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sabato 9 agosto 2025

Il tempo colmato (Sopravvivere oltre)

Il mare ha questo di suo: dimentica. Dà orizzonte e pare immutevole, ma è un eterno rimescolio e onda su onda cancella le impronte.

È un riassunto delle puntate precedenti quello che vorrei mandarti, per aggiornarti del molto ch'è capitato da quando per vederti devo chiudere gli occhi. In fondo, da qualche parte del cuore, confido tu lo conosca già, che dove sei andato non esistano misteri o segreti, perciò dovrei esser sincero e confessare che lo faccio per me, per il bisogno di riordinare, di dare forma (fermo) allo scorrere della vita in perenne movimento.
Lo farò, se riesco, nei prossimi giorni, che son di festa pur essendo feriali: è la feria d'agosto.
Comincio da qui, dal verbo «scrivere», tempo presente, prima persona singolare: da quando lavoro di nuovo per un giornale è tornata attività principale. Ogni giorno curo una pagina, quella delle «Lettere al direttore», rispondendo di volta in volta. Lo facevo già a Monza e mi piace molto, per tre motivi: è un darsi una disciplina e nel contempo confrontarsi continuamente, godendo di quella risorsa inesauribile ch'è la varietà. Specialmente a Brescia, città che mi ospita e di cui mi piacerebbe parlarti - lo farò, promesso - apprezzandone la cultura, ampia e profonda insieme.
In più, di scritto, ci sono i messaggi personali, che stimolano sempre, anche se rispetto a quando c'eri tu ha fatto capolino una nuova forma di comunicazione: i "vocali". Dicono stiano scalzando la forma scritta, nel mio caso hanno più sostituito le telefonate. O, meglio, è come un telefonare, ma puntiforme, senza accavallamenti e sovrapposizioni: prima parlo io, poi ascolto, poi rispondo, poi sento la replica...
Non sono certo ti sarebbero piaciuti, ma nonostante la tendenza a giudicare severamente tutto ciò che è nuovo, in dosi omeopatiche hanno una loro positività, giuro (con una regola però: mai più lunghi di sessanta secondi, un minuto).
Infine scrivo su questo blog, che tengo alimentato con rigore asburgico, almeno una volta a settimana, mantenendo la traiettoria che per esso ho via via disegnato, di rappresentare un lascito, qualcosa che parla di me, di noi. La pretesa labile, eppure confortante, di battere così la morte. O almeno pareggiare.

P.S. La verità è che, sulla pretesa di sopravvivere "oltre", ho raggiunto una disillusione «calma, senza sgomento». Niente angoscia, prostrazione, scoraggiamento, semmai serenità consapevole. Se ci penso, infatti, ho interesse che resti qualcosa non per me, bensì di me, ma soltanto per chi conosco, per i miei figli soprattutto, affinché sia mitigato loro il dolore del distacco, che ho provato a mia volta e so quanto sia lacerante, esplosivo. Degli altri mi importa meno. Se avessi ambizione di aspirare alla posterità, peccherei di vanità, dimenticando il Qoelet, nel miraggio che qualche idea, qualche concetto, possa ritenersi universale e giudicato in futuro interessante da perfetti sconosciuti. Ciò però non mi tocca, non essendo in mio potere, non dipendendo da me, appartenendo, come ogni dettaglio dell'esistenza, al destino. Per cui, nella certezza che il treno continuerà a correre, preferisco imitare un ben altro Giorgio, Caproni, chiosando senza infingimento: «Scendo. Buon proseguimento».

domenica 1 ottobre 2023

Restaurazione d'ottobre (Tra il dire e il fare)

Un post al giorno. A ottobre cerco sempre di farlo e pure quest'anno, nonostante fossi intenzionato a lasciar perdere, a interrompere un'abitudine cominciata per gioco, per sfida a me stesso.
Non scordando da dove sono partito: la convinzione che lasciare traccia ogni giorno conservando varietà, originalità, buon gusto sia impresa da geni, dunque fuori dalla portata del sottoscritto.
Ciò nonostante lo ripropongo, innanzi tutto come esercizio, considerato che tra le molte lacune che ho, la maggiore è certamente l'incapacità di tradurre in pratica quanto penso, di colmare la distanza tra il dire e il fare, che in me assume le proporzioni d'un oceano.

