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sabato 4 maggio 2024

Prometto (Dietro ogni donna...)

Prometto che ti sosterrò, anche se sono stato la persona che più ti ha messo i bastoni tra le ruote, colui che ha tramato e brigato, alla luce e nell’ombra, affinché ti tirassi indietro, ti dedicassi ad altro, scegliessi pace, tempo libero, vacanza.
Prometto che ti sosterrò, perché tu sei fatta così: la persona più fragile e insieme più forte che conosca. E anche stavolta hai dato a tutti noi, cominciando dai nostri figli, una lezione del coraggio che a me manca, mettendoti in gioco, accentando il rischio, affrontando una sfida.
Prometto che ti sosterrò, perché hai molti difetti - come tutti - ma sei certo generosa e trasparente, limpida e tutta alla luce del sole, mai voltafaccia o doppia.
Prometto che ti sosterrò perché grazie a te esercito ogni giorno (con fatica) le virtù della pazienza e della tolleranza, resistendo alla tentazione di parlare o pensare male di chi ha fatto altre scelte, ricordando che chi si impegna al giorno d’oggi merita sempre e comunque riconoscenza.
Prometto che ti sosterrò, e se non faccio pubblicità smaccata, con tanto di frasi ad effetto e foto di famiglia felice, è perché noi non siamo una famiglia felice, da copertina, come credo non lo sia nessuna. Ma essendo da trent’anni esatti una famiglia viviamo moltissimi momenti felici e in quelli ardui, impervi, ci sosteniamo a vicenda.

P.S. Prometto che ti sosterrò, perché tu lo hai sempre fatto con me. E perché dietro una donna in gamba... c’è sempre un uomo di cui quella donna si è presa cura.

giovedì 27 luglio 2023

Mario Landriscina (Il non ancora sindaco)

Tutto passa, tutto se ne va. L'ho scritto allora, vale altrettanto adesso.
È passato anche lui, da sindaco di Como, ma questa è un'altra storia e forse pure lui un altro uomo rispetto a quando l'avevo intervistato.
E io, che lavorando nel frattempo a Bergamo non ho potuto seguirlo nell'esperienza amministrativa del capoluogo lariano, non saprei dire se abbia fatto bene oppure male, anche se certo la fine del suo mandato ha sancito un’abdicazione o, a leggerla con occhi altrui, un fallimento.
Come mai sia successo, cosa sia veramente accaduto, quale sia lo snodo dirimente tra amministrare bene - per giudizio quasi unanime - un'unità operativa fondamentale nel comparto pubblico ed essersi invece incartato nella gestione di giunta comunale e consiglio, non sapremmo dire.
Soltanto la storia, forse, potrà farlo, restituendo un giudizio meno miope e presbite, sia sul dritto, sia sul rovescio. Certo è che mi piacerebbe incontrarlo di nuovo e di nuovo chiacchierare con lui, senza filtri, da uomo a uomo, per sentire la sua versione della storia, prestando ascolto per una volta al lupo e non alla versione della storia narrata dal cacciatore e da Cappuccetto Rosso.

