Visualizzazione post con etichetta Roberto Benigni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roberto Benigni. Mostra tutti i post

giovedì 17 marzo 2011

Fratelli d'Italia extra strong


Prendo per la coda questo compleanno nazionale, che ha messo a dura prova persino chi - come me - è orgoglioso del tricolore e ritiene l'Unità nazionale una fortuna. Lascerei perdere, perché ognuno ha già detto la sua e le parole sono state spesso spreco che ha offuscato la sostanza. Mi limiterò perciò ad annotare che numerose sono state le occasioni in cui essere italiano m'è stato d'orgoglio e il "verde" legato alla speranza, qualche altra in cui s'è rivelata imbarazzante e sono diventato "rosso" di vergogna oppure "bianco" per la rabbia.
L'Italia che detesto è: il furbo che cerca di sorpassare che gli sta vicino, in coda e fa finta di niente, manco alza la mano e si scusa; le case abusive lasciate senza intonaco, in riva al mare o in collina; il cartello "torno subito" allo sportello pubblico o l'impiegata strafottente in comune o in posta; il politico che cambia casacca ma non lascia mai la poltrona; l'onorevole Domenico Scilipoti e il senatore Sergio De Gregorio; il Trota; Massimo D'Alema in barca a vela; le comitive chiassose e caciarone in gita all'estero, che pensano di essere spiritosi e invece sono soltanto cafoni; i dieci anni che si impiegano per una causa civile; le pagine e pagine di giornale sul bunga bunga; colui che fissa un appuntamento in ospedale e per due fiocchi di neve non si presenta; chi va in motorino senza casco; tutti quelli - e sono tanti, troppi - che se ne fregano e confidano che tanto qualcun altro più stupido provvederà a sistemare le cose, se proprio necessita.
L'Italia che amo è: l'inno di Mameli e la maglia azzurra quando gioca l'Italia; il pane, il vino, la pasta e la pizza; le tavolate di paese e le feste in piazza; l'inventiva nel risolvere i problemi prendendoli dalla parte che nessuno aveva mai immaginato prima; Roberto Benigni che legge e spiega la Divina commedia; Valentino Rossi, la Ferrari e chi partecipa alle Olimpiadi, magari vincendo una medaglia; i paesi con un campanile, una chiesa; il festival di Sanremo, anche quando vincono i Jalisse; Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi, ma se stai anche a Pasqua con i tuoi è meglio; il mare e la montagna; i vestiti di Armani, Valentino e pure quelli di Dolce e Gabbana; le cento città capoluogo, prima che venisse introdotta la provincia Verbano Cusio Ossola e similari; i film neorealisti e Fellini, quand'era in forma; gli scrittori siciliani, sardi, piemontesi e qualche lombardo, come Piero Chiara; le feste del patrono; il marmo di Carrara; Pertini, Bearzot e il mondiale di calcio vinto in Spagna; Prodi che va in Parlamento, viene sfiduciato, se ne va a casa e non grida allo scandalo, non urla, non minaccia, non torna, neanche se glielo chiedono; i magistrati che combattono le organizzazioni criminali e che rischiano la vita ogni mattina; chi potrebbe lavorare o insegnare all'estero e invece rimane in patria; i cipressi delle colline in Toscana; il sindaco di Lampedusa, che non ricaccia la gente in mare; Anna Valle a miss Italia; la Gran Torino della Ford, che la chiamano così per rispetto alla Fiat e alla Lancia; la Vespa, soprattutto la mia; gli alpini e i bersaglieri, ma più gli alpini; le opere liriche di Verdi e Rossini; Reinold Messner, Gustav Thoeni, Armin Zoeggeler, Isolde Kostner e tutti quelli che hanno dato lustro al nostro paese con un cognome composto più da consonanti che da vocali; gli uomini e le donne del Friuli che ricostruiscono le loro case, dopo il terremoto; i dodici professori universitari- unici, in tutta Italia - che con semplice: "Preferirei di no" rifiutarono il giuramento imposto da Mussolini; Don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana; Venezia ch'è triste, ma niente in confronto a Porto Marghera; le trattorie e le osterie; la Barbera; De Gasperi che parla alla conferenza di pace di Parigi, subito dopo la disfatta della seconda guerra mondiale, e dice: "Sento che tutto è contro di me, qui, tranne la vostra personale cortesia"; il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America James Byrnes che, nel gelo più totale che segue il discorso di De Gasperi, si alza in piedi e gli stringe la mano (d'accordo, Byrnes è americano ma questo gesto è talmente bello... E descrive meglio di ogni parola la dignità che ci viene riconosciuta all'estero. Non potevo ometterlo, proprio oggi, nel giorno della nostra festa).


