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sabato 11 aprile 2026

Diciamoci tutto (Almeno tra noi)

In latino si chiama “confiteor” ed è l’atto penitenziale che si proclama insieme, in coro, all’inizio della messa: «Confesso a Dio padre onnipotente e a voi fratelli…».
Mi accontenterei di farlo tra me e me, davanti a uno specchio: confessarsi tutto, anche ciò che c’è di brutto, dirsi la verità, dare nome e contorno a pulsioni, desideri, istinti. Dovrebbe essere un esercizio quotidiano, senza limitare i pensieri, accettandosi per ciò che si è, riconoscendosi e così conoscendosi, nel profondo.
Ammettere a se stessi di provare anche ciò che convenzione è storto è il primo passo per contenerlo, scremando tutto ciò che si ritiene vero e lasciando ipocrisie, falsità, perbenismo fuori dal cancello.
Per farlo, occorre innanzi tutto coraggio. E un abbondante senso d’indulgenza, un volersi bene che ha come unico limite la libertà e il diritto dell’altro a ricercare e ottenere lo stesso.
Guardarsi, considerarsi, rivelare a se stessi, accettarsi… Esercizi quotidiani di consapevolezza, un buon modo per trovare pace ed essere sereni, non schiacciati o soffocati da un peso, da un sentimento di inadeguatezza, considerandosi mai all’altezza o meritevoli del peggio e riuscendo così a provare indulgenza anche per l’altro, per limiti, errori, inciampi che ci sono stati o si avranno, essendo nessuno perfetto.

P.S. Immagino che mi stai ad ascoltare con quei tuoi occhi chiari, con il guizzo di sguardo di chi intuisce che sono parole che ci riguardano, in prima persona plurale, tutti, pur quando non se ne coglie pienamente la portata, il senso. Viviamo spesso di corsa, sfiorando tutto in superficie, senza addentrarci nel profondo, quello vero. Eppure basterebbe poco, avendo cura ogni giorno di coltivare la coscienza, come fosse un giardino.

sabato 24 agosto 2024

Chi ha tempo (Non aspetti tempo)

Scusate s’è tardi, ma si fa presto a dire: “Tempo”.
Quale tempo? Non il meteo e neppure il kairos, il momento opportuno, propizio. Proprio il tempo, il kronos, quello che scorre e che siamo abituati a considerare “uno”. Sbagliando.
Sì, perché non c’è soltanto il nostro, di tempo, quello che siamo abituati a conteggiare con le lancette dell’orologio o i minuti in evidenza sul telefono.
Il tempo al singolare non esiste, esistono i tempi.
C’è quello infinitesimale, per il quale persino il “secondo” è unità di misura a grana troppo spessa per coglierlo. Pensiamo alle cellule che si dividono, alle molecole che si abbinano, agli atomi che si aggregano e scindono… Sembra fermo, invece è tutto un movimento, anche adesso, mentre scrivo: le unghie, i capelli, i fili d’erba, le foglie d’albero, stanno crescendo o regredendo, modificandosi insomma.
Poi c’è quello enorme, degli astri, delle ere geologiche, dell’universo che si espande…Tredicimila e rotti miliardi di anni. Tredicimila. E rotti. Miliardi di anni. Miliardi.
Anche ad impegnarsi, una dimensione tanto estesa che la nostra mente non può cogliere.
In mezzo, tra il grande e il piccolo, ci siamo noi, abituati a pensarci al centro forse proprio perché ci troviamo “in mezzo”.
Sì, vabbè, e allora? Cosa vuoi dirci?
Nulla. Non ho lezioni da impartire, soltanto pensieri da condividere. Ciascuno può prenderli per intero o coglierne un pezzetto, aggiungendone dei propri o semplicemente mettendoli da parte, conservarli in un cassetto o masticandoli come si fa con il nocciolo dell’oliva, prima di sputarlo.

P.S. Le coincidenze. Anche ad esse facciamo poco caso, dando tutto o quasi per scontato, mentre la nostra vita non è che un continuo, incessante, verificarsi di sincronismi, simultaneità, concomitanze. La maggior parte non le governiamo, accadono da sé, qualcuna invece possiamo combinarla. Come decidere di trascorrere qualche ora di qualità con le persone che amiamo. O prendere il telefono e chiamare qualcuno che non sentiamo da un pezzo. O scrivergli. O cominciare un progetto a lungo rimandato. Buoni propositi di fine agosto, che non lasciano soltanto il tempo che trovano.

sabato 30 aprile 2022

Vincolo stretto (Aprile, dolce dormire)

Trenta. Trenta giorni esatti, dal primo all’ultimo di questo mese monco, spazio dilatato di un tempo sospeso per assenza di vincolo.
Molte sono le cose che si apprendono per contrasto, compresa la conferma di un sapere antico: la forza di un pensiero è inversamente proporzionale all’urlo, al grido, si coglie nel palpito, nella brezza esile del tramonto, negli infiniti rumori e suoni che avvertiamo quando stiamo in silenzio.
Stare muti non è un disertare, semmai il contrario.
Così se ottobre, per questo blog, è il mese della fecondità, del mettersi in gioco, un post dietro l’altro, aprile sono i giorni della messa a riposo, della festività, riconoscere il primato dell’altro, del distante, del diverso, del lasciare in seconda fila l’ingombro dell’io, contrastare la tentazione di mettere se stessi prima di tutto.

P.S. Un tempo sospeso “per assenza di vincolo”.
Il vincolo è fondamentale, poiché è laccio, gabbia, muro, ma altresì ponte, trampolino, scalino, appiglio.
Senza vincolo la vastità della libertà spiazza l’essere umano.
Non la “libertà da” (dalla schiavitù, dall’oppressione, dal vizio…), bensì la “libertà per”, la “libertà di” (di essere noi stessi davvero, di poter realizzare ciò che desideriamo, di collaborare alla creazione del mondo, di seguire la nostra coscienza, di fare il bene, di aiutare chi ci è vicino…).

sabato 26 marzo 2022

In palmo di mano (È mentre dormiamo che sbocciano i fiori)

Di tutto il grumo di pensieri parole opere e omissioni che da settimane mi si aggroviglia nella testa, l’unica certezza è questa: è mentre dormiamo che sbocciano i fiori.
Esiste una vita che procede indipendentemente dalla nostra comprensione, azione, volontà.
Di più. Quanto c’è di più bello, più vero, più sorprendente, non dipende da noi, prende forma e sostanza quando meno interveniamo, quando evitiamo la presunzione di essere gli artefici di tutto, il centro dell’universo, mentre - al massimo - lo siamo del circondario.
Una consapevolezza che d’acchito potrebbe invitare alla resa, al metterci in un angolo, tanto si vale nulla, poco più di un accidente di percorso al cospetto del cosmo sterminato.
Invece, a ben rifletterci, è il contrario: consci della nostra piccolezza, del limite che abbiamo, possiamo metterci al servizio del bene con l’atteggiamento giusto, con l’umiltà e la libertà di chi si fa strumento.

