel biglietto che mi ha recapitato e che ha fatto da spunto a questo scritto.
Ne approfitto anche per allargare il cerchio ed estendere gli auguri a tutti coloro che passano da qui e che benevoli nei miei confronti lo sono per principio, restituendo un'immagine di me che scalda il cuore pure quando fuori e dentro è gelo.

venerdì 3 dicembre 2021

A bordo lacrima (Una luce nel buio)

"A volte voglio chiamarti, ma so che non ci sarai". Ascolto la canzone ad occhi chiusi, con una lacrima, una sola, che non scende, incastrata al margine dell'occhio.
Buio è tutto attorno e struggente quella musica, l'emozione che ha innescato, toccando un nervo, accomunando ogni essere umano, rendendo fratelli e sorelle tutti e tutte, poiché tutte e tutti lo possediamo, pure quando non ce ne accorgiamo, anche se lo seppelliamo sotto una coltre spessa di indifferenza, per protezione o cinismo.
Ripenso alle molte parole taciute, ai sentimenti che per incuria e pigrizia non ho esplicitato, alle decine di persone a cui sono legato evitando però di rifare di tanto in tanto l'asola, come se fosse superfluo, rimandando e rimandando, scacciando l'ipotesi del troppo tardi, che arrivi un giorno in cui mi sarà impossibile farlo, anche volendolo.
Questo Natale, il prossimo, vorrei io farmi un regalo, partendo da lontano, scrivendo a più persone possibili, dicendo perché sono speciali, il bene che provo e mi unisce loro.
Dopo tutto, a questo servono le feste, anche per chi mal le sopporta e spera di saltare a piè pari a gennaio inoltrato: che piaccia o meno, esse sono un'occasione, lo spunto, il pretesto per un coraggio che nel resto dell'anno non troviamo, l'esame di riparazione del sentimento umano.


P.S. Questa è la canzone in cui mi sono imbattuto, qui invece si trova il testo. Per chi amasse più il cinema della musica, credo che l'ultimo film di Sorrentino produca lo stesso effetto.

La lacrima invece, una sola, non è scesa, forse per un motivo: sono un uomo fortunato o distratto, infatti alle persone che nella mia vita contano o hanno contato di più, ciò che di intimo e vero potevo dire mi pare di averlo detto. E anche questo blog, nelle centinaia di post da cui è formato, contiene spesso lettere messe nero su bianco, che i destinatari hanno già ricevuto e per i quali rimane sempre a disposizione, finché avranno memoria, finché lo vorranno.

giovedì 24 dicembre 2020

Silent Night (Elogio del vuoto)

In genere lo rifuggo e, anche per il mestiere che faccio, a tratti ne ho proprio orrore.
Eppure, in questo Natale per cause di forza maggiore azzoppato, del bicchiere metà pieno apprezzo proprio l'altro mezzo, quello vuoto, l'assenza, il silenzio, con la conseguente possibilità di ritagliare un poco più di tempo per la compagnia a cui faccio caso meno, quella con me stesso.
I giorni di festa, nel bene e nel male, restano questo: un'occasione.
Lo spunto per mettersi in moto, per uscire dai binari, per compiere gesti pure nel loro piccolo straordinari.
In questo senso le restrizioni imposte dalla pandemia possono diventare trampolino e non necessariamente ostacolo, restituendo alle relazioni sostanza e soprattutto spessore.
Un Natale meno di fretta, più rado di avvenimenti, di obblighi, impegni.
Un Natale a misura d'uomo, essenziale.
Un Natale in cui riscoprire la possibilità di ciò che conta veramente: tenersi in contatto, esprimere i propri sentimenti, telefonando, scrivendo, approfittandone per uscire dal banale e provando a esprimere ciò che si prova, prendendo coraggio e superando ogni imbarazzo, tornando in qualche modo innocenti, i bambini che eravamo.
Il mio proposito, per questo e per i prossimi giorni di festa, sarà proprio questo: parlare meno, ma di cuore.
A chi passa di qui intanto anticipo abbracci ed auguri sinceri, come ogni anno.