La mano sicura al volante. Brezza che sfiora il viso, fa socchiudere gli occhi e i capelli scompiglia. Liberi e leggeri. Senza paura né meta. Padroni di sé, del proprio destino, del mondo. Rombano il cuore e il motore. Una curva. Il cigolio dei freni sulla strada, le ruote che strisciano. Terrore, in un colpo. Lo schianto. Buio e silenzio.
Poi le luci, che brillano, lampeggiano, accecano. Rumori. E voci. Cento voci, confuse. Gente che urla, ordina, grida, invoca, si lamenta, piange, implora, prega, impreca.
Una vita, legata a un filo di speranza. Quel filo è in mano loro: gli uomini del 118. Mario Landriscina ne è il capo.
«Sono stato nominato da altri - dice - ma ho la convinzione di essere stato scelto da loro». I suoi ragazzi, volontari compresi. Una squadra.
È chiamata “unità operativa” e non è un caso. La coesione è palpabile. «Devo dire che siamo un buon gruppo». Famiglia, suggeriamo noi. «No, non siamo una famiglia» ribatte lesto lui. «Sarebbe un errore. Uno sbaglio che per primo ho fatto io. Quando sono arrivato avevo l'illusione che si potesse andar tutti d'amore e d'accordo, ma non è stato così. Con gli anni ho capito che è giusto rispettare le amicizie individuali e le personali antipatie. Ciò che conta è la disponibilità a lavorare insieme per un obiettivo».
Non occorrono molte domande per farlo parlare. Riflette a voce alta. Intimo e dolce, nell'istante in cui dimentica di aver accanto un interlocutore in carne ed ossa o quando intravede avanti a sé non il cronista, ma l'uomo che ascolta. In altri momenti, più lezioso. Quasi retorico. Una retorica, però, fatta di lettere minuscole. Che bandisce il motto e l'iperbole linguistica.
«Credo nell'autorevolezza che viene dall'esempio. Dobbiamo avere l'ambizione di porre l'uomo al centro dell’attenzione, affinché il singolo individuo cambi atteggiamento e il “sistema popolazione” cresca in cultura».
Cultura della vita. Un'espressione che usa sovente, associandola a un’altra: prevenzione.
«Ho girato molte scuole, con l’amico Roberto Campisi, comandante della Stradale, per sensibilizzare sull'importanza di essere prudenti, di usare il casco. Uno sforzo che comincio a pensare inutile. Lo scriva pure».
Una constatazione amara. Gli incidenti continuano ad accadere e nella quasi totalità dei casi sono gravi proprio perché non sono rispettate le norme minime di sicurezza.
Man mano che il suo discorso procede, tuttavia, si comprende che sull'altare della prevenzione Landriscina è disposto ad immolarsi ancora, continuando nella vita di tutti i giorni a professarne il verbo.
«Ho visto che è arrivato con il casco in testa, bravo. Sarei più tranquillo se usasse quello integrale».
Per quanto possa essere sprecato, ogni parola di buon senso fa valer la pena di impiegare il fiato. La sua non è una resa, bensì una provocazione.
Un modo di pungere. Proprio come fa per argomenti che conosce altrettanto da vicino. A cominciare dalla sanità.
«Sul futuro del Sant'Anna i politici non hanno progetti poiché assorti in altri pensieri e dominati da un male terribile: il pensare al quotidiano».
«Bisognerebbe avere il coraggio di interrogare i bravi medici che dai vari reparti se ne sono andati, per capire le ragioni di una scelta che, son certo, è stata sofferta».
«Dei nostri stipendi bassi non parlo, ma posso assicurare che qui nessuno si ferma per denaro. Esiste piuttosto uno sconosciuto motivo che ci tiene legati a questa struttura. Se però mi fosse chiesto in cosa questo motivo consiste, non saprei cosa rispondere».
«Sventurato è l'ospedale che non ha studenti e che non investe in ricerca».
Grande e grosso, sotto gli spessi baffi, Landriscina sa esser burbero.
«Ci sono state persone che hanno deciso che la nostra unità operativa non era il loro posto» esclama a un certo punto, non sorridendo nemmeno dell'eufemismo usato.
«Nel nostro servizio non possiamo permetterci un difetto di disciplina. Insieme stabiliamo le regole, a me spetta il compito di verificare che siano rispettate».
Severo. Persino duro, quando serve. O, meglio, rigoroso. Come suo padre.
«Sono nato poco dopo la fine della guerra. Vivevamo, a San Donnino. Mio papà era un insegnante. Fu maestro elementare, poi diventò professore alle superiori. Aveva un altissimo senso del dovere e voleva bene alla sua gente. Un tumore se l'è portato via, ma ricordo con piacere anche il tempo della sua malattia. Parlavamo a lungo».
Tutto passa, tutto se ne va. Alla precarietà Mario Landriscina è abituato. Precaria è la vita di chi viene soccorso dal 118 ogni giorno. Precaria la sua occupazione, primario non di ruolo. Precario il posto in cui lavora, una scatola prefabbricata, con pavimento che scricchiola sotto i piedi e pareti di latta che tremano quando l'elicottero, pur distante, si alza in volo. Eppure, in nessun altro luogo in cui siamo stati, abbiamo avvertito tanto nitido il senso dell'ordine e dell'efficienza. Il servizio di emergenza è un lavoro di frontiera e non ammette distrazioni o debolezze.
«Ho scelto la facoltà di medicina per una visione romantica di questo mestiere. Per quanto riguarda la specializzazione, è stata un caso. Un'amica del nostro gruppo di giovani rimase coinvolta in un incidente e io ebbi il compito di accertare come stava. Così conobbi il dottor Cesare Matteucci, il mio maestro».
Una cerchia, quella dei maestri, a cui non ci stupiremmo se venisse iscritto lo stesso Landriscina. Un ruolo che non è codificato sulla carta, bensì conquistato sul campo, mettendo in discussione sé stessi. Un titolo che appartiene a pochi: tutti coloro che hanno imparato come, nella vita, non si smetta mai di imparare.