P.S. "Non scrivi da un po'". "Dovresti scrivere qualcosa". "Tra tanti post inutili e volgari, i tuoi pensieri sono al contrario gentili, profondi, curati e accurati, quindi ho pensato a come mai non li leggiamo più". "Ti aspettiamo". "Per la stima che ho di te e dei tuoi scritti mi piacerebbe sapere il tuo pensiero su ciò che sta accadendo".
Molte no, qualcuna sì. Qualche anima che si fa viva, di sua sponte, sorprendendomi, lasciandomi ogni volta basito, quasi commosso da tanta stima, vicinanza, affetto, condivisione.
Anch'esse, queste attenzioni, queste premure, sono come fiori: sbocciano mentre non ce ne accorgiamo, rallegrando e profumando la vita grazie alla gentilezza di chi li porge al nostro cospetto, superando imbarazzi e il pudore di bussare alla porta, per consegnarli, per affidarli al palmo della nostra mano.


sabato 22 gennaio 2022

Il dono (Per un mondo differente)

"Il regalo più grande che puoi fare a un'altra persona non è condividere le tue ricchezza, bensì farle scoprire le sue".
Benjamin Disraeli

Ti ho di fronte a un tavolino di bar, bella come quando avevi vent'anni, ma d'una bellezza diversa, meno appariscente, più complessa, tale e quale al lago il cui colore d'inverno somiglia ai tuoi occhi quando t'arrabbi e metti il muso, diventando fredda, gelida.
Con me sorridi spesso, forse perché ci conosciamo da una vita anche se per una vita non ci siamo visti né sentiti, condividendo parenti e ricordi in bianco e nero di un'infanzia mai perduta.
Mi pare dì vedere in te più di quanto tu scorgi di te stessa e invidio l'esistenza piena di ogni fase dei tuoi anni, compresi questi che soltanto in apparenza sono quieti, calmi, ripetitivi fino alla monotonia.
Tutto scorre, nulla si conserva, nessuno è indispensabile, tuttavia ritengo sia un peccato che tanta cultura, che tanto senso del bello, tanta sapienza e conoscenza facciano deposito, impedendo così il dono più bello, quell'essere "generativi" che hanno gli esseri umani, non soltanto di lombi, ma con la testa, il cervello.
È lì, di fronte a te, mentre mi parli di Parigi, New York, Amsterdam, Napoli, Berlino, Stoccolma e Ginevra, che rivolto su di me, a specchio, questo pensiero di talenti ricevuti e che non meritano di restare celati in una zona d'ombra.
E se il mondo produttivo si chiude a riccio espellendo chi non è funzionale al modello attuale di economia, giusto immaginarne un altro, essere audaci, non addormentarci nel letto che le convenzioni hanno preparato per noi, creando opportunità di condivisione, realizzazione, crescita.

P.S. Le tue fotografie stupiscono, parlano anche senza bocca. Riesci con le immagini a dire tanto in così breve tempo - il lampo di un'occhiata - poiché nel taglio che dai all'immagine, nell'inquadratura che scegli, nel punto di vista in cui ti poni, racchiudi inconsapevolmente, senza darvi peso o farci caso, decenni di cultura, ciò che hai visto e sentito e toccato, di quanto ti si è impresso come una matrice, una seconda pelle, un filtro naturale in grado di cogliere, trattenere e secernere stile, bellezza, gusto.

mercoledì 18 agosto 2021

Tagliati fuori (Un cavolo)

"Pensavo che a voi adulti non succedesse".
Lo dice sorridendo, mentre finiamo di cenare, il sole si eclissa e il caldo dà tregua, sul terrazzo.
"Fomo. Si chiama Fomo. Fears of missing out. La paura di essere tagliati fuori. Ma sì che te ne avevo già parlato! L'ho studiata qualche mese fa, per l'esame di psicologia della comunicazione".
Giorgia lo dice d'un fiato, mentre la guardo con sguardo un poco ebete, cercando di rammentare ciò che ignoro. Mi pare quasi di sentire la ruggine delle rotelle che stentano a ingranare, stridono.
Un lampo. Un barlume di memoria squarcia il buio e rivela che in effetti l'avevo già sentito, ne avevamo già discusso, salvo dimenticarlo quasi subito, tra le molte curiosità che mi ripropongo di riprendere e invece dimentico, del tutto.
Il discorso è riemerso a tavola, mentre tra un tozzo di pane e un pomodoro confessavo di provare un certo disagio ogni volta che in questi giorni do una sbirciata a Instagram o Facebook.
"Sai Giorgia, vedo tutte queste foto di posti splendidi, volti sorridenti, gente felice, in forma, che legge, viaggia, fa cose fighe e mi sento uno schifo, uno sfigato, appunto, come se tutti corrono, vivono intensamente e io rimango fermo".
Fomo. Ora so che si chiama Fomo e non la provo solo io.
Ne scrive pure la Treccani, citando una definizione che mi pare centri esattamente il punto: "il pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che sto facendo io".
Una sensazione comune e per la quale numerosi esperti, ho scoperto, hanno escogitato risposte, metodi, trucchi, persino un decalogo, tipo quello di Mosè, ma meno enfatico.
Ci provo anch'io, limitandomi a un paio di annotazioni.
Primo: ignorare a lungo il telefono, evitare di essere connessi ai social troppo spesso, specialmente nei mesi estivi e durante le feste comandate, ponti inclusi.
Secondo: ricordare ciò che diceva mio padre, riguardo l'invidia e la percezione distorta secondo cui gli altri stiano sempre meglio o siano più fortunati di noi. "Se tutti portassero i propri guai e ne facesse una pigna, in piazza - diceva - ciascuno tornerebbe a casa scegliendo ancora i suoi".
Vero. Ricordiamolo.

