Visualizzazione post con etichetta bambini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bambini. Mostra tutti i post

lunedì 28 ottobre 2019

Tu e lui (Come vedersi adulto)


Aspettavi di vederlo da che te ne ho parlato, cinque giorni addietro, quando avevi ascoltato la sua storia e collegata alla tua, specialmente dopo che ti ho detto che la prima volta che ho incontrato te assomigliavi a lui, a Milan, bambino, lo stesso faccino pulito, serio, da ometto, il corpo esile, alto, asciutto.
Il giorno prima che arrivasse mi hai fatto cento domande, quasi buttate là, come distratto, per non dare l'impressione che ti interessasse davvero.
Poi l'incontro, a mezzogiorno di sabato, lui in piedi in cucina, sotto, due metri d'uomo, tu entrato dopo aver fatto la spesa, un soldo di cacio, con un sorriso da orecchio a orecchio, un filo imbarazzato e più che altro ammirato, da quella pertica di ragazzo, solare, moro, bello.
Non ne abbiamo più parlato ma io so perché lo aspettavi, perché nel vederlo eri così contento: in lui aspettavi di vedere te, tra vent'anni, una sorta di salto rassicurante nel tempo, perché se ce l'ha fatta lui puoi farcela pure tu. Una sensazione confermata dalle domande che con discrezione, nelle ore successive, gli hai fatto.
Che numero di scarpe portava alla tua età? Quanto era alto? Era vero che era timido e parlava poco?
Lui ti ha risposto con pazienza, con quella luce negli occhi che fa da contrasto alla voce profonda, calma, da basso.
Sono contento che vi siate conosciuti, lui è la testimonianza che l'albero buono non teme bufera, tempeste, fulmini, vento. Ciò non significa indifferenza, assenza di riguardo, protezione, specialmente quando l'essere umano è appena un germoglio, tuttavia aiuta a mettere a fuoco le priorità, l'attenzione al carattere, alla capacità di empatia, alla sensibilità, a tutto ciò che irrobustisce la pianta, rendendola forte, radicata nel suolo.

venerdì 14 dicembre 2018

L'Uomo Ragno (So chi è ma non posso dirlo)


https://www.flickr.com/photos/lyonora/6099725560/
Sei d'una tenerezza che raramente ho conosciuto, d'un candore che mi avvince e affascina, allo stesso tempo.
"Giorgio - mi hai detto serio serio l'altro giorno, seduto sul sedile posteriore dell'auto, legato con la cintura di sicurezza e dritto, composto come un soldato pronto per affrontare il suo destino - se dovesse per caso pungermi un ragno radioattivo e io diventassi Spiderman e te lo dicessi, tu manterresti il segreto?".
Me lo hai chiesto così, a bruciapelo, ma dovevi averci covato a lungo, convinto che si trattasse di un'ipotesi non soltanto plausibile, ma altamente probabile, mentre assai come più incerta appariva ai tuoi - e ciò la dice lunga sul vuoto che ha necessità di essere colmato - la capacità di esserti fedele, di non tradire la fiducia che riponi in me, negli adulti, in questo tempo iniziale in cui ci sei stato affidato.
Ti ho risposto di sì, serio serio anch'io, che ai supereroi ho smesso di credere da un pezzo, ma per il cuore puro di un bimbo mi commuovo ogni volta che ci penso.
No, non ti tradirò, manterrò i segreti che mi affiderai e sarò degno del patto che il destino ha siglato: te lo prometto.

giovedì 14 giugno 2018

Diventare grandi (La stagione di Zaccaria)

