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sabato 30 maggio 2026

Tre benedizioni (E una qualità)

Ho salito, senza quasi accorgermene, un milione di scale. E mi ritrovo tuttora, ad ogni pianerottolo, sospeso tra il desiderio di sostare e la trepidazione di ripartire, tra lo stupore per quanto percorso e il timore di ritrovarmi in bilico, a sbalzo, senza certezze.
Mi rincuora un dettaglio, un atteggiamento che potrei definire ciò che mi fa sentire saldo e mi distingue ai miei stessi occhi: la consapevolezza che ogni scoglio può fare da trampolino, che ogni limite porta con sé un'opportunità.
Una questione innanzi tutto di prospettiva: persino l'evento più negativo, a saperlo osservare attentamente, a costo di ruotarlo sopra e sotto, di fianco e da parte, presenta una lama di luce, esattamente come i brillanti al chiarore delle lampade.
Non è teoria, bensì prassi. Il buono dell'uomo che sono lo debbo alle mancanze che ho saputo colmare, alle debolezze con cui ho dovuto fare i conti, ai fallimenti diventati occasioni. Una ragione sufficiente per non farsi eccessivo cruccio quando qualcosa va male ("Che sarà mai" sentenzierebbe la protagonista femminile del libro di Francesco Piccolo, "Il desiderio di essere come tutti"). Anzi, è proprio quella pietra scartata dai costruttori a fare da base per altezze ritenute altrimenti inimmaginabili.

P.S. Un'altra buona pratica che tento sempre di applicare è la legge del tre, un esercizio di psicologia (noto come "The Three Blessings", "Le tre benedizioni") che consiste, al verificarsi di un evento negativo, nel pensare almeno tre aspetti positivi. Ad esempio, ieri dovevo andare in vacanza e ho scoperto di aver sbagliato a prenotare il volo di destinazione? Pazienza. Intanto è stata una fortuna averlo scoperto la sera prima e non direttamente in aeroporto; poi, esiste la possibilità di cambiare il volo, con una cifra non indifferente, ma comunque accettabile; infine, sì, costa di più, ma il denaro dopo tutto serve a questo, a risolvere problemi. 

sabato 23 maggio 2026

A misura d'umano (Euro zero)

Lo debbo a te, ai tuoi ventisei anni e alle battaglie che hai già fatto, ma pure alle donne che ti hanno preceduto e a quelle che vivono tuttora un'ingiustizia da mondo capovolto.
Molti, forse anche tu, danno la colpa al patriarcato, al maschilismo. Io do responsabilità a qualcosa dal nome diverso, alla concezione economicista che ha preso sempre più piede nel luogo che abitiamo, al "denaro causa di tutto".
Mi riferisco alla mortificazione che subisce chi non porta a casa uno stipendio o ha un reddito comunque marginale in paragone a quello dell'altro.
La spia mi si è accesa sentendo una persona amica, accusata per l'ennesima volta di avere ansie inutili considerato il contributo che dà al sostegno finanziario. Le parole che si è vista scaraventare contro sono state più o meno queste: "Ma come stressata tu? I tuoi sono solo passatempi, svago. Stressato piuttosto dovrei essere io, che mi occupo di mandare avanti la famiglia guadagnando".
Ora, al netto dei toni, comprendo come una frase del genere, formalmente ineccepibile, faccia più male di uno stiletto nelle costole e induca alla resa immediata, mani in alto.
No. Non è così. Lo scrivo con cognizione di causa, vivendo una simile asimmetria di coppia, ma consapevole che - tra i due - a essere in debito sono io.
Non lo ammetto per piaggeria o per buonismo. Né mi metterò a fare il conto di quanto costerebbero le faccende - domestiche, di pulizia, giardinaggio, trasporto, accudimento, smaltimento burocratico, approvvigionamento... - che l'altro sbriga senza prendere un soldo: se lo facessi riporterei in equilibrio la bilancia tabellare dei pagamenti, ma fallirei in ciò che ritengo giusto: chiamare per nome e dare valore a quanto valore ha davvero. Penso invece al supporto emotivo, al sostegno morale, alla ricchezza relazionale, al bilanciamento costante, alla carica di fiducia, allo sprone silenzioso, alla tranquillità infusa che permette a uno dei due (quasi sempre l’uomo) di spiccare il volo sapendo di contare su un paracadute sempre aperto. Questo e molto altro ancora, la cui portata è inestimabile se l'unica categoria che conosciamo è quella dei cinici, che ignorano il valore e hanno per unità di misura soltanto il prezzo.

