Visualizzazione post con etichetta oratorio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta oratorio. Mostra tutti i post

domenica 12 luglio 2020

Diventare grandi (Il cuore oltre la culla)

Sei stato a lungo il mio "figlio piccolo preferito", negli ultimi anni eri il mio "figlio preferito" e basta, ora puoi essere "mio figlio" e punto, senza ulteriori specifiche, perché oramai sei cresciuto e credo tu abbia capito che per un padre e una madre non esistono classifiche: i figli sono tutti differenti, ma perfettamente identici nell'intensità dell'amore che per ciascuno si prova.
Per anni, fin da quando eri un bimbo che camminava appena e non parlava ancora, ho dovuto fare i conti con il tuo essere terzogenito, con quel tuo bisogno "di luce" - di spazio, di visibilità, di riconoscibilità - per distinguerti dai fratelli che ti avevano preceduto e che rischiavano di rubarti la scena.
Non era un vezzo e ho avuto la fortuna di intuirlo presto, constatando come il terzo figlio occupi in effetti una posizione scomoda (scomoda in molti sensi: a chi mi chiedeva come fosse avere tre figli piccoli, ho sempre risposto che in effetti il terzo mette in crisi poiché, banalmente, non sai dove metterlo, avendo l'adulto soltanto due braccia).
In realtà - te ne accorgerai se avrai nel destino di essere padre a tua volta - vale la medesima regola dell'amore di cui ho scritto prima: ogni figlio affronta problemi diversi, ma la somma totale per ciascuno non cambia e il segreto è vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, prendendo il buono che c'è, sfruttando le difficoltà come trampolino, come allenamento per reggere meglio l'urto della vita.
È vero che tu hai incontrato genitori non più in ansia, meno preoccupati di non essere bravi a sufficienza e dunque forse meno premurosi, tuttavia questa apparente "distrazione" ti ha permesso di crescere più libero, meno inchiodato alla responsabilità di dover corrispondere tanta premura, di doverti sentire "all'altezza" (chiedi pure a Giacomo e Giorgia, credo ne sappiano qualcosa).
Non si tratta di una scoperta originale, somiglia piuttosto all'acqua calda, è l'eterna ruota che gira, il perenne percepire dei figli, che suona strano soltanto a chi non si mette mai nei panni dell'altro e non fa tesoro dell'esperienza.
Io, figlio unico, l'ho appreso per interposta persona, avendo in dono la frequentazione di amici con famiglie numerose, in cui ciascuno lamentava distinzioni che a guardarle a tessuto rovesciato erano nel contempo vincolo e fortuna.
Così come vincolo e fortuna è per me avere voi, tutti, una famiglia numerosa a mia volta.
E per famiglia non intendo soltanto io e te e tua madre e i tuoi fratelli, ma anche zii, cugini, nipoti, nonna, amici, comunità intera, dove siete cresciuti, dove vivete, dove costruite relazioni e vi mettete alla prova.
Perché questo ho imparato dei figli: non siete "nostri", siete affidati a noi, per un pezzo di strada e l'unico possesso che è concesso è al plurale, quello in cui ognuno vive in relazione con gli altri, trovando di volta in volta il proprio posto sul palco, da protagonista.

P.S. Ho scritto che sei cresciuto non per arbitrio, bensì per una constatazione, una consapevolezza precisa, giunta al termine della serata finale dell'oratorio estivo, quando ho letto - commosso - queste tue parole postate su Instagram.
"Tristezza, emozione, ma tanta felicità.
Questi i sentimenti provati ieri sera e durante queste tre settimane molto intense.
Tristezza perché è un capitolo della vita che si chiude, perché che piaccia o no, una fine arriva sempre. Tristezza perché guardandomi intorno non vedevo più le stesse persone che mi hanno accompagnato fino all'anno scorso e capivo che ormai il mio tempo qui era finito.
Tristezza perché non sono più quel ragazzo quattordicenne che si apprestava ad iniziare il suo cammino come animatore, ma sono quel ragazzo diciottenne ormai alla fine di un'avventura.
Emozione perché vedere nei volti degli animatori più piccoli degli occhi pieni di voglia di fare e mettersi in gioco mi faceva trepidare.
Emozione perché trascorrere ancora un Grest con gli amici con cui ho iniziato è stato stupendo.
Emozione per tutti i complimenti ricevuti, per tutte le persone con cui ho condiviso questo percorso.
E infine tanta felicità.
Tanta felicità perché sono riuscito a mantenere all'oratorio la promessa che gli avevo preannunciato, cioè dare ciò che lui ha dato a me.
Eh già... questo percorso mi ha dato tanto.
Grazie all'oratorio ho scoperto i miei pregi e anche i miei difetti più grandi.
Grazie all'oratorio ho scoperto la bellezza dello spettacolo, dell'intrattenimento, la mia passione.
E io nel mio piccolo sono riuscito a ricambiare tutto ciò che mi è stato donato, impegnandomi e dando tutto me stesso per far sì che quest'ultimo oratorio feriale venisse bene.
Tanta felicità anche perché credo che il mio continuo "mettermi in gioco", proseguendo a sbagliare e a correggere i miei errori, ha fatto sì che io lasciassi un'impronta di me stesso, di Gio nell'oratorio.
Concludendo posso dire soltanto un enorme GRAZIE all'oratorio, al gruppo fantastico che siamo.
Gio ❤️"

sabato 9 novembre 2013

Diventare vecchio (non è brutto)

