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lunedì 2 ottobre 2023

L'uomo nel mezzo (M'è capitata bella)

Il destino, oltre ad essere ineffabile, è pure beffardo.
Sia messo agli atti, a imperitura memoria: per mettere alla prova il mio noto spirito ottimistico nei confronti dell’essere umano, dell’umanità in sé e il convincimento sul suo progressivo “addomesticarsi”, diventare più gentile, tollerante, “umana”, appunto, ha fatto sì che mio figlio diventasse... arbitro.
Di calcio.
Non occorre aggiungere altro.
Qualcosa forse sì, potremmo aggiungerlo, così, per sport, per condividere più il divertimento che la rabbia, l’incredulità, lo sgomento, la delusione, la stizza nel sentire panciuti cinquantenni che non correrebbero di fila più di un minuto, mamme che il pallone sanno a malapena ch’è rotondo, nonni che a fatica si reggono in piedi, spesso aiutandosi aggrappandosi alla rete di recinzione a bordo campo, non cessando però di imprecare, sgolarsi, insultare con ostinazione e rancore profondo.
Il lato positivo - perché c'è sempre un aspetto positivo, in tutto - è che così alleno me stesso alla tolleranza, allo spirito zen, alla comprensione profonda dell'animo umano, incluso bassi istinti e diffusa ignoranza, ricordando che le persone sono quello, ma pure molto altro.

P.S. "Idiota", Mongolo", "Bastardo", "Capra", "Cretino", "Deficiente", "Venduto", "Fighetta"... Potrei continuare a lungo, con l'aggravante che finora, ad un anno esatto dal suo esordio (l'1 ottobre 2022), un po' per fortuna, un po' per suo talento, non c'è stata partita che sia una terminata in malo modo ovvero con proteste e lamentele dissennate e corali, al di là di qualche urlo, qualche epiteto più o meno volgare, variopinto. E anche quando le orecchie sentono gli insulti che gli rivolgono contro, il cuore non smette di essere fiero di quel ragazzo solo, in mezzo al campo, che (come altri ragazzi e ragazze) per pochi spiccioli e molto impegno, compie il proprio dovere, crescendo innanzi tutto come essere umano.

domenica 24 ottobre 2021

Quello che il calcio (Abbracci)

“Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”.
(Jorge Luis Borges)

Se ne parla tanto, troppo, spesso somigliando al fondo d'uno stagno, dove l'acqua è stantia e si deposita il fango.
In più, come tutte le chiese (minuscolo), è divisivo: c'è chi lo detesta, non sopportando nemmeno che venga nominato, e chi lo ama, trovando un fascino che va oltre i soldi, gli affari, cogliendo in esso qualcosa di puro, di innocente, di magico, che perpetua il bambino in ciascuno di noi, preservando dal divenire completamente adulto, vecchio.
Il calcio è più di uno sport: è un gioco.
Ometterò qui tutto ciò che lo riguarda, tranne quanto mi piace di più - oltre l'agonismo, le bandiere, il tifo, la partecipazione, la passione, l'entusiasmo, la bellezza, lo stile, la poesia, la rivalità, la sportività, la storia, la tradizione, le novità, la sorpresa, le dinamiche di gruppo, le prodezze del singolo e molto molto altro - cioè questo: il rapporto di lealtà e cameratismo tra compagni di squadra e anche tra avversari, in nove casi su dieci, che guarda caso non sono mai quelli che finiscono sui quotidiani il giorno dopo o in televisione o sul web, a ridosso di un incontro.
Eppure a prestarvi attenzioni sono la regola, la norma di gran lunga più frequente, a dimostrazione di ciò che scrive Rutger Bergman per un contesto più ampio, nel libro Una nuova storia (non cinica) dell'umanità, secondo cui gli esseri umani sono fatti per la gentilezza e siano predisposti alla cooperazione assai più che alla competizione.
L'abbraccio tra compagni dopo un gol o un salvataggio, la mano tesa quando uno è a terra, i saluti rispettosi al termine della gara, sono la foresta silenziosa che prospera mentre noi siamo distratti dal rumore dell'albero che cade ovvero da comportamenti antisportivi che nella somma totale degli episodi di una partita non superano mai il punto percentuale, la virgola in seno al paragrafo.


P.S. Poi ci sarebbe quanto avviene sugli spalti, in tribuna, con un campionario di urla e improperi e gestacci che rivelano un lato oscuro dell'essere umano. Una minoranza anche in quel caso, è vero, però se siamo onesti dobbiamo ammettere che il calcio richiama gli istinti peggiori che albergano dentro chiunque di noi, pure il più mite, il mezzo santo. Sarei curioso di sapere come si comporta il buon Rutger quando entra allo stadio.

lunedì 14 giugno 2021

Come bandiera al vento (L'ipocrisia del pudore)

Me lo chiede nessuno, non ho altro luogo in cui scriverlo, lo appunto qui, per te, che al pari dei tuoi fratelli cerco di educare allo spirito critico e che in qualche modo vivi del pane che guadagno, del mestiere che ho scelto.
C'è pure un terzo motivo, che attiene all'accettare se stessi, la propria natura, correggendola - se è il caso - alla luce della ragione, ma comprendendo l'origine, il significato di ogni comportamento, senza giudicarlo frettolosamente, il ramo secco di un tronco sano.
Tra i molti istinti, ne scelgo uno: la curiosità di osservare le cose che non vanno, compresi gli eventi drammatici, tragici, siano essi l'incidente stradale o la malformazione fisica, la carambola involontaria, l'inciampo. 
A bocce ferme, dopo, forte è stato lo sdegno per quelle telecamere puntate su quel corpo apparentemente esanime, i dettagli del volto, la corsa dei soccorritori, le manovre per rianimarlo.
Molti l'hanno definita "assenza di pudore", "morbosità", persino "sciacallaggio".
Vado contro corrente e, come suggerisce Brecht, mi siedo dalla parte del torto, sostenendo che mostrare quell'evento, inquadrarlo, è stato giusto.
Da che mondo è mondo infatti gli esseri umani imparano dall'esperienza, specialmente di una situazione di pericolo, con le lezioni che ne conseguono (la prontezza del compagno; la calma dei medici e paramedici nel prestare soccorso, nel capire, prima ancora che mettere mano…), compreso il desiderio di poter imparare qualcosa, di essere preparati personalmente, nel caso accada a noi di assistere a un simile evento.
Assai più temo l'omertà, la rimozione del dolore, il velo bianco della censura che oscura tutto, di un pudore che sterilizza la realtà, rendendola "immune", cioè priva di "dono".
In un mondo in cui l'ipocrisia tende a prendere il sopravvento, vorrei che tu e i tuoi fratelli coltivasse sempre il dubbio, il pensiero divergente, l'arte del ragionare e del comprendere, tenendo in considerazione la storia umana, la natura, l'istinto biologico, il valore del "pubblico".