mercoledì 25 dicembre 2019

Nulla accade per caso (In pace, con noi stessi)


Facciamoci un regalo: perdoniamoci. Non c'è pace con gli altri se prima non la concediamo a noi stessi, se non la smettiamo di sentirci in colpa, di mettere a fuoco mancanze, errori, fragilità, debolezze.
È un giorno speciale questo e non lo sarebbe se evitasse di ricordarci lo stupore per ciò che sembra piccolo mentre in realtà è grande.
Quando mi guardo allo specchio o mentre sono a letto e prima di addormentarmi metto in fila i pensieri, rischierei di restare schiacciato da quanto non va, da come non sono stato capace, dagli sbagli commessi, le piccolezze dimostrate.
Ogni volta però mi viene in mente mio padre e il suo sguardo privo di giudizi, la sua umanità profonda, la capacità di comprensione, quasi sempre senza ricorrere a parole, poiché le parole possono curare, ma creare pure imbarazzo, barriere, tensione.
Lui non siede più alle tavole imbandite di questi giorni, i suoi occhi però continuano a guardarmi e dimostrarsi indulgenti, come dovrebbero essere sempre gli occhi degli esseri umani, gli uni verso gli altri.

P.S. Nulla accade per caso. Ne sono convinto ed è una delle mie stelle polari, soprattutto per quanto riguarda gli incontri. "Perché" è la domanda che mi rivolgo e mi viene rivolta più spesso, talvolta in modo esplicito, spesso tacitamente, sia nelle relazioni personali sia nei rapporti professionali, specie quando si passa dai convenevoli a scambi più schietti, a confidenze più intime.
Non lo so. Quasi mai lo so. Eppure ogni volta che capita "sento" che esiste un motivo, pur se poco o per nulla evidente. Potrei dire che è istinto o una proiezione della volontà, preferisco invece pensare che esistono fili e trame già disegnate e che aspettano una risposta, un'adesione e la pazienza di attendere, come "l'arabo avvolto nel barracano bianco" nella poesia di Antonia Pozzi, che "ascolta Dio maturargli l'orzo intorno alla casa".

sabato 21 dicembre 2019

Esserci (La sorpresa di Natale)


Gli sto andando a sbattere addosso, rallentando giusto giusto per non schiantarmici, favorito dal fatto che quest'anno è piazzato di mercoledì e sarà una vigilia dalla volata lunga, senza ostacoli.
Corse, persone, pacchi, regali, cene, pranzi, dolci, luci, nastri, biglietti...
Riempio tutto, dimenticando che l'unica cosa che conta dovrebbe essere il vuoto: è infatti nel vuoto, nell'assenza di altro, che lo spirito del Natale si fa davvero "presente".
Poi capitano i miracoli, incredibili per chi li immagina sontuosi e appariscenti, invece che nascosti nelle mille circostanze quotidiane.
Ciò che mi ha emozionato di più, questa settimana, era scritto su un foglio bianco, con una penna blu, sottile. Lo ha trovato Elena, in cantina, dove era scesa per prendere la stella luminosa che ogni anno sua mamma - morta a fine settembre, dopo una malattia che l'ha consumata pian piano, inesorabilmente - appendeva sul muro esterno di casa, in occasione delle feste.
Aperto il sacchetto che la custodiva, legato al filo elettrico, c'era una pagina di quaderno a righe con quattro parole: "Buon Natale Mamma bacioni".
"Mi è arrivata una pugnalata al cuore - ha confidato Elena - pensando a lei che lo scorso anno, palesemente consapevole di ciò che l'aspettava, con le poche risorse di persona umile qual è sempre stata, si è messa ad escogitare come poterci... essere, anche in questo Natale".
Poterci essere. Non fare, disfare, avere, mangiare, comprare. Esserci.
Il gesto d'amore d'una madre, lo confesso, mi ha scaldato il cuore. Per questo lo voglio condividere: un regalo che non ha prezzo e un immenso valore.

