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sabato 23 ottobre 2021

Inciampo (Un tiro di dadi)

Einstein sbagliò quando disse: "Dio non gioca a dadi". La considerazione dei buchi neri suggerisce infatti non solo che Dio giochi dadi, ma che a volte ci confonda gettandoli dove non li si può vedere.

(Stephen Hawking)


Camminavate una accanto all'altra, a un certo punto dandovi la mano, per superare il marciapiede, un cordolo troppo alto per lei, debilitata da una lotta ad armi impari, che da mesi la logora, intaccando morale e fisico.
Tu non l'hai abbandonata e ora ti schernisci, quando qualcuno lo sottolinea, rispondendo sarcastica a tono: "Da quanti anni è che ci sopportiamo?".
Molti. Più di quanti appaiono a un conteggio di spanne, considerato che nella testa restiamo ragazzi e per l'adolescente che ero voi, più grandi di qualche anno, eravate bellissime, una bionda e l'altra mora, irraggiungibili, soggetto proibito di desiderio.
Eravate un sogno e, come tutti i sogni, non è mancata l'alba in cui c'è toccato aprire gli occhi e alzarci dal soffice del letto.
Tu sei rimasta single, lei s'è sposata, ha avuto una figlia, due nipoti e un male che le s'è appiccicato addosso, nel momento esatto della parabola di vita in cui ci si prepara alla serenità della discesa, per gustare decenni di tramonto.
Vi ho ritrovato insieme, oggi, e in cinque minuti ho detto a entrambe più di quanto abbia mai fatto prima, per timidezza quando ero piccolo, per pudore una volta diventato adulto.
Ne sono restato contento, pentendomi tuttavia per non averlo fatto prima, per non avere trovato audacia e coraggio per dirvi esplicitamente ciò che avete significato per il ragazzo che ero e, di sponda, per l'uomo che sono.


P.S. Ho scritto in prima persona a te, ma è a lei che penso spesso, incapace di immaginare quanto in questi mesi sta provando, insieme ai suoi cari, sconsolato per la beffa di un inciampo che la sta privando delle gioie grandi e piccole di ciò che ha costruito. Davvero il destino è un tiro di dadi senza senso apparente, almeno a scorgerlo da questa parte della finestra sul mondo.

lunedì 14 giugno 2021

Come bandiera al vento (L'ipocrisia del pudore)

Me lo chiede nessuno, non ho altro luogo in cui scriverlo, lo appunto qui, per te, che al pari dei tuoi fratelli cerco di educare allo spirito critico e che in qualche modo vivi del pane che guadagno, del mestiere che ho scelto.
C'è pure un terzo motivo, che attiene all'accettare se stessi, la propria natura, correggendola - se è il caso - alla luce della ragione, ma comprendendo l'origine, il significato di ogni comportamento, senza giudicarlo frettolosamente, il ramo secco di un tronco sano.
Tra i molti istinti, ne scelgo uno: la curiosità di osservare le cose che non vanno, compresi gli eventi drammatici, tragici, siano essi l'incidente stradale o la malformazione fisica, la carambola involontaria, l'inciampo. 
A bocce ferme, dopo, forte è stato lo sdegno per quelle telecamere puntate su quel corpo apparentemente esanime, i dettagli del volto, la corsa dei soccorritori, le manovre per rianimarlo.
Molti l'hanno definita "assenza di pudore", "morbosità", persino "sciacallaggio".
Vado contro corrente e, come suggerisce Brecht, mi siedo dalla parte del torto, sostenendo che mostrare quell'evento, inquadrarlo, è stato giusto.
Da che mondo è mondo infatti gli esseri umani imparano dall'esperienza, specialmente di una situazione di pericolo, con le lezioni che ne conseguono (la prontezza del compagno; la calma dei medici e paramedici nel prestare soccorso, nel capire, prima ancora che mettere mano…), compreso il desiderio di poter imparare qualcosa, di essere preparati personalmente, nel caso accada a noi di assistere a un simile evento.
Assai più temo l'omertà, la rimozione del dolore, il velo bianco della censura che oscura tutto, di un pudore che sterilizza la realtà, rendendola "immune", cioè priva di "dono".
In un mondo in cui l'ipocrisia tende a prendere il sopravvento, vorrei che tu e i tuoi fratelli coltivasse sempre il dubbio, il pensiero divergente, l'arte del ragionare e del comprendere, tenendo in considerazione la storia umana, la natura, l'istinto biologico, il valore del "pubblico".