P.S. Ci sono due modi per guardare a se stessi: con eccessiva indulgenza e con pari durezza. Lascio sospeso perciò il giudizio su quante riportato in queste pagine, che può apparire poca cosa per me (e certo lo è), ma nel contempo non dispiacere a qualcun altro, per quell'insondabile mistero che, se preso a piccole dosi, può sembrare illuminante persino il banale, l'ovvio.

lunedì 17 ottobre 2022

Vocal (Coach, di me stesso)

“La velocità è cosa buona, ma l'accuratezza è tutto.”
Wyatt Earp

Ho scoperto di recente l'ovvio. Una delle tante ovvietà, meglio, cioè che esiste una velocità di crociera - quattro chilometri all’ora - superata la quale è più difficile pensare, riflettere, ragionare.
Camminare è un ottimo modo per concentrarsi, per elaborare pensieri, pure per dialogare con l'altro, farlo a passo sostenuto è più difficile, se poi si corre addio del tutto.
Una condizione, quella della lentezza, dell'andare adagio (ad agio), non sufficiente ma necessaria per far funzionare a pieno regime il cervello. Il nostro almeno, di noi esseri umani a cavallo di questo scorcio di millennio, il primo che introduce la velocità non soltanto dal punta di vista fisico, ma pure mentale, grazie alla tecnologia, ai computer, alla rete. Una rapidità tonante, un guizzare di informazioni di cui non sempre ci accorgiamo, se non indirettamente, essendoci immersi, continuamente sollecitati a risposte che siano all'altezza di tale stimolo, allenandoci a nostra volta ad essere svelti, lesti, spicci, pronti.
Me ne sono accorto ieri l'altro, notando che sempre più spesso evito di rispondere ai messaggi in forma scritta, optando per i vocali, che accorciano i tempi necessari ad esprimere un concetto, senza la scocciatura - la perdita di tempo - del conversare tradizionale, al telefono.
Però, per quel barlume critico che mi resta appiccicato addosso, nonostante il rischio di diventare noioso per primo a me stesso, non riesco a ignorare in questa modalità un rischio, un pericolo.
Esattamente come se si corresse sempre, togliere il tempo dell'attesa imposto dalla scrittura non è esente da limiti, presenta sempre un conto, fa perdere qualcosa, cambiando la forma stessa del comunicare e non  facendoci soltanto risparmiare qualche secondo.

P.S. Sono ovvietà, lo so. Esperti e studiosi ben più competenti avranno già riflettuto (senza fretta, spero), meditato, scritto, dibattuto. Io però lo appunto qui lo stesso, come promemoria, come sempre, primo per me stesso.

sabato 26 marzo 2022

In palmo di mano (È mentre dormiamo che sbocciano i fiori)

Di tutto il grumo di pensieri parole opere e omissioni che da settimane mi si aggroviglia nella testa, l’unica certezza è questa: è mentre dormiamo che sbocciano i fiori.
Esiste una vita che procede indipendentemente dalla nostra comprensione, azione, volontà.
Di più. Quanto c’è di più bello, più vero, più sorprendente, non dipende da noi, prende forma e sostanza quando meno interveniamo, quando evitiamo la presunzione di essere gli artefici di tutto, il centro dell’universo, mentre - al massimo - lo siamo del circondario.
Una consapevolezza che d’acchito potrebbe invitare alla resa, al metterci in un angolo, tanto si vale nulla, poco più di un accidente di percorso al cospetto del cosmo sterminato.
Invece, a ben rifletterci, è il contrario: consci della nostra piccolezza, del limite che abbiamo, possiamo metterci al servizio del bene con l’atteggiamento giusto, con l’umiltà e la libertà di chi si fa strumento.