P.S. Vengo da una famiglia in cui entrambi i genitori lavoravano e sono convinto che per ciascuno sia un bene avere un lavoro, poter contare su un'autonomia economica e soprattutto tentare di realizzarsi attraverso un mestiere, qualsiasi esso sia. Ma il fatto di non averlo - temporaneamente o definitivamente - non può equivalere a una macina al collo, pagando dazio doppio e sentendosi due volte a disagio. Così come purtroppo trovo vero e al contempo ingiusto, spietato, il fatto che tutt’oggi, in una coppia, occorra avere autonomia economica per essere sicuri del rispetto dell’altro (sottinteso: «Così non può impuntarti nulla, così puoi vantare i tuoi diritti, così non hai bisogno di nessuno, così meriti rispetto).
Credo davvero sia tempo di ammettere che rispetto lo si meriti - e si debba pretendere - a prescindere, così come la realizzazione può avvenire fuori dall’alveo delle professioni classiche, quelle basate sullo scambio "tempo" ed "energia" in cambio di "denaro". Ma affinché avvenga tutto ciò occorre allenarsi, affinare una sensibilità,  definire dei contorni, fornire polpa e sostanza alle intuizioni, imparare a dare nome a quanto ora non lo ha, dotarci di un vocabolario nuovo e di un metro differente, a misura di umano.

mercoledì 19 ottobre 2022

Bandiera rossa (Il mondo capovolto)

"Nelle grandi aziende il divario salariale tra lo stipendio medio dei dipendenti e il top management è passato da venticinque volte tanto del 1975 al duecentosettantadue volte dei giorni nostri".
Mehlman Castagnetti, "De Global: Ten Trends Defining The New World"

"La lotta di classe è morta e hanno vinto loro" sostiene Barbero. Loro però sono altro rispetto alla contrapposizione in compagnia della quale sono cresciuto, con gli imprenditori da una parte e dall'altra l'operaio, l'impiegato.
Loro sono la finanza, i grandi patrimoni, una ricchezza sempre più grande nelle mani di sempre meno persone.
Tutto il resto, sta sotto. Ed è quel sotto che occorre avere l'ambizione di mettere in dialogo, a confronto, dando ad essi voce, a prescindere se si trovino sull'ultimo gradino o sul primo: la scala è comunque la stessa e non separa granché né porta in paradiso.

P.S. Raccontare, conoscere, mettere in dialogo è la costante di questi mesi del mio lavoro, nei programmi che conduco o dirigo, nelle iniziative a cui partecipo.
Lo spunto me l'ha dato Valentina Boschetto Doorly, che nel suo saggio "La terra chiama" ha scritto una pagina intitolata: "Una nuova par condicio in televisione".
La riporto per intero, anche se il suo invito si potrebbe riassume in: occorre dare voce a intellettuali, scrittori, politici, ma anche chi tiene in piedi l'economia reale del nostro paese.
"Vorrei che qualcuno, invece di preoccuparsi di pesare al nanosecondo il tempo televisivo suddiviso per partiti politici, si preoccupasse di pesare allo stesso modo il tempo televisivo dedicato, da un lato a intellettuali, scrittori e politici e, dall’altro, a chi tiene in piedi l’economia reale del paese: chi produce trattori, chi produce mobili, chi disegna gioielleria, chi disegna moda, chi coltiva zucchine e chi fa le serre idroponiche, chi apre e gestisce alberghi, chi inventa apparecchi elettromedicali, chi controlla la stagionatura del parmigiano. Pensate che non sarebbero abbastanza eloquenti da comparire in televisione? Dategli il microfono, sarete stupiti. Questa è la parte del paese che crea valore, che sta in trincea in mezzo alle pallottole che fischiano, che ipoteca la casa per proteggere l’azienda in tempi di crisi. Ciò nonostante, oggi solo un paio di programmi sulle reti nazionali trovano interesse a farli parlare, raccontare, spiegare i loro mondi - che, incidentalmente, rendono possibile il nostro - e articolare le loro distanze (e comunque mai in prima serata). Eppure, amici, tutti gli altri sistemi dovrebbero essere altro che un supporto a tutto questo. Il resto, davvero, è puro contorno".