P.S. Chris Eriksen, il giocatore colpito da arresto cardiaco, è sopravvissuto, sta meglio, dovrà cominciare un cammino in salita e tortuoso, per recuperare appieno la salute e ridurre al minimo rischi e conseguenze di ciò che gli è capitato.
Per coincidenza, ho assai a cuore un'altra persona che giorni fa ha visto rivoltata la propria vita come un calzino, rischiando di perderla e ora di averla compromessa, dovendo convivere con le bizze del proprio muscolo cardiaco. "Mi sento sbattuta come bandiera al vento, vivo costantemente nel terrore" mi ha scritto chi gli sta accanto.
La capisco. Anzi, ne intuisco lo sgomento, poiché per capirlo dovrei esserci immerso io stesso.
Così, impotente come mi sento, come sono, l'unico appiglio è quello dell'esperienza di chi ci è già passato, di chi in qualche modo ne è uscito, delle storie buone che hanno lo stesso valore della curiosità di osservare le cose che non vanno. Due volti della stessa medaglia. Una medaglia chiamata "conoscenza", che da millenni a questa parte rende l'essere umano ostinato e per molti aspetti unico.

venerdì 23 ottobre 2020

Tutto questo (Pure quest'anno)

Doveva essere "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso". Sbagliavo.
Lo è pure quest'anno.
Con una differenza: nove mesi fa ci siamo cascati mani e piedi, almeno a Bergamo, picchiandoci il muso; stavolta fatichiamo a distinguere se sia un "al lupo, al lupo" oppure il lupo è già tra noi, davvero.
Anche da quassù, dalla tolda di quella che dovrebbe essere una corazzata dell'informazione, fatico a discernere il vero dal falso, l'esagerato dal giusto.
Buon senso e verità d'altra parte hanno quasi sempre voce flebile, mentre il clangore della cronaca sparata a volume massimo elimina le differenze di tono, i rumori di fondo, tutti quei dettagli che formano un'opinione ragionevole e non una sensazione da sposare o rinnegare del tutto.
A futura memoria, di questi giorni disorientanti, annoto:
  • il dispiacere per mio figlio Giovanni, il suo diciottesimo da compiere tra poco e gli ultimi due anni di liceo - irripetibili - gettati nel fosso;
  • l’impressione che per molti, per troppi, il contagio da virus equivalga ad una colpa, al non aver rispettato ogni precauzione, invece che un accidente, una sfortuna, qual è ogni malattia da che mondo è mondo;
  • la certezza che il sistema sanitario italiano funzioni decentemente in condizioni normali, ma appena il livello di stress aumenta si trova ovunque confusione e torniamo in balia del caso;
  • la sensazione che per quanto serio possa essere, il virus farà meno vittime dello scorso inverno, poiché qualche nozione in più l'abbiamo;
  • il timore che tutto precipiti all'improvviso, con il lutto e il dolore che molti hanno già provato;
  • il disagio per tutte le chiacchiere e le sentenze dei Soloni che ne sanno sempre una pagina più del libro, scordando che prima di dare consigli sulle competenze altrui dovrebbero dare buon esempio loro;
  • la lentezza di alcuni - specialmente nel settore pubblico, ma non solo - nello sbrigare pratiche o svolgere un banale compito, in contrasto con la prodigiosa rapidità degli stessi a dire "Ciao ciao" all'ufficio e piazzarsi in smart-working sul divano, senza alcun controllo, al primo soffio di vento;
  • la responsabilità e l'efficienza dei miei colleghi in tv quando lavorano da casa e fanno più e meglio di quando hanno me dietro il collo;
  • la perfidia, mista a vigliacco godimento (lo scrivo ironicamente), con cui ieri l'altro ho appreso del coprifuoco serale, immaginando così di poter tornare a vedere tutti insieme un film in famiglia, come dopo il "liberi tutti" di aprile non abbiamo più fatto;
  • la paura che il patto tra cittadini e autorità, tra individui e Stato, a forza di tirare la corda venga meno, specialmente per le generazioni più giovani, quelle meno ammalate dal virus e che più pagano dazio in conseguenza dei provvedimenti per contenerlo.
  • La percezione che decidiamo poco o nulla e sia piuttosto il destino, il caso, a determinare se supereremo tutto entro breve oppure andrà gambe all’aria pure quest’autunno / inverno.
  • Per oggi mi fermo qua. Se mi viene in mente altro aggiungerò un post scriptum, poco sotto.

venerdì 9 ottobre 2020

A spalle larghe (Le porte scorrevoli del destino)

Le porte scorrevoli del destino aprono e chiudono possibilità infinite, lasciandomi muto.
Se mi concentro sul motivo per cui avviene questo piuttosto che quello, a me e non a lui, a loro e non a noi e viceversa, mi ritrovo in breve sull'orlo di un abisso. Scuro.
L"accettazione è compagna fedele, oltre che indispensabile, di ogni essere umano: c'è chi la tiene - o sembra tenerla - placidamente per mano; altri la portano come zaino che piega la schiena, ribellandosi agli eventi infausti, cercando di scrollarseli di dosso, puledri bradi a cui per la prima volta vengono imposti giogo e basto.
Neppure l'immagine della ruota che gira, pur percependone il seme di verità che contiene, mi acquieta del tutto, troppo vaga e lontana dal senso di equità imposto dalla ragione, il monumento al quale vorremmo si piegasse tutto.
Invece di certo e ragionevole c'è nulla o poco e per quanto riguarda i fatti salienti della vita restiamo gli stessi che mettevano piede fuori dalla caverne, migliaia di anni fa, egualmente nudi e piccoli e fragili, sentendoci Dio appena la porta si spalanca su una stanza in cui entra il sole, mentre quando l'anta si apre verso un locale buio ci ritroviamo sgomenti, impauriti, costretti a stare fermi o procedere a tentoni, senza sapere neppure chi siamo.