P.S. "Non scrivi da un po'". "Dovresti scrivere qualcosa". "Tra tanti post inutili e volgari, i tuoi pensieri sono al contrario gentili, profondi, curati e accurati, quindi ho pensato a come mai non li leggiamo più". "Ti aspettiamo". "Per la stima che ho di te e dei tuoi scritti mi piacerebbe sapere il tuo pensiero su ciò che sta accadendo".
Molte no, qualcuna sì. Qualche anima che si fa viva, di sua sponte, sorprendendomi, lasciandomi ogni volta basito, quasi commosso da tanta stima, vicinanza, affetto, condivisione.
Anch'esse, queste attenzioni, queste premure, sono come fiori: sbocciano mentre non ce ne accorgiamo, rallegrando e profumando la vita grazie alla gentilezza di chi li porge al nostro cospetto, superando imbarazzi e il pudore di bussare alla porta, per consegnarli, per affidarli al palmo della nostra mano.


domenica 31 ottobre 2021

Punti e linea (In relazione)

“Potete immaginare, creare e costruire il luogo più meraviglioso della terra, ma occorreranno sempre le persone perché il sogno diventi realtà.”
(Walt Disney)

Ci sono persone vicine, anche a distanza, ed altre “presenti” pur se non ne abbiamo mai sfiorato i volti e incrociato i passi soltanto da lontano, di sponda.
È il mistero della natura umana: riuscire a dare significati oltre la materia, percepire sintonie ed affinità per caso, senza causa (apparente).
Così come definire propri pensieri non perché li abbiamo chiari in testa, bensì farli diventare tali nell’istante in cui li mettiamo nero su bianco, dando ad essi forma.
È il potere della condivisione, della corrispondenza, per cui ciascuno è un punto e l’insieme di noi linea, trama, disegno che si svela.
“Relazione” è ciò che ci distingue e lega.
Se faccio mente locale - un po’ come in quei gialli di Agatha Christie, in cui nel finale tutto viene chiarito e si collegano i fatti avvenuti sotto una luce nuova - mi accorgo ora che “Relazione” è la parola chiave e il filo che accomuna discussioni e letture recenti, dalla fisica (i “quanti”) alla genetica (i fenotipi), dalla sociologia (l’ambiente che condiziona) ai rapporti tra colleghi o in famiglia (“le regole non bastano, ciò che conta è la relazione”).

P.S. Vorrei ringraziare uno ad uno i molti “coautori in contumacia” di questo blog, cioè tutti coloro che quasi sempre senza saperlo hanno avuto un ruolo di innesco, di scintilla.
Capita infatti che, nello scrivere, a ispirarmi sia una persona.
Quasi sempre differente.
Spesso amica reale, talvolta conoscente occasionale, in alcuni casi estranea, ma che per qualche insondabile motivo, in quel dato istante, fa scattare l'interruttore, accende la luce.
Tu chiamale se vuoi, anche queste, “relazioni”.

lunedì 18 ottobre 2021

Cuor di carciofo (Scrittura dolce)

"Le persone violente nei libri, di solito sono molto tranquille nella vita privata perché la scrittura è liberatoria. Non bisogna fidarsi di chi appare dolce nella scrittura"
(Michel Houellebecq)

Ho scritto molto ieri, sarò sintetico oggi. Prendendo a pretesto un articolo letto di buon ora, sul Corriere della Sera, che rende conto dell'incontro di ieri al Salone del Libro di Torino, con Michel Houellebecq intervistato a Marco Missiroli.
La frase che mi ha colpito è qui sopra, letta al contrario e guardando a me stesso. Cioè: se io appaio "dolce" dal modo in cui scrivo, non bisogna fidarsi di me?
Può darsi. Anzi, è certo.
La scrittura infatti, oltre ad essere liberatoria, è filtro. 
Qui, ad esempio, in questo blog, di me appare il lato migliore, quello più pacato, riflessivo.
Non che non sia io, tuttavia nella vita reale sono "questo", insieme a molto altro, compresi i numerosi difetti che - per fortuna - mi caratterizzano, cioè formano il mio carattere, completo, quello che somiglia a un carciofo: il cuore si svela soltanto se si tolgono gli strati esterni, le foglie, le brattee.

P.S. Che poi a me il carciofo piace poco o nulla. E se me lo ritrovo nel piatto quando sono ospite, faccio buon viso a cattiva sorte e lo mangio, mentre se la casa è la mia vado su tutte le furie e, per quella che in fondo è una sciocchezza, faccio il diavolo a quattro, m'indigno, a volte persino sbraito o metto il muso.
Ha ragione Houellebecq: non bisogna fidarsi di chi appare dolce nella scrittura.