17 settembre 2000

martedì 4 luglio 2023

Emilio Gelpi (Il sindaco ostinato)

Due fratelli, intervistati a un anno e mezzo di distanza l'uno dall'altro.
Li metto in fila qua, non per caso.
Insieme testimoniano ciò che delle memoria ho scritto ieri: è un setaccio in cui scorre tutto e trattiene pochissimo, raramente a comando.
Di Emilio Gelpi, ad esempio, non ricordo nulla, tanto che rileggendo l'intervista di allora ho lo stupore che spesso provo per parole che sono uscite dalla mia testa ma che paiono scritte da qualcun altro. O meglio, riconosco lo stile, se me le porgessero su un foglio bianco, senza firma, le riconoscerei, ma per istinto, non tramite ragionamento.
E pensare che molto ci sarebbe da rammentare, di quell'incontro. A cominciare dai sentimenti umani che una persona - pur posata, pacata, estremamente razionale - prova, senza infingimento. Siamo fatti di carne e sangue, non soltanto di cervello. Ci scaldiamo, appassioniamo, animiamo, non riusciamo a trattenere i moti dell'istinto, così dopo cinquantadue anni (mezzo secolo!) di sindaco, invece di passare con signorilità la mano, ci si impunta, ci si picca, si sente - "sentire" è il verbo adatto - di aver subito un torto.
Ecco, Emilio Gelpi ora che lo guardiamo da qua, da lontano, ci è più simpatico e un posto nel pantheon dei "memorabili" se lo è ritagliato, imperituro monito alla constatazione che "più si ha, più si vorrebbe", più si avvicina il passaggio del testimone, più a quel testimone noi esseri umani ci aggrappiamo.