P.S. Vale per le foto e anche per i racconti, tipo questo. Se qualcuno fosse tentato di pensare: "Ma guarda che bravi, guarda di cosa parlano a cena, ammazza che dialogo tra genitori e figli...", sappia che erano due giorni che non ci parlavamo e avevamo rimbrotti vicendevoli e umor nero, ciascuno per conto proprio. Nessuno, per fortuna, è perfetto. Io e la mia famiglia men che meno.

martedì 17 agosto 2021

Il cielo in una stanza (Trovarsi, discutere, faccia a faccia)

Abbiamo l’illusione di essere freccia, l’epilogo di una storia: ne siamo soltanto parte, linea d’arco, traiettoria.
Milioni di anni ci precedono, altri ne seguiranno. Una consapevolezza che schianta, tanto che rimango sospeso ogni volta a dondolarmi tra l'eccesso di impotenza e quello di importanza, tra l'illusione del tutto e l'intuizione del nulla.
Il silenzio. Il silenzio è la risposta.
Non in assoluto: la mia.
La risposta che ho trovato, che mi pare giusta, che applico in questo periodo della mia vita, in nove casi su dieci, specialmente sulle grandi questioni, quelle in cui ciascuno si sente in dovere di esprimere un'opinione, un punto di vista.
Come combattere la pandemia?
Vaccinarsi è un'opportunità oppure un dovere, un obbligo?
La democrazia si può esportare?
Cosa insegnano vent'anni di presenza militare in Afghanistan?
E la pace? Come si ottiene la pace?
E il riscaldamento globale?
E la destra? E la sinistra?
Invidio chi ha una certezza sempre pronta, in tasca.
Da parte mia arranco, corridore a corto di fiato, in salita, faticando a mettere in fila le domande, figuriamoci le risposte.
Me ne accorgo ogni giorno, attirato da ciò che viene espresso sui social, incapace di tirarmene fuori e al contempo di buttarmi a capofitto nella mischia.
Lo scrivo, oltre che per giustificare un'assenza, anche per lasciare una traccia, la pietra miliare di una sensazione che da mesi ha preso forza, cioè la necessità di trovare nuove (anzi, vecchie) forme di discussione, di confronto, di espressione, quelle del piccolo gruppo, del fianco a fianco, del faccia a faccia, del seduti in cerchio o in ordine sparso, in una stanza.
Un bisogno e un piacere, il ritrovarsi e discutere, che accompagna gli esseri umani fin da quando sedevano in una grotta, giù giù o su su fino a noi, passando per le assemblee delle civiltà antiche, i consigli comunali medievali, le aule delle prime università, i salotti della borghesia, le stalle dei contadini, le tavole conviviali tra amici o in famiglia.
Una tradizione da non trascurare, un buon proposito per i mesi e pure i giorni a venire, superando la pigrizia.

P.S. Tempo fa ho letto che se la storia del pianeta terra, dall'origine ad oggi, fosse un film di due ore, l'essere umano comparirebbe nell'ultimo mezzo secondo di pellicola.
Mezzo secondo. Su due ore. Abbastanza per non sciupare l'eccezionalità di una presenza, ma anche per evitare di darsi troppe arie, di confondere l'oceano con un bicchier d'acqua.

giovedì 24 dicembre 2020

Silent Night (Elogio del vuoto)

In genere lo rifuggo e, anche per il mestiere che faccio, a tratti ne ho proprio orrore.
Eppure, in questo Natale per cause di forza maggiore azzoppato, del bicchiere metà pieno apprezzo proprio l'altro mezzo, quello vuoto, l'assenza, il silenzio, con la conseguente possibilità di ritagliare un poco più di tempo per la compagnia a cui faccio caso meno, quella con me stesso.
I giorni di festa, nel bene e nel male, restano questo: un'occasione.
Lo spunto per mettersi in moto, per uscire dai binari, per compiere gesti pure nel loro piccolo straordinari.
In questo senso le restrizioni imposte dalla pandemia possono diventare trampolino e non necessariamente ostacolo, restituendo alle relazioni sostanza e soprattutto spessore.
Un Natale meno di fretta, più rado di avvenimenti, di obblighi, impegni.
Un Natale a misura d'uomo, essenziale.
Un Natale in cui riscoprire la possibilità di ciò che conta veramente: tenersi in contatto, esprimere i propri sentimenti, telefonando, scrivendo, approfittandone per uscire dal banale e provando a esprimere ciò che si prova, prendendo coraggio e superando ogni imbarazzo, tornando in qualche modo innocenti, i bambini che eravamo.
Il mio proposito, per questo e per i prossimi giorni di festa, sarà proprio questo: parlare meno, ma di cuore.
A chi passa di qui intanto anticipo abbracci ed auguri sinceri, come ogni anno.


sabato 22 agosto 2020

Ho molto taciuto (Sbagliando)

Viviamo attimi intrecciati come un canestro di vimini: a guardarli da lontano sembrano un tutt'uno, da vicino invece si notano giunture, spazi, fessure, intagli, rammendi.
Osservo con questo spirito le migliaia di immagini pubblicate in questi giorni da amici e conoscenti e persino da sconosciuti nei più disparati luoghi di vacanza.
Me ne curo poco, guardo e passo, senza invidia o, peggio, astio.
Propenso per natura a godere delle gioie altrui e sapendo che in ogni caso, come ho scritto all'inizio, non tutto è oro ciò che luccica, sono sinceramente contento per chi è in villeggiatura, per chi gusta appieno il proprio tempo e anche per chi bleffa, trovando in quel bluff la sua coperta di Linus.
Per quanto mi riguarda evito di mettere eccessivamente in piazza i momenti lieti, un po' perché non sono memorabili, un po' per una sorta di pudore iniettatomi nelle vene fin da piccino, quando il riposo e ancor più la vacanza erano un lusso imparentato stretto alla colpa, visto che il pane si guadagna col lavoro e ogni giorno senza fatica era considerato una sorta di mangiare a ufo.
Astenersi, non ostentare, passare inosservati, evitare di proferire verbo. Ottimi modi per farsi voler bene da tutti, per scansare critiche, per non collezionare maldicenze a grappolo.
Come ricordava Franca Valeri poco prima di lasciare questo mondo, dall'alto dei suoi cent'anni appena compiuti: "Io sono molto benvoluta e mi chiedo il perché, se me lo merito. Poi, riflettendo, qualcosa ho fatto: ho taciuto molto. Non è poco".
Una verità assoluta, che tuttavia non preclude la possibilità di stimare chi invece rema contro, chi ogni giorno si schiera, prende posizione, rompe l'omertà, indossa una casacca, persegue qualcosa in cui crede, si ribella alla condizione di eunuco.
Lo scrivo per chi la pensa come me e per quanti mi sono distanti anni luce, per coloro che espongono le loro tesi col fioretto e per chi usa clava e megafono, per chi credo abbia ragione e ancor più per chi ha torto marcio.