P.S. La mamma di Elena c'è, come quella di Antonella, ne sono certo, come tutte le persone che amiamo pur se non le vediamo con gli occhi. Lo scrivo con convinzione, consapevole che nessuna altra festa al pari del Natale può essere tutto o niente, zeppo di gioia, di compagnia, di sentimenti o, al contrario, di tristezza, solitudine, desolazione. Quel biglietto scovato in cantina idealmente è un po' nostro, di tutti.

sabato 16 dicembre 2017

La porta aperta (Natale con chi puoi)


Aggiungi didascalia
Riprendo lo spirito originario di questo spazio, cercando in poche righe di riassumere i molti pensieri di un periodo professionalmente fecondo, in cui da un lato continuo ciò che avevo intrapreso due anni or sono, dall'altro sperimento nuovi programmi.
Quello principale, avviato due mesi fa, si chiama "Via Novelli Social Club" (cliccando qui uno scorcio di trasmissione, tanto per capire cos'è) ed è realizzato grazie al contributo di ragazzi delle scuole superiori e ad un gruppo straordinario di persone che compongono il Media Center dell'Eco di Bergamo e di BgTv.
Registrando in studio capita sovente di cogliere alcune intuizioni che nella mia testa poi rimbalzano e si ripropongono quali piccoli frammenti di verità o - per stare con i piedi per terra - come spunti interessanti, stralci di un possibile prontuario di atteggiamento personale.
Prendiamo ieri. In un carosello di colleghi ospitati per dare forma ad una lunga puntata da mandare in onda il pomeriggio di Natale, tra una stretta di mano, quattro chiacchiere e il campanello che di volta in volta annunciava l'arrivo di questo o di quel personaggio, mi è venuto in mente che il Natale può essere essenzialmente questo: una porta aperta.
Al di là, anzi, al di qua del significato religioso e ancor più di quanto ci abbiamo poi appiccicato addosso, dallo scambio dei regali ai pranzi e alle cene, del Natale apprezzo l'essere un'occasione di incontro, l'opportunità di vedersi, trovando e andando a trovare, bussando e accogliendo.
La porta aperta non è un dettaglio accessorio, bensì l'immagine che voglio tenere impressa in questi giorni e condividere con chi mi è accanto.

martedì 8 dicembre 2015

Il valore dell'assenza (tuteliamo lo stupore)

Foto by Leonora
Toglieteci tutto, non lo stupore. Quell'attimo di vuoto allo stomaco, quello schiocco d'emozione, quell'istante che fa da asola tra immaginazione e realtà e costituisce della vita il gusto, il sapore.
La sala da pranzo di casa mia vecchia, quando avevo cinque anni, il mattino di Natale. Luci accese sull'albero, sul tavolo sei, sette regali. Erano piccole cose, non ne ricordo alcuno nel dettaglio, ma la sensazione provata, quel mancare di fiato e quello scoppio di gioia nel petto, è impossibile da dimenticare.
La radice è la stessa che ho notato negli occhi di Giacomo, Giorgia, Giovanni e dei tanti bimbi che per svariate circostanze mi sono trovato di fronte in questi anni, nelle feste di compleanno o Natale. Con una differenza d'intensità che non dipende da loro, bensì dal contesto d'abbondanza in cui sono cresciuti.
I miei cinque anni coincidevano con un tempo in cui nel resto dell'anno non arrivava nulla, sul davanzale della finestra si conservavano al massimo una dozzina di noci, il barattolo della Nutella non esisteva e semmai alle quattro, per fare merenda, c'erano quelle confezioni di plastica che con quattro cucchiani di numero era bella che finita la porzione. Per ricevere un regalo che non fosse a Natale attesi i nove anni, quando un pomeriggio dissi che sognavo il Manuale delle Giovani Marmotte e mia madre dieci minuti dopo fermò l'auto di fronte alla tabaccheria / cartoleria del paese dicendomi: "D'accordo, lo compriamo". Fu come se il cielo si squarciasse, non stavo più nella pelle.
Ora che i tempi sono cambiati, per fortuna in meglio, con un'abbondanza di tutto (beni materiali e pure emozioni, sensazioni, stimoli), credo che dovremmo escogitare un modo per tutelare e rinforzare lo stupore, esattamente come si fa con le bestie a rischio di estinzione.
Associamo all'idea di bene il dare tutto, mettere a disposizione prima possibile ciò che viene chiesto o che banalmente riteniamo utile, piacevole, gradito, ignorando il valore dell'assenza e l'eventualità che almeno il dosare la generosità sia un modo per dare sostanza al desiderio, alimentando il senso di sorpresa. Perché il rischio altrimenti è di crescere generazioni di uomini e donne che hanno tutto, ma restano apatiche e indifferenti.
P.S. I regali di Natale sono l'esempio pratico più semplice, ma vale per la sessualità, le relazioni, gli affetti... Ho in mente ragazzini di sedici anni che ottengono da mamma e papà il permesso di fare le vacanze loro due, insieme. Capisco loro che domandano, non chi lo concede. Lo scrivo qua per vincolo, come Ulisse quando chiese di essere legato all'albero della nave per non cedere al canto delle sirene, così quando lo domanderanno a me avrò meno tentazioni di essere incoerente e potrò rispondere uno dei tanti "no" che fanno male e bene insieme.