In un foglio bianco, trenta righe d'inchiostro hanno chiuso le imposte su cinquantadue anni di storia.
«Sto scrivendo le dimissioni» ci aveva risposto ieri l'altro, l’avvocato Emilio Gelpi nel giorno del primo consiglio comunale dalla fine della guerra che, in qualità di sindaco di Castiglione Intelvi, non avrebbe presieduto.
Lo immaginavamo stanco, disilluso, rassegnato. Pensavamo a due frasi di circostanza, ad un commiato breve e formale di chi non ha nulla da rimproverarsi, ma neppure altro da dire.
Sbagliavamo.
Di primo acchito, vedendolo canuto ed esitante nel passo, avevamo creduto che al massimo dalle scarpe si sarebbe tolto qualche sassolino, non una carriola intera di massi.
«Con la presente comunico le mie irrevocabili dimissioni da Consigliere, non ritenendo di poter condividere il risultato delle elezioni perché - lungi dall'essere la normale espressione di una leale e corretta consultazione democratica - appare frutto fin troppo evidente di una ben preordinata manovra chiaramente diretta a proteggere interessi privati e non il bene pubblico e poggiata su smodate ambizioni di potere e di comando di chi poi non si accorgerà nemmeno di non gestirle autonomamente».
Parole forti. Non le sole.
«Sono spiacente e rammaricato di dover compiere questo gesto nei confronti del mio paese, al quale ho dedicato disinteressatamente tutta una vita, con passione e volontà di farlo progredire sotto ogni aspetto, nonché riguardo ai numerosi elettori che, anche in questa tornata, hanno avuto fiducia in me e nei componenti la lista a me collegata: li ringrazio cordialmente con grande riconoscenza ed altrettanto faccio nei confronti dei miei compagni di lista e di tutti coloro che hanno attivamente collaborato per un esito positivo che purtroppo è mancato in conseguenza della anormalità ed antidemocraticità con cui appare essere stata pilotata la recente consultazione elettorale, anche con inqualificabili insinuazioni su fatti e situazioni personali. E così vedo chiudersi, con grande amarezza, i miei rapporti con l'amato paese di Castiglione, non tanto per il responso contrario uscito maggioritario dalle urne, ma per il modo con cui è stato raggiunto tale responso, che ritengo conseguente soltanto al comportamento scorretto e sleale di pochi che hanno purtroppo coinvolto tanti elettori, se pur inconsapevoli di compiere un gesto gravemente offensivo nei miei confronti».
Un’offesa. Come tale ha interpretato la sconfitta e in quanto tale ha replicato. Usando l'unica cartuccia che gli sia rimasta in canna: lo sdegno. Un sentimento che impugnato da un giovane non meriterebbe altro che di esser censurato, ma in mano a questo ottantacinquenne indomito, che in vita sua ha sostenuto migliaia di cause, predisponendo personalmente solo il pagamento di tre o quattro parcelle, suscita invece rispetto e commozione.
Passano i tempi.
È passato anche il suo.
Un dato di fatto che ha dovuto subire, senza però inchinarvisi.
Vestito e curato di tutto punto, seduto dietro una spoglia scrivania in un troppo ampio e luminoso ufficio in via Grassi a Como, l'avvocato Gelpi ci porge la lettera di dimissioni con la gravità delle consegne scottanti.
«È il paese in cui sono nato, ma non vi metterò più piede» ribadisce duro e amareggiato.
La prima volta che diventò sindaco, i cannoni della seconda guerra mondiale avevano smesso di tuonare da pochi mesi. Il giovane Emilio, laureato da un lustro, cominciava a muovere i primi passi nella professione che già suo padre Nicola, scomparso prematuramente e la cui stinta immagine in tenuta militare campeggia tuttora alle spalle del figlio, aveva esercitato proprio a Castiglione. Fu eletto democraticamente e ricevette la nomina a primo cittadino dalle mani dei rappresentanti locali del Comitato di Liberazione Nazionale. Era il 1947. Cinquantadue anni dopo, a malincuore, quel posto l’ha dovuto lasciare.
«Hanno detto persino che ho favorito i miei interessi, quando io in paese non ho neppure una casa, né un centimetro quadrato di terra. Mi spiace di non aver potuto concludere personalmente l’ultimo grande progetto che avevamo iniziato: la caserma dei carabinieri. A Castiglione ho dedicato ore e ore del mio tempo e adesso che è finita non mi sento sollevato, ma solo deluso».
La lingua batte dove il dente duole. Dieci volte abbiamo tentato di distoglierlo dalle vicende amministrative ed in altrettante occasioni egli, con ostinazione, vi è ritornato. Soltanto quando abbiamo cominciato a chiedergli della famiglia, l'avvocato Gelpi ha allentato la tensione e si è lasciato trasportare dagli affetti.
«Io e mia moglie Giovanna abbiamo cinque figli. L'unica femmina è Maria Vittoria. Poi ci sono quattro maschi: Francesco, Enrico, Paolo e Carlo».
Una nutrita schiera. Enrico, oltre ad esser un avvocato affermato, a Como è noto come presidente del’'Automobil Club Italiano.
«Ah, quello è nato corridore. Le macchine son sempre state la sua passione. Ricordo che, quand’era piccolissimo, già faceva il matto per salire sulle mie ginocchia per guidare la nostra 1400 Fiat. Ora è lui che, aiutato da mia nuora, manda avanti lo studio legale».
La giurisprudenza i Gelpi devono averla nel sangue. A cominciare dal capostipite Nicola e dai suoi figli Lino, ex sindaco di Como ed Emilio, appunto. Per non tacere dei nipoti, Enrico, ma anche Carlo. Quest'ultimo, infatti, si è dedicato agli studi di legge, optando però per il ramo notarile.
Chi invece di norme, regole e pandette non ne ha voluto sapere è Francesco, il quale si è laureato in sociologia e da ormai alcuni anni amministra in territorio svizzero una comunità per il recupero dei disabili, mentre Paolo ricalca sì le orme del padre, ma non in ambito professionale, bensì seguendolo nei passatempi.
«Il mio hobby è sempre stato il “fai da te”. Nella casa che abbiamo a Casasco ho allestito un autentico laboratorio, con tanto di banco di lavoro, smorza, attrezzi e saldatrice per lavorare il ferro. Nei fine settimana mi dedico alle riparazioni a tempo pieno. Con somma mia gioia personale e disappunto di mia moglie che è solita dire: “tieni queste pentole da aggiustare, così le rompi del tutto”».