P.S. Ci ho girato attorno, avrei potuto mettere un nome fin dall'inizio: Marco.
Marco Migliavada, il mio amico Marco, con cui sono d'accordo sul nocciolo di tutto ciò che nella vita conta davvero, anche se lui ha una capacità non comune di mettere ovunque i distinguo.
Marco ha deciso di proporsi come consigliere comunale del proprio paese, Casnate con Bernate, in provincia di Como.
Di Marco so che è il politico meno bravo del mondo, se per politico si intende colui che dà ragione a tutti, che mette al primo posto il consenso, che trova su ogni scelta un compromesso, ma se dovessi affidare vita e portafoglio a una persona scrupolosa, limpida, capace di mediazione e intellettualmente onesta, su lui punterei senza batter ciglio.
Non so come andrà a finire alle elezioni di metà settembre, però di una cosa sono grato a lui e a tutti gli altri che si candidano, a prescindere dallo schieramento: di metterci la faccia, di non aver "taciuto", espiando le molte, troppe volte in cui avrei potuto farlo e non l'ho fatto io.

domenica 12 luglio 2020

Diventare grandi (Il cuore oltre la culla)

Sei stato a lungo il mio "figlio piccolo preferito", negli ultimi anni eri il mio "figlio preferito" e basta, ora puoi essere "mio figlio" e punto, senza ulteriori specifiche, perché oramai sei cresciuto e credo tu abbia capito che per un padre e una madre non esistono classifiche: i figli sono tutti differenti, ma perfettamente identici nell'intensità dell'amore che per ciascuno si prova.
Per anni, fin da quando eri un bimbo che camminava appena e non parlava ancora, ho dovuto fare i conti con il tuo essere terzogenito, con quel tuo bisogno "di luce" - di spazio, di visibilità, di riconoscibilità - per distinguerti dai fratelli che ti avevano preceduto e che rischiavano di rubarti la scena.
Non era un vezzo e ho avuto la fortuna di intuirlo presto, constatando come il terzo figlio occupi in effetti una posizione scomoda (scomoda in molti sensi: a chi mi chiedeva come fosse avere tre figli piccoli, ho sempre risposto che in effetti il terzo mette in crisi poiché, banalmente, non sai dove metterlo, avendo l'adulto soltanto due braccia).
In realtà - te ne accorgerai se avrai nel destino di essere padre a tua volta - vale la medesima regola dell'amore di cui ho scritto prima: ogni figlio affronta problemi diversi, ma la somma totale per ciascuno non cambia e il segreto è vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, prendendo il buono che c'è, sfruttando le difficoltà come trampolino, come allenamento per reggere meglio l'urto della vita.
È vero che tu hai incontrato genitori non più in ansia, meno preoccupati di non essere bravi a sufficienza e dunque forse meno premurosi, tuttavia questa apparente "distrazione" ti ha permesso di crescere più libero, meno inchiodato alla responsabilità di dover corrispondere tanta premura, di doverti sentire "all'altezza" (chiedi pure a Giacomo e Giorgia, credo ne sappiano qualcosa).
Non si tratta di una scoperta originale, somiglia piuttosto all'acqua calda, è l'eterna ruota che gira, il perenne percepire dei figli, che suona strano soltanto a chi non si mette mai nei panni dell'altro e non fa tesoro dell'esperienza.
Io, figlio unico, l'ho appreso per interposta persona, avendo in dono la frequentazione di amici con famiglie numerose, in cui ciascuno lamentava distinzioni che a guardarle a tessuto rovesciato erano nel contempo vincolo e fortuna.
Così come vincolo e fortuna è per me avere voi, tutti, una famiglia numerosa a mia volta.
E per famiglia non intendo soltanto io e te e tua madre e i tuoi fratelli, ma anche zii, cugini, nipoti, nonna, amici, comunità intera, dove siete cresciuti, dove vivete, dove costruite relazioni e vi mettete alla prova.
Perché questo ho imparato dei figli: non siete "nostri", siete affidati a noi, per un pezzo di strada e l'unico possesso che è concesso è al plurale, quello in cui ognuno vive in relazione con gli altri, trovando di volta in volta il proprio posto sul palco, da protagonista.

P.S. Ho scritto che sei cresciuto non per arbitrio, bensì per una constatazione, una consapevolezza precisa, giunta al termine della serata finale dell'oratorio estivo, quando ho letto - commosso - queste tue parole postate su Instagram.
"Tristezza, emozione, ma tanta felicità.
Questi i sentimenti provati ieri sera e durante queste tre settimane molto intense.
Tristezza perché è un capitolo della vita che si chiude, perché che piaccia o no, una fine arriva sempre. Tristezza perché guardandomi intorno non vedevo più le stesse persone che mi hanno accompagnato fino all'anno scorso e capivo che ormai il mio tempo qui era finito.
Tristezza perché non sono più quel ragazzo quattordicenne che si apprestava ad iniziare il suo cammino come animatore, ma sono quel ragazzo diciottenne ormai alla fine di un'avventura.
Emozione perché vedere nei volti degli animatori più piccoli degli occhi pieni di voglia di fare e mettersi in gioco mi faceva trepidare.
Emozione perché trascorrere ancora un Grest con gli amici con cui ho iniziato è stato stupendo.
Emozione per tutti i complimenti ricevuti, per tutte le persone con cui ho condiviso questo percorso.
E infine tanta felicità.
Tanta felicità perché sono riuscito a mantenere all'oratorio la promessa che gli avevo preannunciato, cioè dare ciò che lui ha dato a me.
Eh già... questo percorso mi ha dato tanto.
Grazie all'oratorio ho scoperto i miei pregi e anche i miei difetti più grandi.
Grazie all'oratorio ho scoperto la bellezza dello spettacolo, dell'intrattenimento, la mia passione.
E io nel mio piccolo sono riuscito a ricambiare tutto ciò che mi è stato donato, impegnandomi e dando tutto me stesso per far sì che quest'ultimo oratorio feriale venisse bene.
Tanta felicità anche perché credo che il mio continuo "mettermi in gioco", proseguendo a sbagliare e a correggere i miei errori, ha fatto sì che io lasciassi un'impronta di me stesso, di Gio nell'oratorio.
Concludendo posso dire soltanto un enorme GRAZIE all'oratorio, al gruppo fantastico che siamo.
Gio ❤️"

martedì 22 ottobre 2019

L'abbondanza del nocciòlo (Ordine e caos)


