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mercoledì 1 luglio 2026

Voltiamo pagina (Compagni di viaggio)

«I direttori passano» scrissi anni fa, congedandomi dal Cittadino di Monza.
A volte però tornano, anche se il luogo è diverso e pure io non sono lo stesso.
Sta di fatto che tra i tornanti stretti affrontati nella vita quello imboccato oggi è il più panoramico, alla guida del Giornale di Brescia, Teletutto e Radio Brescia Sette, un piccolo grande ecosistema editoriale, che anche per proprietà societaria rappresenta in Italia qualcosa di unico.
Ciò che dovevo dire di ufficiale l'ho scritto, nel primo articolo di fondo, mentre qui vorrei lasciar traccia di qualcosa di più personale, intimo. 
Quando ho iniziato a scrivere su un giornale, più di quattro decenni fa, mi pareva già un sogno ritagliarmi pochi centimetri quadrati, nero su bianco. Se mi guardo dentro, l'emozione è identica adesso, uno stupore da bimbo in un corpo adulto e soprattutto la sensazione di non fare semplicemente un lavoro, bensì di adempiere a una missione, qualcosa di alto, che riguarda lo star bene delle persone, la convinzione profonda che informare renda migliore uno spicchio di mondo.
«Che sconfinata presunzione, quanta sicumera» commento a me stesso, tuttavia mentirei se con finta modestia sostenessi che scriviamo oggi ciò che domani non ricorderà nessuno. È vero, siamo poco più di un alito di vento, ma c'è nulla che sotto il cielo vada perso, di questo sono convinto.

P.S. È un grazie mastodontico quello che dovrei indirizzare a un numero smisurato di persone, a cominciare da parenti e amici e dai direttori che a mia volta ho avuto e ai mentori che hanno creduto in me, permettendomi di arrivare dove sono. Di qualcuno ho tenuto nota quasi vent'anni fa, altri ancora dovrei nominarli una ad uno, oggi. Preferisco passare la mano e puntare lo sguardo su chi passa da qui, in questa sorta di portolano di vita che tengo aggiornato con una perseveranza che sorprende per primo il sottoscritto. Siete voi il mio rifugio e il mio specchio, compagni fedeli di ogni viaggio, compreso quello appena iniziato.

venerdì 6 giugno 2014

Parentesi chiusa (grazie, zia Angelina)


Foto by Leonora
Prima di aprire una nuova parentesi tento di chiudere quella vecchia, anche se chiusa chiusa non la sarà mai. Sull'esperienza di Monza, al Cittadino, ho ricevuto telefonate, lettere, messaggi, mail. Tutte affettuose, qualcuna simpatica, altre commoventi: come al solito mi sono ripromesso di rispondere una ad una ma sarà un'operazione complessa. Un po' mi sono pentito di non aver organizzato cene o rinfreschi di commiato (ho sempre il timore di arrivar lungo e sfociare nel melodramma o, peggio, nell'operetta), è stato piuttosto un saluto semplice, alla spicciolata, però caloroso, con tutti. Così ho evitato quei congedi mesti, se non tristi, che racconta anche Feltri nel suo ultimo (e gustosissimo) libro, sui "Buoni e cattivi", quando a pagina 249 scrive: "Vuotare i cassetti della scrivania, percorrere in solitudine un'ultima volta i corridoi, nessuno che ti aiuti a portare via gli effetti personali: è come assistere al proprio funerale. In quel momento, comprendi con amarezza i limiti tuoi e altrui. Gli uomini nel peggio sono tutti uguali. Il direttore di un giornale, e in genere ogni capo, un minuto dopo che non lo è più viene considerato solo un poveraccio e come tale lo trattano. E' già un miracolo se non gli sputano addosso".
Ecco, io non credo di averlo rischiato. Forse perché al Cittadino ci sono soprattutto brave persone, certo perché non sono un capo nel senso pieno come lo è Feltri, magari perché io per primo cerco di essere attento a non ferire gratuitamente, a esercitare il potere senza prepotenze, né con i vicini di scrivania né con i lettori. Qualche volta mi è capitato di dover prendere decisioni dolorose, persino interrompere il contratto di collaborazione con qualche collega, ma l'ho fatto sempre motivando il provvedimento e cercando di usare quella sensibilità che avrei voluto fosse usata a parti inverse, memore che le scale si salgono ma anche si scendono. Non solo. La frase che mi ha accompagnato incessantemente negli anni al Cittadino è quella della zia Angelina, pace all'anima sua, quando per la prima volta le ho mostrato un tablet. Ero da poco diventato direttore a Monza e volevo farle un filmato per poi mostrarglielo in tempo reale. Lei, sulla soglia dei novant'anni, alla richiesta di saluto mi aveva detto "di fare il bravo", aggiungendo in dialetto: "rùga minga i gent", non trattare male le persone. La prova provata di quanto scrivo la trovate in questo video e l'ho considerato fin da subito un segno del destino, un monito da appuntarmi e tenere come stella polare. Un'eredità che mi porterò, ne sono certo, oltre Monza.