lunedì 8 dicembre 2014

L'arte di raccontare (consigli pratici)

Foto by Leonora
"Se qualcosa non viene raccontato, non esiste". L'ha detto Alessandro Baricco ed è una verità tanto ovvia quanto spiazzante.
Mi piace chi racconta - l'ho scritto qualche giorno fa - e pure coloro che sanno mettersi in ascolto, senza interrompere continuamente, scegliendo le domande giuste, i modi e soprattutto i tempi nel porle. Uno dei momenti che preferisco è quello della narrazione in un contesto conviviale, quale può essere la tavola, che concilia il nutrirsi, l'assaporare, il gustare sia i cibi sia le parole, i pensieri. Per questo apprezzo il Natale e in generale tutte le feste e le occasioni per un pranzo o una cena insieme, con un anedotto che tira l'altro, storie intrecciate, collegamenti che portano lontano, riesumando ricordi sovente abbandonati.
Una consuetudine di cui si è persa traccia, sostituita dalle varie radio, poi tv e adesso Internet, è quella in cui sono cresciuti i nostri nonni, che avevano pochi svaghi e la sera, dopo il rosario, si riunivano attorno al camino o addirittura nella stalla, al caldo, compiendo azioni manuali utili e per cui non occorreva concentrazione e raccontando storie, a volte reali, a volte fantastiche, nella maggior parte dei casi metà vere e metà inventate. Lo stesso vale per le fiabe, lette prima di andare a letto, ai bambini, nelle case più agiate.
Tornare indietro è impossibile, tuttavia potremmo trovare il modo di ripristinare alcune buone abitudini, magari prendendo un paio di accorgimenti. Invitare più gente a cena, ad esempio, senza curarci di sembrare concorrenti di Masterchef, sapendo che conta più la compagnia e meno i manicaretti prelibati. Oppure tenere come regola ferrea il divieto, mentre si mangia, di tenere acceso il televisore e tra le mani i cellulari.
Espedienti validi, ma in sé pre condizioni, a cui va aggiunta la facoltà determinante, quell'abilità nel raccontare che alcuni hanno innata, ma che si può anche apprendere. In modo semplice, che rimanda all'inizio di queste poche righe: imparando ad ascoltare.

martedì 24 dicembre 2013

Il sole dentro (un augurio per Natale)

Foto by Leonora
Quest'anno gioco d'anticipo, così da mandare un augurio personalizzato alle persone a cui tengo di più.
So che a molti queste feste non piacciono. A me sì, fosse anche solo per l'occasione che danno di potersi scrivere, telefonare, vedersi, restare in contatto.
Il mio augurio è di tornare ad avere almeno per un giorno gli occhi di un bambino, provare lo stesso stupore, lo stesso entusiasmo, la stessa purezza che non conosce pudori o imbarazzi e guarda al nocciolo delle cose, non a quello che nel corso degli anni è restato attaccato di enfatico, di commerciale, materiale, retorico. Il Natale dopo tutto è proprio questo: tornare un po' bambini (non a caso l'origine di tutto è Gesù Bambino).
Che sia una bella giornata allora, con fuori la pioggia ma il sole dentro.