La natura è generosa, procede per abbondanza, per eccesso. L'ho compreso guardando una pianta di nocciòlo, la miriadi di semi che sparge, incurante che mettano radici o si disperdano nutrendo altri essere viventi, sbocciando sotto altra forma, ma sempre e sempre e sempre, di nuovo.
La misura, il contenimento, il risparmio, sono categorie tipiche dell'essere umano.
Capita spesso, in questi giorni, che mi soffermi a pensare a un piano sopra il cielo, a come siamo piccoli e pure presuntuosi, volendo dare un giudizio su ogni cosa, usando il nostro metro.
Siamo una parte del tutto, non il centro: la scienza lo ha compreso secoli fa, noi fatichiamo.
Ecco perché mi sforzo di adottare un punto di vista diverso, come se l'essere vivente da considerare non fosse quello umano, non fossi io, qui ed ora, bensì l'universo intero e il battito di cuore o il respiro non si contasse in attimi bensì in secoli, in millenni.
Discorsi che portano lontano. In molti sensi.
Penso ai pianeti, alle stelle: tutte sfere.
È un Dio, se un Dio c'è, giocoso: gioca a palla, a bocce, non con il cubo di Rubik.
Potevano avere forme strane, come una goccia di inchiostro che cade sul foglio o i gnocchi della nonna, il venerdì, a pranzo. Invece no. Sfere, perfette.
Mi sono imbattuto, ieri l'altro - mi capita spesso di scrivere "ieri l'altro", ne deduco che sono lento e per pensare qualcosa, per elaborarlo, ci metto minimo due giorni o un giorno e mezzo - ho visto un documentario sulle modificazioni genetiche, sul "codice con cui è scritto il libro della vita", così l'hanno chiamato. Non sono arrivato in fondo. Una dozzina di minuti e ne ero già sazio. Non per paura, per timore, per i dilemmi etici che si pongono e che pure sono vertiginosi o abissali, a secondo del punto di vista da cui guardiamo, bensì perché non sono ancora pronto, perché sono ancora nella fase dello stupore e del sentire (a si sente anche ciò che non si sa) che esiste un equilibrio, un'armonia, che non tutto è caos e perciò non è impossibile che solo caos sia all'origine e alla fine di tutto.

P.S. Sono contento Giorgia che studi filosofia. Ancor più dopo aver visto il documentario di cui sopra, in cui la scienza e la tecnica mostravano tutta la loro grandezza, ma le risposte alle domande che interessano davvero sono altre, le stesse che ci poniamo da quando ammiriamo il cielo stellato.

sabato 5 ottobre 2019

L'equilibrio e la zavorra (Osare o fermarsi sulla soglia)


Tendere la mano, limitarsi a offrire aiuto, disponibilità, attendere senza pretese di risposta, oppure insistere, perserverare, anche a costo di scocciare, risultare invadenti, noiosi quanto una zanzara.
Un equilibrio precario, in cui mi barcameno, ogni giorno, in molte situazioni, dalle più spicciole a quelle esistenziali, che riguardano il lavoro, gli affetti, le relazioni umane, l'amicizia.
Un confine labile, che raramente distinguo e mi fa sentire quasi sempre in colpa, per aver fatto troppo o troppo poco, senza mai giusta misura.
Tra i due estremi, solitamente scelgo la prima, la disponibilità ad insistenza limitata, stretta parente della pigrizia e che è un po' per la coscienza come il detergente Ava, quello che sbianca che "più bianco non si può".
La seconda, invece, la pratico meno e con più frustrazione, specie quando allo sforzo di continuare a bussare alla porta, non c'è replica alcuna e dall'altra parte nessuno apre, al massimo sorride, ringrazia, rimanda.
Non è un caso.
Per carattere non sono un "fondatore di imperi", un leader carismatico, un conquistatore, un ammaliatore, né chi persegue senza sosta una causa.
Preferisco fermarmi sulla soglia, anche se in questo periodo avverto impellente la necessità di prendere, insieme con il coraggio, la faccia tosta, e rompere le scatole, osare, difendendo e propugnando ciò che ritengo giusto. E quando mi viene da lamentarmi per non essere ascoltato, dovrei considerare la possibilità che faccia a me stesso da zavorra, non credendoci io per primo, abbastanza.


mercoledì 14 agosto 2019

Quoque tu (Quando nel brutto c'è del bello)


Mi chiedi spesso di parlartene, lo faccio raramente, poiché la politica è un fuoco e occorre attecchisca da sé, altrimenti si estingue presto oppure soffoca, per mancanza di ossigeno o eccesso di combustione.
Oggi, figlia mia, faccio eccezione, cedendo alle tue insistenze, non per "spiegarti" cosa accade in questi giorni convulsi, bensì per condividere la bellezza sottesa al di là e al di qua dei mille proclami, annunci, duelli, sgambetti.
Sì, chi conosce e apprezza la politica non si sgomenta né tanto meno inorridisce di fronte a ciò che per molti, la maggior parte, è soltanto teatro, torto, contraddizione.
La politica è ideale, ma pure strategia, tattica, manovre.
C'è del "bello" allora nel tentativo di Salvini di massimizzare i profitti di un paio d'anni in cui ha intercettato le simpatie di molti, spesso cavalcando le paure di tutti. Così come c'è del "bello" nella contromossa di Renzi e di Grillo, che pur di impedirglielo pare cancellino quanto detto negli ultimi cinque anni, rimangiandosi veti e giudizi sprezzanti nei confronti di chi fino a ieri era avversario e ora potrebbe diventare il principale alleato, secondo la logica del "male minore".
C'è del "bello" in tutto ciò, a patto di non essere prevenuti e di conoscere la politica, esattamente come avviene per la letteratura, la pittura e ogni forma d'arte.
Lascia dunque le urla, i lamenti, i giudizi sprezzanti agli sciocchi, ai supponenti, a coloro che si sentono superiori o indossano i panni di una parte, indignandosi senza riconoscere le buone ragioni degli altri.
Per fortuna la "politica" non è tutto (lo dimostrano i fatti: la società civile negli ultimi cinquant'anni ha retto e si è sviluppata non in "virtù" della politica, bensì "nonostante" la politica) e affrontarla laicamente, senza spirito da crociate, è il primo passo non soltanto per comprenderla e apprezzarla, ma pure per farla, rendendola per quanto possibile migliore.

