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venerdì 6 ottobre 2023

Io non c’ero (Voi sì)

Come sono belli, sorridenti, tutti in posa, così diversi tra loro, così a specchio del meglio che siamo stati, che siamo.
Cugini di sangue, amici per scelta, testimonianza di come i legami siano più forti del tempo e dimostrazione che chi ci ha preceduto non ha calcato questa terra invano, lasciando un’eredità viva, che vale una fortuna.
“I nove dell’Ave Maria” li chiamerebbero, se fosse un film del secolo scorso, invece sono l'immagine di una preghiera di ringraziamento laica, la mia, la nostra, quella d'una famiglia semplice, la cui ricchezza più grande è appunto il legame, il tenerci gli uni agli altri, il bene reciproco.
E quando scrivo che voi c'eravate, intendo tutti coloro che hanno contribuito a dare loro vita e che questa vita l'hanno attraversata. Non ne faccio i nomi, perché dovrei compilare un lungo elenco, però ho in mente uno a uno tutti i volti di chi ho conosciuto, che mi è stato accanto, che ha condiviso con me il dolore e la festa, lo svago e la fatica, numi tutelari di una storia ch'è ruota che gira, parte da lontano e non è mai finita.

P.S. Siccome l'etica è importante, ma pure l'estetica non scherza - specie ai giorni nostri, nella civiltà dell'immagine - alleggerisco i toni e riporto la sottolineatura di un'amica che lavora nella moda, a commento della foto di gruppo, qui sopra: "Che armonia cromatica". Già. Non ci avevo fatto caso. Se sia questione di buon gusto o di omologazione generazionale non saprei dire, sta di fatto che l'insieme paga l'occhio e rimanda a una bellezza ch'è non soltanto involucro, ma pure nerbo, sostanza.

martedì 6 ottobre 2020

In cima alla pigna (Siamo quella gente lì)

"Il nonno Gianni sarebbe orgoglioso di te".
Lo siamo anche noi, per la laurea magistrale in psicologia, ma ancor più per la persona che sei, Silvia, prima della nostra ultima generazione, di una famiglia allargata che ha sempre dimostrato di essere tale, nella sua accezione più bella, cioè con legami di affetto e solidarietà che non prescindono mai dalla libertà del singolo e dall'interesse generale della comunità in cui si abita (che altrimenti non saremmo famiglia, bensì mafia).
Vale per la parte di tua madre, così come quella di tuo padre.
Anche in tempi di prova - soprattutto in tempi di prova - portiamo indelebile in dote una tela di fibra grezza, robusta, tessuta con cura da chi ci ha preceduto, la cui eredità più grande è proprio l'esempio, la capacità di uscire in positivo dalle difficoltà incontrate lungo il cammino.
Noi siamo quella gente lì, Silvia, noi siamo quelle persone così, non esenti da difetti - tutt'altro - ma che dai difetti non si fa schiacciare, che un passo dopo l'altro ne viene fuori e ambisce a essere un poco migliori del giorno prima.
Discorsi. Parole come potrei scriverne a milioni, anche se il giorno della tua laurea, sentendoti così preparata e pronta, con la tua giacca rosa, nell'esposizione della tesi a distanza, non sono riuscito a disgiungere quell'immagine da un'altra, che riguarda proprio il fratello di mia madre, tuo nonno Gianni, e che mi è stata più volte raccontata, di lui bambino, rimasto senza padre, povero d'una povertà nera, che aveva portato a casa un pezzo di cuoio da mettere sotto gli zoccoli di legno, come suola.
"L'ho trovato per strada" aveva detto prontamente allo zio Emilio, che aveva appena il doppio dei suoi anni e lavorava in vetreria.
Era un bel pezzo di cuoio, di "corame", come lo si chiamava in dialetto allora, chiaro, lucente, asciutto.
Strano. Fuori pioveva.
Una pioggia sulla quale si infransero le speranze di quel ragazzino di farla franca.
Ma questa è soltanto la polpa della storia. Il nocciolo è che quel pezzo di cuoio costrinsero a riconsegnarlo di persona al calzolaio, assumendosene la responsabilità, chiedendo scusa.
Ecco, ieri mentre ti ascoltavo ho pensato subito anch'io a tuo nonno, al filo ininterrotto che da quel bambino biondo platino porta fino a te, a voi nipoti, alla strada che è stata fatta e a quella che ci sarà da fare, al brutto e al bello che è stato e a quello che verrà, senza perdere mai fiducia, ottimismo, speranza.

P.S. Si dice che sediamo sulle spalle dei giganti. La verità è che siamo giganti noi stessi, anche se non ce ne rendiamo conto se non alla fine, quando giungiamo in cima alla pigna.

domenica 26 luglio 2020

Sant’Anna (Pace tra generazioni)

Crediamo sia una linea dritta, invece ruota, fino a diventare cerchio, la testa che acchiappa la coda, il vecchio che ridiventa bimbo, tutto scorre e alla fine torna.
La vita a volte somiglia al tuo nome: palindromo. 
Anna. Due sillabe e due lettere soltanto, che si possono leggere avanti indietro, da sinistra a destra e viceversa.
Mi sei madre e appartieni a quel mondo di mezzo che ci ha fatto da culla e ora si estingue, come fa il giorno quando viene sera.
Non è vero che ci state consegnando una terra peggiore di come l'avete trovata, pure se a volte è un'impressione che calza.
Avete dovuto combattere la fame, la povertà, gli stenti, l'indigenza, non eravate educati alla sensibilità, al rispetto delle differenze, dell’ambiente, la maggior parte di voi non è vissuta abbastanza per aggiustare i danni collaterali di una lotta in buona fede, all'arma bianca.
La stessa sfida attende noi ora, con nuove incombenze, altre priorità, un diverso ordine di importanza.
Saper leggere i segni dei tempi, comprendere cosa lasciare in eredità a quanti ci succederanno, creare un patto tra generazioni che si susseguono: sono gli impegni che dobbiamo prenderci, per essere degni di quanto avete dato, per ricambiare i sacrifici sostenuti, riscattare gli errori commessi, celebrare degnamente la vostra memoria.
Te lo scrivo adesso, con riconoscenza, che per fortuna sei ancora viva (e il non detto tra le persone - me lo hai insegnato tu - è l'unica ferita che non si rimargina).

P.S. Ottant'anni. Una cifra ampia, oltre che tonda. Li hai compiuti sette giorni fa, non li dimostri neppure ora. In molti ti hanno fatto gli auguri, il regalo più bello però - ne sono certo - l'hai ricevuto senza consapevolezza dai tuoi nipoti, i figli dei figli tuoi e di tuo fratello, le fronde di una radice profonda, otto ragazzi in tutto, dai dodici ai ventiquattro anni, che in autonomia hanno deciso di trovarsi, a cena, una sera a metà della settimana appena passata, dimostrando di aver compreso la lezione più grande lasciata da te e da chi ti è vissuto accanto, in prima linea: il significato, il piacere e il valore di essere una famiglia.