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domenica 9 giugno 2024

Mal educati (Più socialità, meno social)

“Papà, mentre leggevo mi tremavano le mani”.
Rabbia, sgomento, delusione, fanno quell’effetto lì. Se ne sono accorti anche i miei figli, incappando in uno dei post a più alto tasso di cattiveria di una campagna elettorale che finalmente s’è chiusa, insieme alle urne, ieri sera.
E se ne parlo adesso, in questo tempo sospeso in cui le urne delle Comunali sono sigillate e non si sa nulla, è perché se lo avessi fatto prima sarebbe stato letto come favorire qualcuno, mentre dopo potrebbe suonare come rancore da sconfitta o supponenza da chi l’ha spuntata.
A me invece del voto importa relativamente.
Ho appoggiato Isabella con convinzione, perché so quanto vale, dopo aver capito che le mie insistenze affinché lasciasse perdere restavano inascoltate, cercando di stare comunque fuori dalla mischia, senza tifo da stadio, considerato l’alto livello di virulenza.
Se scrivo questo post è proprio per cavarne una lezione sull'utilizzo dei social, per mettere in guardia su quanto siano pericolosi, se non ci si educa ad usarli, se lo si fa in maniera superficiale o maldestra.
E non mi riferisco ai ragazzi, bensì agli adulti, a quelli della mia età, perché siamo proprio noi i più esposti al pericolo, cresciuti in un'altra epoca e incapaci ora di utilizzare certi strumenti con piena coscienza.
Ogni volta che vediamo qualcosa su Facebook, prima di mettere un like o commentare, dovremmo leggere con attenzione e pensare: questo frase la direi guardando l'interessato o l'interessata negli occhi, se l'avessi qui davanti, di persona?

P.S. Sui post specifici non aggiungo nulla, si commentano da soli. A lasciarmi mortificato sono stati i commenti d’appoggio e i “like”, messi da persone che considero amici e amiche, che ho sempre stimato o a cui Isabella sono certo non abbia fatto nulla. Non pubblico qui l'elenco, perché voglio evitare l'effetto "lista di proscrizione", ma a loro, in privato, lo farò sapere.
I miei figli e chi mi conosce bene infatti sanno che non sono buono di natura, che sono nervoso, anzi, e collerico, talvolta. Però sanno anche che uno dei principi che da quasi cinquantotto anni mi fanno da bussola e che spero di non perdere mai, è il non avere nemici e salutare sempre con il sorriso, e parlare con tutti, senza mai portare rancore con nessuno, né dover abbassare gli occhi per astio o vergogna. L'unico modo per riuscirci, per andare oltre, è non tenersi dentro nulla, dire le cose schiettamente, in maniera personale, diretta. Perché perdono esiste soltanto quando c'è giustizia, altrimenti è soltanto ignavia. O indifferenza.

martedì 19 ottobre 2021

Povero Bito (Tra parentesi)

“Credo che le parentesi siano di gran lunga le parti più importanti di una lettera che non sia d'affari.”
(David Herbert Lawrence)