P.P.S. Che bello è il fiore del carciofo? Grazie a Lyonora e alla sua foto, per avermelo svelato.

giovedì 23 aprile 2020

Senza fiato (Il peggio, al passato)


Tutta colpa di Raul Montanari. Se sono venti giorni che qua non aggiungo un rigo è responsabilità sua e dell'onesta quanto disarmante ammissione che ha fatto (video), quasi da "rappresentante sindacale degli scrittori": "Nessuno di noi sta scrivendo, perché per scrivere tu il cuore lo devi avere leggero, non puoi essere oppresso, non puoi avere il respiro corto".
E io, che scrittore non lo sono affatto, ma che in effetti scrivo, in queste settimane il respiro corto l'ho avuto eccome, a immagine e somiglianza del male che stiamo affrontando e che non a caso è terribile proprio perché toglie letteralmente l'aria, manda prima in affanno e poi ti schianta, lasciandoti senza fiato.
Ho scritto nulla, ma letto molto e ascoltato di più.
Mi sono preoccupato (lo sono tuttora, per alcune persone care che in un letto di terapia intensiva stanno resistendo, appese a un filo, o per una deriva da Stato vigilantes, non di diritto, a cui quotidianamente assistiamo).
Ho provato sgomento (per le testimonianze terribili di chi ha convissuto con il virus o da esso è stato sbaragliato).
In qualche caso ho avvertito rabbia (soprattutto per coloro che hanno aggiunto divisione nelle difficoltà e fatto intendere che quanto successo - specialmente qui - non sia una fatalità, bensì una colpa, che ci meritiamo).
Rabbia, preoccupazione, sgomento.
Ci sarà un tempo in cui tutto ciò che si è accumulato fluirà, in cui il groviglio di sensazioni emozioni sentimenti verrà dipanato.
Per ora mi accontento di alzare il capo, di guardare l'orizzonte di nuovo, di tastare con le mani le braccia, il torace, le altre parti del corpo e realizzare di essere vivo, vispo, senza poter annunciare lo scampato pericolo, ma consapevole che l'onda di piena che ha rotto gli argini e travolto tutto, ha esaurito la forza d'urto, rientrando.
Non è molto, lo so. Però è un inizio, il ramoscello d'ulivo nel becco della colomba sull'arca di Noè terminato il diluvio, il segnale che il peggio è passato. Speriamo.

P.S. Non vorrei essere frainteso: le difficoltà non stanno finendo, le difficoltà stanno cambiando. Questo però fa parte dell'esistenza, della continua tensione che accompagna la storia dell'essere umano, come sempre è stato prima, come sempre sarà dopo.

sabato 25 agosto 2018

Ottocentottantotto (Caro amico ti scrivo)