P.S. Poi ci sei tu. Oggi finito per l'ennesima volta sotto i ferri del chirurgo e a cui è toccato in sorte un fardello che a soppesarlo da fuori schianterebbe un orso. La dignità con cui lo affronti, la capacità di non far ricadere sugli altri paure ed angosce, mi lascia ogni volta ammirato, consapevole che stai dando a tutti noi una lezione, con lo stile che ti ha sempre distinto, silenzioso e calmo.
Mi ripeto spesso che ciascuno di noi ha spalle più larghe di quanto appare. Tu di più. Ed è per questo che mi verrebbe da scrivere che per la nostra famiglia sei un pilastro, ma non è così: per noi sei più albero, poiché non soltanto sostieni ma metti anche seme, così che altri possano crescere e un giorno a loro volta sostenere il peso che abbiamo.

domenica 13 settembre 2020

La resistenza del pigiama (Contro ogni inerzia)

“Mai restare in pigiama. Anche soltanto per bere un caffè, ci si veste, ci si trucca e si esce, ogni giorno”.
Paša ha settantasei anni, un passato da ballerina e un presente da donna unica, ma non sola, poiché nonostante la guerra le abbia sottratto la vicinanza fisica di parte della famiglia, si ostina a uscire di casa, a coltivare passioni, amicizie, una vita.
Ripenso alle sue parole, che mi sembrano la migliore pietra angolare per quella che a tutti gli effetti, soprattutto quest’anno, è una ripartenza.
Non restare in pigiama. Svestirsi di dubbi, incertezze, esitazioni, pigrizia, sciatteria, affrontando ogni santo giorno con dignità, buoni propositi, energia.
Vale per me - sospeso tra il limitarsi a seminare bene nel solco tracciato dall'aratro dell’esistenza oppure cercare orizzonti ampi e nuovi campi per mettere a frutto quanto ricevuto in sorte, per dono o conquista - e conta ancor più per chi invece ha una pena grande e dunque motivo di farsi cadere le braccia, di arrendersi alla depressione, alle delusioni, alla malattia, sia mentale sia fisica.
Con una differenza.
Nel secondo caso è più difficile, anche se non c’è scelta: reagire, non cedere all'inerzia, è una questione fondamentale, di sopravvivenza.

P.S. Sono fortunato. Non conosco la depressione, se non in maniera indiretta, osservata da lontano o da vicino, in alcune persone care, ma nelle forme più lievi, quando labile è il confine tra il male di vivere e la melanconia. Quando ho ascoltato la regola di Paša ho pensato innanzi tutte a loro, a quanti faticano ad alzarsi persino dal letto, la mattina, e anche a chi ogni giorno in pubblico indossa una maschera, ma dentro ha una tenda buia. che tutto ammanta, oscura. Nel mio piccolo posso fare poco, se non esprimere comprensione, vicinanza.

domenica 30 agosto 2020

Il cucciolo in giardino (Finché c'è vita...)


Giulio ha un giardino che è un incanto e non esagero, so quello che scrivo.
Giulio è il mio vicino di casa, anche se da un paio d’anni non mi rivolge parola, questo però è un altro discorso e comunque è colpa mia, che per una banalità non mi sono cucito la bocca e ho detto ciò che potevo risparmiarmi, dimenticando che il buon senso trova strada da sé, mentre se s'accompagna al risentimento può condurre alla meta, ma a un costo troppo alto.
Questo però è un altro discorso, dicevo, poiché a Giulio continuo a volere bene, al netto delle asprezze di un carattere che sa anche lui di avere, così come io ho il mio, prendendo il buono dei molti ricordi insieme, quand'ero ragazzo, di situazioni che - per adesione o per contrasto - hanno contribuito a formare parte dell’uomo che sono.
Giulio si prende cura delle piante e del prato con dedizione certosina. Non c’è giorno in cui non se ne occupi, stando pure a lungo a contemplarlo, seduto in veranda, con la meticolosa pazienza dei suoi settantanove anni compiuti una settimana or sono e di un tempo che soltanto visto da fuori non passa, scorre lento.
Il mio, invece, è un prato brado, soggetto agli umori del meteo, smeraldo quando piove a lungo, a chiazze paglierine se invece si susseguono settimane di secco.
Quattro anni fa, quando arrivò a casa nostra Larry, portandosi appresso tutta la scatenata esuberanza dei setter, ricordo lo sguardo perplesso di Giulio osservando proprio il mio prato, messo a dura prova dal cucciolo.
Era una sera, del mese di maggio, e il prete aveva proposto la recita del Rosario ogni giorno in un caseggiato diverso, chiedendo disponibilità anche a Isabella e c’erano un sacco di persone e tra esse proprio Giulio, che andandosene accanto a Piera, sua moglie, scuoteva la testa, osservando le buche e le chiazze nel manto erboso.
Cambio di scena.
Quest'anno, una manciata di giorni fa..
Giulio è seduto al solito posto, nel patio di casa, ma in mezzo al prato immacolato ci sono due bimbe accovacciate, le sue nipoti Emma e Sofia, e a due metri da loro una palla di pelo che è una meraviglia, una cucciola di meticcio, che si rotola, sfugge, s'accovaccia, guaisce, trotta, si mette infine a pancia in su, come a chiedere un grattino.
Sento la voce un po’ rauca di Giulio che parla affettuoso con le nipotine.
Non ne vedo il volto, ma sono certo sorrida, divertito.
È un bel quadretto, che fa sorridere a mia volta, ricordandomi il motivo per cui i giovani - i bimbi e i ragazzi in particolare, non importa se propri o altrui - sono così utili, fondamentali per la nostra sopravvivenza: ci costringono in un modo o nell'altro a cambiare, non permettono che ci fermiamo, rompono gli schemi e alla fine migliorano la vita, il mondo.