venerdì 24 maggio 2019

Io sto con (nonna) Anna


Questa volta non me l'hai detto, sono certo tuttavia che l'hai pensato, perché in cinque anni sei cambiata parecchio, non nell'essenza, nella donna concreta che sei, che le chiacchiere vanno bene ma poi bisogna badare ai fatti, come mi dimostri spesso, a casa innanzi tutto.
"Certo che tu... non mi hai portato un voto" mi avevi detto la volta scorsa, la prima in cui ti candidavi a consigliere comunale, con quell'ingenua esuberanza che è il carburante migliore per chi davvero vuole cambiare le cose, come in effetti poi insieme con i tuoi colleghi hai fatto.
"Certo che tu... non mi hai portato un voto" mi avevi detto, tanto che io un po' per difendermi, un po' perché ho stima per la persona che sei, ne avevo tratto lo spunto per un post, in cui raccontavo divertito che eri talmente entrata nella parte che ormai ragionavi soltanto in termini di voto.
Quel tempo, quella tensione è tornata puntuale cinque anni dopo, oggi, dopo che hai deciso di ricandidarti, senza essere snob, come invece sarei io, che di chiedere il voto mi vergognerei, che mi sembrerebbe una mancanza di gusto, di tatto. Sbagliando. Perché hai ragione tu ed è una delle tante lezioni di cui ti sono grato: occuparsi del bene pubblico non è un favore che si fa, è un impegno che si prende, e cercare il consenso ha altrettanto valore di risolvere i problemi grandi e piccoli che in un paese ci sono.
Non starò qui ad elencare le mille faccende di cui ti sei occupata, né lo stile con cui l'hai fatto, né la dedizione assoluta che hai dimostrato, con una presenza quotidiana in Comune e soprattutto in mezzo alla gente, dove ti trovi a tuo agio. Non lo faccio perché chi ti conosce lo sa benissimo e ti apprezza per questo, mentre gli altri faticherebbero a comprenderlo appieno.
Semmai mi interessa dirti grazie perché hai portato in casa nostra, nella nostra famiglia, una passione civile che è sempre stata un mio pallino ma che da solo, da spesso assente quale sono, non avrebbe contagiato nessuno.
A volte, quando tornavo da Bergamo e ti trovavo a parlare del Comune con Giorgia, con Giacomo (con Giovanni meno, è ancora "piccolo" e giustamente spesso l'ho sentito lamentarsi con un: "Eh ma che due scatole!!!") mi si riempiva il cuore, vedendo in voi me stesso, con mio padre, trent'anni prima, ma anche per la certezza che entrambi, discutendo, sareste cresciuti, avreste mutato le vostre posizioni di partenza, talvolta cambiando opinione, talvolta invece rafforzandola, poiché la discussione è una fucina e il metallo che ne esce è sempre migliore di quello grezzo.
Il vero miracolo l'hai fatto però con mia madre, la "nonna" Anna, che di certe vicende non s'è mai occupata e anche adesso tende a disinteressarsi, eppure - grazie a te - è stata lei a intercettarmi e a chiedere e dire la sua, riferendo puntuale ciò che riportavano i giornali oppure le chiacchiere al bar, i complimenti e le lamentele, i pareri su ciò che andava fatto o quello che era meglio lasciar perdere.
E' capitato così che in Comune ci sei andata tu, ma portandoti appresso l'intera famiglia, il più piccolo ma al tempo stesso coeso Parlamento che la democrazia abbia mai sfornato.

