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domenica 11 ottobre 2020

Senza misure (Dio è quella cosa lì)

Lo faccio di rado, per non dire mai, sapendo quanto lusinga la tentazione di vestire i panni dei mestieri altrui, diventando solitamente negligenti verso il proprio.
In famiglia poi si è sempre guardato con sospetto a chi vuole fare il prete senza esserlo ("Pret fàls" li chiamava mio padre)
Il Vangelo di oggi però, quello della liturgia ambrosiana almeno, continua a rodermi dentro e suscitarmi pensieri che chiedono di uscire in qualche modo, anche a costo di essere depositati qui, senza eccessiva pubblicità, ma neppure nascosti e chiusi a doppia mandata nel cassetto.
Il passo è quello di una parabola, raccontata da Matteo, in cui si fa l'esempio dell'agricoltore che getta abbondante il proprio seme, senza curarsi che vada nel terreno fertile oppure si perda tra i rovi o nei sassi e porti poco frutto o nulla del tutto.
Dio è quella cosa lì. Dio è quell'abbondanza cieca lì, quel continuo creare, germogliare, seminare appunto.
Dio è "hével", che come ha insegnato Erri De Luca in ebraico si può tradurre come spreco ed è ripetuto come una litania nel libro del Qoèlet.
Dio è il contrario di ciò che facciamo spesso noi, cioè misurare, contare, calcolare, programmare, pianificare, risparmiare.
Quando mi si dice che ci stiamo sempre più allontanando da Dio io penso a questo, al nostro continuo "selezionare" piuttosto che "generare", all'uso continuo del bilancino, del braccio corto, del tornaconto immediato, individuale, senza visione abbondante, generosa per il futuro.
L'umanità non si distinguerà per un evento cosmico, apocalittico, bensì per consunzione.
Andremo incontro al peggio quando saremo diventati bravissimi a selezionare il meglio.

P.S. Chi è suscettibile e non crede in un creatore può sostituire la parola "Dio" con "Natura": il pensiero dovrebbe filare lo stesso.

lunedì 10 novembre 2014

Finirà così (saper scartare, nell'epoca del troppo)

Foto by Leonora
Finirà così, che avremo scritto molto, probabilmente troppo, e nessuno avrà il tempo di leggerlo, se non forse i nostri figli, i nipoti, qualche amico curioso o un pazzo, un perditempo, qualcuno che chissà per quale destino avrà incrociato i nostri pensieri, restandone invischiato.
Finirà così, perché tutto è "hevel", spreco, come traduce Erri De Luca dal libro del Qoelet, ma non siamo più capaci di scartare, di discernere, di buttare l'eccesso tenendo l'essenziale.
Conserviamo tutto, illudendoci poi di riassumerlo, di comprenderlo, senza accorgerci che così il rumore indistinto, il flusso roboante dell'abbondanza satura tutto.
E' il paradosso irrisolto di questi tempi, della rete, di Internet, strumento magnifico e nel contempo oppio: sopraffatti dall'illusione di poter sapere tutto, fatichiamo a conoscere ciò che conta davvero.
Se fossi propenso alla dietrologia, al complottismo, direi che prima ci tenevano a bada facendo in modo che le informazioni fossero per pochi, ora hanno capovolto la clessidra, e le nascondono sommergendoci, proprio come accade all'ago in un pagliaio.
Il risultato è identico, ma non credo sia un disegno voluto da qualcuno, semmai una conseguenza, un eccesso di risultato che quando cercavamo di dare risposte alle domande non avevamo immaginato.
Non ci resta allora che esserne consapevoli, tenerne conto, e dare risposte originali, scovare un antidoto. Abbassare il volume, ad esempio. O almeno adottare un doppio canale, quello superficiale, dell'intrattenimento, che ora come ora ci ruba gran parte del tempo, e quello più profondo, del silenzio, della meditazione, della rivincita del poco sul tanto.
Se penso al futuro - e ci penso spesso, soprattutto per lavoro - credo occorra questo: mettere argini, ricomporre i frammenti, fare e dare ordine, ricondurre all'essenziale, scartare il superfluo. Perciò credo non scompariranno i libri di carta e neppure i giornali: il loro limite può rivelarsi un vantaggio.
L'esser fatti materia, avere un peso fisico, una massa, un costo alto, costringe a soppesarli con cautela, sconsigliandone l'abuso. Così come la loro monodimensionalità equivale a un binario, a un percorso certo meno ricco, ma sicuro, chiaro.
Nel mondo multitasking dove ogni elemento è linkato e tutto scorre, perpetuo, il libro di carta è un lago, dove andare in barca, senza fretta, contemplando il panorama e l'orizzonte infinito, creando un mondo nel mondo, profondo, tutto nostro, a misura di chi siamo. Ragione per cui vale senza dubbio la pena leggerlo e forse anche scriverlo.
P.S. Per scriverlo non so, ma se avete nostalgia di un piccolo mondo antico e volete capire a chi Camilleri si è ispirato con il suo Montalbano potete leggere e perdervi in "Tutti i racconti del Maresciallo" (edizioni Oscar Mondadori), scritti nel 1967 da Mario Soldati. La letteratura che si fa leggere, con gusto.