domenica 10 febbraio 2013

Un segno di vita (dall'hotel Mille Flebo)

Foto by Leonora
Raffaele tace spesso e lo rispetto ancora di più per questo suo comprimere emozioni e parole. Rosy, sua moglie, è più sanguigna, passionale, entusiasta. Discutiamo di politica con opinioni differenti ma senza arroccarci su partiti, schierimenti, bandiere da sventolare o da bruciare, bensì confrontandoci sui problemi concreti: scuola pubblica e privata, sanità, amministrazione comunale... Ci animiamo, talvolta alziamo pure la voce eppure l'amicizia, il rispetto per l'opinione altrui fa sempre premio sulle convinzioni personali e ci incontriamo sempre, anche quando restiamo distanti. Merito dell'estrema pulizia che distingue entrambi, con zero interessi e un solo interesse: il bene comune, le scelte migliori per una società più giusta, fraterna, libera.
Debbo a loro - oltre che a mia moglie Isabella e a mio figlio Giacomo - il cordone ombelicale che ancora mi tiene legato all'amministrazione del mio paese, che in tre anni mi ha visto passare da una cordiale accettazione del vincitore (il sindaco Palamara) a una siderale distanza fino all'insofferenza di questi tempi, poiché l'uomo tutto sommato mite d'inizio mandato s'è trasformato in un despota, che non sente ragioni altrui e fila dritto per la sua strada. Non discuto la facolta che ha di scegliere (è un suo diritto) ma il rifiuto del dialogo e la prepotenza con cui nei fatti cancella il dissenso. Raramente ho incontrato una persona che nei fatti nega così palesemente ciò che professa a parole: dice di essere il sindaco di tutti, non lo è. Non è il mio, ad esempio, e non lo è dal momento in cui dice: "Ascolto tutti ma ho già deciso". Mi spiace non tanto per il paese dove abito (ne ha viste delle brutte, sopravviverà anche a questo) bensì per lui, perché aveva un'occasione di riscatto politico e personale e invece ha preferito il bastone del comando all'arte del governo. Pazienza.

P.S. A proposito di amministrazione. Ieri l'altro, spulciando tra vecchie mail, ho trovato questo messaggio di auguri (tutto in minuscolo) dell'allora vice sindaco, Renato Riva. Era il 24 dicembre del 2008. Mi sono commosso nel rileggerla, poiché non ha avuto scampo dalla malattia di cui accenna lì (l'hotel Mille Flebo, come chiamava lui - ironico fino alla fine - l'ospedale di Pavia). Allora non lo immaginavo, ma ora che so com'è andata mi sembra ancor più ricca, pur nell'estrema semplicità dei contenuti. La trascrivo qui, per l'attuale sindaco Palamara, per i consiglieri di maggioranza e opposizione, per i tanti abitanti di Lurate Caccivio che l'hanno conosciuto e anche per chi non sa chi sia e soprattutto per me, orfano di un'amicizia. Finché ha vissuto Renato è stato un tessitore di reti, un costruttore di ponti e mai di muri. Nel suo piccolo, è questo il segno di vita che mi ha lasciato. Non lo ringrazierò mai abbastanza.

carissimi tutti,
ogni natale nasconde qualche regalo inaspettato e inatteso.
alcuni sono belli e riempiono la vita come il bimbo che nasce e porta la vita, quest'anno il mio è un po' diverso, ma lo stesso spero riporti alla vita di tutti i giorni con lo stesso entusiasmo di sempre e la stessa corroborata voglia di fare e di esserci per lasciare, nel nostro piccolo,. un segno di vita .
e allora ancora con tutto il cuore buon natale.