Foto by Leonora

domenica 20 febbraio 2011

Lo stupore dell'asino


Ho la fortuna che gli anni intaccano la superficie, non l'essenza di ciò che sono, anche se poi restituiscono di me un'immagine che a volte non riconosco allo specchio. A ben pensarci, è una vita che mi preparo a diventare "bene" vecchio, non di quelli che si ostinano ad apparire ragazzini, né di coloro che rimangono perfetti fino a un dato tempo, per poi affrontare il tracollo. Scendo o salgo, dipende dai punti di vista, un gradino al giorno. E mi consolo leggendo l'età di persone famose, che hanno i miei stessi anni e sembrano mio padre o mio nonno. Semmai, riconosco al trascorrere degli anni l'avermi portato in dono una consapevolezza, una serenità e moltissime abilità che quando ero giovane nemmeno mi sognavo. Vale per l'esecuzione di lavori materiali, quali smontare e rimontare il tagliaerba o l'appendere un gancio al muro, ma anche per la scrittura, ch'è il mio lavoro e forse anche talento. Uso questa parola con prudenza, intuendone la grandezza senza sapere se per me s'addice davvero. Non so se questa è la mia "inclinazione naturale". Se così fosse, mi sarei distinto fin da subito, mentre all'inizio ero un somaro. Un ciucco, anzi, nella doppia valenza, perché il mio era un periodare d'asino e insieme d'ubriaco. Credo che il seme, la scintilla creativa esistesse già, ma da ragazzo era seppellita da una montagna di pigrizia e ignoranza. In ogni caso, non era evidenza dirompente, quella somma di capacità naturali e di apprendimento che distinguono l'onesto e diligente operaio dal genio. Prendiamo l'ultima edizione del festival di Sanremo. Dei cantanti non saprei, poiché mi mancano gli elementi per un giudizio (colui che ha vinto la sezione giovani, Raphael Gualazzi, potrebbe appartenere alla categoria dei fuoriclasse, visto che è autore di testi e musica e ha mietuto un consenso unanime, come solitamente si riconosce appunto ai fuoriclasse: qualcosa di simile, ricordo, accadde per la Pausini, anni fa). Il marchio del genio invece è cristallino in Roberto Benigni, che sa fare cose che non riescono a nessun altro al mondo. Poi può non piacere (viva la voce che stecca nel coro!) ma è difficile non riconoscergli una straordinaria abilità, unica al mondo, come l'aveva Charlie Chaplin o Diego Armando Maradona, nel calcio. Da dove derivi questa unicità, come si sia sviluppato il dono ricevuto, mi ha sempre affascinato. Lo stupore dell'asino di fronte all'eleganza e bellezza del cavallo purosangue arabo.


Foto by Leonora

giovedì 17 febbraio 2011

Sergio Belardinelli e il segreto della mia felicità


E' curioso e straordinario insieme che una persona di sinistra sdogani e restituisca dignità e valore a concetti monopolio per anni dalla destra (e schifati da buona parte della sinistra stessa): inno, nazione, patria... Della grandezza di Roberto Benigni non voglio parlare: ogni parola risulterebbe banale. Dico soltanto che il suo "Fratelli d'Italia" cantato a Sanremo mi ha commosso e sono fiero di essere suo contemporaneo.
Tra le tante cose dette da Benigni, cito questa: "Se qualche volta la felicità si scorda di voi, voi non scordatevi di lei". Faccio il paio con un articolo letto oggi, su consiglio di Isabella. E' l'intervista che Antonella Mariani ha fatto su "Noi genitori & figli" a Sergio Belardinelli, docente di Sociologia dei processi culturali all'università di Bologna. Di seguito ne riporto le risposte, mettendo in neretto i concetti che mi sono più piaciuti. Di più, dico solo che leggendole mi sono reso conto del perché sono, perché sento di essere una persona felice: perché ho avuto la fortuna di incontrare persone che, amandomi, mi hanno trasmesso fiducia e gusto per la vita.