Sulla battigia, a due metri dalle onde placide del mare, un bimbo siede gaudente con gli occhi fissi sulle mani minuscole, sporche di sabbia. Attorno a lui, disposti a semicerchio, in piedi, sei anziani, simili a colonne, che lo osservano silenti e compiaciuti, novelli Zaccaria che contemplano quello che per loro pare insieme Gesù Bambino e Giovanni Battista.
Appena incontrati non vi ho fatto caso, se non distrattamente. L'immagine però mi è rimasta impressa e per giorni e giorni l'ho ruminata, inconsciamente, finché ieri l'altro, di mattina, chiacchierando con Paolo e Beppe si è accesa la luce, una lampadina.
Fino a sessant'anni fa si partiva in tanti e alla vecchiaia giungevano pochi. La nostra società era zeppa di infanti, di giovani e con pochi anziani, che non a caso venivano messi al centro dell'attenzione, oltre che della tavola.
Ora è il contrario: la clessidra si è capovolta, si campa a lungo, ma le nascite sono merce rara ed è naturale che i pochi bambini siano posti su un piedistallo, soggetti di mille premure e coccolati, riveriti, venerati, mantenuti idealmente nella culla anche quando hanno gambe e braccia forti per conquistare il mondo e non soltanto per fare merenda.
Non basta. Pure la fascia di mezzo, che è poi la mia, paga dazio a questo cambiamento.
A illuminarmi, questa volta, è stata Ambra, con le parole commoventi con cui oggi ha salutato per sempre la sua mamma. "Attraverso questo dolore siamo più grandi" ha detto. È vero. L'ho provato sulla mia pelle e ne resto convinto: si diventa adulti passando per la sofferenza, per la malattia, per la morte di chi ci ha generato, partorito e cresciuto, chiunque esso sia.


P.S. Che poi, a pensarci bene, è una lezione ricevuta mille volte, proprio da bambino, ma a cui ho fatto sempre poco caso, non riuscendo appieno a comprenderla. Accadeva quando mi sbucciavo un ginocchio o facevo un capitombolo e mi mettevo a piangere, disperato, venendo consolato da un abbraccio, da un bacio e dall'immancabile frase: "Dai, che sei diventato più grande". Grande, non alto, come invece fraintendevo perplesso allora. "Più grande". Più saggio, più adulto. Migliore insomma, anche se meno innocente, e a volte più triste, di prima.

martedì 17 febbraio 2015

Il mondo di Agnese (contro la guerra)

Foto by Leonora
Oggi penso ad Agnese, che ha occhi furbi di bambina cresciuta presto e bene. Il mondo è suo e di Giovanni e di Gaia, Filippo, Marcello, Luca, Elisa, Alessandro, Cristiano, Giada, Martino, Giacomo... Il mondo è loro, anche se spesso ce ne scordiamo, dimenticando che nostro dovere non è semplicemente godercelo, ma consegnarlo, pulito, libero, in ordine, possibilmente migliore di come l'abbiamo trovato.
Non è facile, me ne rendo conto. A differenza dei nostri padri e del loro tempo in bianco e nero, abbiamo a che fare con ben più di cinquanta sfumature di grigio. Il bene e il male, il buono e il gramo, il bello e il brutto, le vittime e gli oppressori non sono distinti, facilmente riconoscibili, per cui gran parte dell'energia se ne va nel tentativo di rimanere lucidi, di distinguere le strada da intraprendere. Spesso non ci riusciamo e andiamo a tentoni, nel buio, affidandoci alle sensazioni pià che a delle certezze.
E' il dilemma di cui in principio degli anni Settanta scriveva Natalia Ginzburg ("I più vecchi di noi hanno ben chiara la memoria di un tempo non molto lontano in cui schierarsi da una parte o dell'altra e identificare nel mondo all'intorno il giusto e l'ingiusto era una cosa di una semplicità estrema. In quel tempo, l'immagine della verità era chiara, inconfondibile e incrollabile davanti a noi e si sapeva dove era situata. Mai avremmo pensato allora che ci potesse apparire un giorno segreta e sfuggente"). Un disorientamento - lo scrivo per mio figlio Giovanni, così sono certo che ci intendiamo - che è poi lo stesso di Capitan America, nel film "The winter soldier", quando si accorge che amici e nemici non hanno un volto chiaro, definito, riconoscibile, marcato.
P.S. In questi giorni, seppur velati e attutiti, si odono clangori di battaglia, con origine il Medio Oriente, l'Ucraina, la Libia e che tirano per la giacca noi. Anche in questo caso, il giusto e lo sbagliato non hanno contorni nitidi ed è per questo che se dovessi scegliere mi affiderei alla saggezza di Gianni Rodari e a una delle filastrocche che più amo:

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra


giovedì 29 gennaio 2015

Immaginazione (Il mare calmo dei pensieri fuggenti)

Foto by Leonora
Stamattina mi sono svegliato pensando a quanto poco do respiro alle mie capacità di immaginazione. Pur se credo di avere il dono di notare percorsi là dove altri gli ignorano, di creare ponti mentali, di unire puntini chiari al sottoscritto e che una volta divenute linee appaiono come disegni, figure nitide, distinte anche per chi mi sta accanto.
Queste però sono abilità da tecnico, mentre l'immaginazione è altro, è sprazzo di genio, talento d'artista: non soltanto vedere i puntini ma segnarli proprio, sollevarsi da sé senza bisogno di leve, avendo come unico appiglio l'orizzonte, il cielo.
Ci sono esseri umani che immaginando un mondo l'hanno creato, uomini e donne che ignorando la barriera dell'impossibile l'hanno superata.
Gli scrittori di fantascienza. Verne, Asimov... Ma anche gli sceneggiatori di Star Trek, una delle maggiori fucine di invenzioni (ogni volta che chiamo in causa Siri sul telefonino o sul tablet e attendo le sue traballanti risposte non posso fare a meno di andare con la mente a colui che il riconoscimento vocale l'ha pensato per primo). Gli inventori. Leonardo, con le sue macchine volanti. I grandi filosofi. Platone, Hegel.
Teste ispirate, che non coglievano soltanto l'intuizione: la coltivavano.
Lo scrivo qui per Barbara, che fa la maestra e conta trentanove alunni di sette anni, menti da aprire, come suggeriva Einstein, un altro cultore dell'immaginazione. E lo scrivo altresì per me, genitore esigente del fare (fai i compiti, fai bene a scuola, fai musica, fai ginnastica, fai calcio, fai catechismo, fai danza) e distratto se non ostile verso quei momenti in cui corpo e mente sembrano in stallo. Scordo facilmente che le scintille scoccano proprio lì, nel mare calmo dei pensieri fuggenti.
P.S. Per chi è curioso metto qui un articolo di Wired, con dieci retroscena gustosi su altrettante invenzioni.

mercoledì 17 dicembre 2014

I bambini lo sanno (e noi pure)

Foto by Leonora
C'è una lettura che mi regalo spesso, un blog di un giornalista che fa onore a questo mestiere, rendendolo attuale al di là di ogni crisi, contratto o posto fisso e rassicurandomi sul fatto che i giornali - a prescindere da dove li leggeremo - esisteranno a lungo. Si chiama Alessio Brunialti, ogni giorno scrive sulla Provincia di Como e questa mattina, questa notte meglio, visto che non erano ancora le quattro, ha pubblicato un articolo che merita di essere condiviso. Lo trovate cliccando qui e non occorre che aggiunga altro, se non le parole con cui lui stesso lo ha presentato: "Buongiorno, oggi invece di cercare (invano) di strapparvi un sorriso, m'è scappato uno spunto di riflessione serio. Me ne scuso anticipatamente con chi, di mattina, vuol solo rilassarsi e anche con tutti quelli che non vogliono riflettere mai".

martedì 24 dicembre 2013

Il sole dentro (un augurio per Natale)

Foto by Leonora
Quest'anno gioco d'anticipo, così da mandare un augurio personalizzato alle persone a cui tengo di più.
So che a molti queste feste non piacciono. A me sì, fosse anche solo per l'occasione che danno di potersi scrivere, telefonare, vedersi, restare in contatto.
Il mio augurio è di tornare ad avere almeno per un giorno gli occhi di un bambino, provare lo stesso stupore, lo stesso entusiasmo, la stessa purezza che non conosce pudori o imbarazzi e guarda al nocciolo delle cose, non a quello che nel corso degli anni è restato attaccato di enfatico, di commerciale, materiale, retorico. Il Natale dopo tutto è proprio questo: tornare un po' bambini (non a caso l'origine di tutto è Gesù Bambino).
Che sia una bella giornata allora, con fuori la pioggia ma il sole dentro.

