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martedì 18 ottobre 2022

Le ragioni degli altri (Spiegate bene)

“Si misura l'intelligenza di un individuo dalla qualità d'incertezze che è capace di sopportare.”
Immanuel Kant

I fatti contano più delle parole, ma è con le parole che vivo.
Anche guadagnandomi il pane, facendo un mestiere che mette la parola, il racconto, al centro.
Nessuno me lo ha chiesto - ed è indice di quanto possa importare - lo scrivo lo stesso, come sempre, a futura memoria, per lasciare traccia di un programma che conduco e di ciò su cui poggia, cosa sta sotto e dietro.
"Le ragioni degli altri" è un titolo e insieme uno stile, un modo di guardare il mondo, un invito.
L'obiettivo, come ripeto spesso quando sono in compagnia degli ospiti, è provare a mettersi nei panni altrui, proporre le proprie convinzioni e cercare di comprendere quelle di colui o colei o coloro che stanno di fronte, gli altri appunto.
Se poi mi potessi allargare, spiegherei che è il rifiuto del "metodo eristico", cioè ciò che propongono nove trasmissioni su dieci: discutere cercando di aver ragione sull’avversario, e il tentativo di proporre il "metodo veritativo", che - spiega Umberto Galimberti - "prevede che coloro che discutono si amino e si mettano insieme per cercare la verità, l’opinione che sta su da sé, l'episté, ciò che sta su, come una colonna".
Si parte da tanti "secondo me" e insieme si cerca di individuare un "secondo noi".
Per farlo occorre essere tolleranti, ritenere che l'altro abbia un "gradiente di verità" pari o superiore al mio, entrando così veramente in dialogo, un confronto con chi è veramente diverso da noi.
Altrimenti sono solo pacche sulle spalle e crescita zero.

P.S. Chi ha figli sa che si amano tutti con intensità uguale e maniera differente. Lo stesso vale per gli ospiti che hanno di volta in volta accettato di mettersi di fronte a me e cercare insieme di conoscere e conoscersi, un po' meglio. Ecco perché non ne scelgo nessuno e indico dove potete trovarli tutti (cliccando qui), neppure in ordine sparso.

domenica 4 ottobre 2020

Noi no (Accettiamolo)

Se non lo vedessi con i miei occhi stenterei a crederlo.
Non perché non mi fido di chi lo riporta, bensì per com'è distante da ciò che sono, che provo, che sento.
Parlo dei "no" e di quanto siano difficili da accettare.
Cambiano le frasi, non il copione di molte conversazioni specialmente sui social, con un approccio che dapprima blandisce in modo suadente, cerca di fare breccia, salvo poi precipitare in aggressività, offesa, volgarità, dileggio, appena si intuisce che dall'altra parte non c'è interesse o, peggio, un rifiuto.
E non importa il garbo, la delicatezza o la schiettezza del "no" ricevuto.
A mandare fuori di testa, a far perdere ogni contegno è il "no" in sé, inaccettabile, quasi fosse un'umiliazione nel profondo.
Faccio un esempio concreto, così chi non ha idea di ciò di cui sto parlando può comprenderlo.

Lui: "Complimenti, sei stupenda".
Lei: "Grazie"
Lui: "Single?"
Lei: "No"
Lui: "Peccato ah ah"
Silenzio
Lui: "Dici che posso invitarti lo stesso per un drink o un'uscita? O son troppo giovane e per questo mi dici che sei single? Ah ah ah".
Lei: "Non è il fatto che sei giovane ma per il semplice rispetto verso l'altro. Comunque grazie, sei gentile. Buon pomeriggio"
Lui: "Dalle foto sei sempre con le amiche. Esci con me e fine, fidati".
Silenzio
Lui: "Beh, voi donne mentite sempre, non è una novità e non sono così piccolo da credere a tutte le cagate che dite".

La chiudo qua. Il proseguo è peggio e non aggiunge nulla all'essenza di quanto messo nero su bianco.
Sugli scaffali di casa fa tuttora bella mostra un libro letto molti anni fa e scritto da Asha Philips, una psicoterapeuta infantile. Il titolo era: "I no che aiutano a crescere".
Forse coloro che ora non li accettano sono quelli a cui, quando erano bambini o ragazzi, un "no" non è mai stato detto.