domenica 15 maggio 2022

Più o meno (Ciò che vale, davvero)

Alla gratuità si risponde con il dono, non con il prezzo.
(Luigino Bruni)

Un seme. Una visione.
Un pensiero da custodire con cautela, come guscio d’uovo.
In poche righe la direzione, l’auspicio, un traguardo: costruiamo un mondo in cui il denaro non sia misura di tutte le cose.
Arduo, ma bello.
Complesso, però affascinante, profetico.
Più gratuità, meno compenso.
Più eccedenza, meno speculazione.
Più valore, meno conto.
Più dono, meno prezzo.

P.S. Ha ragione il professor Barbero quando dice: “Non è vero che non c’è stata lotta di classe. C’è stata e hanno vinto i ricchi”.
Occorrerebbe aggiungere una postilla: hanno vinto, poiché abbiamo permesso loro di scegliere il gioco, le regole, il campo.
Quello della ricchezza appunto, dei soldi, del continuo ammassare, del capitale finanziario.
Facciamo un passo indietro: rifiutiamo l’idea che i soldi siano un fine, smettiamo di considerarli l’unica risorsa, la forza che piega e a cui piegare tutto.
Sapendo che pure su questo tema, per praticità, esiste un più o meno.
Più lavoro, meno profitto.
Più investimento, meno rendita.
Più redistribuzione, meno accumulo.

giovedì 17 dicembre 2020

Guardarsi, in prospettiva (La rivoluzione esaurita)

Facciamoci un regalo: tiriamo le somme degli ultimi dieci anni e guardiamoci, in prospettiva.
Senza giudicarci. Semplicemente osservando il punto di partenza e dove siamo arrivati, talvolta consapevolmente, nella maggior parte dei casi invece - compreso il mio - senza accorgersene, condotti dalla vita e trascinati dagli eventi, barca in mezzo al mare, Ulisse che cerca un'Itaca senza conoscerne nome proprio e punto esatto sulla cartina.
Abbiamo compiuto passi, macinato chilometri, intravisto mete e orizzonti, siamo tornati indietro, spesso cambiando direzione, altre riprendendola, in alcune circostanze trovandoci di fronte un’autostrada, altre perdendoci nella nebbia, restando invischiati senza orientarci, confusi come i lotofagi.
Se mi metto a sedere e volgo lo sguardo alle spalle fatico a distinguere eventi epocali miei, personali, pietre miliari di quello che è per tutti un peregrinare.
Lo stato non è mutato, ad esclusione delle rughe del volto e di alcune convinzioni profonde, composte o rinsaldate dalle esperienze accumulate. La sensazione è di aver avuto accanto - per tratti lunghi o brevi - persone meravigliose, compiendo un viaggio straordinario, quasi sempre senza accorgermene.
Faccio eccezione oggi, in questo anno strano e straniante, ponendo nero su bianco queste righe, mettendo a fuoco la consapevolezza della fortuna che ho, i gradini percorsi, le lezioni imparate, le persone godute, l’essere stato dono e un dono averlo ricevuto, nel bene o nel male, da tutti.

P.S. Lo metto qua, come postilla, poiché non ho pretese di saggista né conclamate capacità di comprendere ciò che oltre il pelo d'acqua sta capitando: nuoto, in qualche caso annaspo, a fatica riesco di tanto in tanto ad allungare il collo e ancor meno di frequente ho la lucidità per analizzare il quadro generale e trarre uno spunto di senso.
Faccio un'eccezione poiché mi pare di cogliere un ciclo che si chiude, uno degli eterni cicli delle rivoluzioni che si aprono, scorrono (spesso senza piena consapevolezza, senza coglierne la portata piena) e poi si chiudono, con l'inizio segnato dalla rottura delle regole e la fine con l'imposizione di nuove regole, che non sono più quelle precedenti la rivoluzione ma un ritorno allo stato di equilibrio infranto prima.
Ciò che è avvenuto centinaia di volte nel passato dell'evoluzione umana sta succedendo ora, con la rivoluzione introdotta da Internet e la sensazione che sia generalmente assestata, ingabbiata quasi.
Le sterminate opportunità che in principio presentava si sono moltissimo ridotte, il denaro, la finanza sono tornate a farla da padrone, riprendendo potere e guida dopo averla smarrita per anni a favore della creatività, della libertà, dell'intraprendenza.