Foto by Leonora
Un male fisico. E' quello che provo quando due o più persone non vanno d'accordo. Disagio lo provavo anche prima e in genere, pur se sono un tipo nervoso, ho sempre avuto passione e vocazione per trovare i punti che accomunano, per comprendere e far comprendere le ragioni dell'altro.
Ora però quella sensazione sgradevole in presenza di un attrito altrui si amplifica spesso in una ferita, in una stigmate che mi rode dentro. Compreso per lo sport e per la politica, con gli scontri beceri tra fazioni che prendono sempre più spesso dell'ironia, degli sfottò, anche del sarcasmo, ma anche nei rapporti personali, sul lavoro o nella comunità in cui vivo. Un esempio sono le scuole di via Regina Margherita, nel mio paese, con l'edificio rimesso a nuovo per ospitare un centro civico salvo poi essere destinato dall'attuale amministrazione a scuola elementare, o primaria come sarebbe più corretto. Un argomento su cui ho già scritto e che ho desiderio di affrontare di nuovo. Lo farò.
Prima però ho un compito che mi è stato affidato da un amico, Moreno, che mi ha chiesto di citarlo in un post. Lo faccio volentieri perché qualche settimana fa è stato un piacere ritrovarlo insieme ad altri amici a un matrimonio. Moreno, Gianni (che per me resta Giannino), Carlo (Carletto), Matteo, Luca (lo sposo)... Hanno tutti quarant'anni (Matteo è un filo più giovane) ma per me restano quei ragazzi che ho conosciuto quand'erano bambini e che ho visto crescere, all'oratorio. Così come tanti altri, con cui sono rimasto amico e che vedo tuttora, chi più chi meno. Paolo, Elena, Paola, Antonella, Carla, Alessandro, Umberto... Ero il più grande, ora le distanze si sono accorciate e ciascuno di noi ha avuto la sua vita, piegato come un giunco o ancora ritto in piedi, poco importa. Quel che conta è che con il cuore sono a loro ancora più vicino, mi sembra di voler loro più bene, mi commuovo persino, quando incontro qualcuno che non vedo da un pezzo. Forse non dovrei scriverlo, forse senza rendermi conto è la testimonianza che sto diventando vecchio. Ma se diventare vecchio vuol dire questo, cioè andare ancora più d'accordo, allora diventare vecchio non mi dispiace affatto.
P.S. Prima che me ne scordi, il matrimonio di Luca e Annabella è stato bellissimo. Complimenti agli sposi e in particolare ai parenti francesi di lei, che hanno dimostrato cosa significhi far festa per davvero.

mercoledì 27 luglio 2011

Marzocca: ottantacinque coperti, otto cuochi e una cucina da applausi


Un piccolo riconoscimento per un grande cuore. Quello che hanno gli addetti al servizio cucina dei ragazzi del mio paese, Lurate, che con la parrocchia se ne sono andati al mare. A Marzocca, vicino Senigallia, nelle Marche. Ottantacinque persone in tutto, di cui oltre settanta tra gli undici e i diciannove anni. Una compagnia allegra e composita, che quando viaggia per le strade pare un serpentone o, meglio, un gregge, tanto che gli automobilisti si bloccano quando attraversano la strada, domandandosi che sarà mai quel pieno di gente.
Sulle virtù di una simile esperienza non spenderò molte parole: io stesso sono diventato adulto proprio in vacanze del genere. L'oratorio di Lurate ha poi avuto una caratteristica, che non si è smarrita pur al cambio dei preti e delle generazioni, cioè quella di non escludere, di non chiudersi in una bolla, nell'illusione di chiamare a raccolta i migliori, bensì accettando sia chi s'impegna un cammino serio sia chi preferisce rimanere ai bordi.
Qui vorrei elogiare pubblicamente una mezza dozzina di persone, coloro che si prestano a preparare ogni giorno da mangiare. Per fortuna mi sono fermato soltanto un giorno e mezzo, di ritorno dalla Puglia, altrimenti sarei tornato ingrassato di almeno cinque chili. Piatti ottimi, vari, genuini e abbondanti, preparati nel rispetto del gusto e pure delle regole ferree sanitarie. Tutti per servire in tavola danno una mano, ma in cucina sono loro: Grazia, Giampaolo, Marco, Carla, Vito, Antonella, Patrizia e Alberto, che quest'anno s'è aggiunto e ha sfornato brioche, pane fresco e mille prelibatezze. Loro passano una settimana così, al servizio totale. Non chiamiamola vacanza, perché lavorano più di quando sono a casa, mettendoci sapienza, cura e passione. Ho sorriso quando mi hanno mostrato la dispensa, le varie celle frigorifere. Da casa, per risparmiare, hanno portato una decina di quintali di scorte alimentari. Non ci avevo mai badato, ma sfamare ottanta e passa persone è impresa non semplice, per cui occorre tattica e organizzazione rigorosa. I ragazzi apprezzano, mangiano e finiscono tutto, come le cavallette, andandosene sazi e non gettando nulla, che è un altro bel messaggio, contro lo spreco. Il clima giova. Non quello meteorologico: quello conviviale. Pietanze che a casa non si sognerebbero neppure di sfiorare, lì vengono divorate con appetito rapace. E alla fine, quando i ragazzi di turno finiscono di sparecchiare e se ne vanno, loro otto restano in sala pranzo, bevendosi un caffé alla buona, nel bicchiere, e chiacchierando di questo e di quello, principalmente di ciò che hanno fatto e di ciò che dovranno per il pasto successivo ancora fare. Poi, dopo neanche cinque minuti, uno di loro si alza, senza dire nulla, se non una parola al vicino di posto: "Andiamo". In cucina c'è da affettare prosciutto e salame. La colazione al sacco per il giorno dopo impone almeno duecento panini imbottiti e se non si è svelti e previdenti, col cavolo a merenda che si possono prepapare.

Foto by Leonora