P.S. Lo so, lo so pure adesso a cosa stai pensando. Questo: "Sì, grazie, però non hai scritto che la lista è "Vivere" e mi chiamo Dominioni di cognome". No, non è vero, non l'hai pensato, però adesso che l'hai letto t'è venuto in mente! Sorrido, perché sei unica, anche in questo.

martedì 19 dicembre 2017

Tendere la mano (verso tutti)


C'è chi invecchia male e chi peggio. Io peggio.
In tempi di brontolii esasperanti e di urla contrapposte mi capita di vivere, ad esempio, un fenomeno per il quale verrebbe da chiamare il medico o addirittura il pronto intervento, tanto appare curioso e raro: sento infatti una naturale pulsione ad andare d'accordo con tutti o almeno di prendere di ciascuno il meglio.
Di più! Non bastasse questa disposizione d'animo, che certo potrebbe essere giustificata dall'età che avanza e da un naturale addolcimento degli spigoli del carattere, noto con lieve sgomento che io nel trovare "le ragioni degli altri" addirittura mi applico, con ostinazione, pervicacia, reticenza persino.
Il pericolo, me ne rendo conto, è quello di cadere nel danno opposto, cioè non sostenere più le proprie, di buone ragioni, di essere tiepido e insignificante, peccando di ignavia e comportandosi come chi fa nulla e si fa scivolare addosso tutto.
Perciò scrivo queste righe, evitando il silenzio su un tema che mi è caro, poiché evidenzia parecchie contraddizioni del vivere contemporaneo.
La vicenda è presto riassunta: un'ordinanza dell'attuale sindaco di Como, che vieta l'accattonaggio in centro città tra dicembre e gennaio.
Apriti cielo! Tacito assenso di molti, proteste vigorose di altrettanti, con campo di battaglia dialettica la vera Austerlitz (o Waterloo) di questo scorcio di secolo: Facebook.
Senza lance, scudi, mostrine o pennacchi, mi armo di coraggio anch'io, lasciando traccia di qualche appunto sparso, senza pretese di esaustività, semmai con la pretesa di provocare una riflessione meno banale dell'ovvio, convinto come sono che su simili questioni non il monologo, bensì il dialogo, il confronto riescono a plasmare le coscienze e individuare i percorsi a misura d'uomo.

Buone (o per lo meno "accettabili") ragioni pro una banale ordinanza di ordine pubblico.
  • Vietare l'accattonaggio ha evidenziato un problema, invece di nasconderlo.
  • Consentire l'accattonaggio non è la soluzione di un problema, bensì l'ammissione di un fallimento, quello di una società che crea emarginazione.
  • In assenza di "presa in carico" e di regole il bisogno diventa abuso e l'abuso genera insofferenza, se non palese ostilità indiscriminata, aumentando di fatto l'emarginazione dei più deboli.
  • Quella del "povero buono", che "merita" di essere aiutato, è una retorica di cui si abusa spesso, tuttavia è pure la bussola che tuttora orienta la scelta della maggior parte delle persone nel concederlo o meno, un aiuto. Senza controllo e dunque discernimento non faccio del bene: al più me ne lavo le mani, come Pilato.
  • Spesso chi chiede l'elemosina è sfruttato a sua volta e consentire una presenza indiscriminata, senza controlla, alimenta il sopruso, favorendo in alcuni casi la criminalità.


Buoni (o per lo meno apprezzabili) motivi contro una banale ordinanza di ordine pubblico.
  • Apparteniamo a una tradizione umanistica e cristiana che da duemila anni a questa parte indica che non si voltano le spalle né tanto meno si bastona chi tende la mano.
  • La cultura contadina di cui siamo figli dà testimonianza, attraverso i nostri padri e ai padri dei loro padri, che una ciotola di minestra e un giaciglio asciutto, spesso in cascina e nel fienile, era garantito a chiunque.
  • Limitarsi al divieto, senza accompagnarlo da alcuna proposta, è ipocrita tanto quanto inveire contro il divieto: in entrambi i casi manca una presa di responsabilità.