P.S. Chris Eriksen, il giocatore colpito da arresto cardiaco, è sopravvissuto, sta meglio, dovrà cominciare un cammino in salita e tortuoso, per recuperare appieno la salute e ridurre al minimo rischi e conseguenze di ciò che gli è capitato.
Per coincidenza, ho assai a cuore un'altra persona che giorni fa ha visto rivoltata la propria vita come un calzino, rischiando di perderla e ora di averla compromessa, dovendo convivere con le bizze del proprio muscolo cardiaco. "Mi sento sbattuta come bandiera al vento, vivo costantemente nel terrore" mi ha scritto chi gli sta accanto.
La capisco. Anzi, ne intuisco lo sgomento, poiché per capirlo dovrei esserci immerso io stesso.
Così, impotente come mi sento, come sono, l'unico appiglio è quello dell'esperienza di chi ci è già passato, di chi in qualche modo ne è uscito, delle storie buone che hanno lo stesso valore della curiosità di osservare le cose che non vanno. Due volti della stessa medaglia. Una medaglia chiamata "conoscenza", che da millenni a questa parte rende l'essere umano ostinato e per molti aspetti unico.

venerdì 5 febbraio 2021

Occhi fissi sul campo (Spalla a spalla, a Italo)

Perdonami. Perdonami figlia mia se nel tuo giorno di festa ho il cuore cupo, striato dal dolore di persone care, che soffrono.
Conoscevo Italo da una quindicina d'anni, da quando tuo fratello Giacomo era voluto andare a giocare a calcio in una categoria superiore, dimostrando già allora un'ambizione insospettabile per quel carattere in apparenza imperturbabile, cheto.
Quel mondo Italo lo frequentava a suo agio, essendosi messo anch'egli alla prova spesso, per decenni, sul campo e in panchina, roccioso e arguto nel contempo.
Entrambi genitori di figli in calzoncini corti e alti poco più di un metro, siamo stati sovente spalla a spalla, due volte la settimana almeno, da settembre a giugno, pioggia o sole o vento, alle partite o di fronte al cancello, terminato l'allenamento.
Ero io ad andare a cercarlo, perché sapevo che mi aspettava volentieri, in tribuna o a bordo campo. Lui conosceva il mio stile garbato, io apprezzavo i suoi lunghi silenzi, concentrato a osservare il gioco, e ancor più le occasioni rare e preziose in cui apriva bocca, per esprimere sottovoce un commento, un giudizio mai banale, lapidario.
I giorni più luminosi erano quelli in cui accanto a noi arrivava un altro padre, Piero: non soltanto il suo migliore amico, ma l'emblema stesso dell'amicizia che può esserci tra due persone, quel miracoloso vincolo che si crea a dispetto delle differenze, anzi, forte in modo direttamente proporzionale alle diversità di stile, di gusto, di carattere, di fisico.
Italo e Piero. Piero e Italo. Massiccio e pratico e interista uno; esile e fantasioso e milanista l'altro. Insieme, uno spettacolo. Di ironia, sarcasmo, soprattutto di bene, stima, affetto.
Italo se n'è andato in questo giorno mite di febbraio, spezzato in nemmeno quattro settimane da quel virus che - sbagliando - credevo avessimo ormai imparato a tenere al guinzaglio, almeno per le persone vicine, per coloro che non penseresti mai possano essere estratte a sorte dal mazzo.
Un lampo di sgomento, che mi ha riportato a dieci mesi fa, al dolore di altre persone care, a Luciano, alla sua famiglia, a quella di molti colleghi bergamaschi, al dramma identico di questa epidemia che non vediamo l'ora sia finita, illudendoci che stia tutto tornando normale, anche se di normale c'è nulla o poco.
Per questo sono così, nel giorno del tuo ventunesimo compleanno, perché non riesco a non pensare a Stefano e Irene e a Rossella, i figli di Italo, che hanno più o meno la tua età e a Giovanna, sua moglie, e a Piero stesso, schiacciati da un vuoto che è come un manto, di piombo.
Un dolore ingiusto, che non ha motivo, mai, per nessun essere umano, da che mondo è mondo.
Un dolore che si unisce all'apprensione di altre persone che mi sono vicine e in questi mesi vivono la morsa di un altro male, combattendo tenacemente ma accusando spesso il colpo, com'è comprensibile, non essendo noi fatti di gomma, avendo crepe pure quando non le mostriamo.
Per questo aspetterò che ti addormenti, Giorgina, per venire a osservarti un minuto, nonostante il buio, ascoltando il tuo respiro, calmo, piano, chiudendo gli occhi, cercando di sentire in quel momento ancora Italo vicino, spalla a spalla, come quando eravamo in tribuna di sperduti campi, e so che non lo guarderò, non riuscirò a guardarlo, continuerò a tenere lo sguardo fisso sul prato, per non commuovermi, e gli dirò quello che non sono mai riuscito a dirgli ma che lui sapeva, perché era un uomo acuto, oltre che buono. Un uomo che sono orgoglioso di avere conosciuto e di considerare per sempre amico.

sabato 7 dicembre 2019

Rassegnati alla meta (La gentilezza salva il mondo)


"Dai, che sei alto due metri" ti hanno detto, dopo che sei finito a terra, colpito da uno più piccoletto, che nel saltare ha puntato il gomito, centrandoti al costato.
Tutto normale, se te l'avesse gridato un avversario, l'allenatore, un tuo compagno.
Invece no, a dirlo è stato l'arbitro, un ragazzo più o meno della tua età. Ti sei rialzato scuotendo il capo, arrabbiato, restando zitto, perché ti conosco, ma con gli occhi rassegnati, e li ho notati sempre per lo stesso motivo: ti conosco.
In quell'istante, lo ammetto, sono stato tentato di urlare, di mandare a quel paese il direttore di gara, smentendo anni di teorie e pratica del silenzio, di sostegno incondizionato per chi si rende disponible con giacchetta e fischietto, venendo quasi sempre insultato, a volte persino aggredito, mai o quasi mai ringraziato.
Così mi sono morso la lingua, rassegnandomi anch'io, per cui lezioni oggi non ho da dartene, figlio mio, avendo fatto passare una settimana da quanto accaduto per ribadire il primato della ragione sull'istinto, ricordando che l'unica reazione comprensibile ed efficace, in casi come questo, è dimostrare il proprio valore sul campo, vincendo le partite, non lamentandosi invano.

Altra scena, altro figlio, dodici ore prima, in piena notte, alla fermata del bus, in un paese straniero.
Alle otto del mattino avevamo l'aereo per tornarcene a casa, ma una serie di lavori stradali e la disorganizzazione del servizio informazioni ci avevano indotto a partire dall'appartamento alle tre di notte, poiché per essere certi di trovare un collegamento con l'aeroporto dovevamo tornare dalla periferia della città verso il centro.
Invece, dopo un quarto d'ora di cammino, un bus della medesima compagnia con cui avevamo prenotato (National Express), praticamente vuoto e diretto alla stessa nostra meta, sta per partire dalla fermata che in teoria - secondo quanto avvisato la sera precedente da loro - nessun mezzo sarebbe passato. Apriti cielo. Più contenti di Mosè nel varco creato dal mar Rosso mostriamo il messaggio ricevuto sul cellulare e il biglietto a un marcantonio di autista (sarà stato alto... due metri), calvo come una boccia da biliardo, senza che questi ci degni nemmeno di uno sguardo. "Non mi interessa, dovete aspettare" ci dice, prepotente, incurante delle proteste, prima garbate e poi imploranti, infine degne del più colorito italiano. Nulla, le porte automatiche si chiudono e noi due restiamo lì, valige in mano.
In quel caso però la rabbia è sbollita in breve tempo, giusto i minuti per telefonare all'ufficio reclami (aperto sempre, pure in piena notte) e ascoltare le scuse del povero operatore e camminare un altro mezzo miglio, dove abbiamo trovato un autista più umano.