P.S. Giulio ha da anni una malattia che è giogo pesante, senza impedirgli tuttavia di stare accanto alle persone care, di dare una mano, di accudire se stesso e i mille e passa metri di giardino con la grande abitazione nel mezzo, di gioire delle cose buone e rammaricarsi per quelle grame.
La sua è una di quelle malattie da cui credo non ci guarisca, ma che si cura. Quando la scoprì, vent'anni fa, non c’era alcuna certezza su come sarebbe andata e rammento nitidamente in quei giorni il dispiacere di mio padre e di mio zio Gianni (proprio ieri l'altro è spuntata dal cassetto la fotografia che riporta a quell'esatto momento: stavamo sistemando della mia casa il tetto).
Poi, nel volgere di tre anni, per una di quelle capriole di cui è prodigo il destino, mio zio e mio padre si sono anch'essi malati, d’un male però più ostinato, che non ha lasciato loro vie di fuga, spezzandoli uno dopo l’altro via, mentre Giulio - pur con i suoi acciacchi - è ancora qua.
Ed è una presenza che mi allieta, di cui sono intimamente grato, poiché è un esempio per non darsi sconfitti, per tenere duro, per vedere una speranza dove sembrerebbe esserci soltanto timore, incertezza, sipario.
Lo dico per ciascuno che passa da qui, ma in particolare per uno dei tre sopravvissuti della fotografia di cui poco sopra tra parentesi ho scritto, mio coetaneo e nella sostanza fratello, che di tener duro in quest'anno bislacco ha più di tutti bisogno.

mercoledì 8 luglio 2020

Lo stile fatto persona (Buon viaggio Alberto)

Silenzio. Paralisi e silenzio per quest'ingiustizia che ti è capitata, il tuo lasciarci qui, senza parole da dirci, a ciglio asciutto, con il pudore delle lacrime trattenute (che di versarle hanno diritto le persone che ti sei scelto e che ti sono state accanto, prima, dopo e durante la malattia).
Oggi resto così, oggi riesco a dire nulla, oggi non posso neppure immaginare il dolore di Filippo, Arianna, Enrico, di Rossana. Un terremoto che sconquassa, un cielo nero che ammanta ogni cosa, un lama affilata che incide il petto e resta conficcata.
Non ti sono mai stato così intimo, né voglio sembrarlo ora, però ti conoscevo, soprattutto provavo per te affetto, simpatia, persino un po' di invidia, anche se l'invidia è il peccato che mi appartiene meno e sarebbe più corretto definirla ammirazione, stima.
Per venticinque anni - da che ci siamo incontrati la prima volta - ho considerato la tua famiglia "gemella" alla mia, per il tipo di coppia, per i figli avuti quasi in sincronia, anche se nelle fotografie voi siete sempre venuti meglio, un quadro che era per me una meraviglia e mi ha sempre fatto sentire un po' "sgaruppato", come se tra le doti tu avessi in più lo stile, l'eleganza.
Lo stile. Per me lo stile è e rimarrà sempre la tua cifra. Per le montature degli occhiali, per il modo di vestirti, per la postura del corpo, per il garbo con cui glissavi le cattiverie, per la dignità con cui affrontavi il male, la sfortuna.
Un'unica consolazione mi rimane: quella di ricordarti per sempre così, giovane, unita alla certezza che i tuoi figli porteranno fieri il testimone della tua presenza sulla terra.
Buon viaggio Alberto e scusa se ho avuto il coraggio di dirti il buono che pensavo di te soltanto quando ormai si intuiva "oltre il fumo umido del nebbione che ci avvolge, rosso, il disco della tua stazione".


venerdì 22 maggio 2020

Vincenzo io ti abbraccerò (La grandezza dell'umiltà)


Buono come un pezzo di pane.
Non a caso si chiama Mollica, pur se con l'accento sulla seconda sillaba.
Tra le molte interviste raccolte in questi tempi strani e stranianti, mi ha lasciato commosso quella che ha per protagonista proprio lui, Vincenzo Mollica, una vita alla Rai, al servizio della tv di Stato e prima ancora della cultura.
La aggiungo qui, su questa ideale bacheca, poiché in pochi minuti concede una lezione di vita, a testimonianza del cronista che è: un uomo che è diventato un'icona senza mai indossare una maschera.
Il modo di intendere il giornalismo; il rapporto sereno con la malattia; la vicinanza nel dolore verso chi ha sofferto una tragedia; la capacità di essere attuale, cogliendo lo spirito dei tempi, a cominciare dalla musica; lo stile unico, che non si è fatto influenzare dall'onda prepotente della televisione urlata...
In una dozzina di minuti, molte perle.
Ne riportiamo scritta una, poiché è il segreto per un'esistenza piena, serena (la sua, ma pure la nostra).
"Fellini una volta mi disse che era la curiosità che lo faceva svegliare la mattina. Ecco, io voglio continuare a essere curioso".