mercoledì 11 novembre 2020

L'estate di San Martino (La natura che aggiusta)

Al mio compleanno, da che sono nato, segue il giorno che nella tradizione contadina si dedicava al trasloco, con i lavoratori stagionali che lasciavano la cascina, la casa padronale, con la natura entrata a riposo e poche braccia necessarie a mandare avanti tutto.
È per una coincidenza che in questa data mi sia trovato ad entrare nei locali dove tuttora abito, e oggi, quarantotto anni dopo, riscopra pienamente il contatto con la terra, il gusto di mettere fisicamente mano all'erba, alle piante, al giardino.
Un piacere che in parte ha sostituito quello della lettura, l'unica esperienza che fino ad ora mi permetteva di distrarmi da tutto, di rilassarmi, di riparare, di "aggiustarmi", in qualche modo, entrando e vivendo un altro mondo.
Non so se durerà, se il desiderio irrefrenabile di accantonare tutto e di prendermi cura del prato, dell'orto, delle aiuole, del bosco, sentendomi con la natura un essere unico, durerà a lungo, se sarà un fuoco di paglia o goccia che scava la roccia, che cambia non soltanto l'esterno di casa oppure l'essenza di ciò che sono, dentro.
Faccio pochi calcoli, come ho scritto ieri, "vivo l'attimo", avvertendo tuttavia il germoglio di un cambiamento profondo e intravedendo all'orizzonte il desiderio di essere un uomo diverso, con differenti obiettivi, priorità, la volontà di rifuggire l'ansia, lo stress, togliendo dal piedistallo la carriera, la posizione, il denaro, il comando, entrando più in armonia con il mondo, assecondando la ruota che gira, da sempre, sentendomi parte di un tutto.
Sono sulla soglia di quella stagione di vita tra estate ed autunno. Sto diventando vecchio.
Mi fa un poco paura, ma non mi dispiace affatto.

P.S. L'undici novembre ricorda San Martino, santo guerriero, famoso per avere diviso il mantello con chi aveva freddo. In quel mantello diviso io vedo tuttora un simbolo, il segno del materiale che non può, non deve essere fonte di divisione, piuttosto deve essere diviso, poiché esiste qualcosa di più grande, importante, essenziale, buono. Uno scrupolo attuale oggi, in questo tempo in cui sempre più il denaro rischia di diventare la misura di tutto. Il contatto con la natura insegna pure questo: a mettere in giusta scala il valore del possesso, dell'armonia, del tempo, dei fini, del mezzo.

sabato 17 ottobre 2020

Ciò che conta davvero (Spese e risparmio)

Lascio testimonianza pubblica qui, dell'incontro privato "genitori - figli" che oggi abbiamo organizzato, per condividere conoscenza di ciò che la nostra famiglia possiede, affinché possiate esserne responsabili, farvene carico. 
Il totale complessivo potrà esservi sembrato tanto o poco, dipende dal punto di vista, dalla considerazione che ne abbiamo.
Di certo l'intero raccolto è frutto di attenzione, di cura, in qualche caso di rinuncia, di sacrificio, di un oliva risparmiata ogni giorno, per parafrasare uno degli esempi classici dell'economia del tenere da conto.
Di contro, se la somma non è considerevole è per il fatto che veniamo da famiglie che avevano poco o nulla, in passato, e non siamo genia di imprenditori, coloro che moltiplicano le entrate, assumendosene anche il rischio. Abbiamo piuttosto passo corto e costante, come la formica contrapposta alla cicala nella favola raccontata da La Fontaine su spunto di Esopo.
Queste le pagine scritte fin qui, da chi vi ha preceduto, ora tocca a voi affrontare un tempo di mezzo, una stagione in cui non siete più ragazzi sollevati dai pensieri del conto economico, ma parimenti nemmeno adulti con una propria indipendenza, con un'autonomia che deriva dal reddito e dal proprio risparmio.
Ecco perché con vostra madre abbiamo deciso di confrontarci con voi su ciò che fino a ieri discutevamo soltanto lei ed io.
Al di là di tutto, a me importa questo: che i beni materiali e in particolare il denaro mai diventino "misura di tutte le cose" o, peggio, fonte di divisione, creando un solco.
I soldi non sono che uno strumento, un mezzo per poter godere senza ansie o patemi una vita felice e piena grazie ad altro, cominciando dagli interessi e dalle relazioni personali.
A tale proposito, credo possa fare da stella polare quanto mi ha confidato Loris, l'altro giorno. Una breve confessione che potrebbe essere la mia e che vale un manifesto.