P.S. Ne parlo raramente con te, Giorgina, più spesso con Giacomo, esattamente come facevo con mio padre: in un tempo non prefissato, spesso rubato, la sera, nella penombra di una stanza o sulle scale. Con il passare degli anni ho imparato molto, a cominciare dall'insofferenza per la demonizzazione dell'avversario, per chi non la pensa come me. Credo convintamente sia un male delegittimare l'altro, appiccicandogli etichette o, peggio, offendendolo. E' capitato sempre, accade tuttora: non me ne scandalizzo, tuttavia evito di farlo e prendo le distanze. Mi arrabbio così quando sento dare del "fascista" avventatamente, senza considerare cos'è stato il fascismo veramente (tra i leader attuali nessuno lo è, neppure lontanamente, poiché come ricorda uno storico preparato qual è Emilio Gentile, tutti i principali partiti o movimenti accettano le regole democratiche, pongono il voto del popolo a fondamento del governare), così come quando l'appellativo è "razzista", poiché per esserlo bisognerebbe sostenere innanzi tutto l'esistenza delle razze e poi la superiorità di una rispetto ad altre, mentre il confronto attuale e le differenze di opinioni attuali vertono sui flussi migratori.
Ragionare con la propria testa, impedire che ci si lasci imbavagliare da chi detesta la libertà di pensiero e preferisce l'insulto al dialogo, non avere pregiudizi, comprendere le ragioni degli altri, essere disposti a cambiare idea ed essere intransigenti soltanto riguardo la piena dignità dell'essere umano e ai suoi diritti inalienabili: queste e non altre sono le stelle polari che voi, figli miei, vorrei aveste sempre innanzi.

venerdì 12 luglio 2019

Pollicino (Le passioni salvano la vita)


Ho sempre pensato fossero i libri a salvarmi la vita, a renderla meno noiosa, banale, monotona.
Per questo ne ho sempre uno con me, come la coperta di Linus: quando sono in auto, nella sale di attesa, mentre faccio la coda o attendo un appuntamento.
Per questo ne ho riempito le case che abito, ogni locale, elemento di arredo e tatuaggio sui muri dell'uomo che sono diventato, del bambino che ne aveva una dozzina e del ragazzo che i primi soldi che guadagnava li spendeva in libreria, considerando ricchezza raggiunta il giorno in cui invece di attendere le versioni economiche ci si poteva permettere le copertine rigide dell'edizione prima.
Ho sempre pensato fossero i libri, invece era altro. È altro.
È la voglia di leggere, il piacere di farlo, il desiderio di conoscenza, di vivere altri mondi, altri tempi, altre storie che non siano la mia, ma che con la mia si incrociano, diventando di due una.
Ho letto centinaia, migliaia di libri, non ne ho scritto uno. "Sarei un ottimo scrittore se soltanto avessi qualcosa da dire" ripeto spesso, mentendo per primo a me stesso.
A mancarmi non è la fantasia, né l'ambizione, così come illusorio è attendere una passione forte, un fuoco dentro. La gioia, il dolore, lo struggimento e tutto l'arcobaleno dei sentimenti possono fare da scintilla, ma - ne sono sempre più convinto - la differenza la fanno la determinazione, la caparbietà, la perseveranza, la volontà di farlo. Farlo. Non pensarlo. "La differenza tra fare una cosa e non farla è farla". Scriverlo. Una pagina dopo l'altra, alcune con fatica, altre con leggerezza, come mi ha detto una persona che stimo.
Forse lo farò, forse è giunto il momento. Nel frattempo resta questo blog, briciole di pane sparse alla rinfusa, che a guardarle dall'alto somigliano al percorso un po' strambo ma lineare di un moderno Pollicino e, nel bene e nel male, lasciano una traccia di me, che ai libri e alle parole debbo molto.

P.S. Ho cominciato questo post con altro intendimento, partendo dagli occhi spenti di una donna incontrata per caso, afflitta da un dolore dilaniante, delusa dalla vita, poiché essendosi appoggiata completamente a un uomo, quando lui l'ha lasciata è caduta lei e le è crollato tutto attorno. Mentre l'ascoltavo, mentre avvertivo sotto pelle il suo tormento, pensavo a cosa avesse lasciato scampo a me, al motivo per cui neppure nei momenti più bui dell'esistenza ho avvertito un vuoto tanto tremendo. La prima immagine che mi è venuta in mente sono stati i libri e da lì è partito tutto.

sabato 6 luglio 2019

Meno Social (La rivoluzione esaurita)




Il primo segnale, la prima increspatura, c'è stata un anno fa, ma era troppo lieve, troppo sottile per darvi peso e lasciare traccia.
Lo riconosco ora, che il solco s'è fatto più profondo e quella vertigine iniziale per i social s'è trasformata via via in distanza, circospezione, freddezza.
Lo scrivo qua poiché, dodici anni fa, questo stesso blog era stato diario di un'infatuazione storica, di una scoperta dirompente, di un nuovo modo di relazionarsi con gli altri e di scoprire il mondo, grazie a opportunità soltanto immaginate prima.
I social network sono stati una vera rivoluzione pacifica e sono fiero di averla vissuta non passivamente, bensì da protagonista, cogliendo le novità che di volta in volta si affacciavano dapprima sullo schermo dei computer, poi sui tablet, infini sui telefonini, che hanno permesso un accesso continuo ed immediato, quasi fossero una protesi, un'estensione delle mani, della mente, della parola.
Twitter, Facebook, Instagram... Sono stato tra i primi ad usarli, a viverli, sarebbe meglio scrivere, e Facebook e Instagram li utilizzo tuttora, ma - giusto riconoscerlo - molto più distaccato, molto più disincantato, molto più spettatore e meno protagonista.
Credo sia una circostanza personale, ma pure una tendenza diffusa, un cambiamento che non porterà a una cancellazione di questo tipo di strumenti, ma a una derubricazione d'interessa, a uno dei molti "attori" sulla scena e non più a incontrastato protagonista.
Vale per la mia generazione e ancor più per quelle che la seguono, specialmente per i ragazzi e le ragazze che con i social convivono dalla loro nascita e per i quali la "sbornia" passa anche prima.
Considerando che non siamo i primi ad essere scesi dalla pianta e la storia è maestra di vita, per convincermi faccio l'esempio della televisione. Mio padre l'ha "scoperta" nella sua maturità ed in casa nostra è diventata presto un totem, occupando tutti i momenti lasciati liberi dal lavoro o dallo svago in compagnia. Il televisore era sempre acceso, anche durante il pranzo e la cena e ce n'era uno in cucina, uno in salone, uno in ogni camera da letto. E non solo c'erano i televisori ed erano accesi, bensì catturavano l'attenzione, si guardavano ovunque, e il suono che più ricordo della mia infanzia è stato: "Shhhhh", a indicare silenzio, per fare sentire ciò che si diceva in televisione, per non fare perdere una parola.
Sono cresciuto così, felice e senza trauma apparente, imparando un sacco di cose, non ultimo il lavoro che attualmente faccio e che mi fa alzare contento ogni mattina. Di contro, attualmente a casa mia il televisore resta a lungo spento, non è mai acceso quando si mangia ed è tornato "a misura d'uomo", quasi che io a differenza di mio padre sia stato vaccinato e diventato autoimmune, evitando l'esagerazione di una stortura.
Sono convinto - un'intuizione, senza prova scientifica alcuna - che  lo stesso accadrà con i social. Lo sforzo che faccio è provare ad immaginare cosa grazie è cambiato per sempre e cosa invece è mutato ma non nella sua essenza e passato il bagliore della rivoluzione torneremo a vederlo ed apprezzarlo nella giusta luce, ritrovando un equilibrio che come tutti gli innamorati abbiamo perso, ma alla fine sempre torna.