Mi sono incuriosito e ho fatto il conto: sono tre anni e mezzo che in questo blog compare una parentesi, ad integrazione o in aggiunta di un titolo.
Anche prima capitava, in modo saltuario, mentre è diventata regola aurea senza volerlo da metà aprile del 2018, un sabato, con un post in cui si intendevano i social network come bar, con le categorie di frequentatori che uno si sceglie oppure accetta, se decide di tirare dritto e di esporsi pubblicamente per lavoro.
Un argomento d'attualità pure adesso, specialmente per me, che commenti e pareri vado a leggere spesso, rispondendo sempre, quando mi riguardano.
Sono fortunato. Ho un pubblico esiguo, almeno qui, e su Instagram o Facebook. Faccio presto a rispondere e in genere nessuno mi mette in imbarazzo. Anzi, più sono netti, decisi, polemici, più volentieri replico.
Probabilmente diverso sarebbe se avessi un seguito ampio e se trattassi argomenti che di per sé infiammano, quali la politica, il calcio.
Ieri l'altro, ad esempio, sono incappato nel profilo Instagram di un giornalista che stimo ed è mio conterraneo, pur se di persona non lo conosco, Fabrizio Biasin.
Ad un suo post, per altro non uno dei più caustici, seguivano una serie di contumelie, ingiurie, offese, male parole e volgarità che forse soltanto Cruciani non avrebbe alzato un sopracciglio.
"Povero Biasin" ho pensato. Davvero occorre una buona dose di autostima e di cinismo, per ignorare tanto fango che adorna il proprio giardino. Poi però ho riflettuto su una delle magnifiche leggi di questo universo, quella secondo cui dai diamanti non cresce nulla (se non il proprio conto in banca e -voi direte - non è poco) mentre dal letame nascono i fior. 
Un ammirato mazzo di rose in omaggio a chi l'ha capito e ha trasformato quel bar in passione e affari, senza scandalizzarsi se a frequentarlo è un variegato pubblico, metà armata brancaleone e metà mucchio selvaggio.

P.S. Da tre anni e mezzo nei miei post i titoli comprendono una parentesi e nel testo c'è un post scriptum, come questo, in cui ho l’obbligo di citare mio cugino, che è tifosissimo dell’Inter, come Biasin, e si chiama anch’egli Fabrizio, pur se noi in famiglia lo chiamiamo “Bito”, il nomignolo che aveva quando era piccolo, a cui mia madre aggiunge sempre, chissà perché, un “Povero”, scuotendo lievemente il capo ogni volta che lo nomina, sospirando: “Povero Bito”.
Anzi, in dialetto comasco, “Poor Bito”.
E lo ripete altresì se la circostanza non lo vede povero affatto.
Tipo: “Hai saputo? Il Bito ha comprato la macchina. Poor Bito…”.
Oppure: “È partito ieri per le vacanze, poor Bito…”.
Se dunque domani mio cugino dovesse vincere al Superenalotto, sapete già quale sarebbe di mia madre il commento.
Poiché nulla è più forte del sentimento, dell’affetto bonario con cui una donna guarda al proprio cucciolo, anche se nel frattempo è diventato uomo e ha un’età che potrebbe già diventare a sua volta nonno.

venerdì 8 ottobre 2021

Cuore laico (Memoria e pregiudizio)

“Se non riesci a ricordare dove hai messo le chiavi, non pensare subito all'Alzheimer; inizia a preoccuparti invece se non riesci a ricordare a cosa servono le chiavi.”
(Rita Levi Montalcini)

A volte la parole mi sfuggono, spesso ripeto le identiche citazioni, gli stessi aneddoti, in più riconosco a fatica il volto dell'uomo che vedo allo specchio e che non coincide affatto con l'immagine che ho di me stesso, ferma a qualche anno addietro, come nelle vecchie foto delle carte d'identità che conservo nel cassetto.
La memoria è un meccanismo straordinario, tutt'altro che perfetto, interessante proprio per questo: somiglia più alle opere d'arte che agli scaffali polverosi dell'Archivio di Stato.
È un po' come se partissimo ogni giorno per un viaggio, convinti di portarci appresso tutto, mentre sono  pochi i panni che stanno nello zaino.
I social network rivelano in maniera implacabile quanto per strada smarriamo, poiché sono una sorta di diario indiretto per pigri - quei pigri come me, che un diario non riuscirebbero a tenerlo più di un giorno - e mantenendo memoria di tutto costringono all'evidenza di quanto profondo sia il cambiamento, a fronte di altri dettagli che non mutano mai, restano appiccicati addosso.
Anche rispetto ai social network tuttavia c'è una sorta di maturazione, un'evoluzione, una maggiore consapevolezza d'uso, resa evidente ogni volta che Facebook o Instagram segnalano: "Hai ricordi da rivivere oggi".
Io, quei ricordi, raramente vorrei riviverli, ma nove volte su dieci mi sorprendono, stupiscono, perfino imbarazzano.
Primo, poiché ci sono stati anni in cui praticamente sulla bacheca di Fb scrivevo ogni dettaglio, quasi quasi pure quando andavo in bagno (lo so, molti lo fanno ancora, credo sia un processo legato alla crescita, alla fase evolutiva appunto: accade quando si è "bambini" nei social network, poi si cresce anche lì).
Secondo, poiché scopro cose che avevo completamente dimenticato e che ora non rifarei, neppure con una pistola puntata alla rotula del ginocchio destro.