In sintesi: possiamo discutere dei pro e dei contro con fermezza e al tempo stesso pacatezza,  invece di insultarci e azzannarci l'un l'altro? E' possibile, mi chiedo, una città che senza pregiudizi si metta "in relazione" con le persone che chiedono l'elemosina e se ne prenda carico? Possiamo, almeno tra noi, costruire ponti invece di muri, e fare in modo che le energie ora disperse litigando possano essere investite facendo insieme qualcosa di buono?

domenica 10 febbraio 2013

Un segno di vita (dall'hotel Mille Flebo)

Foto by Leonora
Raffaele tace spesso e lo rispetto ancora di più per questo suo comprimere emozioni e parole. Rosy, sua moglie, è più sanguigna, passionale, entusiasta. Discutiamo di politica con opinioni differenti ma senza arroccarci su partiti, schierimenti, bandiere da sventolare o da bruciare, bensì confrontandoci sui problemi concreti: scuola pubblica e privata, sanità, amministrazione comunale... Ci animiamo, talvolta alziamo pure la voce eppure l'amicizia, il rispetto per l'opinione altrui fa sempre premio sulle convinzioni personali e ci incontriamo sempre, anche quando restiamo distanti. Merito dell'estrema pulizia che distingue entrambi, con zero interessi e un solo interesse: il bene comune, le scelte migliori per una società più giusta, fraterna, libera.
Debbo a loro - oltre che a mia moglie Isabella e a mio figlio Giacomo - il cordone ombelicale che ancora mi tiene legato all'amministrazione del mio paese, che in tre anni mi ha visto passare da una cordiale accettazione del vincitore (il sindaco Palamara) a una siderale distanza fino all'insofferenza di questi tempi, poiché l'uomo tutto sommato mite d'inizio mandato s'è trasformato in un despota, che non sente ragioni altrui e fila dritto per la sua strada. Non discuto la facolta che ha di scegliere (è un suo diritto) ma il rifiuto del dialogo e la prepotenza con cui nei fatti cancella il dissenso. Raramente ho incontrato una persona che nei fatti nega così palesemente ciò che professa a parole: dice di essere il sindaco di tutti, non lo è. Non è il mio, ad esempio, e non lo è dal momento in cui dice: "Ascolto tutti ma ho già deciso". Mi spiace non tanto per il paese dove abito (ne ha viste delle brutte, sopravviverà anche a questo) bensì per lui, perché aveva un'occasione di riscatto politico e personale e invece ha preferito il bastone del comando all'arte del governo. Pazienza.

P.S. A proposito di amministrazione. Ieri l'altro, spulciando tra vecchie mail, ho trovato questo messaggio di auguri (tutto in minuscolo) dell'allora vice sindaco, Renato Riva. Era il 24 dicembre del 2008. Mi sono commosso nel rileggerla, poiché non ha avuto scampo dalla malattia di cui accenna lì (l'hotel Mille Flebo, come chiamava lui - ironico fino alla fine - l'ospedale di Pavia). Allora non lo immaginavo, ma ora che so com'è andata mi sembra ancor più ricca, pur nell'estrema semplicità dei contenuti. La trascrivo qui, per l'attuale sindaco Palamara, per i consiglieri di maggioranza e opposizione, per i tanti abitanti di Lurate Caccivio che l'hanno conosciuto e anche per chi non sa chi sia e soprattutto per me, orfano di un'amicizia. Finché ha vissuto Renato è stato un tessitore di reti, un costruttore di ponti e mai di muri. Nel suo piccolo, è questo il segno di vita che mi ha lasciato. Non lo ringrazierò mai abbastanza.

carissimi tutti,
ogni natale nasconde qualche regalo inaspettato e inatteso.
alcuni sono belli e riempiono la vita come il bimbo che nasce e porta la vita, quest'anno il mio è un po' diverso, ma lo stesso spero riporti alla vita di tutti i giorni con lo stesso entusiasmo di sempre e la stessa corroborata voglia di fare e di esserci per lasciare, nel nostro piccolo,. un segno di vita .
e allora ancora con tutto il cuore buon natale.

dall'hotel mille flebo  pavia          renato