Due episodi, diversi, con una morale comune: chi esercita un potere non soltanto non dovrebbe essere esente da gesti di gentilezza, ma dovrebbe praticarli proprio, poiché costano poco o nulla e rendono felice chisi incontra sul cammino.
Quando capita a me di essere dalla parte del più forte, vorrei sempre rammentarlo.

P.S. L'episodio del bus mi ha suscitato pure un altro sentimento. Io e Giovanni in quel caso rischiavamo poco, ma mi sono messo nei panni dei genitori che scappano con i figli dalla guerra o da condizioni di pericolo e incappano nella freddezza altrui, in chi è incapace di tendere una mano. Mi è venuto in mente Milan, il nostro Milan, quando è fuggito con suo padre dalla Croazia dilaniata dal conflitto dei Balcani, e insieme a lui molte persone che incontro per strada, ogni giorno, senza sapere cosa hanno provato, quale trattamento hanno ricevuto. Oppure Primo Levi, Anna Frank, Aleksandr Solženicyn, Luís Muñoz, i racconti della persecuzione, le retate, lo sterminio, in ogni epoca e luogo. Davvero spero che Giovanni abbia imparato qualcosa, in quella notte fredda, mentre attorno era tutto buio.

sabato 9 novembre 2019

Muri, ponti e gentiluomini (La lezione di Marino)


Per un muro che cade, cento se ne costruiscono, ogni giorno.
Vista la ricorrenza di oggi, non è un esempio a caso.
La maggior parte però non sono pietre né mattoni messi con discernimento: spesso, quasi sempre, si tratta dei così detti "errori involontari", quegli sbagli non intenzionali ma che finiscono inevitabilmente per fare danno, pur senza volerlo.
Quanto livore, rancore, disappunto, quanta delusione e ira eviteremmo se tra i molti pregiudizi che abbiamo aggiungessimo questo: considerare l'errore altrui come frutto di un inciampo, una svista, un eccesso di superficialità, una scarsità di sensibilità o conoscenze e non di un disegno preciso, di un atto malignamente architettato.
Credo sia questo un modo efficace per distruggere molti dei muri che si erigono e nel contempo gettare le basi di quei ponti che a voce tutti auspichiamo e pochi nel concreto innalziamo.

Cambio scenario, pur restando in argomento.
Sentenziava Totò: "Signori si nasce e io modestamente lo nacqui". Lo nacque anche qualcun altro.
Marino Magrin fu a suo tempo giocatore diligente e di talento, professionista in molte squadre di calcio, ricordato soprattutto per aver vestito la maglia numero dieci della Juventus la stagione successiva a quella in cui "Le Roi" Platini annunciò il ritiro.
Tre giorni fa ho realizzato chiaramente perché piacque a Boniperti, dirigente spartano e primo ministro plenipotenziario della società che aveva l'avvocato Agnelli per monarca assoluto.
L'episodio che mi ha illuminato è stato questo: una telefonata ricevuta subito dopo aver concluso il tg. Era lui, Marino, ospite fisso di BgTv degli appuntamenti dell'Atalanta in Champions e per una volta assente, perché voleva essere allo stadio ad assistere alla sfida con il Manchester City, insieme con il figlio che proprio quel giorno avrebbe festeggiato il compleanno. "Giorgio, ti disturbo? - ha esordito - volevo soltanto sapere come stai e scusarmi se domani non potrò esserci". "Ma Marino, figurati - gli ho risposto - ci mancherebbe altro, mi avevi già avvisato e sono contento per te, non dovevi disturbarti a chiamare". E lui, a chiosa di tutto: "Non dirlo neanche per scherzo, una telefonata, sentirti di persona, è il minimo".
Questo è l'uomo (che da noi viene a sue spese, non prendendo neanche un euro, è bene precisarlo), questa è la lezione che mi ha dato. Una telefonata, al giorno d'oggi, è come il sorriso della poesia di Gibran: "Arricchisce chi la riceve, senza togliere nulla a chi la dona".

Quando pensiamo ai muri da abbattere e ai ponti da costruire non andiamo lontano: basta considerare involontarie buona parte delle mancanze altrui e praticare piccoli gesti di buona volontà per unire, più di quanto immaginiamo.

P.S. Che Magrin fosse un signore già lo sapevo. Me l'aveva detto un tifoso dell'Atalanta con i capelli brizzolati, incontrato per strada e che mi ha fermato per dirmi che quando era ragazzo suo padre lo portava agli allenamenti della prima squadra e l'unico che si fermava sempre, che stava con i tifosi e firmava autografi e ascoltava tutti era proprio lui, Magrin, Marino.

domenica 17 gennaio 2016

Oltre la rete (La generazione delle attese)

Foto by Leonora
La partita è amichevole, tra ragazzini che hanno compiuto appena tredici anni. I genitori avversari sono ammassati alla rete di protezione e incitano, spronano, commentano, urlano, inveiscono. Colgo spezzoni di frasi qua e là. "Dai, si capiva che rimbalzava male!". "Corri, corri, altrimenti resta a casa a dormire!". "Passala, passala che è libero!". "Ma basta! Possibile che sbagli sempre l'appoggio!".
Ficco la testa nel cappuccio per ripararmi dal vento artico che arriva alle spalle, la bolla che si crea mi permette di assistere alla scena da perfetto spettatore e mi scopro un po' innervosito a pensare: "Perché non ci vai tu in campo? Perché non metti maglietta e calzoncini e prendi il posto di tuo figlio, lì in mezzo a quel terreno gelato, dove le scarpe coi tacchetti fanno un rumore da ballerino di tip tap che anche Maradona avrebbe difficoltà a non scivolare? Cosa facevi di così grande quando avevi la loro età per permetterti ora di giudicare e sbraitare? Hai mai provato a giocarla una partita, con il fiatone, mentre tutti ti corrono incontro e tutto è appiattito, che quando ti arriva la palla tra i piedi è già un miracolo non inciampare?".
Tolgo il cappuccio e con il tepore del sole sul volto la stizza lascia spazio alla comprensione, alla solidarietà tra coetanei, loro gridano meno e io li capisco di più, ammetto a me stesso che anche io - pur pacato - non sono esente da atteggiamenti simili, cerco persino giustificazioni: "Lo fanno per il loro bene. Lo facciamo per il loro bene".
No. Crediamo di fare il loro bene, invece accade esattamente il contrario: stiamo crescendo una generazione che ha caricato sulle spalle tutto il peso dei nostri sogni, delle nostre attese. Non soltanto rispetto all'orizzonte di vita, cioè la famiglia, il lavoro, gli affetti, ma anche e soprattutto in quelle riserve indiane che dovrebbero essere lo sport, il gioco, i passatempi.
Spazi di autonomia nei quali i miei genitori neppure si sognavano di interferire, limitandosi a una regola elementare: "Pensa a studiare oppure vai a lavorare, perché a fare niente di certo nella nostra casa non puoi stare". Punto. Nonostante fossi figlio unico e dunque discretamente coccolato, mio padre non è mai venuto a vedermi giocare, mia madre nemmeno la riteneva tra le possibilità remote, così pure i papà e le mamme dei miei compagni.
Trent'anni dopo è un mondo cambiato radicalmente. Io per primo non mi perdo una partita dei miei figli, figuriamoci un saggio di chitarra o di danza moderna, anche se in quel caso mi annoio maggiormente.
Parlo per me stesso, non vorrei generalizzare, tuttavia ho la sensazione che stiamo crescendo ragazzi a cui abbiamo tolto il desiderio, concedendo loro tutto, e che di rimbalzo rischiamo di schiacciare con il peso delle nostre aspettative.
Mi consolano e sollevano un'intuizione e una constatazione.
La constatazione è che l'essere umano riesce da milioni di anni a cambiare e adattarsi, superando gli ostacoli che di volta in volta ha di fronte: lo faranno anche i ragazzi di questo tempo.
L'intuizione è conseguente al fatto che i miei figli sorridono comunque. Anzi, spesso ridono proprio e dunque sospetto che al di là dell'amore e del rispetto che mi portano, in realtà quando guardano oltre la rete o sulle tribune, io e gli altri genitori dobbiamo sembrargli tanti scimpanzé o bestie curiose, che sbraitano, gesticolano, inveiscono credendosi tanti Maradona, mentre al più hanno vinto una volta a palla avvelenata, quando gli altri erano in bagno.

