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venerdì 15 ottobre 2021

Sì, è vero che… (Ma quanta bellezza)

“Pensa a tutta la bellezza ancora rimasta attorno a te e sii felice.”
(Anna Frank)

Sì, è vero che siamo ancora nella coda della pandemia, che le preoccupazioni persistono, che l'incertezza è tuttora sovrana… Ma quanta bellezza abbiamo attorno, in questo scorcio d'ottobre, in queste mattine pungenti e limpide, in questi giorni di sole basso, che scalda la pelle, il cuore, le ossa, fino al midollo.
Sì, è vero che sembriamo divisi su tutto… Ma a ben guardare è una minoranza risicata che si accapiglia per poco, strilla per nulla, mentre altre, moltissime altre si sanno ascoltare e riescono ad avere idee diverse, senza essere offensive, evitando la clava e la scimitarra.
Sì, è vero che ci sono le giornate no e anche quelle boh e quelle forse e quelle non so… Ma pure quelle sì e quelle sì sì e quelle alla grande e quelle in cui tutto profuma di scorza di limone e torta di mela.
Sì, è vero che riusciamo a frequentare poco gli amici… Ma quel poco ce lo godiamo appieno e tutti gli altri possono perdonarci, chiudere un occhio, tenderci ugualmente una mano, perché questo in fin dei conti è l'amicizia: dare più di quanto si riceve.
Sì, è vero che stiamo troppo sui social, che la realtà virtuale è un'attrazione pericolosa, uno sterminato bar in cui sovente ci sentiamo a disagio, come se fossimo stati catapultati lì da Plutone, senza responsabilità alcuna… Ma con il trascorrere degli anni quel bar stiamo imparando a riordinarlo, a costruircelo su misura, a mettere i buttafuori all'ingresso oppure a non presentarci noi, quando non siamo a nostro agio con il resto della compagnia.
Sì, è vero che a tavola non si dovrebbe parlare di calcio e di sport, politica, sesso, religione, soldi, pettegolezzo… Ma che esistenza sciapa sarebbe la nostra, se per timore del confronto ci appiattissimo sulle frasi fatte, sulle posizioni preventive, sui pensieri preconcetti, senza dare spazio al talento, al carisma, alla contrapposizione alta, quella che incalzando ci migliora.
Sì, è vero che abbiamo ciascuno le nostre ombre, i vuoti, i problemi, le ferite, i graffi… Ma sono proprio quelle esperienze che danno spessore alla vita, che ne rimarcano i bordi, che impediscono che si appiattisca, che si atrofizzi, che muoia di indigestione, di abbondanza, di noia.
Sì, è vero che il futuro incerto rende irrequieti e persino spaventa… Ma io ricordo sempre la frase di un grand'uomo, diventato pure santo, la prima volta che s'è affacciato al balcone, di fronte a migliaia di persone con il naso all'insù, esclamando: "Non abbiate paura".

P.S. Sì, è vero che andare a correre costa fatica, specie se per farlo occorre sacrificare la pausa pranzo e la prima mezz'ora è tutta in salita… Ma poi, superata porta San Giacomo, se si volta a valle lo sguardo, ciò che si ammira lascia senza fiato. E non per la corsa.

sabato 6 marzo 2021

Ascoltare, ascoltarsi (Di più)