Sai, ci sono stati giorni in cui vedevo più buio che luce davanti a me e in quei giorni mi sono rammaricato delle cose che avrei potuto fare nei tempi passati, cose semplici tipo un week-end lungo, una cena al ristorante, una sera a teatro, qualsiasi cosa occupasse il tempo insieme alle persone care, poche o tante, agli amici...
Quelle cose che spesso rinvii e poi non fai più per ragioni che solo ora hanno assunto un altro valore nella graduatoria delle priorità (il lavoro, i soldi, la pigrizia). Se il destino vorrà essere benevolo ecco, quello è il mio buon proposito, cercare di sfruttare il tempo per arricchire l'anima e il corpo di quei piaceri che la vita ti offre (anche una semplice camminata nel bosco o in riva al lago parlando del più e del meno), piaceri, persone care, possibilità che non scontati per tutti, sono una fortuna e per questo sarebbe un peccato non approfittarne.

mercoledì 18 febbraio 2015

La grande bolla (i debiti, i filibustieri e il sistema)

Foto by Leonora
Mai fermarsi nel mezzo, nel tennis come nella vita. C'è una lunga lista di saggi che lo consigliano (San Giovanni, ad esempio, nella sua Apocalisse, terzo capitolo, versetto 15: " Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca") e l'ho sperimentato più volte, sia sulla mia pelle sia osservando le cicatrici altrui, a volte spesse due dita.
Una regola che vale pure per l'economia spicciola, come mi ha spiegato Catia ieri sera, illustrandomi la sua ricetta per quanto riguarda i debiti. "Se devi farli - mi ha detto - fanne per importi giganteschi, perchè se fai così il problema non è più tuo ma della banca, che a questo punto ti darà tutta l'attenzione necessaria. I debiti piccoli invece ti mandano sotto i ponti. Se stai nel mezzo il sistema ti stritola".
Già, il sistema. E il buon senso? La ragionevolezza per cui meno danni faccio meno dovrei pagare? Nulla. Carta straccia, cenere al vento: le leggi della finanza somigliano poco a quelle delle natura ed esserne consapevoli, evitare di illudersi, scampa il pericolo, oltre a mettere il cuore in pace.
Comunque sia, non appartenendo io alla categoria dei filibustieri, l'alternativa si sbriciola e mi resta unicamente la via oculata e previdente della formichina, che rinunciando a molto non si fa mancare nulla.
(Qui ci starebbe bene una riflessione sull'importanza che diamo al denaro, ma sarebbe l'ennesima, senza aggiungere nulla di originale a ciò che ho già scritto altre volte. Ad esempio in un post di quattro anni fa, tuttora attuale, che avevo intitolato "Il valore dell'aria").

venerdì 4 aprile 2014

A Silvia (ed Emilio, pace all'anima sua)