sabato 14 marzo 2015

Il colore viola

Foto by Leonora
Per evitare di essere banale talvolta chiedo alle persone con cui sono più in confidenza: oggi di che colore sei?
Apprezzo ogni risposta e ancor più quando ribattono: e tu? Mi costringono per riflesso a guardarmi addosso, facendo sintesi dei sentimenti, obbligandomi a definirli e soppesarli, sapendo che pur numerosi che siano ce ne sarà uno più intenso, definibile con una tinta e al massimo l'aggiunta di una sfumatura.
"Oggi mi sento blu". "Oggi blu tendente all'azzurro". "Nero". "Grigio". "Arancione". "Rosso tenue". "Giallo". "Porpora". Qualcuno azzarda anche "indaco", costringendomi a chiudere gli occhi per recuperare nel pantone della memoria che diavolo di colore è, l'indaco.
Un arcobaleno delle emozioni che delinea il quadro, senza entrare nei dettagli.
Stasera ad esempio credo che Giacomo sia nero pece, perché si è infortunato ancora alla caviglia e lo vedo abbattuto e in quella mortificazione non so dargli leggerezza, per dirgli quella che poi è la verità, cioè che ha diciott'anni e di caviglie ne potrebbe slogare a dozzine, forse, per non parlare di infortuni più gravi, ma per quanto nero possa vedere è sempre azzurro il cielo del suo orizzonte e potrà superare tutto se troverà la forza dentro di sé, non perdendo la positività, la voglia di riscatto, il desiderio di sorridere.
Da parte mia metto nel raccoglitore delle esperienze l'altalena dell'esser passati dalla gioia di vederlo segnare, all'ultimo secondo, sette giorni fa, allo sconforto del trovarmelo sdraiato sul divano adesso, con la caviglia ridotta a zampone e viola. Come il mio umore.

lunedì 14 luglio 2014

I pigliatutto (Germania uber alles)

Foto by Leonora
Berlino è una meraviglia, una delle città più belle che abbia visitato. In questo concordo con Pietro Paganini, membro di "Comunicazione bianconera", che ha commentato benevolmente la vittoria della Germania nel campionato del mondo di calcio, sottolineando qualche aspetto simpatico: 
- si chiamano Mario, Angela, Guido
- vogliono l'austerità ma ci perdonano tutto, ci vogliono bene
- vengono in vacanza da noi e viaggiano in autostrada (a differenza dei pitocchi olandesi che prendono le vie alternative per non pagare)
- fanno delle ottime lavatrici e lavastoviglie
- fanno ottime auto ma preferiscono le sportive italiane...
Seguono altre considerazioni, più calcistiche, mentre a me interessa fermarmi un passo prima, sciacquando i panni nel Reno per confessare che ieri sera tifavo intimamente Argentina, "anche se - per usare le parole di Pietro - di loro ricordo solo le bancarotte e gli imbrogli".
Quando ero un bimbo la Germania Ovest mi piaceva moltissimo, forse per quella maglia elegante, bianca con le tre bande nere, forse perché allora era un popolo ancora diviso, sconfitto, che tentava di scrollarsi di dosso le colpe di un tempo. Ricordo la finale del '74, vista in tv, sul balcone di casa, con mio padre e i suoi amici Giancarlo ed Ambrogio a fare un tifo sfegatato per l'Olanda di Cruiff, Neeskens, Rensenbrink e del portiere farfallone Jongblod. Ero l'unico controcorrente e mi premiò il risultato. Un'infatuazione terminata otto anni dopo, con l'urlo di Tardelli sul campo del Santiago Bernabeu, e a Italia '90, che vinsero, così come hanno trionfato ieri sera, raggiungendoci a quattro coppe mondiali e soprattutto confermandosi nazione pigliatutto, dall'economia al calcio.
Oggi, a mente fredda, penso che non ha tutti i torti Pietro, che i tedeschi fanno tanto i ganassa ma in fondo ci vogliono bene e un po' anche ci invidiano. Così come noi un po' invidiamo loro, che sono come vorremmo essere e non riusciamo. Una benedizione: perché non ci sarebbe peggior tedesco di un italiano esaltato.

sabato 28 giugno 2014

Allenatori di uomini (Ciccio, Nello e Osvaldo)