"Cos’è la pienezza di vita? È una vita riuscita, una vita che ha senso, che si conduce con soddisfazione, in cui si è contenti di esserci. Da Hanna Arendt ho imparato che lo scopo dell'educazione è quello di aiutarci a sentirci a casa nel mondo. Proprio così: sentirsi a casa nel mondo. È questo il dono più grande che ciascuno può ricevere, il dono che rende una vita riuscita e piena. Sentirsi a casa nel mondo prescinde dalle condizioni materiali in cui si vive, non dipende dalla ricchezza o dalla povertà e nemmeno dalla salute o dalla malattia. Si tratta di una condizione dello spirito che varia da persona a persona. La felicità non risponde a un protocollo, né è frutto di condizioni prestabilite. Non è un caso che spesso le persone più felici sono quelle da cui ce lo aspetteremmo di meno e che le persone più infelici sono quelle di cui avremmo detto: ha tutto per essere felice. In ogni caso, la felicità, la pienezza hanno a che fare con la capacità di dare senso alla vita e a ciò che facciamo. Credo che tale capacità sia in realtà un dono. Essa dipende dalla fortuna che abbiamo avuto di incontrare persone che, amandoci, ci hanno trasmesso fiducia e gusto per la vita. La mancanza di queste persone è il male della nostra società. Mancano sui nostri ragazzi sguardi attenti e amorevoli, mancano educatori che colgano dietro tante apparenti normalità gli abissi di solitudine in cui vivono molti giovani e adolescenti.
Un tempo era un dato acquisito che la vita fosse un dono. Dietro a questa affermazione c'era un patrimonio di cultura, nella quale trovava posto anche un forte senso di gratuità. In ultimo ciò significava che noi uomini non siamo responsabili fino in fondo di ciò che facciamo né di ciò che ci capita. Eravamo, in fondo, sgravati da tante responsabilità. Oggi invece si pretende di essere sempre padroni della situazione, in tutte le circostanze, perfino quando si tratta di mettere al mondo un figlio. È evidentemente una responsabilità sproporzionata alle nostre forze. Ecco allora che molte giovani coppie decidono di non mettere al mondo figli per un eccesso di senso di responsabilità. Non ci sono abbastanza soldi, non abbiamo ancora un lavoro sicuro o una casa adeguata, insomma meglio aspettare. E si rinuncia cosi a procreare. L'idea di autodeterminazione è forse una delle più controverse del nostro tempo. Apparentemente essa sembra un segno della grandezza dell'uomo, ma in realtà è un segno dello svuotamento di ciò che è più umano. Nella volontà di tenere tutto sotto controllo si gioca la nostra frustrazione più profonda, quella stessa frustrazione che spinge tanti uomini e donne a rivolgersi a maghi, chiromanti e fattucchieri. Non è tollerabile che io non sappia se supererò quell'esame o se riuscirò a conquistare il cuore di quella donna. E invece le cose più essenziali della vita non dipenderanno mai da noi, saranno sempre imponderabili, indisponibili. Pensare la vita, dall'inizio alla fine, come un dono significa anche essere consapevoli di questa indisponibilità sostanziale di ciò che conta per davvero. Io credo che la vita sia bella a condizione che ci si concili con l'imponderabilità, l'incertezza, che, oltretutto, sono anche le dimensioni che danno senso alla nostra libertà. Non c'è niente di più umano e più bello dell’imprevedibilità. Come un bambino che nasce è una assoluta imprevedibile novità, cosi sono le nostre azioni libere: un modo di rinnovare il mondo. Non a caso il più grande segno di speranza e di fiducia nel mondo è sintetizzato dalle parole con le quali il Vangelo annuncia la lieta novella dell'Avvento: "Un bambino è nato per noi". Ogni bambino, dovunque nasca, nasce per noi; rappresenta la novità che rompe la decrepitezza della vita, ridandole vigore".
Foto by Leonora