https://www.flickr.com/photos/lyonora/16979197099/in/photolist-rSgUqm-s9MXve-rSfFB5-s9QZTZ-s7y9aA-s9QZHZ-rSgTow-rSfF1q-s7y8us-rd3yLi-rQw52X-rcQYK5-rSfE4A-rSfE3d-s7y7v3-rSgRZQ-s9MVea-s9GGv5-rcQYoo-rd3xGz-s9MV4F-rSoRUp-s7y6Z3-rcQXUh-s9GG3m-rSoRDe-s7y6Jo-rSoRxn-rSgRgA-s9QXme-rSoRrF-rd3x52-rSgR5y-rSgR4b-s9GFA9-s9QX1p-rSoQZZ-rcQWJb-s9MTuD-s7y5pE-s9QWfM-s7y5i7-rSfBW9-rSoPKz-rSgPmy-s7y4B7-s9QVtX-rd3vaF-s9MSg6-s9QV5k
Non hai volto e ne hai mille, insieme. E sia che conosca il tuo nome o che mi sia sconosciuto è per te (e per me) che metto queste parole in fila, cercando ogni volta di cavarne qualcosa che meriti di restare nero su bianco, ignorando le inesorabili leggi del cosmo ("tutto ciò che c'è di importante è già stato scritto e comunque tutto, ma proprio tutto, finisce per essere dimenticato") e aggrappandomi a quel bisogno innato nell'essere umano, di comunicare, di entrare in relazione l'uno con l'altro.
Tre otto. Un numero che a pronunciarlo riempie la bocca, costringendo la lingua a battere a mitraglia tra denti e palato: ottocentottantotto.
Ottocentottantotto, i post che finora qui ho pubblicato, tanti da far invidia a un Diderot o a un Tolstoj, senza averne per fortuna l'ambizione e il talento.
Scrivere è stata la scintilla, la molla a scatto per farmi diventare ciò che sono: un lettore onnivoro, accanito.
C'è stato un tempo in cui per mestiere e per diletto scrivevo un sacco. La vena non si è inaridita, basta uno spazio bianco, vuoi di fronte a un computer, vuoi sul display del telefonino, affinché le sillabe si compongano da sé, lasciando alla ragione e all'orecchio l'attività di cesello.
Alla scrittura e alla lettura debbo molto, principalmente la capacità di ragionare con la mia testa, di formarmi un pensiero proprio, coltivando le virtù alle quali sono più affezionato: l'apertura mentale, l'insistenza del dubbio, la tolleranza nei confronti di chi è differente da me, il desiderio di conoscere, la capacità sintesi e di approfondimento, l'indispensabilità del dialogo.
Perciò continuo a leggere molto (nelle ultime settimane "Il Conte di Montecristo", "Paolo VI, una biografia", "Il lupo della steppa", "Un eroe borghese") e a scrivere, non più per mestiere, soltanto per il piacere di creare un filo rosso e di tesserlo, intrecciandolo con le storie di chi passa di qua e butta un occhio.
Se procedo a ritroso e lo osservo dall'alto noto gli argomenti variegati, gli stili diversi che compongono questo blog, che in quasi undici anni mi accompagna fedele, senza pretendere troppo. Ultimamente la forma che preferisco, direi l'unica che non stride con un certo cinismo o disinganno che si è andato formando, è quella dell'epistola, della scritto indirizzato a qualcuno.
L'ho già fatto nei mesi recenti e vorrei continuare, nel futuro prossimo, con maggior costanza e senza tentennamento, inviando lettere senza spedirle, omettendo talvolta il nome, mai il volto - almeno nella mia testa - a cui sono indirizzate.
"Caro amico ti scrivo", insomma, così non mi distraggo, neanche un po', e la persona rimane saldamente al centro, senza che l'idea prescinda da tutto, prendendo ottusamente il volo.

lunedì 2 luglio 2018

Il palombaro di ritorno (scriviamoci e incontriamoci di più)


Nell'attuale società liquida informazioni e relazioni sono fitte, eppure restano quasi sempre in superficie.
Ed io, che pur in questo mare navigo a mio agio, avverto sempre più spesso il desiderio di tornare ad essere il palombaro che ero da ragazzo: più solo, ma anche più capace di "nuotare profondo".
Che poi, ridotto in spiccioli, si potrebbe tradurre in qualche desiderio.
Vorrei tornare a scrivere delle lettere, ad esempio. Lettere, non messaggi, nessun epigramma, niente faccine che piangono o sorridono. Fogli di carta bianca, vergati a mano, possibilmente con penna a stilo. Al più, delle mail, indirizzate agli amici e alle persone che stimo.
Vorrei tornare soprattutto a "incontrarmi", quei momenti comuni di discussione, di confronto, di dialogo, che quando ero ragazzo non passavano due sere di fila senza che ce ne fosse uno. Politica, scuola, religione... Ogni spunto era buono. In quella fucina sono stato forgiato, ho imparato attraverso gli altri a formarmi una coscienza, che poi diventava patrimonio comune, condiviso. In quelle serate dicevo la mia, ascoltavo parecchio, cambiavo idea pure quando la mantenevo, nel senso che non era raro si rafforzasse, anche soltanto per doverla affinare con l'obiettivo di esporla o di puntellarla affinché assorbisse l'urto avversario.
Mi mancano quei momenti, lo ammetto. Credo che nell'attuale scorrere dei giorni, connessi in ogni istante come siamo, ciascuno con gli occhi puntati sul proprio telefonino, sia sempre più urgente la necessità di "riunirsi", di luoghi anche fisici di scambio.
Se è vero infatti che in un certo periodo storico ne abbiamo abusato (mi viene in mente il post Sessantotto e certe tendenze all'assemblearismo), oggi rischiamo l'esatto contrario, cioè l'assenza, l'autoreferenzialità, il vuoto, ciascuno che va avanti con il proprio paraocchi, vince chi urla di più e non importa se capisce di meno.