Foto by Leonora
Insegnanti, maestri, amici, parenti, catechisti, istruttori... Non si educa mai da soli, pur se la responsabilità è la nostra, genitori di figli che accompagniamo ma non ci appartengono.
Quest'estate, ad esempio, Giacomo e Giovanni hanno preso concedo da allenatori di calcio che nei mesi precedenti li hanno formati, sul campo e nel carattere.
Antonello (Ghielmetti), Osvaldo (Braga), Ciccio (Signorello): li volevo ringraziare pubblicamente, perché hanno dato moltissimo ai miei ragazzi, arrivando là dove non potevo arrivare io e formando a tutto tondo, pur essendo diversi tra loro.
Ciccio ad esempio non lo scopro adesso. Negli ultimi due anni ha preso per mano Giovanni, ma in passato era stato mentore di Giacomo, con cui ha conservato uno splendido rapporto. Persona di cuore straordinario e dalla gestualità teatrale, mi è sempre piaciuto perché non è perfetto, incarnando in questo il ruolo paterno, che educa sia con l'esempio positivo, sia con quello negativo. Come quando si incavola, ad esempio, e smoccola. Oppure quando è duro. Non vizia i ragazzini, li abitua a stare al mondo.
Di identica tempra, anche se differente nell'atteggiamento, è Antonello, che con il Parè '97 ha condotto Giacomo. Il verbo non l'ho scelto a caso, trattandosi di un vero condottiero, un marine prestato all'atletismo, un sergente di ferro che però sa trovare energia con la meditazione, alla maniera di un monaco buddista. A metà dell'anno scorso si affiancò a una squadra allo sbando, mio figlio compreso, e seppe darle un'identità passando per il sudore, la fatica, il sacrificio. Prendete un adolescente e fatelo correre carponi nel fango: se non vi manda al diavolo lo avete conquistato. E Nello, per non farsi mandare al diavolo, nel fango o nella polvere, in discesa come in salita, al gelo o nel buio di un bosco, era sempre il primo, a dare l'esempio, con i suoi sessant'anni portati da dio.
Ugualmente tenace, anche se meno istrionico, Osvaldo, "master and commander" del Parè '96, come istruttore di calcio il mio preferito: con lui Giacomo non ha mai sbagliato una partita, sapendolo sia motivare che ritagliargli il ruolo perfetto. Uomo dalle parole misurate, Osvaldo è un leader naturale, oltre che un uomo serio, abituato a dirti le cose in faccia, guardandoti negli occhi. Dei tre è quello che mi spiace più dover salutare, perché come allenatore lo stimo davvero, anche se non do torto a Giacomo che avendo diciasette anni vuole mettersi alla prova, cambiando squadra e facendo un passetto in più, lui che di solito è abitudinario. Tutti e tre, ad ogni modo, avranno sempre la mia riconoscenza, oltre che stima ed affetto. Se Giacomo e Giovanni e tutti i loro compagni diventeranno uomini o comunque un po' migliori di ciò che erano lo dovranno anche a loro.
P.S. Non voglio dimenticare neppure Luca Sassaroli, che ha affiancato Ciccio, e Francesco Nigro, allenatore del Parè '97 con Nello. Senza fare grandi discorsi, sono stati preziosissimi e non saranno dimenticati.

mercoledì 26 giugno 2013

Il regalo di Furkan

Foto by Leonora
L'emozione l'ho lasciata sedimentare, convinto che il tempo mutasse la contrazione del cuore in un battito quieto e regolare. Non è stato così e allora mi decido a scriverlo qui, per lasciare traccia di un fatto che si può raccontare ma senza coglierne l'essenza, quell'attimo in cui tutto si ferma e dentro di te si forma una fotografia.
Furkan è un bimbo di dodici anni, forte e robusto come certo i suoi antenati, e con un taglio degli occhi ch'è come un dono, perché sembrano sempre che rida. Furkan è compagno nella squadra di calcio di Filippo, Andrea, Nicolò, Edoardo, Samuele, Daniele, Alessandro, Francesco, Giovanni... Furkan è nato in Turchia ed è venuto in Italia che sapeva appena camminare. Furkan tornerà in Turchia perché in Italia non c'è da lavorare e il padre dopo averle tentate tutte è stanco di insistere e non sopporta l'idea di farsi mantenere. Così, dopo anni che abitano nel nostro paese, il prossimo mese di agosto faranno fagotto e se ne torneranno a Istanbul, dove uno zio ha promesso di aiutarli, anche se - potessero scegliere - rimarebbero qui, avendo in Italia trovato affetto, amici, casa.
Dieci giorni fa, per la conclusione dela stagione sportiva, è stata organizzata una partita tra genitori e figli e poi una pizzata in compagnia, sui tavoli di lamiera zincata dell'oratorio. Alla fine Ciccio, l'allenatore, ha chiamato attorno a sé tutti i bambini e da un sacchetto di carta ha tolto un pallone di cuoio bianco, con tutte le firme dei bambini e la sua. "Io credo che l'amore sia come un grande cerchio - ha detto - ed è più forte di tutte le differenze, di tutte le distanze. Questo pallone è per te, Furkan, è il nostro regalo, perché sappiamo che tra qualche giorno torni in Turchia, ma così ti ricordi che noi siamo i tuoi amici e che non ti dimenticheremo mai, che ci saremo sempre...".
Ecco, lo sapevo. Anche a scriverlo adesso, pur se sono passate quasi due settimane, mi viene un groppo in gola e mi diventano gli occhi lucidi, gli stessi che aveva lui quando le pronunciava e i bambini e Furkan e la mamma di Furkan, una donna che ho sempre visto con il capo coperto e il cui viso è tale e quale a quello di una madonna. Il figlio dopo un secondo, per superare l'emozione, è corso via, mentre lei per due minuti che sono sembrati infiniti è rimasta lì, come sospesa, senza dire una parola ma dicendo tutto con quegli occhi lucidi che guardavano un po' noi e un po' a terra.
Non so chi abbia detto qualche cosa per rompere quell'indugio, forse io stesso, oppure Ciccio, però so che in quegli istanti mi si è spezzato in due il cuore e ho ricordato che davvero ha ragione Saba e non solo il belato, ma anche il silenzio strozzato è fraterno al mio dolore, accumuna gli uomini al di là di sesso, provenienza, mestiere, idee, opinioni, nascita. Avercelo ricordato è il regalo che Furkan e la sua famiglia hanno fatto a noi.

mercoledì 7 novembre 2012

Una questione educativa (grazie al Menaggio Calcio)

Foto by Leonora
Molte nubi ci sono all'orizzonte della nostra convivenza, eppure non scompare la speranza. Me ne sono reso conto tra ieri e oggi, per una vicenda legata al calcio. Domenica infatti, durante una partita tra ragazzi, sono stato testimone e indiretto protagonista di un episodio non tremendo ma comunque spiacevole. Il giorno dopo, cacciando la pigrizia e una sorta di pudore, ho deciso di scrivere ai dirigenti della squadra avversaria e vorrei mettere qui lo scambio di mail, a dimostrazione che nel nostro piccolo possiamo fare tutti qualcosa e che la brava gente c'è ancora.

Prima mail, mandata da me al Menaggio Calcio.


Carissimi,
mi chiamo Giorgio Bardaglio e vi scrivo per un episodio spiacevole capitato ieri, domenica 4 novembre, nel corso della partita della categoria Allievi tra Menaggio e Parediense, la società dove gioca mio figlio Giacomo.
Sul finale della partita – una partita tosta, maschia, accesa, con asprezze da ambo le parti e non favorita dal brutto tempo – mio figlio è stato colpito a freddo con un pugno da un giocatore della squadra avversaria.
L’episodio in sé non ha avuto conseguenze: mio figlio è grande e grosso più di me e anzi, dopo l’episodio, ha addirittura segnato, tanto che nel dopo partita per sdrammatizzare gli ho detto che il pugno lo aveva svegliato, ma vi scrivo perché secondo me una società storica e seria quale siete dovrebbe chiamare da parte quel ragazzo e spiegargli che un simile gesto è inaccettabile.
Il ragazzo in questione furbo crede di esserlo senz’altro, tanto che prima di mollare il cazzotto dietro l’orecchio, ha aspettato che l’arbitro si voltasse verso le panchine per dare l’autorizzazione a un cambio, ma non ha considerato che tutti i presenti in tribuna potessero invece vedere quanto accadeva, tanto che oltre alle urla dei tifosi del Paré i rimproveri al ragazzo sono arrivati anche dal pubblico di casa.
Di tutto questo avrei fatto a meno di parlare, anche perché sono dell’idea che finita la partita tutto ciò che accade in campo debba essere dimenticato, ma m’è venuto lo scrupolo perché ciascuno di noi, nel nostro piccolo, può aiutare i ragazzi a capire quando sbagliano.
Non mi interessano interventi plateali o altro, semplicemente mi piacerebbe che il presidente o l’allenatore prendessero da parte quel giovane calciatore e gli dicessero che gli adulti non sono fessi, che può farla franca con l’arbitro ma tirare un pugno arrivando alle spalle, a gioco fermo, è un gesto da vigliacco, che non fa onore a lui e tanto meno alla squadra di cui difende i colori.
Con stima,
Giorgio Bardaglio

Seconda mail, la risposta del segretario del Menaggio Calcio al sottoscritto.