venerdì 10 maggio 2013

Il perdono del mattino

Foto by Leonora
Scriviamo "possedere" ma dovremmo leggere "affittare". Niente porteremo via, nulla ci appartiene per sempre e non esiste patrimonio materiale, pur imponente, che metta al riparo i nostri figli dall'avere un'esistenza infelice. La mia vita per fortuna è serena (la felicità è condizione instabile e mai costante: va a momenti) e sono grato ai miei genitori soprattutto per le lezioni che mi hanno dato, che sono poi le stesse che vorrei lasciare ai miei figli.
Ne scelgo due, per esigenze di sintesi.
La prima è che il dolore per la morte altrui, compresa quella delle persone più care, si supera. Me l'hanno insegnato, come per tutte le altre cose importanti, senza bisogno di parole, bensì con l'esempio, affrontandolo loro e dimostrando che dopo la rabbia, la paura, lo sgomento, la disperazione, le lacrime, torna sempre a splendere il sole e il sorriso, nel cuore.
E' tuttavia la seconda lezione di cui vorrei parlare qui, oggi. La riassumerei così: la capacità di saper voltare pagina e perdonare.
L'ho compreso qualche giorno fa, quando Giovanni ha fatto una sceneggiata per un nonnulla, un capriccio bell'e buono che ha rovinato una serata a tutta la famiglia, tanto che siamo andati a letto imbronciati con lui, che era la causa di quel temporale. Il mattino dopo, appena sveglio, Giovanni è entrato nella mia stanza, con la circospezione e la prudenza che hanno le zebre quando vanno ad abbeverarsi nel fiume in secca e c'è l'altissima probabilità che vi siano in agguato i coccodrilli. Io l'ho sentito avvicinarsi e ho tenuto gli occhi chiusi, pensando in quella frazione di secondo se continuare a tenere il broncio per fargli capire ulteriormente le conseguenze delle sue azioni oppure se concedere tregua e comportarmi normalmente. Ho scelto la seconda strada ricordandomi all'improvviso come mi si allargava il cuore e come ero grato ai miei genitori quando il bambino ero io e la combinavo grossa, proprio come Giovanni, ma al mattino dopo, magicamente, sia mio padre sia mia madre non portavano traccia dei rimproveri e tornavano a sorridermi, come se nulla fosse. La sensazione non è che si fossero dimenticati, semmai che avessero proprio scelto intenzionalmente di andare avanti, di voltare pagina appunto e di perdonare.
Credo che quelle mattine siano state il balsamo più efficace per farmi crescere responsabile sì, ma senza complessi. Così vorrei essere con i miei figli ma lo scrivo anche per gli altri genitori che conosco, affinché facciano mente locale sull'importanza del perdono del mattino e possano metterlo in pratica, quando occorre. Farlo non costa nulla ma posso assicurare che dà molti benefici. Fidatevi.