P.S. Se c'è un'abitudine che invece resta tale e quale, oggi come ieri, riguarda i "mi piace", i "like" o, ancor meglio i "cuoricini", per esprimere attenzione, interesse, apprezzamento altrui.
Ecco, in quelli io, ieri come oggi, piuttosto che lesinare abbondo, ho la generosità del prodigo, l'appetito dell'ingordo. Tanto che se dovessi descrivere in due parole la mia attività sui social network risponderei: "Metto like - in pratica, laico - e non me ne vergogno". Per il momento.

mercoledì 18 agosto 2021

Tagliati fuori (Un cavolo)

"Pensavo che a voi adulti non succedesse".
Lo dice sorridendo, mentre finiamo di cenare, il sole si eclissa e il caldo dà tregua, sul terrazzo.
"Fomo. Si chiama Fomo. Fears of missing out. La paura di essere tagliati fuori. Ma sì che te ne avevo già parlato! L'ho studiata qualche mese fa, per l'esame di psicologia della comunicazione".
Giorgia lo dice d'un fiato, mentre la guardo con sguardo un poco ebete, cercando di rammentare ciò che ignoro. Mi pare quasi di sentire la ruggine delle rotelle che stentano a ingranare, stridono.
Un lampo. Un barlume di memoria squarcia il buio e rivela che in effetti l'avevo già sentito, ne avevamo già discusso, salvo dimenticarlo quasi subito, tra le molte curiosità che mi ripropongo di riprendere e invece dimentico, del tutto.
Il discorso è riemerso a tavola, mentre tra un tozzo di pane e un pomodoro confessavo di provare un certo disagio ogni volta che in questi giorni do una sbirciata a Instagram o Facebook.
"Sai Giorgia, vedo tutte queste foto di posti splendidi, volti sorridenti, gente felice, in forma, che legge, viaggia, fa cose fighe e mi sento uno schifo, uno sfigato, appunto, come se tutti corrono, vivono intensamente e io rimango fermo".
Fomo. Ora so che si chiama Fomo e non la provo solo io.
Ne scrive pure la Treccani, citando una definizione che mi pare centri esattamente il punto: "il pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che sto facendo io".
Una sensazione comune e per la quale numerosi esperti, ho scoperto, hanno escogitato risposte, metodi, trucchi, persino un decalogo, tipo quello di Mosè, ma meno enfatico.
Ci provo anch'io, limitandomi a un paio di annotazioni.
Primo: ignorare a lungo il telefono, evitare di essere connessi ai social troppo spesso, specialmente nei mesi estivi e durante le feste comandate, ponti inclusi.
Secondo: ricordare ciò che diceva mio padre, riguardo l'invidia e la percezione distorta secondo cui gli altri stiano sempre meglio o siano più fortunati di noi. "Se tutti portassero i propri guai e ne facesse una pigna, in piazza - diceva - ciascuno tornerebbe a casa scegliendo ancora i suoi".
Vero. Ricordiamolo.