martedì 10 aprile 2018

La tentazione del silenzio


Scrivo a molti, quasi mai a me stesso.
Dovrei farlo, più spesso, per ricordare il ragazzo che ero, quanto sono cambiato, quali invece le impronte immutabili, ciò che mi emoziona e quello che invece mi fa serrare la mascella e masticare amaro.
Mi commuovo parecchio. L'ultima volta qualche giorno fa, durante la registrazione del programma che conduco, alla visione di un breve video commissionato dall'Ats al Media Center dell'Eco.
Il tema era quello delle dipendenze, con i ragazzi di quarta superiore che l'hanno realizzato ribaltando la prospettiva, mostrando alcuni atteggiamenti che rafforzano l'autostima, che producono una specie di anticorpi per evitare che la difficoltà diventi disagio.
La scena era semplice: un bimbo che sbaglia il rigore, suo padre che ci rimane male eppure non smette di incoraggiarlo. Balzo in avanti e otto anni più tardi quel cucciolo d'uomo, diventato nel frattempo un giovanotto, segna e va ad abbracciare il genitore che l'ha sempre sostenuto.
Quando siamo tornati in studio avevo i lucciconi agli occhi e un po' me ne vergognavo. Per fortuna la regia mi ha tratto d'impaccio, impostando inquadrature da lontano o almeno non tanto vicine da notare un paio di lacrime che nel frattempo rigavano il viso.
Ho letto da qualche parte che le persone forti sono quelle che si commuovono più facilmente: io devo essere fortissimo.

P.S. Ho un ringraziamento particolare da fare, a coloro che passano da qui e mi leggono e me lo fanno sapere e si lamentano se sono pigro e mi sostengono. Già, mi sostengono. La vita non è mai una linea retta, c'è stato un tempo in cui per passione e per mestiere o qui o sul giornale scrivevo ogni giorno. Quattro anni fa altro giro di giostra, una nuova opportunità, un modo di comunicare diverso e molti fogli bianchi, un po' per scelta, un po' per caso. Spesso mi capita di preferire la lontananza, l'assenza, il silenzio, da contrapporre alle molte chiacchiere, alle parole in eccesso, al rumore di fondo costante che diventa di volta in volta sibilo, borbottio, frastuono. In queste settimane avverto tuttavia  l'urgenza di non abdicare, di far sì che la moderazione non si trasformi in accidia, disimpegno, indifferenza. Mettere a frutto il talento, non seppellirlo sottoterra insomma, poco o tanto che sia. Per farlo userò uno stratagemma, scriverò di volta in volta a qualcuno di voi, anche senza mettere il nome, per non creare imbarazzo. Non sarò insistente, ma nemmeno assente. Il filo annodato più di dieci anni fa merita di continuare ad essere tessuto.

martedì 10 febbraio 2015

Immagini e parole (io, nel mezzo)

Foto by Leonora
"È un periodo della mia vita nel quale le cose mi consumano anzichè nutrirmi, e così anche per la scrittura". Lo dice un amico, una delle persone che più stimo e a cui sono legato, nel profondo.
Provo a riflettermi a specchio nelle sue parole, scoprendo che per me non è così, che anche nei periodi bui, quelli in cui il cielo non ha bordi ed è grigio, scrivere per me resta uno squarcio d'azzurro, un pozzo d'acqua miracoloso, perché attingo pure buttandoci le cose dentro. Posso astenermi, rimanere a lungo in silenzio, ma mai di fronte al bianco del computer acceso provo smarrimento. Semmai l'ostacolo è nel principio, nel mettere in fila le prime sillabe, poi procedo spedito.
Lo spunto, l'occasione, è tutto.
Anche perciò sono grato al lavoro che sto facendo e in particolare a uno dei progetti che seguo meglio. Si chiama Storylab, per ora è circoscritto a Bergamo e provincia, ma già così è fonte d'spirazione ricchissimo. Ne avevo già parlato (questo il post), la novità è che da un mese a questa parte c'è un blog ed è lì che in pratica ogni giorno mi cimento, proponendo una foto e appiccicandoci accanto un pensiero, di cui vado fiero, con l'incoscienza e la faziosità indulgente che ha un genitore di fronte alla creatura che porta in grembo. Una debolezza di cui chiedo scusa, ma senza rimorso. Delle molte tracce che lasciamo, nessuna delle quali destinata a durare in eterno, questa è tra quelle che mi fa sentire più utile, non un perditempo.
P.S. Per chi volesse appuntarselo, qui trovate tutti i post del blog di Storylab

sabato 10 agosto 2013

San Lorenzo (parola presente)