dall'hotel mille flebo  pavia          renato

lunedì 24 dicembre 2012

Ho voluto la bicicletta

Foto by Leonora
Saluto Marco e Sonia, Simona e Francesco, che mi hanno regalato un antivigilia degna del miglior capodanno. In più sono riuscito a parlare via Skype con Mauro, che da un mese ha fatto un balzo di mezzo mondo e viaggia dieci ore avanti, di nome e di fatto. Finora il Natale non ha deluso, anche grazie alle tante persone che si sono fatte sentire, alle amicizie storiche e a quelle appena sbocciate, che mi portano in dote doni preziosi: calore e sorriso. O forse a non aver tradito questo Natale sono io, zuccone per troppo tempo, convinto com'ero di bastare a me stesso, mentre non c'è gioia senza condivisione, senza un mettersi in moto e andare incontro. Non che adesso avverta meno il desiderio di starmene per conto mio, di ritagliarmi spazi e minuti senza nessuno attorno, però do meno sponde alla pigrizia e cerco più un equilibrio. Nello scorrere dei giorni fatico a trovare un bandolo ma ho una stella polare, una linea d'orizzonte che inseguo. E' questa: aprire porte invece di chiuderle, lasciare la comodità del certo per avventurarsi un metro più in là, dove tutto è ignoto tranne la speranza del meglio. La staticità infatti logora persino il regno più solido e guai a crogiolarsi nella grandezza o nella pienezza del tempo. Una lezione che ho imparato da Tolkien e che condivido, utilizzando la metafora della bicicletta: per stare in piedi è necessario pedalare, prendere velocità, non fermarsi, altrimenti il destino è cadere e, bene che vada, sbucciarsi un ginocchio.

sabato 22 dicembre 2012

Cambiare il mondo

Foto by Leonora
Nessun Natale ha la rincorsa lunga di quando cade di martedì, con una vigilia che a volerla spremere dura tre giorni. Una manna, specie per i tiratardi come me, anche se non bisogna abbassare la guardia perché il tempo vola e inciampare è un attimo. Tra i buoni propositi che faccio ogni anno c'è quello di godermelo appieno, di dare valore e priorità alle cose che contano, come lo stare insieme agli altri, la convivialità, il dono inteso come sorpresa, pensiero per l'altro, ma mi accontenterei di non esagerare con il carattere ostico e gli sbalzi d'umore da nervosismo. Come tutte le vette, infatti, Natale può altresì rappresentare un abisso. Forse è per questo che a molti non piace e alcuni proprio lo detestano: il Natale amplifica tutto, nel bene e pure nel male.
La solitudine ad esempio. Immagino che nessun altro giorno possa essere triste come un Natale passato senza affetti, qualcuno da poter invitare o essere invitato. Ma anche la malinconia, il dolore per le persone care che non ci sono più. Nelle altre settimane dell'anno è una ferita con cui coesistiamo mentre in queste feste torna a bruciare, sale sparso sulla carne, fitta che si insinua inesorabile sotto pelle e stringe il cuore, desiderio di tornare ai momenti sereni che invece non ritorneranno più, così come l'abbraccio di una madre, il sorriso di un padre, l'allegria di un figlio, certe tavolate che via via si sono spolpate, lasciando ora soltanto pareti grigie e il chiasso gelido di un televisore acceso.
Persino nella compagnia però il Natale può fare da apice alle tensioni, ai contrasti magari rimandati per assenza di incontro. La litigata più feroce tra mio padre e mia madre fu la mattina di un Natale di moltissimi anni fa. Avrò avuto otto anni e ricordo le urla che mi svegliarono nel sonno, i rimbrotti vicendevoli, le accuse, le offese, la rabbia che montava e io impotente, appena oltre la soglia della cucina, con gli occhi e i pugni chiusi, insieme al terrore che fosse la fine di tutto e l'unico desiderio che la smettessero, che facessero la pace, che tornasse l'armonia. L'armonia tornò, non ho memoria se già nel pomeriggio di quella giornata o a Santo Stefano o la settimana dopo.
Mio padre e mia madre erano caparbi e nessuno dei due sottomesso all'altro, si fronteggiavano come leoni nella savana, rizzando la criniera e mostrando denti ed artigli (senza tuttavia che mai una mano fosse alzata o che l'aggressività delle parole sfociasse nella violenza del contatto). Li detestavo per questo, giuravo a me stesso che sarei stato differente, invece sono cresciuto a loro immagine e somiglianza. Me ne accorgo da una mezza frase di Giovanni, oggi, dopo una banale seppur vivace discussione tra me e Isabella, di quelle che hanno tutti i mariti e le mogli, credo. "Litigate sempre" sussurra, quasi tra sé e sé, e a me si scioglie il cuore, ripiombando quarant'anni addietro, quando alto un metro e cinquanta e preoccupato ero io. Spero che lui sia migliore di me, che non ripeta i miei errori, anche se ne dubito. Più dai bei discorsi come questo, infatti, i nostri figli imparano dall'esempio. Perciò, invece di ostinarmi nell'ottenere ragione, faccio leva su me stesso e stacco il piede dall'acceleratore, facendo spuntare un sorriso. Ci vuole così poco a cambiare il mondo. Peccato me ne ricordi e lo metta in pratica così poche volte all'anno.