P.S. Vale per le foto e anche per i racconti, tipo questo. Se qualcuno fosse tentato di pensare: "Ma guarda che bravi, guarda di cosa parlano a cena, ammazza che dialogo tra genitori e figli...", sappia che erano due giorni che non ci parlavamo e avevamo rimbrotti vicendevoli e umor nero, ciascuno per conto proprio. Nessuno, per fortuna, è perfetto. Io e la mia famiglia men che meno.

giovedì 31 ottobre 2019

L'ultima pagina del libro (Questo)


Questo blog, il mio lascito. Perché è vero che non sono altro che fogli di carta in un bidone che brucia, ma a differenza di soldi, palazzi, gioielli ed oro, queste parole raccontano di me, di questo tempo, rendendolo in qualche modo vivo.
Il primo ottobre scorso, in occasione del dodicesimo anniversario, mi ero ripromesso di tornare a scrivere con assiduità, un post al giorno, per un mese di fila.
L'ho fatto.
Un poco arrugginito all'inizio, più disinvolto nella scelta degli argomenti e nella stesura dei testi man mano che i giorni passavano, ricordando una delle regole principali di ogni mestiere, compreso il mio: per fare una cosa non c'è miglior modo che farla.
Trentun giorni, trentuno argomenti, trentuno spunti, alcuni pubblicizzati poco, altri nulla, qualcuno molto, messo su Twitter e su Facebook, ammorbando coloro che passano di lì e ogni tre per due trovavano la mia postilla (mi ha fatto assai sorridere David, con la sua consueta ironia: "Ma che logorrea tieni in questi giorni? Non riesco a starti dietro con i like").
Da domani me la prenderò con più calma, senza tuttavia farmi vincere dalla pigrizia.
Dico spesso che non ho ancora pubblicato un libro, ma mento. Questo blog è già di per sé un libro, anche se l'ultima pagina è quella che non ho ancora scritto.

P.S. Sono grato a questo blog, anche perché è un pretesto: per osservare meglio le cose, per riflettere sui giorni che passano e ciò che mi capita, per dialogare con me stesso e con gli altri, soprattutto per fare quanto ogni volta mi prefiggo: posare lo sguardo.
"Posare lo sguardo", vedere "veramente", in particolare la persona che mi sta dinnanzi, sia esso qualcuno che conosco benissimo e frequento abitualmente, sia chi intervisto per lavoro, chi incontro casualmente al bar, per strada. "Posare lo sguardo" è uno stile, un punto fermo, ciò che mi qualifica e fa di me un essere davvero umano.

martedì 29 ottobre 2019

RisorTweet (Dodici anni social)


C'è stato un tempo in cui questo blog era esclusivamente un estensione del lavoro, uno luogo di sperimentazione e di narrazione di ciò che si sarebbe rivelata l'alba di una nuova era, quella digitale, con i social che facevano capolino già facendo intuire le potenzialità che avevano, che tuttora hanno.
Lo scrivo oggi poiché è l'ottavo anniversario della mia iscrizione a Twitter, un social media che qualche hanno fa ho abiurato, dandolo per spacciato. Mi sbagliavo. Non che adesso sia convinto del contrario, tuttavia ammetto che sopravvive florido, avendo rinunciato ad essere di massa e ritagliandosi il ruolo che un tempo era delle agenzie di stampa, dando megafono a chi voce ha già e non più bisogno di giornali, tv, radio.
Da quel tempo, dodici anni fa, è rimasto vivo e vegeto soltanto Facebook, anche se settimana scorsa ho sentito dire da un collega che entro due anni chiuderà: non ne sono convinto. Instagram invece è fenomeno più recente e veleggia florido, mentre molti altri hanno vissuto il tempo di una stagione, piegandosi a una selezione naturale che riguarda tutti gli ecosistemi, non soltanto quelli biologici.
Intanto, proprio per ricordare quei tempi, metto il link al post intitolato "Un mese da orso", pubblicato esattamente dodici anni fa, in cui raccontavo l'approccio a quel nuovo mondo digital e social, account Twitter compreso.

sabato 6 luglio 2019

Meno Social (La rivoluzione esaurita)