Foto by Leonora
"Ciao". Con gli occhi sgranati, sgomenti come colui che si affaccia sull'abisso dell'incomprensibile, ha speso l'ultimo barlume di lucidità e quel poco di fiato che gli restava per salutare mia madre, sua nipote. Emilio, l'ultimo dei Balzaretti, s'è congedato così, sulla soglia dei novant'anni, dopo una vita in principio grama ma poi tutto sommato serena. Gli ultimi giorni sono stati un calvario senza stazioni, con il letto unica fermata, consumandosi poco per volta, ritirandosi in un bozzolo di pelle secca e magra carne attaccata alle ossa. Conciato così non lo era stato neppure all'arrivo dei soldati americani alle porte del campo di lavoro dove si trovava prigioniero dei nazisti, settant'anni fa, in Germania. Allora erano i patimenti di un corpo assetato di vita, ora quella stessa vita che un pezzetto alla volta si staccava, i rari granelli di sabbia rimasti ancora nella clessidra.
Domani, sabato, accompagneremo Emilio nell'ultimo viaggio su questa terra, ma non è un pensiero triste quello che mi ronza nella testa. Se oltre non esiste nulla ha finito almeno di patire, mentre se la morte è un misterioso seme di rinascita sono contento perché finalmente è tornato a sorridere, come ormai più non riusciva. A parte questo e mille altre ricordi che mi legano a lui, voglio appuntare qui traccia del regalo più bello che mi ha lasciato in questi giorni, per interposta persona.
Si chiama Silvia, fa l'infermiera, abita nello stesso paese dello zio e in queste settimane, in questi mesi, gli è stata vicina, prendendosene cura, alleviando il fastidio e il dolore delle piaghe piccole e grandi, facendo medicazioni, quando serviva, sia a lui sia a sua moglie Angelina, oppure scambiando qualche semplice parola. E fin qui non c'è nulla di strano, se non fosse per il compenso che ogni volta chiedeva: nulla. Niente, zero, non un euro, al massimo un "grazie" e anche quello bisognava pronunciarlo sottovoce, perché Silvia è buona quanto timida e farla diventare rossa è un attimo, mettendola in un imbarazzo che non merita. Ieri, mentre gli fasciava le gambe insanguinate, sono rimasto esterefatto dalla sapienza e dall'amore di quel gesto, da quella gratuità assoluta, dal donare tempo e competenza senza volere in cambio nulla, trovando gratificazione - credo - semplicemente nel fare una cosa buona, giusta. "Vorrei che i miei figli crescessero così" ho pensato, trovando in lei un modello raro quanto prezioso, mentre tutto attorno il denaro, il compenso materiale è diventato misura e metro in ogni cosa. Perché in ogni ambito, compresi quelli che dovrebbero essere intimamente lontani dalla logica dello scambio economico (penso all'assistenza sociale, alla medicina, ma anche all'istruzione, alla politica...) il parametro sono i soldi? Come è possibile che essi si siano presi platealmente la scena, oscurando e addirittura cancellando altre monete che invece hanno valore proprio perché non conoscono prezzo, come la reciprocità, la stima, l'ammirazione, il buon nome, la gratitudine, la riconoscenza, l'amicizia?
Sono mesi che ci rifletto e ringrazio Silvia e indirettamente Emilio per avermi dato un esempio e insieme una risposta concreta: la testimonianza che si può fare, che qualcuno, magari molti lo fanno già, senza clamore, senza appuntarsi medaglie al petto, senza bisogno di liturgie o riti benedicenti, bensì rimboccandosi le maniche, dimostrando una generosità fattiva. E per ringraziare Silvia, visto che non ha mai voluto né vorrà un euro, cerco di imitarla: lei medicando, io scrivendo, lei curando le piaghe di Emilio, io ringraziando suo padre e sua madre che l'hanno cresciuta così e facendo di questa sua virtù buona memoria.