P.S. Il tema dei social network e della loro evoluzione chiama in causa ciò che reputo adesso, ma pure come la pensavo prima. Qui l'elenco incompleto di qualche post in cui ne ho parlato, in passato.
Ad esempio c'è stato un Giorgio a.F. (avanti Facebook), oppure sulla Generazione Social Network, oppure su Twitter, che è stato il primo che ho "abbandonato", mentre allora mi pareva tanta roba.

martedì 1 gennaio 2019

Se apro gli occhi (L’importanza del primo passo)

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Se apro gli occhi e guardo avanti vedo una distesa piana, liscia, che è quasi un peccato muoversi e calpestare e viene la tentazione di non muovere un passo.
Se apro gli occhi e ci penso, un istante, quel passo lo compio, perché mi è stato insegnato che muoversi è un obbligo e il bello alla fine, il buono, lo disegneranno proprio le impronte lasciate giorno per giorno, nel bianco.
Se apro gli occhi invece di vederlo, a tratti, mi pare di toccarlo il futuro, sentendo sotto le dita i volti delle persone che non ho ancora conosciuto e di quelle che invece mi sono accanto, fin da quando ero bambino, oppure ho incontrato per strada, via via, fino alle ultime, che qualche settimana fa neppure immaginavo esistessero. E con ciascuna gusto un punto particolare di contatto, chi appena sfioro, con una carezza che insieme è un bentrovato e un addio, chi all’opposto tasto nel profondo, in un’intimità di spirito e di sensi che confonde i confini tra il tu e l'io, il mio e il tuo, fino a volte diventare di due uno.
Se apro gli occhi e metto una mano sul cuore provo l’emozione della vita che palpita e pure apprensione, spavento, poiché l’avvenire è incerto, perché “nel passato siamo nati tutti e tutti è nel futuro che moriremo”. Positivo come sono sempre stato, come cerco di essere, di nuovo, scaccio i timori peggiori e indosso la corazza di ogni essere umano, la cui opera più grande è vincere quotidianamente la disperazione della propria finitudine armandosi di fede, di speranza o semplicemente di indifferenza, di oblio.
Se apro gli occhi la cosa più bella è che non mi ritrovo solo e mi sento tenuto, per mano, da chi troverò sul cammino e da quanti mi hanno preceduto, pronti ad addentrarsi nella distesa bianca dei giorni che verranno, senza troppi preamboli, consapevoli che il modo migliore per arrivare da qualche parte, l’unico possibile anzi, è un passo dopo l’altro. Cominciando dal primo.

lunedì 31 dicembre 2018

Se chiudo gli occhi (Grazie per chi c'è stato)


https://www.flickr.com/photos/lyonora/3173906517/
Se chiudo gli occhi e guardo indietro vedo una distesa di giorni ammucchiati, intricati come quando cascano gli appendini di filo di ferro e non capisci dove inizia uno e finisce l'altro.
Se chiudo gli occhi e mi osservo, allo specchio, trovo un uomo che non conoscevo, diventato adulto senza accorgersene nemmeno, smarrite molte certezze, ma proprio per questo più forte, meno prigioniero, tuttora curioso di conoscere, pur se aggrappato alla zona di conforto, come un naufrago, con le unghie, allo scoglio.
Se chiudo gli occhi e respiro, piano, ritrovo i momenti migliori dell'anno, quegli stessi attimi che rivivo talvolta andando a letto, cercando il sonno, ancorandomi a situazioni piacevoli, trasportandole dal passato al presente, sentendone sotto pelle le sensazioni, il battito del cuore accelerato.
Se chiudo gli occhi incontro lo sguardo delle persone che nei mesi recenti mi hanno accompagnato, chi per un tratto di strada breve, chi a lungo, senza curarsi che fosse un sentiero stretto o largo, nei vicoli di città o in un bosco, con sotto i piedi l'asfalto o polvere o fango.
Se chiudo gli occhi c'è una parola che per prima prende forma e si staglia, nitida, luminosa. Inizia con la medesima consonante del mio nome e conta sei lettere in tutto: "Grazie".
Grazie per tutto ciò che ho avuto, che mi è stato dato, persino che mi è stato tolto. Grazie a ciascuno di voi, che passa di qui, e mi fa sentire mai solo.
In questo incredibile cammino ch'è la vita si guarda meglio al passato tenendo chiusi gli occhi, ma è aprendoli che si accoglie il futuro.

venerdì 31 agosto 2018

Sono io (La vita, il McDonald's e lo specchio)


Sono io quel volto scavato dentro lo specchio, gli occhiali e la barba sempre più bianca e i capelli anche, quelli che restano. Sono io quelle rughe, lo sguardo severo, che si osserva, stupito, sorpreso, non trovando traccia del bambino che cerco, del ragazzo che sono stato e che tuttora mi sento.
Vorrei avere la perseveranza insistente del glicine o del gelsomino, che protraggono incessanti le fronde in cerca di appiglio, di un punto di appoggio per espandersi, per allargarsi più che possono, all'infinito. Constato in essi la vita che avanza incalzante, senza mai fine, neppure quando cade un ponte o c'è un terremoto e pure se dovesse cadere un meteorite dal cosmo.
Sono io che mi fermo, è la natura del singolo che ha passo breve e fiato corto.
Lo accetto, ma non mi rassegno: continuo a guardare quegli occhi che mi osservano dentro lo specchio, la pupilla che a differenza del resto del corpo non muta, rimane identica nel bimbo come nel vecchio.
E' in quel nocciolo che cerco riparo e pure il segreto di ciò che rimane senza età, eterno.
Lo capirai e lo cercherai anche tu, figlio mio, ne sono certo, quando avrai i miei anni e continuerai a percepirti diverso da come sei diventato, fermo a un tempo indefinito, a una gioventù superata soltanto quando ci si fa caso, davanti allo specchio.

