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venerdì 9 marzo 2012

Il segreto di Luca (La semplicità)

Da quando lavoro a Monza tengo ben separati i miei pensieri in forma scritta: sul blog professionale quelli che si riferiscono ai media e alle questioni brianzole, qui invece i temi più personali, quasi intimi direi.
Faccio un'eccezione oggi poiché è vero che ho incontrato Luca Miniero in virtù del ruolo che rappresento, ma voglio lasciare un appunto riguardo un aspetto che ha sorpreso l'uomo, più ancora che il giornalista.
Luca, per chi non lo sapesse e fosse tanto pigro da neppure sbirciare Wikipedia, è uno sceneggiatore e regista che tuttora si guadagna da vivere con gli spot (ne ha fatti di bellissimi) ed è diventato famoso con il film Benvenuti al Sud, a cui ha replicato un altro successo d'incassi, Benvenuti al Nord (tranquilli, perché Benvenuti all'Est e Benvenuti all'Ovest non li girerà, è inutile che sbuffate).
Io per la verità ero rimasto affascinato anni fa, quando avevo visto "Incantesimo napoletano", ma questa è un'altra storia. Stasera Luca era ospite dei Lions e dei Rotary di Monza e Brianza e accettando l'invito della collega Federica mi sono messo a disposizione per fargli da spalla. Non la faccio lunga, dico soltanto che mi ha stupito l'umiltà del personaggio, abbinata alla spontaneità, alla naturalezza con cui ha risposto a tutte le domande, senza rifugiarsi nel banale o, peggio, farsi velo con affermazioni elusive. In pratica, nonostante fossimo su una sorta di palco e con un centinaio di persone che lo ascoltavano, era come se egli parlasse a degli amici, a persone veramente speciali, a cui riservare il diritto e pure il rovescio delle cose. Ho scoperto così quanto costa girare in un giorno uno spot di trenta, quaranta secondi (dai cento ai centocinquantamila euro); quante persone sono impegnate (una quarantina, che diventano una sessantina se si sta girando un film); quanto è importante per gli attori saper improvvisare (nel cinema attuale l'improvvisazione è ben accetta ma non troppo, nel senso che non si deve esagerare: autore e regista hanno lavorato magari sei mesi su una battuta, non sempre l'attore, pur bravissimo che sia, può cavarne una migliore di quella concordata); che le attrice napoletane di cinquant'anni sono le più bizzose e ardue da dirigere; che i registi italiani sono cento volte più bravi degli sceneggiatori italiani; che dai francesi in fatto di commedia abbiamo da imparare; che se fosse stato per lui dopo aver girato Benvenuti al Sud sarebbe passato più tempo prima di girare Benvenuti al Nord; che alcune parti di Benvenuti al Nord non l'hanno convinto; che Claudio Bisio non è stata la prima scelta come attore principale; che la prima scelta era Antonio Albanese e la seconda Giovanni Storti, quello coi baffi di Aldo, Giacomo e appunto Giovanni; che Claudio Bisio è stato per il regista stesso sorprendente, per come ha saputo interpretare perfettamente l'uomo del Nord, diffidente ma che dopo un giorno si è già integrato al Sud perfettamente; che neppure Alessandro Siani era la prima scelta.
A parte questo, ch'è contorno rispetto al piatto principale, la sorpresa è stata trovarsi di fronte una persona che non si è montata la testa, che non si crede un padreterno e che senza fare teatro è capace di emozionare semplicemente restando se stesso, dicendo il vero, parlando col cuore. In un mondo patinato e in cui tutto rischia di avere sapore di plastica, Luca Miniero è un piatto di pasta fatta in casa, come in giro non ne trovi.
P.S. Altre cose vorrei dirle su Maria Vittoria, collaboratrice di Luca, ma le scriverò nell'altro blog, per par condicio e perché lei è brianzola e in via Longhi 3 è come se giocasse in casa.

Foto by Leonora

giovedì 25 agosto 2011

Realtà batte finzione (dieci e uno)

Fake. Falso. Ogni volta che ascolto R101, al mattino (Paolo e Lester mi fanno troppo ridere, non riesco a rinunciarci) mi viene il nervoso.
La pubblicità della radio consiste in pseudo interviste ad ascoltatori che dicono il motivo per cui per loro è la numero uno. Idea non originale, con risultato tra il mediocre e il pessimo (a seconda dell'attore che dice la frase) e che invece di convincermi suscitano la tentazione di spegnarla o scegliere un'altra stazione.
Perché lo fanno? Chi sono i pubblicitari che hanno scelto lo spot, i dirigenti che l'hanno approvato, i vertici che ora, ascoltandolo, non corrono in regia, lo tolgono o, se non riescono, non tolgono la spina evitando così di fare un danno?
La realtà è sempre migliore e più varia di qualsiasi artificio. Me ne sono accorto al terzo articolo scritto in vita mia, diciannove anni non ancora compiuti e un sogno che si stava finalmente avverando. Per la Gazzetta di Como dovevo intervistare l'allenatore della Arexons Cantù, Carlo Recalcati e dopo averlo fatto con l'amico Mauro Colombo (lavoravamo in coppia) stavamo sudando da una mezz'ora per mettere assieme qualcosa di sensato, per trasformare in parole su carta il lungo discorso registrato. La folgorazione arrivò lì: concentrati come eravamo nel "creare" un articolo avevamo dimenticato che il modo più semplice era eclissarsi e limitarci a riferire ciò che lui aveva detto. "Racconta, non fare il furbo" come insegnava Buzzati. Allora però Buzzati l'avevo soltanto letto sui dorsi delle copertine di libri rimasti a far polvere sugli scaffali e ci sono dovuto arrivare da solo.
L'episodio m'è tornato in mente stamane, parlando con Stefano, che mi diceva quant'è forte la tentazione, specie per chi è alle prime armi in questo mestiere, di intervistare le persone per farsi dire ciò che pensiamo noi. Se si è disonesti e lo si fa per interesse è un conto, ma se si è in buona fede anche peggio, poiché soltanto la stupidità è peggiore del vizio.