Il primo segnale, la prima increspatura, c'è stata un anno fa, ma era troppo lieve, troppo sottile per darvi peso e lasciare traccia.
Lo riconosco ora, che il solco s'è fatto più profondo e quella vertigine iniziale per i social s'è trasformata via via in distanza, circospezione, freddezza.
Lo scrivo qua poiché, dodici anni fa, questo stesso blog era stato diario di un'infatuazione storica, di una scoperta dirompente, di un nuovo modo di relazionarsi con gli altri e di scoprire il mondo, grazie a opportunità soltanto immaginate prima.
I social network sono stati una vera rivoluzione pacifica e sono fiero di averla vissuta non passivamente, bensì da protagonista, cogliendo le novità che di volta in volta si affacciavano dapprima sullo schermo dei computer, poi sui tablet, infini sui telefonini, che hanno permesso un accesso continuo ed immediato, quasi fossero una protesi, un'estensione delle mani, della mente, della parola.
Twitter, Facebook, Instagram... Sono stato tra i primi ad usarli, a viverli, sarebbe meglio scrivere, e Facebook e Instagram li utilizzo tuttora, ma - giusto riconoscerlo - molto più distaccato, molto più disincantato, molto più spettatore e meno protagonista.
Credo sia una circostanza personale, ma pure una tendenza diffusa, un cambiamento che non porterà a una cancellazione di questo tipo di strumenti, ma a una derubricazione d'interessa, a uno dei molti "attori" sulla scena e non più a incontrastato protagonista.
Vale per la mia generazione e ancor più per quelle che la seguono, specialmente per i ragazzi e le ragazze che con i social convivono dalla loro nascita e per i quali la "sbornia" passa anche prima.
Considerando che non siamo i primi ad essere scesi dalla pianta e la storia è maestra di vita, per convincermi faccio l'esempio della televisione. Mio padre l'ha "scoperta" nella sua maturità ed in casa nostra è diventata presto un totem, occupando tutti i momenti lasciati liberi dal lavoro o dallo svago in compagnia. Il televisore era sempre acceso, anche durante il pranzo e la cena e ce n'era uno in cucina, uno in salone, uno in ogni camera da letto. E non solo c'erano i televisori ed erano accesi, bensì catturavano l'attenzione, si guardavano ovunque, e il suono che più ricordo della mia infanzia è stato: "Shhhhh", a indicare silenzio, per fare sentire ciò che si diceva in televisione, per non fare perdere una parola.
Sono cresciuto così, felice e senza trauma apparente, imparando un sacco di cose, non ultimo il lavoro che attualmente faccio e che mi fa alzare contento ogni mattina. Di contro, attualmente a casa mia il televisore resta a lungo spento, non è mai acceso quando si mangia ed è tornato "a misura d'uomo", quasi che io a differenza di mio padre sia stato vaccinato e diventato autoimmune, evitando l'esagerazione di una stortura.
Sono convinto - un'intuizione, senza prova scientifica alcuna - che  lo stesso accadrà con i social. Lo sforzo che faccio è provare ad immaginare cosa grazie è cambiato per sempre e cosa invece è mutato ma non nella sua essenza e passato il bagliore della rivoluzione torneremo a vederlo ed apprezzarlo nella giusta luce, ritrovando un equilibrio che come tutti gli innamorati abbiamo perso, ma alla fine sempre torna.

P.S. Il tema dei social network e della loro evoluzione chiama in causa ciò che reputo adesso, ma pure come la pensavo prima. Qui l'elenco incompleto di qualche post in cui ne ho parlato, in passato.
Ad esempio c'è stato un Giorgio a.F. (avanti Facebook), oppure sulla Generazione Social Network, oppure su Twitter, che è stato il primo che ho "abbandonato", mentre allora mi pareva tanta roba.