P.S. Ad essere onesto, ci ho fatto caso anche in un altro preciso momento: in fila, al McDonald's, che mi ostino a chiamare così mentre per te, per tutti i tuoi coetanei è semplicemente il Mac, il Mèc, anzi, che si fa prima a dirlo. E' successo ieri: me ne stavo quieto quanto un bradipo con il naso all'insù, cercando di capire il gelato da ordinare, venendo superato bellamente dalla massa di ragazzi dai quali ero circondato e che con la rapidità del Velociraptor si palesavano alla cassa, ordinando in un nanosecondo vassoi stracolmi di cibi e bevande, mostrando semplicemente lo schermo del telefonino. Ecco, in quell'istante mi sono sentito come Troisi e Benigni in "Non ci resta che piangere", ma al contrario: ero io quello restato indietro, nel tempo. Così ho mandato un messaggio (scritto) a tua sorella, che lesta me ne ha mandato un altro (vocale) per dirmi che "quelle sono le offerte del Mèc" e che "se tipo usi la loro app risparmi" (ha detto proprio così, "se tipo usi la loro app"), "invece di un menù a sette euro te lo fanno pagare tipo tre euro" (ha detto proprio così, "tipo tre euro") e che "tipo a Natale ne fanno un sacco ed è bellissimo" (ha detto proprio così, "tipo a Natale" ed "è bellissimo"). Le ho risposto con un vocale anch'io, per sentirmi meno superato: "Grazie Giorgia, è bellissimo, tipo bellissimo, tipo davvero".


domenica 8 luglio 2018

Tu non avere paura (E mantieniti saldo)


https://www.flickr.com/photos/lyonora/6128097872/
Se si procede spediti gli ostacoli si avvertono meno. L'ho constatato stamattina, mentre correvo e tu con la bicicletta mi pedalavi accanto.
Il sentiero nel bosco era irto di pietre e man mano che procedevi rischiavi di perdere l'equilibrio. "L'equilibrio - ti ho detto - è più facile da trovare se si va veloci".
"Ci sono i sassi" hai replicato, eppure anche per i sassi vale lo stesso: andare svelti è un trucco per sentirli meno, per superarli di slancio. "Per farlo occorre innanzi tutto coraggio, non temere di incespicare, di ruzzolare a terra, importante è concentrarsi, mantenere la tensione nelle braccia, tenendo saldo il manubrio".
Mi hai ascoltato, anche se non ti ho affatto convinto. Un secondo dopo, lo sguardo serio serio, con i tuoi dieci anni asciutti asciutti e le gambe da merlo, hai stretto le manopole fino a farti diventare bianche le nocche e guardando dritto sei partito a razzo, pronto a dimostrare che paura non ne avevi e anche se l'avevi non volevi ammetterlo.
Per un chilometro e mezzo non hai proferito verbo, poi quando la campagna è finita e le ruote hanno toccato l'asfalto liscio ti sei illuminato e nonostante i venti metri che ci separavano ti ho sentito esclamare contento: "Oh, qui sì che è bello".
Già. Quando tutto fila liscio è bello, eppure non ce ne accorgeremmo senza affrontare e superare gli ostacoli che troviamo lungo il cammino. Grazie per avermelo ricordato.

sabato 28 aprile 2018

L'acqua del pozzo (Chi siamo e come decidiamo di apparire)


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Non sei mia figlia, pur se potresti esserlo, con i tuoi anni dispari anche quando sono pari, quel corpo sbocciato in fretta e mille pensieri in testa. Ne conosco soltanto una parte minima, una virgola, ciò che traspare dal sorriso ampio quando ti incontro e dal ricordo di qualche momento condiviso, in cui mi era sembrato di comprendere tutto e invece non sapevo nulla. Fuori sei marea placida, onda leggera del mare quando sale la brezza, dentro invece è un pozzo, che a volte mi pare acqua torbida, nonostante resti convinto sia colpa dell'ombra e che in realtà sia come l'ho sempre immaginata: cristallina.
Penso a cosa ricordo di te, all'impressione avuta, fatico a ritrovarla quando inciampo nelle immagini che pubblichi, in ciò che scrivi, con un linguaggio che urta e ti calza come una scarpa larga, sgualcita.
Rimango incerto se la ragazza che conosco, da quel frammento che rammento e da cui ti ho ricostruita, sia la stessa che fa mostra di sé provocando, assumendo una posizione estrema.
Credo di sì, sei la stessa. Ne sono certo anzi. Sono io che non ti conoscevo abbastanza (nessuno si conosce mai abbastanza) e sei tu che decidi di apparire esagerata, di recitare una parte, anche se è una parte vera.
Do la colpa all'età, a quella fase della vita in cui si forma una personalità adulta, ma mi rendo conto di essere superficiale o, peggio, di dire una bugia.
Tu non sei differente da chi è più grande di te: ciascuno di noi indossa una maschera, bella o brutta che sia, chi più bravo e chi meno a rifarsi il trucco ogni mattina, chi più abile e chi meno a coesistere con serenità alle incongruenze, alle debolezze, ai limiti della natura umana.
Tu non sei diversa dagli altri e mentre lo scrivo mi rendo conto che quanto considero una rassicurazione potrebbe suonare alle tue orecchie come una sconfitta, poiché ciò che cerchi è proprio la diversità, la capacità di evidenziarti, di ritenerti unica.
Metteti il cuore in pace. Unica lo sei, lo sei sempre stata, dalla prima scintilla che ti ha dato vita alla scelta del vestito che indosserai questa sera. E prima di scrivere qualsiasi cosa ricorda che c'è chi ti guarda e merita la parte migliore di te, non spazzatura.

P.S. Avrei voluto pubblicare un post sull'importanza del contesto, del distinguere la vita reale dai social, del fare attenzione al linguaggio che usiamo. L'ho fatto.