sabato 8 dicembre 2012

Allargare la tavola

Foto by Leonora
"E quando mi verrà in mente di non invitare questo amico o quel parente perché la casa è già piena, scaccerò il pensiero: importante non è la comodità, bensì la compagnia". L'editoriale sul giornale che oggi è in edicola lo concludo così, pro memoria per me stesso e per chi il Natale imminente non vuole che sfugga via, giorno qualsiasi o addirittura da scavalcare a piè pari, fastidio senza gioia.
Aggiungi un posto a tavola era anche un musical degli anni Settanta, con Johnny Dorelli. Mi pareva retorica invece conteneva un seme buono, che riscopro ora, eleggendolo a motto per i giorni che arrivano e segnando tre buoni propositi da mettere in pratica.
  • Invitare o farsi invitare a Natale e a Santo Stefano (ma vale anche la vigilia), facendo esercizio di generosità e, se è il caso, di faccia tosta.
  • Mettere da parte la pigrizia e rinunciare a qualche sera al calduccio, davanti alla tv, andando a bussare alla porta di chi non vediamo da un pezzo, contando sul fatto che la sorpresa scioglierà qualsiasi imbarazzo o reticenza.
  • Pensare più al biglietto che al regalo, scrivendo per ciascuna delle persone care e anche ai semplici conoscenti una vera lettera, in cui ricordare la prima volta che ci si è visti e il pregio che si riconosce all'altro (c'è sempre un pregio nell'altro, persino in coloro che sono simpatici quanto una falange dell'alluce spezzata contro lo spigolo di una porta). Le parole buone sono una medicina doppia: per chi le riceve e per chi le dona.
Natale, più di ogni altra cosa, è un'occasione. Cogliamola.

martedì 25 dicembre 2007

"Confidare" in un buon Natale


Debbo delle scuse a chi mi segue (sì, dico a voi tre!) e anche a me stesso, per aver trascurato questo blog nell'ultima settimana. Per me sono giorni tribolati, con problemi famigliari (non mi piace chi si piange addosso, ma me ne sono capitate di tutti colori: se andassi a Lourdes, tanto per intenderci, credo troverei un cartello con la scritta: "Chiuso". Comunque nulla di grave, tutto che può passare, tranne la malattia di mio padre) a cui si aggiungono preoccupazioni professionali (se ne avrò occasione, ne scriverò).
Debbo delle scuse, ma soprattutto spero che per tutti sia stata un buon Natale. Dopo tutto, lo è stato anche per me.
Seppur in ritardo, vorrei lasciare in dono a chi passa di qui un pensiero: una poesia scritta da Antonia Pozzi l'8 dicembre del 1934. Si intitola: "Confidare" e la trovo bellissima.


Ho tanta fede in te. Mi sembra

che saprei aspettare la tua voce

in silenzio, per secoli

di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,

come il sole:

potresti far fiorire

i gerani e la zàgara selvaggia

sul fondo delle cave

di pietra, delle prigioni

leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta

come l'arabo avvolto

nel barracano bianco,

che ascolta Dio maturargli

l'orzo intorno alla casa.