sabato 14 aprile 2018

Eravamo quattro(mila) amici al bar


https://www.flickr.com/photos/lyonora/8568192638/in/photolist-e49brW-e43zqz-e49dCA-e43zYi-e49cCL-e43Axc-e49cJ7-e49e2b-e43yvK-e49d5E-e49dJJ-e49eah-e49bHS-e49eAG-e49bNL-e49ekf-e49bDo-e43zhV-e43z3F-e43y1V-e49cQU-e49ceb-e49dsw-e49cv9
Baglioni e i suoi occhi scuri sono diventati grandi insieme e negli ultimi dieci anni mano nella mano si sono accompagnati pure i social network e questo blog.
Un bar. Così Pierluca Santoro descrive Facebook. Un bar, un luogo dove passare spesso o raramente o di tanto in tanto, per incontrare gente, per dire la propria, per sapere cosa pensano gli altri, come vanno le cose, quali gli argomenti più discussi.
In quel bar mi sono trovato bene e per anni ho accettato che diventasse più grande, con un'ampia cerchia di amici (conoscenti, sarebbe la definizione corretta), andando d'accordo con alcuni e limitandomi a osservare gli altri, proprio come in un bar, dove attorno al tuo tavolo sono pochi, molti quelli che sbirci e ogni tanto incappi in qualcuno di nuovo o scambi due parole, mentre ti alzi per andare al banco e ordinare un'altra bibita.
Un paio di mesi fa, per la prima volta, ho cambiato registro e accompagnato idealmente alla porta del "mio" bar chi non sopporto più, comprese persone che conosco di persona e di cui mi ritengo amico ma che lì - in quella bolla che molti si ostinano a ritenere vita ma rimane sempre e fondamentalmente un bar - mi risultano fastidiose come mosche nella minestra.
Breve elenco.
I negativi. Gli odiatori. Coloro a cui non va mai bene niente. I detentori della verità assoluta. Chi tifa contro (in maniera seriale, senza usare leggerezza e ironia). Quelli che hanno la puzza sotto il naso. I saccenti. I diffusori di falsità, bassezza, violenza.
Prima li tolleravo, adesso li cancello, talvolta con amarezza, altre con soddisfazione, come quando ci si libera da una zecca.
Alcuni, rarissimi, invece li conservo, pur appartenendo a una o addirittura a più delle categorie indicate qui sopra. Lo faccio non per masochismo, bensì per ricordare che il pensiero unico è comunque pericoloso, che l'omologazione è rischiosa e per continuare ad indurre, però in dosi omeopatiche, un moto di reazione, di indignazione, di ribellione alla stupidità umana.
P.S. Perché come mi ripete spesso Paolo Ferrari: "A dire sì siamo capaci tutti, ma sono i no che fanno crescere, perché marcano una differenza e costringono a un cambio di rotta".

mercoledì 24 febbraio 2016

Attenti al lupo (Ridere senza offendere nessuno)

Foto by Leonora
Il branco non è soltanto quello di lupi, né l'uomo che fa impallidire la bestia e stupra, annichilisce, violenta il debole, l'indifeso. Il branco sono anche persone che restano all'ombra oltre la luce di uno schermo, facendosi forza l'un l'altro, come valanga che diventa greve lungo il pendio.
Un caso lo conosco da vicino: un frammento di trasmissione della televisione in cui lavoro.
Risale a quasi un mese fa, ma è diventato famoso ieri l'altro, dopo essere stato ripreso da una pagina che va per la maggiore in Facebook. L'episodio in sé è simpatico: una ragazza ospite di un programma sportivo di intrattenimento - una sorta di Quelli che il calcio in versione locale - viene invitata dal conduttore a leggere la classifica di serie A e confonde i punti con la posizione.
La gaffe è talmente clamorosa da farci quattro risate e in effetti le fanno, le facciamo anche noi e pure lei, quando glielo fanno notare. Basta però che il taglia e cuci di quell'intervento sia pubblicato sulla pagina di "Calciatori Brutti" e si scatena l'inferno. Non soltanto risate, com'è giusto, ma una pletora sterminata di insulti, di illazioni, di offese, che vanno dalle ipotesi più ardite sul motivo per cui la ragazza è stata invitata in studio alle prefiche sull'assenza in Italia del concetto di merito e via di questo passo, tromboneggiando, spargendo sale e fiele, spalleggiandosi l'un l'altro, in una gara a chi la spara più grossa e si indigna di più e denigra peggio. Con conseguenze e frasi sconclusionate che sarebbero anch'esse divertenti se non contenessero una tale carica di odio da far passare in secondo piano tutto il resto.
Perché lo scrivo qua? Per un motivo spiccio e personalissimo, perché queste pagine al nocciolo hanno un destinatario fisso, cioè i miei figli, chi sta diventando cittadino del mondo. Senza alzare la voce, allora, senza pretendere di essere ascoltato quale oracolo, vorrei che non vestissero mai i panni del fustigatore becero, vorrei che non si confondessero nel gruppo e menassero legnate senza cervello.
E' vero che ho insegnato loro a ridere di tutto, persino dei fatti più tragici, e che preferirei perdere un amico piuttosto che una battuta, ma tra l'ironia o il sarcasmo persino e la clava dell'insulto passa un oceano intero. Affondarci è facile, specialmente in gruppo.
P.S. Ludovica, entrata nell'occhio del ciclone, ha tutta la mia solidarietà. La sua gaffe è assai più innocente e meno grave delle offese e delle inesattezze nei suoi confronti. Volevo dirglielo, anche in pubblico.