Mi piacciono i ponti e i punti. Pure quelli di sutura, spessi, a filo grosso, che lasciano una cicatrice in evidenza, a futura memoria di un inciampo, di uno strappo, tutto sommato di una storia.
Questo tempo ne pretende molti e ancora più ne pretenderà, nei mesi che verranno, per ricucire la distanza tra mondi, tra gruppi di persone, tra generazioni costrette in cattività, a stare unite forzatamente durante la pandemia e che al "liberi tutti" potrebbero disperdersi come un'esplosione, con l'energia dei tori scappati dalla gabbia.
Le differenze di stato, di condizione, di possibilità, appianate ed appiattite ora, torneranno impetuose, cessato il pensiero unico del salvare la pelle dal virus, comportando sì una vitalità positiva, una ripartenza fulminante, ma anche il rischio di altre scollature, di distanze come voragini, tra chi ha accumulato denaro, bisogni, aspettative, e chi invece è rimasto piegato o soltanto indietro, senza più forza o volontà di balzare sul treno in corsa.
Non è una profezia e neppure una certezza, che in fatto di previsioni ne azzecco meno degli oroscopi sulla Settimana Enigmistica.
Piuttosto è una sensazione, un campanello che trilla, ieri l'altro debole, oggi meno flebile, più intenso ogni giorno che passa avvicinandosi al termine dell'emergenza.
Leggo, mi pare di leggere, uno strappo, e vorrei con la stessa premura scovare l'ago e il filo che rammenda.
Lo trovo, mi pare di trovarlo, nel guardaroba dell'esperienza, nel cassetto con la targhetta: "Ascolta".
Ascoltare le esigenze, i desideri, i sentimenti, le paure degli altri, dell'altro, è esercizio che impegna orecchie e insieme stomaco, cuore, testa.
Ascoltare è atto di partenza (mettersi in ascolto) e punto di arrivo, presa d'atto, disposizione a cambiare l'opinione, la posizione propria.
Occorre coraggio, costa fatica.
Pure nelle piccole cose, come adesso, seduto sul divano, con te accanto, Giorgia, mentre sentiamo le canzoni di Sanremo e a me sembrano dire niente, mentre a te "parlano", hanno significati che vanno oltre il testo e la musica.
Dare tutto per scontato, mettere etichette sbrigative, avere la puzza sotto il naso e giudicare ogni cosa banale, già vista, inadeguata, brutta o superficiale non qualifica l'oggetto osservato, bensì colui che vede tutto in negativo, è incapace di cogliere le differenze, non riesce più a sorprendersi per nulla.
Io non voglio essere così, non voglio spegnermi, lasciandoti su quel divano e nella vita sola.

P.S. Al massimo voglio addormentarmi, essendo da un pezzo passata della notte l'una.

domenica 28 febbraio 2021

Maestro febbraio (La buccia e il nocciolo)

Ha chiuso la parentesi, tonda come i giorni che ha portato, ventotto in tutto, da lunedì a domenica, lasciando che per altri ventotto sia replicato identico anche marzo.
È stato un febbraio terminato in "bellezza", travestito da aprile, grazie a un'espressione da meteorologi che mi piace moltissimo: è l'anticiclone a "proteggerci", a mettere al riparo.
Lo fa tuttora, in queste giornate che pian piano si allungano e regalano un cielo terso, ottimo per stare all'aperto, per curare il giardino. Lo faccio appena posso, apprezzando la fatica, l'esercizio, l'ordine creato, soprattutto il silenzio.
Il silenzio. Con la pandemia credo di aver acquisito una sorta di iper-sensibilità al baccano, alle chiacchiere inutili, al rumore di fondo che a volte somiglia a un brusio petulante, noioso quanto il ronzio delle mosche in volo, delle zanzare quando si avvicinano all'orecchio, altre invece al frastuono del legno che si squarcia, al clangore del colpo sul bidone di metallo.
Non sono mai stato tipo da fioretti o digiuno, ma un buon proposito per la quaresima appena iniziata potrebbe essere quello di parlare io stesso meno, di dare più peso a quanto detto.
La scrittura, in questo, è uno straordinario maestro.
Costringendoci a scegliere sillaba per sillaba, permettendoci di cancellare e di tornare indietro, elimina molte impurità e buona parte delle buccia, lasciando quasi sempre polpa e nocciolo.

P.S. Forse per questo e non per caso possiamo dire che, del pensiero, la scrittura è il frutto.