Buongiorno,
sono il Davide Spaggiari segretario dell'A.C. Menaggio e domenica mattina ero presente al campo. Lei ha perfettamente ragione, è stato un episodio molto spiacevole, non ho ancora avuto modo di parlare con il ragazzo, lo farò questa sera nello spogliatoio prima degli allenamenti.
Mi permetta un appunto (assolutamente non critico nei suoi confronti, anzi dal tono severo ma pacato della sua lettera ritengo che sui valori dello sport la pensiamo allo stesso modo) il buon esempio lo dovrebbero dare per primi i genitori che sono in tribuna, accettando le decisioni sbagliate del direttore di gara senza isterismi, evitando di provocare ed insultare i giocatori (ho sentito dare del "bastardo", non da un ragazzo ma da un signore di 45/50 anni, al nostro n.10 dopo che aveva fatto un duro intervento che pur meritevole del cartellino giallo non era volontario ma determinato dalle condizioni del terreno di gioco). Quanto detto vale anche per i genitori della mia società. Ho minacciato più volte di chiudere il cancello e di disputare la e partite a porte chiuse, arriverà il giorni in cui lo farò.
Probabilmente il nostro giocatore domenica non sarà convocato, però Noi (inteso come adulti) dovremmo essere i primi a dare il buon esempio.
Cordialmente.
Davide Spaggiari

Terza mail, la mia replica


Caro Spaggiari,
Lei ha perfettamente ragione e io stesso, oltre a essermi vergognato, ho più volte cercato di calmare alcuni genitori (uno in particolare era esagerato).
In generale il comportamento di certi papà e mamme è ben peggiore di quello dei ragazzi, con parolacce e insulti indicibili, frutto di cattiva educazione e probabilmente anche di frustrazione personale. Un atteggiamento che mi fa cadere le braccia. Al contrario mi commuove (e mi dà energia e speranza) la sua risposta, così come ho apprezzato moltissimo la correttezza dei genitori del Menaggio che erano accanto a noi e che non sono caduti nelle provocazioni. A questo proposito voglia far loro i complimenti da parte mia, perché a fine partita se ne sono andati subito e non ho avuto il tempo e anche il coraggio di farglieli di persona. Anche per rimediare a questa assenza di coraggio ho deciso di scriverle e sono contento di averlo fatto. Non chiuda dunque la porte, dia fiducia alle persone, anche se a volte non la meritano: lo sport ha ancora un futuro roseo se esistono società come il Menaggio e "il Davide Spaggiari" che se ne occupa.
Rinnovo la stima,
Giorgio



Morale

I ragazzi sono appunto ragazzi e possono sbagliare. Sta a noi adulti dare il buon esempio e non comportarci con indifferenza: se i miti si tengono per mano non c'è prepotente o esagitato che possa averla vinta.

domenica 1 luglio 2012

Italia o Spagna (purché non sia mai un magna magna)


Foto by Leonora
Soltanto una constatazione, a margine della partita di calcio tra Italia e Spagna di stasera, partendo da quel biscotto più volte evocato e mai consumato.
Primo: non ero tra quelli preoccupati che Spagna e Croazia si mettessero d'accordo, ma neppure tra coloro che etichettava come "i soliti italiani sospettosi" chi temeva un epilogo con inciucio. Nel 2004 le tanto apprezzate (da me) e civili nazioni di Danimarca e Svezia, superando secoli di destazione reciproca, un bel biscotto l'avevano sfornato, con buona pace degli inegnui (sempre il sottoscritto) e gran stridore di denti del restante e italico popolo.
Secondo (che poi è il centro in tutti i sensi del discorso): Svezia e Danimarca pagarono quella furbizia da quattro soldi uscendo entrambe nel turno successivo.
Terzo: gli spagnoli potevano dunque eliminare l'Italia con un barbatrucco ma non l'hanno fatto e non se ne sono pentiti, pur se oggi potrebbero essere sconfitti proprio da coloro che hanno salvato. Ecco perché, qualsiasi sia il risultato di stasera, sarò contento. Chiunque vinca, l'avrà meritato ed è una lezione che possiamo esportare nella vita direttamente dal tanto criticato calcio: l'onore, l'onestà, il rispetto delle regole alla lunga pagano. E non importa a che latitudine o longitudine si sia nati o la storia che alle spalle ha ciascuno. Si può sempre cambiare, in meglio.

giovedì 17 maggio 2012

E' da questi particolari che si giudica un giocatore

Foto by Leonora
Come il Manchester City. La partita di ieri del Parè (spareggio "giovanissimi '97" contro il Turate per decretare il vincitore del girone provinciale) è stata quanto di peggio le coronarie possano sopportare. Provo a fare il riassunto di quanto è avvenuto, con una premessa: durante il campionato ha meritato più il Parè ed è stato raggiunto dal Turate, ieri invece per gioco, occasioni, condotta in campo avrebbe meritato di vincere il Turate e la partita se l'è portata a casa il Parè. Che a un minuto dalla fine della partita era rimasto in nove contro undici e perdeva uno a zero, con gli avversari che in più avevano anche sbagliato un rigore e preso due traverse. Una sconfitta annunciata ribaltata prima con il gol dell'uno a uno su punizione e poi incredibilmente vinta per tre a uno, con altre due reti magistrali segnate dal centravanti e una difesa eroica dei superstiti rimasti nei due tempi supplementari. Un risultato incredibile, a dimostrazione che nel calcio, nello sport e pure nella vita direi, non esiste giustizia, ma soltanto bravura e fortuna. E che, come diceva Vujadin Boskov, i bravi ragazzi vanno bene per far sposare le figlie, non sul campo da pallone.
P.S. Sono contento per Giacomo, che nel primo tempo ha vagato per il prato a caccia di farfalle ma nel secondo e nei supplementari ha corso e sputato l'anima. Sono contento per i suoi compagni, nella speranza che abbiano imparato della vita una lezione: mai arrendersi, mai mollare. Sono contento per gli allenatori e per la Parediense, che è fatta di brave persone, generose nel dedicare ai ragazzi tempo e risorse. Mi spiace per i ragazzi del Turate, che ieri ce l'hanno messa tutta ed erano già in paradiso prima di vedere tutto crollare. Mi spiace soprattutto per i genitori dei due ragazzi che, senza giustificazione, con atteggiamenti maleducati, si sono fatti espellere: oltre a tradire i compagni, credo abbiano fatto dispiacere a chi vuole loro bene. O forse è colpa nostra, di noi adulti intendo, che diamo al gioco troppa importanza. In ogni caso, una barriera, una linea di demarcazione tra il giusto e lo sbagliato la dobbiamo segnare. Confido che si siano resi conto da sé e che la prossima volta ci penseranno due volte, evitando di dare in escandescenze e non ripetendo l'errore.