venerdì 3 aprile 2020

Zero certezze (E un dolore che schiaccia)


Per tutti, compreso me, è una parola, una preoccupazione, un pensiero. Teoria.
Per te è paura concreta, un terrore, l'angoscia ogni volta che squilla il telefono.
Un'ansia con cui vivi da giorni. Prima un sasso nella scarpa, quando tuo padre ha cominciato a tossire, qualche linea di febbre, il respiro più corto; poi un timore reale, la saturazione del sangue sballata, l'ambulanza chiamata contro il suo stesso parere, l'ostinazione affinché fosse curato; infine il precipitare nell'emergenza, le telefonate dal Pronto Soccorso, il ricovero in reparto, l'attesa infinita delle chiamate di un medico, le notizie a spizzichi e bocconi di ciò che sta succedendo ("Gli abbiamo messo il casco, è stazionario". "Sì è aggravato, lo dobbiamo intubare e sedare". "Qui non c'è più posto, lo dobbiamo trasferire in Germania". "Si sono liberati due letti, lo teniamo a Bergamo"...).
Diciamo tutti "capisco", ma non capiamo affatto. Finché non ci sei dentro, finché non provi sulla tua pelle cosa succede, finché nelle vene non circola quello star appesi al buio, in apprensione per qualcuno che ti è veramente caro, restiamo spettatori di un dramma nudo.
Io per primo - pur se mi è capitato di essere al tuo posto, sebbene in circostanze diverse - non ho contezza di ciò che provi davvero.
Si è soli, in questo tempo. Solo tuo padre, in un letto di ospedale. Sola tu, che non trovi pace un momento. Sola tua madre, nella stanza accanto. Sola tua sorella, nonostante la sua famiglia, i figli, il marito.
Una solitudine che schiaccia, a cui posso dare voce, non un sollievo, tanto meno una spiegazione (perché di fronte a questo, di fronte a ciò che capita a migliaia di persone in questi giorni, la ragione, la filosofia e persino la religione, hanno il pudore del giudizio sospeso, l'eterno responso alle domande di Giobbe, che dolore e sofferenza sono un mistero).
Perciò resto qui, muto, facendo l'unico gesto, seppur ideale, che posso: cingerti le spalle, abbracciarti, sentirmi fraterno nel dolore, anche se non è paragonabile al tuo.

P.S. Zero certezze. Sono quelle che ho, dopo quarantacinque giorni nel mezzo del tornado.
Aperture sì, aperture no. Chiudiamo tutto no, chiudiamo tutto sì. Mascherine no, mascherine sì. Virus nell'aria no, virus nell'aria forse, almeno un po'.
E così via, ogni giorno la sua pena e una lezione nuova, spesso a smentire la precedente.
Di certo abbiamo perso le parole e ci tocca cercarne di nuove, per raccontare ciò che sta accadendo.
Lo scrittore Raul Montanari sostiene che ne abbiamo abusato, adoperandole all'eccesso ("Spingendole al massimo, fino al tetto" dice lui, con una bella espressione, mimandola pure con le mani, "Sono stanco da morire". "Chiuso in casa impazzisco". "Stanotte non ho chiuso occhio"...), ricorrendo all'iperbole per descrivere ciò che è normale, spacciandolo per straordinario.
Così ora, con lo straordinario diventato concreto, non abbiamo più il vocabolario, lo abbiamo sprecato (quasi) tutto. Di contro, questo tempo gramo ci regala un'occasione: rimediare, ridando alle parole un peso, oltre che un significato.

domenica 8 marzo 2020

"Tutto questo si chiamerà l'anno scorso"


Ho scritto poco, anzi nulla, adempiendo a un disorientamento, che mentre tutti sembrano maestri io mi sento ancora più allievo.
Non giudico gli altri, preferisco per me stesso il silenzio, anche perché "Finché le parole sono nella tua bocca, sei il loro signore, quando sono uscite sei il loro servo".
Vivo ciò che sta accadendo, come tutti, navigando a vista, a volte illudendomi di intravedere una rotta già nota, altre comprendendo che per ciascuno di noi è un mare aperto, inesplorato, e anche i marinai più esperti (virologi, medici, statitistici, funzionarii, scienziati, politici...) ne conoscono al più un breve tratto, quello che riguarda le loro competenze, ma scenari, scelte complessive e possibili ricadute sono simili a un tiro di dadi, appartengono all'azzardo.
Pesco il buono, come cerco di fare sempre, per tutto, astenendomi dalla facili critiche e trovando gusto nello scoprire del bicchiere il mezzo pieno, provando a essere positivo, aggrappandomi alla storia, alle prove che le porzioni di umanità hanno vissuto in passato e che hanno condotto fin qui, cavando sempre del bene anche dal gramo.
E quando proprio sono in difficoltà, quando l'incertezza ha la meglio, quando l'apprensione o lo sgomento o la confusione prendono il sopravvento, mi porta conforto il proverbio bosniaco che recita: "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso".
Già. Passerà, come passa ogni cosa, per epocale che possa essere questo tempo diventerà soltanto un ricordo.