lunedì 1 aprile 2013

La vera ricchezza

Foto by Leonora
"Goditi i figli finché sono piccoli perché poi l'adolescenza è una lunga camminata nel deserto: non sai mai come ne esci". Me lo dice Luigi, seduto dall'altra parte del tavolo e con cui parlo di tutto, discutendo spesso, senza nascondere nulla.
Metto la carta nel mazzo dei pensieri di questi giorni, finalmente sgombri da incombenze e compiti urgenti, aprendo la finestra di casa e appuntando che in un mese hanno fatto un Papa ma non un governo, dato una svolta alla Chiesa e restando invece fermi al palo di uno Stato avvitato su se stesso, sempre meno dalla parte dei cittadini e distante anni luce dai bisogni reali di ciascuno. Perciò me ne sento distante, disattendendo un coinvolgimento per le vicende politiche che ho da quando ero piccolo e conoscere onorevoli e senatori in parlamento distingueva il bambino mediocre che ero.
Il Papa mi piace, pur se temo gli osanna a trecentosessanta gradi che sta ottenendo. Conosco gli uomini e so che ai ramoscelli di ulivo di ogni entrata a Gerusalemme risponde un "crucifige" al primo refolo di vento. Credo che lo sappia anche lui, Jorge Bergoglio detto Francesco, la cui serenità che traspare dal volto è testimonianza di fede assai più delle prediche e dei documenti compilati dallo studioso.
Mi interrogo sulla povertà a cui fa riferimento spesso, sul significato che ha, su chi sia veramente il povero e come possiamo fare per stargli vicino, per essergli prossimo. Assodato che la sopravvivenza è il minimo che deve esser garantito a ciascuno, cioè un bicchiere d'acqua e un pezzo di pane, possibilmente con del companatico, cosa altro occorre a una persona per realizzarsi come donna, come uomo. Il denaro? Quanto? Sono mille i fattori che incidono sulla condizione del sentirsi ricco e sovente dipendono dalla formazione, dalle convinzioni personali o banalmente dal caso, da dove siamo nati, da un posto piuttosto che un altro. Per il ragazzo cresciuto a Beverly Hills la povertà è non poter contare sulla servitù, non avere vestiti firmati, l'auto sportiva all'ultimo grido, per quello che cresce nella baraccopoli di Città del Capo o di Rio de Janeiro la ricchezza è uno stipendio fisso da impiegato e un appartamento pulito. Sono i due estremi e li ho scelti perché nel mezzo ci può stare di tutto. Ciò che mi importa ribadire è che non si può tirare una riga e definire che quel che sta di qua è "povero" e di là è "ricco". Il beato Arlatto, uno dei padri che scelse di vivere meditando, nel deserto, sosteneva che la vera ricchezza non sta nel molto possedere, bensì nel poco desiderare. La penso così anch'io. Credo che la vera rivoluzione sia proprio questa, uscire dall'illusione capitalistica che il denaro sia misura di tutto, dando valore a una dimensione comunitaria che via via è scomparsa, secondo cui dare il proprio tempo, le proprie conoscenze, le proprie energie al servizio del bene pubblico è giusto, oltre che buono. Dobbiamo tornare a un'essenzialità che abbiamo perso, a una sobrietà non imposta, ma scelta da ciascuno. Non sono pessimista, i segni di un miglioramento ci sono, è sufficiente coglierli e saperli interpretare per tornare a guardare il futuro sorridendo.

venerdì 21 ottobre 2011

Cattedrali senza religione e pane con il sale

Lo so, è più una provocazione che un proposito ma la trovo di cattivo gusto egualmente. Mi riferisco ai messaggi su Facebook, ai diagrammi a volte lisci, a volte gassati o Ferrarelle che pullulano sul web e fanno la conta di chi è stato fatto fuori (Saddam, Osama, Gheddafi) mettendo con prossimo della lista di cui si attende la fine Silvio Berlusconi.
Non m'importa di passare per bacchettone, prendendo per serio uno sberleffo, seppur greve.
Silvio Berlusconi, più che un dittatore o un criminale, in politica è un pasticcione. Probabilmente perché paga colpe non sue, quasi certamente perché credi che basti essere un uomo di successo per sollevare le sorti di un intero paese. Sta di fatto che per ogni passo avanti ne facciamo tre indietro, incapaci di rispondere efficacemente alle sfide che ci pone il tempo presente, figuriamoci quello futuro.
Un esempio su tutti: la scelta del governatore della Banca d'Italia. Ha impiegato più lui a indicare un nome che Carla Bruni a portare a termine la gravidanza e dare alla luce una bimba che appena nata fa già discutere per il nome (Dalhlia o Giulia, ma sempre con l'accento sulla a).
La realtà è che, Berlusconi o non Berlusconi, non si capisci più chi guida il paese e anche l'Europa, il mondo intero. Non sono più i capi di stato, né i militari, com'è stato nei secoli passati. Probabilmente sono i gruppi di interesse, ma tanto eterei ed evanescenti ch'è impossibile dare loro un volto, un cognome.
Abbiamo lasciato che il denaro diventasse la misura di ogni cosa ed ora l'economia detta legge. Una legge che non si cura del giusto o dello sbagliato, ma soltanto dell'utile. Allora non è Berlusconi il nemico, né colui che può risolvere le cose.
Le cose possiamo risolverle noi, ristabilendo una diversa scala dei valori, riportando il denaro a una più modesta dimensione e riscoprendo il dono, il tempo, la sapienza, la gratuità e tutti quei comportamenti buoni che assomigliano a un seme: danno frutti, purché ci sia pazienza.
La Bce, l'Fmi e tutte quelle spoglie cattedrali senza religione potranno imporci un punto in più dell'Iva o una tassa persino sul pane, ma non potranno impedirci di dividerlo quello stesso pane, di mangiarlo con gli amici, magari con un filo d'olio e un pizzico di sale, chiacchierando attorno a un tavolo, al chiuso d'inverno e sotto il sole, s'è estate.