domenica 18 dicembre 2011

Una domenica allo Juventus Stadium

Sono grato a Simona Migliavada perché ha regalato una bella domenica a me e una giornata indimenticabile a Giacomo e Giovanni. Grazie a lei infatti siano andati allo Juventus Stadium di Torino, per vedere la partita contro il Novara. Avevamo posti a sette metri dal campo, roba che neanche alle partite dell'oratorio San Luigi sono così vicino.
La struttura è un gioiello di ingegneria e l'accoglienza curatissima, a prescindere dal settore di cui si ha il biglietto.
Non scorderò mai gli occhi di Giacomo e Giovanni appena entrati, di fronte alle muraglie di seggiolini ancora in gran parte vuoti (siamo arrivati un'ora e mezza prima) e a quel fazzoletto di terra color smeraldo.
Erano stupiti, meravigliati e io con loro, perché ricordavo la prima volta che mio padre mi aveva portato allo stadio, al Sinigaglia di Como, per un Como - Juventus deciso da una punizione di Cuccureddu. Era il 1973 o il 1974 credo e il gol fu assai contestato, a dimostrazione che le polemiche su arbitri ed affini sono vecchie quanto il mondo. Ricordo che i palloni erano immacolati e ne rimasi sorpreso e affascinato, in quanto all'oratorio giocavamo con vecchie sfere di cuoio consunto e ingrigito. Oggi i palloni sono d'un giallo acceso, mentre le maglie della Juve d'un rosa barocco, Balocco anzi, ma l'emozione è la stessa. Unica pecca, che non abbia segnato Del Piero. Sarebbe stato il massimo.
Oltre a ringraziare Simona, volevo fare i complimenti alla società di calcio, perché ha realizzato una struttura a cui si accede facilmente e che è curata in ogni singolo dettaglio. Fa venir voglia di passarci del tempo, di tornarci, insomma. Con Mauro, il fratello di Simona, che oggi ci ha accompagnato, lo abbiamo già deciso: in primavera torneremo, a Simona piacendo.

Foto by Leonora

mercoledì 14 dicembre 2011

Faloppiese bye bye

Giacomo da ieri non è più un giocatore della Faloppiese. Mi spiace, perché per lui era come la Juventus, tre anni fa ha voluto fortissimamente andarci (io ero contrario) e ci ha passato tre stagioni fantastiche.
L'allenatore a un certo punto non ha più puntato su di lui, tutto qui. Ci siamo lasciati di reciproco accordo, noi convinti che le scelte spettano nel bene e nel male a chi guida la squadra, loro abbastanza onesti da non prenderci in giro, trattenendolo per altri mesi e continuando a farlo giocare a spizzichi e bocconi (molti gli spizzichi, rarissimi i bocconi).
Giacomo ha quattordici anni e la cosa peggiore sarebbe che abbandonasse insieme con il calcio anche i sogni. Ciò che gli brucia di più, credo, è lasciare il gruppo, i compagni. L'ho visto con i lacrimoni ieri, sforzandosi di non piangere, per dimostrare che oltre che alto è anche grande.
Come ogni genitore avrei spostato le montagne pur di evitargli un dispiacere, ma la vita è fatta così ed è soprattutto nelle delusioni che si forgia il carattere.
In questi mesi sono stato fiero di lui, assai più che se avesse giocato sempre titolare. Ha tenuto duro, fin dove era ragionevolmente possibile, senza lamentarsi o mollare. Ha dimostrato a me, suo padre, cosa significa esser disciplinati, tosti, costanti. S'è convinto alla fine, quando ha compreso che non dipendeva più da lui bensì dalle scelte di altri.
Nei prossimi giorni decideremo insieme cosa fare, in quale squadra andare, anche se la scelta finale spetterà a lui. Io spero continui e che non perda l'entusiasmo che finora ha dimostrato di avere. Della Faloppiese, oltre a momenti indimenticabili (ne ho parlato anche sul blog, in questo post e poi anche in questo), restano molte occasioni di incontro e le amicizie coltivate, sia tra ragazzi, sia tra i genitori. Spero di non perderli di vista e di aver lasciato, come famiglia, un buon ricordo. A chi resta e alla società auguro le migliori fortune.

P.S. Prima ho citato due post, sulla Faloppiese, ma è questo che mi è più caro di tutti ed è così che questa parentesi la voglio archiviare.

Foto by Leonora

mercoledì 5 ottobre 2011

Il calcio più bello

Domenica sera abbiamo visto insieme, qui a casa mia, la partita del Milan. Insieme significa, io, la mia famiglia, Loris con la sua, cioè Roberta, Silvia e Alberto e Angelo con i tre figli maschi, Stefano, Federico e Pietro. Tutti juventini, chi più sfegatato, chi meno. Nel primo tempo c'era anche Fabrizio, che invece tiene all'Inter e suo figlio Cristian, milanista, ma con i suoi otto anni troppo piccolo per restare concentrato a lungo, così con Giovanni ne ha approfittato per farsi un paio di sfide alla playstation.
Risultato a parte, è l'atmosfera che mi è piaciuta un sacco. Non una novità, in casa mia, perché già con mio padre le gare di calcio erano occasione per un ritrovo di amici, anche venti per volta, come per i turni finali dei mondiali, compresi i mitici del 1982 e quelli più recenti ma sempre vittoriosi del 2006, gli ultimi che abbiamo visto insieme, prima che lui se ne andasse in tutt'altro stadio.
Che io portassi avanti la tradizione non era scontato. A differenza sua, sono meno di compagnia, mi piace anche starmene da solo, anche perché spesso sono nervoso e nel caso di sconfitta simpatico come una pedata di punta sulle tibie. Per fortuna ci sono loro, amici e parenti, che non si fanno scrupolo e ogni tanto vengono. E ogni volta è un'emozione, un evento.
Lo ha scoperto anche Pietro, dodici anni, che di calcio non si è mai interessato, ma uscendo da casa mia, l'altra sera, ha detto a suo padre: "E' stato bellissimo".
Gino, da dove vede lui le partite adesso, sarà stato certo contento.