P.S. Diventerà soltanto un ricordo, è vero, e proiettarsi oltre l'ostacolo del tempo è una consolazione e insieme un appiglio. Tuttavia la dignità con cui lo affrontiamo, le prove che supereremo, l'esempio che in ogni istante diamo ci accompagneranno e definiranno di noi stessi un profilo, l'immagine che vedremo a lungo, guardandoci allo specchio. Poterlo fare, fissandoci negli occhi, confessandoci di essere stati coraggiosi ma al tempo stesso responsabili, credo debba essere la stella polare, per ognuno.

sabato 14 dicembre 2019

Un metro davanti a me (Cosa c'è oltre la maschera)


Eri un metro davanti a me, bella come sempre, in mezzo a tuo marito e tua figlia, che aveva in braccio il nipotino, anch'egli una meraviglia.
Eri un metro davanti a me e sarebbe stata una normale mattina, se sul viso tu non avessi avuto una mascherina, di quelle verde latte e menta, che usano i medici quando intervengono o gli infermieri o le persone malate, che non possono permettersi un'ulteriore acciacco, neppure un banale raffreddore, un'influenza.
Eri un metro davanti a me e quando gli sguardi si sono incrociati hai sorriso, serrando lievemente gli occhi, come sempre, come fai con tutti, per una spontanea forma di cortesia, mentre io pensavo a quanto mi avevano già detto, al male che ti ha cinto il petto, che si è insinuato nella carne e che fatica ad andare via.
Il tempo è volato e non ho avuto il coraggio né l'occasione di fermarmi, di chiederti come va, di dirti che faccio il tifo per te, che so quanta tribolazione nasconda l'apparente quiete, del carico che sulle spalle porti insieme con la tua famiglia.
Lo so perché l'ho vissuta, perché l'ho riconosciuta nell'espressione di tua figlia, anch'essa sorridente, fino a quando gli hai accostato la bocca all'orecchio e detto due o tre parole, mentre lei annuiva e continuava a sorriderti, tranne nel momento preciso in cui ti sei voltata e la sua espressione in un lampo è mutata, come chi viene colpito alla bocca dello stomaco, chi perde fiato, chi riceve una brutta notizia o ricorda quanto sia la situazione precaria.
In quell'istante ho percepito il suo dolore, la sua ansia, la preoccupazione di una figlia che ha da poco sperimentato la gioia più grande, quella di diventare a sua volta madre, ma sente in pericolo la persona a cui è più legata, tu, sua mamma.
Io non so cosa riserverà il destino, il caso, la vita. Ho pianto quindici anni fa per persone che sembravano avere i mesi contati e che sono invecchiate serene, vivendo tuttora in pienezza, mentre altri per i quali pareva poco o nulla ci hanno lasciato senza neppure il tempo di un Ave Maria.
Per questo dico che non lo so, tuttavia conosco e sono partecipe dell'apprensione tua e di chi ti vuole bene e di tutti coloro che vivono una simile vicenda, specialmente in questi giorni che precedono la festa e in cui tutti corrono e nessuno si ferma.
Tu a fermarmi mi hai costretto e lo considero un dono, che contraccambio abbracciandoti idealmente e dicendoti che non sei sola, anche se sola ti senti, come chiunque passa dalla soglia stretta e spinosa della malattia.

mercoledì 23 ottobre 2019

La nonna bambina (Prima che sia tardi)


"I filari di pomodori sono pronti, così pure i cespi di lattuga, le piantine di basilico, il rosmarino.
La cicoria no, verrà piantata nel fine settimana prossimo venturo.
Vangare l'orto è stato il regalo per la festa della mamma che ho fatto a mia madre. Venti metri quadri di giardino fuori casa che lei, con puntiglio e senza eccessivo entusiasmo, coltiva ogni anno.
La osservavo domenica, alle prese con le erbacce, zappino in mano, distratta per qualche ora dagli acciacchi e dalle malinconie dell'età, mentre pensavo che ci sono feste più ingiuste di altre, poiché figli lo siamo tutti, mentre madri alcune donne non lo diventano, chi per scelta, chi per un capriccio del destino, chi per disgrazia".