domenica 15 giugno 2014

Mani avanti e due post scriptum

Foto by Leonora
"Come va?". Me lo chiedono in molti, con la premura di coloro che si preoccupano, che hanno a cuore il mio bene e non si fidano delle apparenze, vogliono scavare a fondo, per accorgersi che ciò che appare sia anche vero.
"A volte quando ti leggo ho il dubbio che tu voglia comunicare al mondo VA TUTTO BENE perché poi questo si rifletta su di te" mi scrive Lara, che pur da distanze siderali coglie spesso il bersaglio. Può darsi. Ma tutto bene va davvero. Sono stato catapultato dagli eventi in una dimensione completamente nuova, con il vantaggio di un paracadute ampio ma comunque il vuoto sotto i piedi e anche sopra, come quei pulcini d'aquila o di corvo che la madre spinge con il becco giù dal nido, sapendo che l'unica possibilità per sopravvivere è quella di volare, solo che il balzo all'inizio fa spavento e mancare il fiato. Il salto di cui scrivo non è il lavoro mio, alla Sesaab, bensì il futuro dell'informazione, la capacità di autotrasformazione di un mondo che deve adattarsi per non rischiare l'estinzione nel volgere di qualche anno.
Premesso ciò, quando dico che va tutto bene non esagero. Il gruppo di persone con cui lavoro è splendido, rivedo in loro ciò che ero e che in definitiva sono: persone che si appassionano a quello che fanno, non distinguendo la vita dal lavoro, in modo che la prima sia piena e il secondo niente affatto pesante, monotono. Ciò che apprezzo di più è il clima, molto "smart", assai professionale, senza disdegnare l'aspetto gogliardico. Ed io, che in questo senso sono impagliato come un gufo, rischio di sbatterci il muso.
Ad esempio, è consuetudine in ufficio non lasciare mai il pc in uso quando lo si abbandona, anche soltanto per qualche secondo. Se lo si fa, se non lo si blocca con ctrl+alt+canc, il rischio concreto è che qualcuno acceda alla tua pagina Facebook e posti una frase sconcia oppure che combini uno scherzo, com'è capitato a Silvia, che si è ritrovata incinta senza saperlo, con tanto di test di gravidanza annesso. Divertente, penserete voi, ma provate a spiegarlo al fidanzato di Silvia o anche a lei, che a distanza di settimane (ne sono testimone!) viene tuttora avvicinata da conoscenti che le dicono con trasporto: "Silvia! Ma complimenti!!!".
P.S. Scrivo tutto ciò a futura memoria, perché evitarlo sarà imposssibile, lo so, e allora tanto vale mettere le mani avanti, tentando di attutirne le conseguenze in qualche modo. Non essendo io sveglio quanto loro, cerco di adattarmi come posso. Quando capiterà infatti potrò inserire tra i commenti questo post, rendendo credibile ciò che credibile non lo sembrerebbe affatto.
P.P.S. "Ma come? Non c'è proprio rispetto" penserà qualcuno. Invece c'è. Proprio perché ho qualche anno in più di loro e vengo da un incarico di generale col pennacchio, mi sono stati concessi tre giorni di tempo per allenarmi a bloccare il computer. "Ultimo avvertimento" c'era scritto su un post-it appiccicato al monitor, ieri l'altro, mentre mi ero allontanato per un amen, il tempo di fare otto metri, prendere un foglio dalla stampante e tornare indietro. Lì ho capito che non ce l'avrei mai fatta, che la sciabola si sarebbe abbattuta inesorabile, prima o dopo. Così ho pensato a questo post, che non mi mette al riparo ma spero sia un salvacondotto.