domenica 11 novembre 2012

Gocciole d'abbondanza e fabbriche d'infelicità

Foto by Leonora
Prima che il giorno dilegui e pioggia si aggiunga alla pioggia, appunto qui un pensiero che m'è venuto stasera, guardando Giovanni che cinque giorni fa ha compiuto dieci anni ed è uno splendido bimbo, anche se forse con troppe Gocciole in corpo ("Papà, non è colpa mia se sono così buone. E poi con le Gocciole puoi vincere un'iPad 3. Magari lo vinciamo!" mi dice, quando lo guardo con fare di rimprovero). Dieci anni. A dieci anni suo prozio, lo zio Emilio, classe 1924, entrò per la prima volta in fabbrica, un officina di fabbro, dove cominciò a lavorare dalle sette del mattino alle sei di sera. Dieci anni. Mio padre fu più fortunato, cominciò ad undici, così come il fratello di mia mamma, lo zio Gianni, spedito in vetreria per nove ore al giorno a smerigliare bicchieri e vasi di cristallo nell'acqua gelata. Non pensavano all'iPad3 e men che meno si sognavano le Gocciole: era già una fortuna se a cena, insieme al caffèlatte, c'era del pane o una fetta di polenta.
Come faccio a spiegarlo ora a Giovanni, come posso immaginare io stesso che un bimbo così piccolo possa esser trattato da schiavo più ancora che da operaio? Eppure non sono passati secoli: sessant'anni appena, una generazione sì e no. A questo penso quando leggo della crisi, che durerà forse fino al 2017 e cambierà nel profondo la nostra società, il nostro stile di vita: saremo tutti più poveri, senza sicurezza alcuna. Senza sicurezza, ma comunque anni luce avanti alla miseria di una nazione intera, sessant'anni prima. E se ce l'hanno fatta loro, se non si sono spezzati le ossa, uscendone anzi rafforzati, perché non dovremmo farcela noi, perché dovrebbe essere tutto nero ciò che ci aspetta? L'unico pericolo è che sprofondino soltanto alcuni mentre altri rimangono a galla, evidenziando disparità che alla fine lacerano una comunità e fanno da premessa alla tragedia. Sessant'anni fa c'erano sì i ricchi, ma la netta maggioranza delle persone viveva una condizione comune di indigenza e accettare il poco era scontato, così come la consapevolezza che soltanto unendo le forze si poteva crescere e migliorare le condizioni di vita. Oggi il privilegio è la normalità e sarà più difficile adeguarsi al ribasso, però potrebbe non esserci alternativa. Tanto vale allora ricordare da dove siamo partiti e cominciare ad accettare il principio che qualche rinuncia nella nostra condizione di benessere è comunque poca cosa se rapportato a chi davvero a questo mondo non ha nulla e a dieci, undici anni viene spedito in fabbrica.

venerdì 24 febbraio 2012

San Tommaso (d'Aquino) sul metrò

Nel vagone della metro guardo una famiglia, padre madre e due figli piccoli, fratello e sorella. I bambini si assomigliano tantissimo. Non soltanto loro. I bambini si assomigliano tutti, meno anni hanno e più sono simili. Ci si differenzia con l'età. Trovare un adulto identico all'altro è arduo, mentre superato un certo limite il processo è inverso: da anziani i caratteri somatici tornano a uniformarsi.
Ci avete mai pensato?
Forse non è un caso. Immaginiamo l'esistenza sempre in rettilineo, dal meno al più e dal più al meno, mentre potrebbe essere una parabola o un cerchio in cui i due opposti coincidono e la distanza maggiore è quella che sta nel mezzo.
Non so perchè riflettessi su queste cose mentre i vagoni sfrecciavano in quell'incavo di terra puzzolente e caldo. Credo stessi cercando un punto a cui appoggiarmi per non cadere nell'illusione che attorno a noi sia tutto vuoto, che non esista un senso al nascere e al morire e al companatico tra queste due fette di pane tostato.
Che per un istante tutto mi sia stato chiaro, almeno lì, in metropolitana, è un dato di fatto. Anche se adesso è difficile mettere nero su bianco emozioni che si comprendono prima con il cuore e solo poi, se si è fortunati, con l'intelletto.
Cosa c'è dopo? Cosa ci aspetta al termine dei nostri giorni, oltre questa terra tonda che trottola e schizza via nell'universo? Non se lo chiede solo Celentano e credo che la risposta non spetti soltanto ai preti, che pur sono tra i pochi - forse gli unici - che ne parlano. La risposta al mistero più grande è scritta dentro noi, pur se non la vediamo. O forse la vediamo, nei volti simili di un bimbo o di un nonno, ma non sappiamo coglierla, abituati come siamo ad andare di fretta, avanti e indietro, senza fermarci nemmeno su una carrozza del metrò, mentre una sola immagine ci dice più che l'opera omnia del dotto San Tommaso (e non Sant'Agostino, come avevo scritto in principio) e delle sue cinque prove circa l'esistenza di Dio.