Ho ripescato queste parole scritte a maggio di quattro anni fa e sparite, dimenticate in un anfratto da talpa di questa prateria tecnologica.
Mi fanno tenerezza, specie quando descrivono mia madre, la cui età per me s'è fermata in una data indefinita di venti o trent'anni fa.
Lei nel frattempo è invecchiata, io non me ne rendo conto, osservandola settimana dopo settimana e non cogliendo quelle differenze che, ne sono certo, mi impressionerebbero se guardassi due sue fotografie, una scattata dieci anni fa e una ora.
Con lei sono spiccio, sbrigativo, solerte nell'invitarla all'azione, scherzandoci sopra, sostenendo che lo faccio per lei, per tenerla vispa.
La verità è che la gusto poco, resto in superficie, non mi "collego" come dovrei, affinché l'esperienza comune sia intensa, vissuta.
So che lo rimpiangerò, che prima o poi non ci sarà più o non godrà di una salute dignitosa, e me ne pentirò, mi renderò conto di tutti gli "avrei potuto" sprecati, scivolati via.
Rimediare ora, ripromettersi chissà quali cambi di rotta so che sarebbe una bugia.
Mi limito a un impegno, da qui alla prossima settimana: di starle accanto un po' di più, di non avere fretta, di guardarla con occhi di comprensione, di ascoltarla, di goderla, di abbracciarla più a lungo di quanto faccio di solito, quando la tengo tra le braccia e chiudo gli occhi e sento la pelle della sua guancia morbide attaccata alla mia, e mi pare che d'un lampo non sia più una mamma, una nonna, ma sia diventata di nuovo bambina.
Devo farlo per lei, per me e più ancora per rispetto delle persone che vorrebbero farlo con la loro e non possono più, perché il tempo ha già fatto da cesoia e non concede nessun miracolo, almeno su questa terra.

(A proposito di "nonna bambina", la vera "nonna bambina" credo sia la mamma di Fulvio e Danila, che con l'età e il male che ne contagia la mente è diventata d'una dolcezza infinita).

sabato 31 marzo 2018

La mano nella tua


https://www.flickr.com/photos/lyonora/7924740076/in/album-72157631399347174/
Mi hai tenuto la mano nella tua, per tutto il tempo, la pelle morbida quanto quella di un bambino e anche sul volto era distesa, liscia, senza un ruga nonostante gli anni e il male che, dice mia madre, ti ha scavato nel profondo.
Non ci vedevamo da anni, sapevo che ti eri ammalata, ma come al solito ho badato più a correre, rimandando di mese in mese, di giorno in giorno.
Oggi mi sono deciso, ti ho trovato nel letto di un ospedale, debole eppure serena, con gli stessi occhi chiari e mansueti e dolci che ricordavo.
Hai l'età di mia mamma, tuo marito è stato il miglior amico di mio padre, sono cresciuto frequentando casa vostra e andando in vacanza insieme, quando ero piccolissimo. Poi i momenti d'incontro si sono diradati, non a scapito della qualità: bastava una visita, un saluto, un bacio, un abbraccio, per riportare quell'intimità che distingue l'amicizia autentica dalla conoscenza vaga, il bene profondo da quello blando. Le occasioni più piacevoli erano le serate in cui vi venivamo a trovare e si chiacchierava tutti insieme fino a notte fonda, io poco più che ragazzo, al pari dei tuoi figli, tuo marito mattatore indiscusso, come sanno esserlo coloro che non conoscono vie di mezzo ed esiste soltanto il niente o il tutto. Tornando a casa, in auto, con mio padre e mia madre commentavamo i discorsi fatti, tornavamo a ridere delle battute, talvolta mi addormentavo, altre invece finivo per cantare con mio papà, che aveva voce di tenore e quando era allegro non risparmiava il fiato.
Mi hai fatto un regalo oggi, ricordandomi che nella vita più di tutto importa perdonare e voler bene, cominciando da chi ci è vicino. Augurio migliore non potrebbe esserci per la giornata di domani, che è Pasqua di risurrezione e ci rammenta che anche se noi prima o poi ce ne andiamo, sempre vivo rimane ciò che c'è di mite, di buono.

giovedì 26 marzo 2015

La terza volta (ipocondria portami via)

Foto by Leonora
Sono morto almeno due volte. Senza contare le occasioni infinite in cui saluto tutti per bene, prima di un viaggio o di un'assenza prolungata da casa, tipo adesso che sto a Bergamo tre o quattro giorni di fila e quando parto saluto Giorgia con un siparietto, tra l'ironico e il tragico.
La prima volta che sono morto non ne ricordo il motivo esatto, l'acciacco da cui tutto era scaturito, ma ho in mente la sensazione di desolazione assoluta e certezza che fosse giunto il momento.
La seconda volta invece era per un cancro ai polmoni, alle pleure, meglio, come mio padre. Sarà stato un quattro o cinque anni fa e avevo un dolore fisso, lancinante, tra le scapole, quando respiravo. Mi ero convinto a tal punto che per un giorno o due avevo pure perso l'appetito e anche se non lo dicevo a nessuno, tranne forse a Isabella, in me maturava lucida, limpida, apparentemente incontrovertibile, la consapevolezza che fosse tutto inesorabile e già scritto. Bastò una semplice visita dal medico per chiarire che non c'era nessun tumore né decesso imminente, al più una cattiva abitudine alimentare dovuta al lavoro (ho ritrovato il resoconto di allora).
Domenica, dopo aver corso per un'ora abbondante a passo spedito, quasi dodici chilometri tra boschi e asfalto, mi sono accorto che avevo rossa la punta del naso. Un color rubizzo senza gonfiori apparenti né dolore. Soltanto un centimetro quadrato di tinta più rosa del solito. E' stato sufficiente quello per un'anamnesi a tempo zero, ricordando che in effetti nelle settimane passate avevo notato qualcosa di simile, sopra il sopracciglio e poi sulla fronte, come se i capillari si fossero rotti o il sangue fosse più liquido. Poi, per quelle strane associazioni da ipocondriaco, in un angolo del cervello mi si è accesa la lampadina, illuminando il volto del mio vicino, nonché socio di mio padre, che qualche anno fa aveva cominciato con qualcosa di simile, al naso, scoprendo dopo vari tentativi che si trattava di un male ostico, che fa spavento soltanto a nominarlo. Da allora un peso alberga in me, ospite ingombrante e indesiderato, reso più lieve quando invece di tenermelo dentro, di coltivarlo o di coccolarlo, lo sputo fuori, raccontandolo. Il medico intanto mi ha dato una pomata, che io spalmo con puntiglio e velata costernazione, incrociando le dita affinché non sia nulla di grave, ma preparandomi a morire per la terza volta, di nuovo.
P.S. Già sento i commenti quando accadrà, davvero: "Oh, non aveva niente, sempre sano come un pesce, negli ultimi cinque anni neanche un'influenza e poi zac! Ah, che destino...". Qui ci starebbe un sorriso, un emoticon. Mettetelo voi, pur senza vederlo, e se proprio non vi viene, ricordate la frase che fece scrivere l'ipocondriaco sulla sua lapide: "Ve l'avevo detto che non mi sentivo bene!".