Foto by Leonora
Un mese e mezzo senza lasciare qui impronta. Per scelta, non per pigrizia o distrazione, schiacciato dalla consapevolezza che tutto finisce, che nulla è per sempre - in questo mondo - e che per quanto bravi o ostinati si possa essere la nostra traccia verrà spazzata via in due, massimo tre generazioni.
E anche se così non fosse, se qualcosa di me (ad esempio questa pagina o questo blog o qualche articolo che scrivo sul giornale) dovesse per un caso trasformarsi in arco e solcare più tempo di quanto ora immagini, esso sarà soltanto una di quelle scintille che salgono dal falò o uno di quegli agglomerati di ghiaccio incandescente a contatto con l'atmosfera, che chiamiamo stelle cadenti aspettandole nel cielo proprio oggi, San Lorenzo. Brevi scie luminose, faville di notorietà e memoria che non potranno mai comprendermi né comprendere chi realmente sono, proprio come io non so nulla a parte il nome di mio bisnonno Giovanni o del trisavolo Giacomo.
Non sono triste per questo e neppure arrabbiato o malinconico. L'accetto. Unica tentazione di risposta semmai è proprio l'astenermi dal reagire, l'abdicare al ruolo che mi è stato ritagliato, farmi ancor più piccolo, anonimo, insignificante, quasi per fare un dispetto al destino, come per dire: "Mi vuoi burattino? Ebbene, muovi pure i fili del teatro ma non pensare che ti aiuti, che ti dia la soddisfazione di illudermi d'esser dio (perché soltanto un dio può sopravvivere a se stesso), che ceda alla vanità e mi metta a costruire castelli di sabbia convinto che sia marmo".
Perciò in queste settimane non ho scritto e avrei continuato a stare in silenzio a lungo se non fosse per l'esempio di tante persone che pur senza saperlo, senza le paturnie che mi faccio io, con i loro pensieri, con le frasi, con le parole sono per me consolazione e diletto. Ci pensavo proprio ieri, leggendo un tweet di @nina_mau. Non so come mai, ma quelle poche parole, che niente avevano a che fare con ciò che ho poco sopra scritto, sono state la scintilla per mostrarmi un orizzonte nuovo. Ho riflettuto e credo che il motivo sia questo: è vero, nulla è eterno, nulla sopravviverà a un tempo limitato, però qui ed ora ciò che realizziamo, ciò che scriviamo, ci permette di essere più contenti, soddisfatti, realizzati. Di vivere meglio insomma. Sono alla resa dei conti un dono, che facciamo a noi stessi e agli altri, un modo non per ipotecare il futuro ma per rendere il presente colorato.

venerdì 2 marzo 2012

La fiamma di Abele

Leggo De Luca. Mi emoziona sempre, come mette in fila le parole e ne fa asole, nodi, corde tese da una pianta all'altra, scolpite una per una senza fretta, talento in vendita senza apparire commerciale. David mi ha insegnato a camminargli a fianco anni or sono e tuttora mi costringe a mettere il piede nelle impronte di quest'uomo che ha la faccia a immagine del suo raccontare.
Non ho mai scritto un libro, sono sterile di fusto anche se a volte sento la linfa salire dalle radici e aspirare all'alto dei rami. Mi bloccano, oltre all'assenza di un'urgenza, due complicanze: il considerare nessun argomento meritevole e la consapevolezza che nulla vince l'oblio, la memoria è destinata a soccombere e il contrario è una sfida perduta in partenza, oltre che uno spreco, un "hevel", in ebraico, che - come ho imparato dallo stesso De Luca - è lo stampo di Abele. M'arrendo prima, alzo le mani, sento il bisogno di inchinarmi all'ineluttabile, accettando con docilità il destino finito di un uomo: non essere immortale.
So che esiste un fuoco, una fiamma che ignora i ragionamenti e costringe a partorire, sulla pelle ne ho provato il calore, mai le bruciature. Nel frattempo sono puntuale qui, un diario iniziato anni fa senza pretese e che giorno per giorno è diventato compagno fedele, costante, foglio d'appunti che a volte mi illudo sia già vero libro, a volerci cavare il meglio o anche così. Ma è appunto un'illusione. Uno più uno più uno più uno non fa un'insieme, anche se a qualcuno leggerlo non dispiace.