Foto by Leonora

lunedì 9 maggio 2011

Gli scogli che ti portano in alto



Luca gioca in porta, ha un bel viso, caschetto di capelli biondi e sguardo sempre serio. Luca non può distrarsi nemmeno un attimo, perché è un po' più basso degli altri e ogni tiro, se non è più che attento, diventa insidioso. Luca ha sempre voluto fare il portiere e non si è mai arreso: alle insistenze della mamma perché facesse altro, ai sorrisini degli avversari e del pubblico. Luca non riceve regali e non fa sconti a nessuno: tra i pali è un gatto, ha coraggio e cuore per mettere a tacere chi è scettico, dimostrando che non bisogna essere giganti per difendere quella linea bianca che separa il nulla dal tutto. Una donna, dietro me, quando a fine partita l'ha notato passare insieme con i compagni a bordo campo, ha detto alla vicina di posto appena arrivata: "Eccolo lì, il portierino. Dovevi vederlo giocare". Ieri l'ho visto. E dentro di me ero contento, pur se giocava contro la squadra di mio figlio e si meritava gli applausi e l'ammirazione di chi era in tribuna. Tornando a casa ne ho parlato proprio con Giacomo, dicendogli che quel ragazzo è in qualche modo un modello e un esempio, poiché dai propri limiti ha saputo trarre il meglio, affinando quelle doti (la concentrazione, la reattività, la perspicacia, il senso della posizione, l'essere deciso...) che gli permettono di supplire e di fare bene lo stesso. Lo scrivo qui, pro memoria innanzi tutto per me stesso, confidando che Luca non smarrisca l'umiltà, anche quando in altezza raggiungerà i compagni d'età, ricordando che nella vita come in mare, sono gli scogli a far salire le onde più in alto, talvolta sfiorando il cielo.



Foto by Leonora

sabato 12 marzo 2011

Un padre, l'allenatore di calcio e la tentazione malefica

Lavoro un fine settimana sì e uno no. Questo è quello sì e come ogni sabato scalo il Tourmalet, a occhi sbarrati e testa bassa, puntando dritto verso il traguardo della domenica sera. La mazzata è arrivata a metà pomeriggio, quando ho barattato la pausa pranzo per andare a vedere giocare Giacomo. Il fantasma di Giacomo, l'ombra. Un pallido ricordo del ragazzo gioioso che era, quando metteva maglietta, calzolcini e scarpe da calcio. Anche oggi sembrava portare sulle spalle il peso di Atlante e ha impiegato più energie ad allargare le braccia e scuotere la testa che a correre in lungo e in largo per il campo. Lui di carattere è uno che si demoralizza ed è il contrario di me, che al posto dei piedi avevo un ferro da stiro, ma stringevo i denti e non avevo paura di mettere la gamba. L'allenatore dopo cinque minuti l'ha piazzato in difesa e se prima girava a vuoto, di colpo è naufragato come tutta la squadra. Per la prima volta in vita mia m'è spiaciuto per lui, perché si vedeva lontano un miglio che delle qualità che deve possedere un difensore non ne aveva mezza: era lento, non anticipava, non contrastava e manco aveva la malizia di fare fallo quando un'attaccante lo superava, andandosene tranquillo e beato verso la porta. S'impegnava ma era inadeguato, come un albatro quando tocca terra e invece di spiegare le ali deve correre impacciato, sulla spiaggia.
Lo dico? No, non lo dico. Ma sì che lo dico! No, non lo dico. D'accordo, lo dico: per un istante ho anche pensato di andare a parlare con l'allenatore. Io! Io che mi vergogno per tutti quei genitori che credendo di avere in casa Maradona mettono becco e urlano e se la prendono, sbraitano, dispensano perle, consigliano: pensano di essere Mourinho e in vita loro non hanno mai neanche tirato un calcio al pallone davanti alla porta del condominio. Io! Io che ho sempre detto a Giacomo: "Se vuoi con l'allenatore ci parli tu. Se pensi che dovresti giocare più avanti perché nei contrasti sei scarso ma quando alzi la testa riesci a mettere la palla dove vuoi tu e qualche volta anche a segnare, come facevi l'anno scorso, non hai che prendere coraggio e dirglielo. Nella vita mica c'è sempre un padre che si preoccupa per te, che ti allaccia la bavaglia". Io! Io che ho sempre sentenziato serafico quanto il maestro Shifu o Oogway di Kung Fu Panda: "Un calciatore deve imparare a giocare dappertutto" e "Importante è allenare la propria debolezza per trasformarla in forza". E la mia d'una debolezza? M'è passata, scrivendo qui, mettendo in piazza la tentazione, esponendo la colpa. Giuro che non lo farò, giuro che manterrò fede ai miei principi, giuro che continuerò a pensare che Giacomo deve cavarsela da solo, che è soltanto un gioco e che altre sono le cose importanti della vita, giuro che non parlerò all'allenatore!
(Ma allora perché sto tenendo incrociate le dita?)


Foto by Leonora

mercoledì 12 marzo 2008

Buoni sentimenti 1


Buoni sentimenti 1 (solo per chi ama il calcio)

Non è vero che le disgrazie sono inutili. Prendiamo lo sport, prendiamo il calcio, prendiamo la migliore (per me) squadra del mondo: la Giuventus.
Vincevamo, eravamo antipatici (quanto mi piaceva essere antipatico!), hanno detto che parlavamo con gli arbitri (solo noi), hanno detto che dovevamo andare in B, ci hanno mandato, ci hanno tolto uno scudetto, ci hanno portato via i giocatori migliori (non tutti), ci hanno fatto girare le scatole come l'elica d'un elicottero Agusta A119 detto il "Koala". Credevo che dal male sgorgasse solo male e in effetti per un annetto, se si entrava in argomento, mordevo veleno. Qualcosa però è cambiato. Me ne sono reso conto l'altro giorno, guardando i festeggiamenti per il centenario dell'Inter (ora riesco anche a dirlo: Inter; prima era come il fegato per Fonzie, che non riusciva neppure a pronunciarne il nome). Dico la verità: a vedere tanti campioni del passato uscire dal tunnel e ricevere gli applausi di San Siro mi ha intenerito. Avrei abbracciato Altobelli! E tutti gli altri avrei abbracciato, anche Mazzola, Firmani, Corso, Ruben Sosa, Panchev (ch'era invitato, ma non s'è presentato: ha mancato anche questo appello, come quasi tutte le occasioni da gol) e persino Moratti, che fino al giorno prima il pensiero più gentile che potevo provare per lui era un calcio nel sedere dato di punta. Così non ho "gufato", ieri sera, quando hanno giocato con il Liverpool. Un po' perché ero ancora inebetito da quel colpo di amore cosmico, un po' perché ho imparato sulla mia pelle che ogni "gufata" prima o poi torna (con gli interessi) indietro. L'Inter è uscita lo stesso e se dicessi che mi spiace sarei bugiardo, però sono stato sobrio, equilibrato, taciturno, distaccato. Stanno imparando anche loro ad avere la squadra più forte, ad essere aiutati clamorosamente dagli arbitri in Italia, a sentirsi dire che "rubano", ad uscire mestamente e senza sconti in Europa, a vedere Ibrahimovic che è un fenomeno vero ma quando conta non ne imbrocca una.
E stasera, per non smentirmi, ho tifato addirittura e sinceramente Fiorentina, che ha vinto ai rigori contro l'Everton, dopo 120 minuti di sofferenza, e passato il turno in Coppa Uefa.
Non gufo, simpatizzo per gli avversari, abbraccerei Moratti... Sono guarito? Posso riavere Moggi? Dai, gli togliamo il telefonino! Solo Moggi, niente Giraudo. Preferite tenerlo voi? Continuare a leggerne i resoconti da Lourdes o dai congressi dell'Udc? No, dico sul serio, non è meglio restituirlo in libertà vigilata, solo per scegliere i giocatori, alla Giuventus?
Foto by Leonora