Foto by Leonora

venerdì 7 marzo 2008

L'ottimismo dell'emù


Premessa prima: lavoro nel campo dell'informazione. Prima facevo altro (mi occupavo di servizi sociali, o servizi alla persona, per chi ama la definizione più raffinata) ma da una decina d'anni il giornalismo è a tempo pieno il mio mestiere.
Essendo tale, è ovvio che quando si parla se esista o meno, in futuro, lo spazio per professionisti pagati per raccogliere notizie, la mia posizione è di parte. E' un po' come se duecento anni fa avessero chiesto a un dodo o all'emù cosa pensassero del rischio di estinzione che correvano. A prescindere dal fatto che uno sia sopravvissuto e l'altro no, entrambi se la facevano sotto ma in fondo in fondo speravano di scamparla e in nessun caso si potevano definire obiettivi.

Così stando le cose, e volendo campare ancora a lungo, ovvio che faccio il tifo perché la risposta sia: "Sì, esisteranno ancora per un pezzo professionisti pagati per trovare e rendere pubbliche le notizie".
Purtroppo, la volontà dell'ottimismo non sempre tiene a galla i naufraghi aggrappati ai marosi.

Premessa seconda. La pubblicità non può essere considerata l'unica fonte di entrata di un'impresa editoriale, neppure sul web. Però neppure è facile immaginare di farne completamente a meno.

Domanda da un milione di dollari (io però non li ho e chiedo una risposta gratis): che forma di pubblicità saremmo disposti non dico a gradire, ma almeno a tollerare?

Mi piacerebbe che questo quesito, anche a rischio di diventare fastidioso come una catena di Sant'Antonio, fosse fatto circolare sul web. Giuro di non essere al soldo di alcuna compagnia di pubbliche relazioni e dichiaro solennemente che lo scopo della curiosità è puramente accademico.

Risposta personale: quella che quando clicco su un sito di informazione compare su schermo (anche intero) per 2 secondi e poi scompare.

Spiegazione: quando il New York Times (sempre sia lodato) decise di mettere l'archivio on line consultabile gratis, ebbi quasi un moto di commozione misto a sincera gratitudine quando prima dell'articolo selezionato mi si aprì una pagina di pubblicità (Toyota, se non ricordo male) per scomparire un lampo dopo.
Foto by Leonora

martedì 11 dicembre 2007

Flash Gordon e il futuro (rosa) della pubblicità on line


Oggi nessuna domanda esistenziale. Spariglio le carte per parlare di un argomento che riguarda il mio lavoro (l'informazione) e in particolare la pubblicità.
La questione è contenuta in due post (1 e 2) di Gaspar, che a sua volta riprendeva un quesito che si poneva Zephoria, sul fatto che pochi o nessuno clicchino sui banner della pubblicità on line.

Un argomento che ieri gli inserti economici delle due principali testate italiane, "Corriere della Sera" e "Repubblica", riprendono con notevole evidenza ed opposti orizzonti.
Se infatti Repubblica, a pagina 27 di "Affari & Finanza", riporta in un articolo la scelta del colosso Procter & Gamble di spostare buona parte delle risorse dell'advertising dalla tv al web (una decisione strategica, secondo il loro responsabile marketing, Jim Stengel), il Corriere della Sera, a pagina 29 di "CorrierEconomia" riporta un articolo di Francesco Margiocco, dal titolo: "Web, pubblicità senza pubblico", con sottotitolo: "Cresce l'investimento per le campagne on line. Peccato che nessuno apra i banner".
Non solo due articoli, ma pure due tesi in contrapposizione evidente.
Senza pretese di scientificità, riporto un parere personale.
Da utente, infatti, non clicco mai su un banner, ma a differenza della tv, non posso evitare di vederlo, con tutti i meccanismi psicologici e comportamentali che ne derivano.
Se fossi un investitore pubblicitario, dunque, non mi preoccuperei del fatto che poche persone clicchino, bensì di quante persone vengano a conoscenza del mio prodotto, semplicemente vedendolo comparire, come una normale pubblicità.
Ecco perché, più che l'opportunità di approfondimento e di interazione che garantisce il web, punterei sull'istantaneità, sull'immediatezza del messaggio e commissionerei uno spot "inevitabile" (non puoi fare a meno di vederlo), "breve, se non brevissimo" (due, max tre secondi) e che soprattutto rimandi a una "sensazione", più che a una "informazione".
Velocità ed emozione, insomma. Come i fumetti di Flash Gordon.
Ieri, aprendo il sito di Repubblica, sono incappato in una pubblicità della Microsoft che aveva queste tre caratteristiche. E ho realizzato perché tale forme di pubblicità hanno un presente e, ancor più, un futuro.