mercoledì 17 agosto 2011

Giorgio a.F. (avanti Facebook)


Luca ha scritto un post interessante e molto tecnico, che spiega in parte il successo di Facebook. In parte l'ho aggiunto io, perché né i singoli ingredienti né la loro semplice somma assicurano il successo di una ricetta, la bontà di un piatto.
Per quanto mi riguarda, non sono mai stato un fanatico di Fb e neppure un detrattore. E' uno strumento, tutto qui, importante non se fine a se stesso, ma in quanto permette di raggiungere obiettivi più alti, esattamente come il fuoco, la ruota, il motore a scoppio, la pentola a pressione e lo spremiagrumi elettrico.
Se però non si aggiorna, non si adegua, non sta al passo con i tempi, anche Facebook è destinato al tramonto. Magari resterà nella semantica, riproducendo a livello planetario ciò che per gli svizzeri di lingua italiana è il Natel: un nome proprio divenuto comune per definire i social network. Facebook passerà, non i social network.
Per quanto possa capire io (poco), i social network sono il compimento di internet, la rete tecnologica che massimizza la propria peculiarità, di connessione appunto. Della rete sono importanti i fili, i nodi, ma soprattutto le sinapsi che si creano, i collegamenti.
Comprenderemo appieno come cambia il mondo, com'è già cambiato, soltanto in futuro, quando potremo sezionare le due epoche ante e post social network. Un tentativo - goliardico - potrei farlo io, immaginando me stesso, adolescente e giovane, connesso con il mondo attraverso computer e telefonino. L'esperimento mi è venuto in mente ieri sera, quando mi sono ricordato come mai ero finito alla Comense. Scrivevo già di basket maschile e un sabato pomeriggio, per caso, ero finito alla palestra Negretti, dove giocavano le ragazze juniores della Comense. Ricordo che ce n'era una particolarmente bella, si chiamava Simona e decisi che, se dovevo occuparmi di pallacanestro, tanto valeva contemplare quella femminile, che abbinava al dovere anche il diletto, per lo meno dell'occhio.
Questa cosa, alla suddetta Simona, non l'ho mai detta. Primo perché ero timido, secondo perché l'anno dopo se ne andò a giocare in un'altra città, terzo - e più importante - perché non c'erano telefonini o computer per mandare messaggi. E il terzo, se ci penso, è stato più determinante dei primi due, poiché la timidezza a volte si supera quando si ha la possibilità di un "ingaggio" agevole e la distanza, con computer e telefonini, non è uno svantaggio.
E questo è solo un esempio. Penso cosa sarebbe successo per tutte le amicizie in bozzolo - maschile e femminili - che sono rimaste larve proprio perché le condizioni affinché maturassero erano insufficienti. Non so se sarebbe stato un bene o un male, se il Giorgio munito di tecnologia sarebbe stato meglio o peggio, certo sarebbe stato diverso. E' con questi occhi che guardo ai miei figli, che hanno opportunità che io non avevo. Così, se da un lato rimpiango la comodità del contatto, dall'altra apprezzo l'asticella alta che avevo e che mi ha permesso, pur senza social network, di svegliarmi, di essere connesso sul mondo contando soltanto su me stesso e sugli amici in carne ed ossa che avevo.


Foto by Leonora