domenica 4 gennaio 2015

La quinta traccia (disciplina e lavoro)

Foto by Leonora
Abitudini, stili di vita, tradizioni che appartengono a chi mi ha preceduto, di cui sono testimone diretto e che meritano di essere tramandate, per ricordare chi siamo, la radice da cui proveniamo.
Quattro esempi li ho già fatti l'altro giorno, oggi ne aggiungo un quinto: la disciplina del lavoro.
Potrei citare i miei genitori, che non si curavano particolarmente del rendimento scolastico, ma erano irremovibili sul fatto di non farmi saltare le lezioni. "Io vado a lavorare, tu vai a scuola. Punto" sosteneva mia madre, incurante delle mie lamentele per presunti mal di pancia mirati a saltare qualche interrogazione o un compito in classe. Pure le rare volte in cui la sceneggiata riusciva benissimo e potevo restarmene a letto il suo rammarico era tale che mi condizionava, facendomi sentire un poco di buono, impedendomi di gustare quella vacanza inaspettata, inducendomi ad evitare un tale espediente meschino nei mesi a venire.
Potrei ricordare Ambrogio, il socio di mio padre, che si ostinava a guidare il camion e a caricare e scaricare rottami anche con il piede ingessato o con le gambe ustionate dall'acido. Mio padre stesso in un solo giorno riusci a tagliarsi un polpaccio, andare al pronto soccorso, farsi dare una quindicina di punti di sutura, tornare a casa, dare una mano al suddetto Ambrogio, che fece improvvidamente cadere un ferro, che colpì mio padre al capo, così da doverlo far tornare per altri sette punti al pronto soccorso (avrò avuto quindici anni ed era estate, per cui al pomeriggio andavo all'oratorio ma al mattino ero con loro e ricordo nitidamente l'espressione del medico che ci accolse per la seconda volta esclamando sbalordito: "Ma come? E' ancora lei?").
Mio padre non era un eroe e neppure Stakanov. Semplicemente funzionava così.
Il papà della mia amica Anna, che faceva il barista, sei giorni su sette si alzava all'alba e tornava a casa che era sera da un pezzo. Così Angelo, che ha dato i natali a Stefania e Antonello e aveva un distributore di carburante a Lipomo.
Non era una prerogativa di chi lavorava in proprio, pure i dipendenti erano della stessa pasta, sia nel privato, sia nel pubblico. A Lurate ad esempio c'era una maestra elementare, Daniela Ortelli, che abitava sul lago, ad Argegno, e non mancava mai un giorno: persino quando nevicava forte, chissà come, lei era sempre puntuale, imperturbabile come Mary Poppins quando arriva con l'ombrello.
Potrei continuare a lungo, mi fermo qua, poiché ciò che volevo dire (e far capire) l'ho già detto.
Mi preme soltanto aggiungere che pur se quel senso del dovere in troppi casi si è smarrito, in molti è tuttora presente, anche se fanno più notizia gli sciagurati otto vigili ogni dieci che a Roma danno forfait per malattia la notte di Capodanno e gli altri mille casi di "lavativismo" cronico.
A Natale, ad esempio, mio cugino Fabrizio è arrivato leggermente tardi al pranzo in famiglia, poiché invece di addentare lui qualche prelibatezza era stato a sua volta morso, al braccio. Cose che capitano quando si fa l'operatore socio assistenziale e si lavora con ragazzi problematici, ma dopo esser stato medicato, senza fare drammi ha finito il turno e il giorno dopo si è regolamente presentato. L'ha fatto senza fanfare, né pretendendo che gli fosse appuntata una medaglia al petto, semmai in silenzio e con un filo di ironia, come avrebbe fatto suo padre e prima ancora nostro nonno, non per costrizione, per paura o per brama di denaro, bensì per senso del dovere, qualcosa di innato. Un'etica potrei anche definirla, che prescinde la punizione per chi non la rispetta e riguarda più la coscienza, lo stare in pace con se stessi, il sentirsi "a posto". Una moneta che non ha prezzo ma per chi la possiede vale moltissimo.