Foto by Leonora

sabato 4 febbraio 2012

Il tempo vuoto

La consapevolezza di me. Credo sia questo il frutto di tanti pomeriggi passati da solo, da bambino, annoiandomi fino a provare un disagio fisico, a girare attorno alla casa, occhi a terra, un passo dopo l'altro, guardando le lucertole senza il coraggio di prenderle in mano (Alberto sì, ci riusciva, anche se era più piccolo di me, curioso quanto un entomologo e infatti era espertissimo anche di insetti, specialmente del cervo volante, anch'esso tenuto dal sottoscritto a debita distanza).
Il peggio era d'estate, prima che potessi andare all'oratorio feriale, dove ora vanno anche i bimbi piccoli, mentre negli anni Settanta come minimo di anni ne dovevi aver compiuti otto. Io ne avevo sette e conoscevo pochi o nessuno, abitavo dove sto ora, di case qua non ce n'erano e tutt'attorno soltanto prati, un filare di alberi di gelso e qualcuno di noce, dove si appendeva una corda e si giocava a Tarzan, ma qualche anno dopo. Prima invece il tempo pareva infinito. Lo ricordo ora, che guardo Giovanni "pirlare" da un divano all'altro, con il telecomando in mano. I programmi in tv adesso sono centinaia, mentre quando avevo la sua età ce n'era uno, il Nazionale. Due, se si conta la Svizzera, ma fino alle cinque lo schermo era un monoscopio con sibilo incorporato. Poi iniziava la tv dei ragazzi, al di qua del confine con i documentari sugli animali domestici, al di là con il Gatto Arturo, di cui ho già parlato e che di questo blog rimane il mio post di gran lunga più letto.
Tutta sta tiritera per dire che quella noia insostenibile è stata in realtà assai feconda. Oltre ad obbligarmi ad usare il cervello e a cercare amici ad ogni costo, mi ha dato ciò di cui ho scritto all'inizio, la consapevolezza di me, la realizzazione di essere un essere umano, io, proprio io, soltanto io, unico e specialissimo nell'universo.
Per fortuna Giovanni, anche con cento canali tv, i videogiochi e una schiera di pupazzi e pupazzetti da far impallidire Mangiafuoco, riesce ad annoiarsi lo stesso. Lo vedo dal suo girovagare irrequieto, dagli sbuffi, dal suo tampinarmi per combinare qualcosa insieme. "Da solo mi stanco" mi ha detto poco fa e io ho sorriso: sta diventando grande e un giorno rimpiangerà questo tempo vuoto.

Foto by Leonora

domenica 9 ottobre 2011

Giuliano e la figlia di Micol

La forma è solo apparenza, dice la figlia di Micol, e nelle ricorrenze importanti si ostina a voler indossare jeans e scarpe da tennis invece di ballerine e gonna. Tempo un anno, forse due, cambierà idea, spero non la sostanza.
Questa purezza mi riconcilia con le cose belle della vita.
Stamattina mi era saltata la mosca al naso, leggendo "Il foglio" e l'articolo di fondo di Giuliano Ferrara, che ogni tre per due indossa i panni (larghi) del difensore della immorale pubblica firmandosi "un ateo devoto", che poi sarebbe come scrivere un libertino casto o un goloso inappetente. E guai a dirglielo, perché non soltanto lui s'incavola, tacciando l'obiettore di ottuso oscurantismo, di perbenismo ipocrita, ma pure per quelli del suo stesso circolo sei un tagliato fuori, un tonto con gli zoccoli ai piedi e il mantello da villano, da compatire e irridere non riuscendo a cogliere quella straordinaria intelligenza che dal Giuliano stesso promana.
Io, di quell'intelligenza (ch'è poi anche quella di un D'Alema), non so proprio che farmene, tanto vale che se la tenga, perché tanto è solo apparenza mentre mi piace quella genuina, spontanea, intuitiva della figlia di Micol, ch'è tutta sostanza.

Foto by Leonora