P.S. Ho scelto un dialogo che mi è stato mostrato: mi assicurano non sia un caso isolato e proprio per questo lo riporto qui, non sto in silenzio, sono solidale e vicino a chi subisce questo tipo di atteggiamento.
Più della rabbia dei prepotenti temo infatti l'indifferenza di chi fa finta di nulla, come se fosse normale, tollerabile, scontato. Io no.
Comportarsi così è sbagliato, occorre ribadirlo, anche se per non cadere nel moralismo chiudo con il commento della persona che lo scambio qui sopra me lo ha inviato: “Meglio accettare con ironia un no che accumulare frustrazione, vivendo in una realtà distorta dove tutto è dovuto”.
Giusto. Punto, partita, incontro.

domenica 27 settembre 2015

Ascoltare senza orecchie (L'interpretazione ardua dell'adolescenza)

Foto by Leonora
Non si ascolta soltanto con le orecchie e non ero preparato per fare il genitore di figli adolescenti: questa è la premessa e anche la morale dell'intera faccenda.
Nel mezzo ci sono tutte le attenzioni che metto per entrare in sintonia con Giacomo e Giorgia, insieme con tutti i ricordi di ciò che erano una volta mentre adesso sono diventate persone fatte e finite, con una precisa impronta, distinta dalla mia.
Non si ascolta soltanto con le orecchie perché di parole da loro riesci a cavarne poco o nulla e se chiedi direttamente ottieni tutta una serie di smorfie in scala graduata (l'indifferenza, l'insofferenza, la strafottenza...). Il segreto sta nel capovolgere la scena e nel simulare a mia volta indifferenza, disinteresse, quasi distanza, e poi armarsi della pazienza del pescatore di marlin, con salda in pugno la sua canna da pesca: si getta qualche esca, si accetta che per delle mezz'ore o addirittura giorni non abbocchi nulla e se ti va bene, quando ormai hai perso la speranza, li senti aprire bocca e formulare frasi compiute e dotate di senso oppure allusioni velate che vanno passate poi al crittografo per essere decifrate e interpretate alla bell'e meglio, come capita.
La maggior parte delle volte però, pur con tutti gli accorgimenti di prudenza, l'approccio diretto naufraga ed è lì che si impara ad ascoltare senza usare le orecchie.
Principalmente si osserva. Gli occhi, a saperli usare, ascoltano a meraviglia. Io mi scopro talvolta un novello ispettore Clouseau, mentre sbircio di sottecchi Giacomo o Giorgia. Ne studio i movimenti, le espressioni del viso, le smorfie, i comportamenti, cerco di capire se sono sereni oppure hanno una pena, se vivono spensierati come la loro età meriterebbe oppure se condividono una cruccio, una preoccupazione, una spina. Talvolta ci azzecco, altre distorco la realtà, minimizzandola o ingigantendola.
Il fatto è che non ci si accontenta di averli messi al mondo e di fargli sapere che potranno sempre contare sulla nostra presenza: vorremmo anche far loro da balia. A due, tre, anche dieci anni è tollerabile, dopo diventa stucchevole. Ecco perché ho scritto che non ero pronto per diventare un genitore di adolescenti. Ci allevano fin da piccoli all'idea che avremo figli, che gli daremo il biberon, cambieremo i pannolini, li accompagneremo alle partite di calcio e a scuola, ma omettono che da un certo punto in poi dovremo imparare ad ascoltarli senza usare le orecchie e lasciarli vivere, in parallelo ma indipendente dalla nostra, la loro vita.
P.S. Per fortuna c'è Giovanni, con i suoi dodici anni e i suoi riflessi lineari, che quando ci rimane male per una cosa piange, ma se gli tendi la mano è pronto a prendertela e si fa abbracciare, ti stringe anche lui e un minuto dopo ride, chiedendoti al massimo il fazzoletto per asciugarsi una lacrima e non c'è nulla da interpretare. Per ora.