Foto by Leonora

domenica 1 gennaio 2012

Scrivi che ti passa (Il potere terapeutico della scrittura)

"Il potere terapeutico della scrittura". Me l'ha ricordato David, che l'ha sperimentato in prima persona quando l'ombra dell'incertezza, della morte, della malattia d'una persona cara gli ha oscurato l'orizzonte della sua stessa vita.
Il potere terapeutico della scrittura lo conosceva Tolkien, che fa dire a Bilbo Baggins, quando lascia volontariamente l'anello (ed è l'unico, con Samvise Gamgee, a farlo), che dopotutto così sarà libero di terminare il libro che aveva da lungo tempo cominciato.
Il potere terapeutico della scrittura lo tocco con mano io stesso, lasciando qui - quasi ogni giorno - la mia impronta, il calco in positivo della persona che sono, padre, figlio, fratello, amico, uomo perso nel mare d'uomini con l'angoscia nel cuore di non lasciare traccia, pur se con la testa so che la vera saggezza consiste nel perderla, nel fluire d'onda senza resistenze, poiché non esiste risposta ad una sola domanda che conta e non c'è altro destino, a questo mondo, dell'assenza prima o poi di memoria.
Una prospettiva soltanto in apparenza arida, oscura, a cui contrapporsi in ogni caso vale poco, nulla. Tanto vale farsene una ragione e, al più, scriverci sopra.

Foto by Leonora

domenica 20 febbraio 2011

Lo stupore dell'asino


Ho la fortuna che gli anni intaccano la superficie, non l'essenza di ciò che sono, anche se poi restituiscono di me un'immagine che a volte non riconosco allo specchio. A ben pensarci, è una vita che mi preparo a diventare "bene" vecchio, non di quelli che si ostinano ad apparire ragazzini, né di coloro che rimangono perfetti fino a un dato tempo, per poi affrontare il tracollo. Scendo o salgo, dipende dai punti di vista, un gradino al giorno. E mi consolo leggendo l'età di persone famose, che hanno i miei stessi anni e sembrano mio padre o mio nonno. Semmai, riconosco al trascorrere degli anni l'avermi portato in dono una consapevolezza, una serenità e moltissime abilità che quando ero giovane nemmeno mi sognavo. Vale per l'esecuzione di lavori materiali, quali smontare e rimontare il tagliaerba o l'appendere un gancio al muro, ma anche per la scrittura, ch'è il mio lavoro e forse anche talento. Uso questa parola con prudenza, intuendone la grandezza senza sapere se per me s'addice davvero. Non so se questa è la mia "inclinazione naturale". Se così fosse, mi sarei distinto fin da subito, mentre all'inizio ero un somaro. Un ciucco, anzi, nella doppia valenza, perché il mio era un periodare d'asino e insieme d'ubriaco. Credo che il seme, la scintilla creativa esistesse già, ma da ragazzo era seppellita da una montagna di pigrizia e ignoranza. In ogni caso, non era evidenza dirompente, quella somma di capacità naturali e di apprendimento che distinguono l'onesto e diligente operaio dal genio. Prendiamo l'ultima edizione del festival di Sanremo. Dei cantanti non saprei, poiché mi mancano gli elementi per un giudizio (colui che ha vinto la sezione giovani, Raphael Gualazzi, potrebbe appartenere alla categoria dei fuoriclasse, visto che è autore di testi e musica e ha mietuto un consenso unanime, come solitamente si riconosce appunto ai fuoriclasse: qualcosa di simile, ricordo, accadde per la Pausini, anni fa). Il marchio del genio invece è cristallino in Roberto Benigni, che sa fare cose che non riescono a nessun altro al mondo. Poi può non piacere (viva la voce che stecca nel coro!) ma è difficile non riconoscergli una straordinaria abilità, unica al mondo, come l'aveva Charlie Chaplin o Diego Armando Maradona, nel calcio. Da dove derivi questa unicità, come si sia sviluppato il dono ricevuto, mi ha sempre affascinato. Lo stupore dell'asino di fronte all'eleganza e bellezza del cavallo purosangue arabo.


Foto by Leonora