Foto by Leonora

sabato 9 luglio 2011

Il prezzo delle cose e il valore dell'uomo



Pur con tutto il greve e scabroso fardello dei difetti che ho, credo di aver trovato chi si colloca al polo esattamente opposto al mio. Si chiama Marco Milanese, è un ex ufficiale della Guardia di Finanza e consigliere politico del ministro Giulio Tremonti, protagonista sui giornali di questi giorni per vicende su cui sta indagando la magistratura. Sull'aspetto giuridico nulla da dire: vedremo se le accuse che lo riguardano sono fondate o meno. E' invece lo stile di vita emerso dall'inchiesta che mi incuriosisce, mettendolo in relazione con me stesso. Leggo su La Stampa, a firma Francesco Grignetti: "Ah, quanto piaceva a Marco Milanese farsi vedere in giro sulla fuoriserie, a bordo del suo motoscafo, nella villa di Nizza. Amava i costosi weekend a New York, rigorosamente nei migliori alberghi. Oppure presentarsi a Natale con un orokogio "Patek Philippe" da quindicimila euro nella carta da regalo".

"Non mi somiglia per niente!" come ripeteva Johnny Stecchino. Nel mio caso è vero: non mi somiglia. Le cose belle mi piacciono, ma non farei mai follie per un oggetto che si può comprare col denaro. Avere i soldi per una vita dignitosa, agiata persino, è un conto, soddisfare il proprio ego con la carta di credito è un altro. Tra le molte fortune che ho c'è quella di accontentarsi del già troppo che ho, materialmente parlando. Una bellissima casa, costruita dai miei genitori con sacrifici veri, senza andare in ferie un solo anno, e sistemata grazie ai risparmi miei e di Isabella nei primi anni di lavoro. Una macchina sportiva, l'unica auto che abbia mai acquistato e posseduto, attualmente pure troppo giovanile per i quarantaquattro anni e tre figli che porto, ma già allora costata quanto un'utilitaria di medio livello (meno di una Golf, tanto per intenderci). Vacanze almeno due volte all'anno, massimo tre (anche se mai più lunghe di una settimana, in residence dove si deve cucinare e riassettare le camere, non in albergo, e in bei posti ma non in capo al mondo). Ogni tanto vado in pizzeria, ristorante più raro. Al polso ho un orologio "patacca", che fa scena e null'altro. Tutto qui. Diavolerie elettroniche e collegamenti con il mondo (tv satellitare e Internet) a casa mia non mancano e per quanto riguarda le uniche cose che davvero mi interessano, i libri, godo di un privilegio particolare: come tutti i colleghi, posso acquistarli come aggiornamento professionale per contratto giornalistico.

Cosa voglio di più? Non quadri, non gioielli, non lingotti d'oro. Nulla, almeno di ciò che ha un prezzo. Certo, se fossi più ricco, se guadagnassi molto di più, farei qualche viaggio, forse farei costruire una piccola piscina nel prato di casa. Nulla però di stratosferico: il lusso è vocabolo che associo non a un oggetto, bensì a una condizione, a una categoria dello spirito ("concedermi il lusso di poter dormire fino a tardi ogni tanto, al mattino; scrivere ciò che ritengo giusto; non avere mal di denti o altro...").

Ecco perchè Marco Milanese, pur nell'apice dei suoi successi, prima che la magistratura chiedesse conto, non l'invidiavo affatto. Né tutti i Marco Milanese del mondo. Come ho già scritto, per me vale l'indicazione del beato Arlatto: "Meglio del molto possedere c'è il poco desiderare".



Foto by Leonora