sabato 15 febbraio 2014

Il filo (positivo) di Arianna

Foto by Leonora
A fronte di tanto, troppo pessimismo che si avverte in questi giorni di politica convulsa (con un tasso di ipocrisia e retorica imbarazzante da parte dei vecchi politici, delle gran parte dei commentatori e anche di molte persone comuni, scontente comunque di tutto e di tutti) mi ostino a pensare che ce la faremo, che questo non è il capolinea, che c'è un Italia migliore di come viene dipinta e di come sembra.
È l'Italia che sorprende, quella dello short track o dello slittino, gente che non si vede e non si sente per mesi e medi e poi si nota, si distingue, si impone come eccellenza mondiale e dimostra quanto valga il talento, il sacrificio, la fatica. È l'Italia di Arianna Fontana, bronzo pure oggi alle Olimpiadi di Sochi, che guadagna fama e copertina, con un sorriso furbo e l'espressione sfrontata. Mentre la guardavo scivolare in tondo come una trottola, rapidissima, sul ghiaccio, pensavo a tutte le mattine in cui si sarà alzata all'alba, a quante privazioni avrà affrontato, quanti dettagli curati, che meticolosità con i suoi allenatori per affinare la tecnica, quanta passione messa, il dolore per superare gli acciacchi, l'attenzione al cibo, al bere, le rinunce... Lei è la punta, ce l'ha fatta, ma identica è l'impresa per le decine di italiani che sono lì, che fanno sport in un Paese in cui lo sport spesso è chiacchiera, senza lamentarsi delle poche strutture, più forti di ogni ostacolo e avversità. Non meritano forse loro una medaglia? E se sì, se la meritano, se dimostrano che il risultato si può raggiungere e bando a qualsiasi scusa, che diritto ho io di lamentarmi, di alzare il sopracciglio ed eccepire, di brontolare soltanto e criticare chi si dà da fare, chi almeno ci prova?
Non voglio farlo, non mi voglio accodare ai profeti di continua sventura, voglio insegnare ai miei figli ciò che ho imparato da mio padre, che il lavoro, la fatica, il sudore alla fine paga, sempre. Anche qui, in Italia.
P.S. Per la cronaca, sia Arianna Fontanna sia mio padre sono nati in Valtellina, di più, sono di Berbenno di Valtellina, ma credo che valga per qualsiasi borgo della penisola.

martedì 1 maggio 2012

Fiore di (primo) maggio

C'è chi lo cerca e chi non lo trova, chi ce l'ha e non l'apprezza, chi non lo sopporta, chi lo adora e non vivrebbe senza, chi si spacca la schiena per una miseria e chi approfitta del ventre molle dello Stato per arricchirsi a dismisura senza fare niente (nella migliore delle ipotesi, poiché nella peggiore fa danno).
Io sono tra i fortunati che ne hanno uno tagliato su misura per loro, pur se non sempre è stato così e per anni e anni l'ho desiderato senza raggiungerlo. Parlo del lavoro, a cui il giorno odierno è dedicato, festa senza lustrini, trombette, cappellini buffi e stelle filanti, un primo maggio sobrio, specie in questi mesi di equilibrio precario.
Veniamo da decenni dove averne uno era scontato, almeno dalle mie parti. Bastava un pizzico di buona volontà e qualcosa si trovava, con spesso la prospettiva di migliorare, poiché le brave persone erano contese. Non è più così e ciò che prima era indifferente o addirittura mal sopportato ora lo vedo come un piccolo paradiso, perduto.
Ripenso a mio padre e all'Ambrogio, suo socio. Rispetto a loro ho avuto una vita facile facile, non mi sono mai spezzato la schiena, non conosco il gelo del ferro sulla pelle, d'inverno, né quando brucia, a luglio, né i tagli che ogni tre per due si facevano, la polvere nel naso e il grasso da grattar via dalle mani, a mezzogiorno e la sera, quando si fermavano. Mio padre sopportava benissimo la fatica fisica, lo sforzo di braccia, gambe e busto, mentre soffriva per le pratiche burocratiche, per la contrattazione sul prezzo, per i viaggi in posti che non conosceva e in cui doveva arrivare, col camion. Ricordo che al mattino, dopo la scodella di caffélatte con dentro il pane avanzato il giorno prima, aveva degli strappi di vomito. A vuoto. "E' il nervoso" spiegava, le volte che lo incrociavo e sembravo più preoccupato del solito. Il "nervoso" era condizione che lo accompagnava sempre, anche nell'unica settimana all'anno - a metà agosto - che si prendeva.
Me ne sono ricordato l'altro giorno, quando alla partita di Giacomo ho incontrato Amelio, che di mio papà era amico e quasi coetaneo. Parlavamo di Pep Guardiola, che ha lasciato il Barcellona motivando l'abbandono con la stanchezza per quattro anni faticosi e con la necessità di prendersi qualche mese di riposo. "Alùra ùl to pà e l'Ambroes - mi ha detto Amelio, in dialetto - a dùevan fermàs dudàs an ogni trì mes". Tradotto: allora tuo padre e l'Ambrogio dovevano fermarsi dodici anni ogni tre mesi di lavoro".
Ecco perché questo primo maggio lo dedico a loro, a tutti coloro che non possono fermarsi e a quanti invece fermi lo sono già, non per colpa loro.

Foto by Leonora