Visualizzazione post con etichetta saluto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta saluto. Mostra tutti i post

sabato 5 febbraio 2022

Un passo avanti (Chiudere il cerchio)

Ho imparato a lasciare la presa molto tempo fa, dovrei farlo ancora, con te, anche se non sono pronto.
Non lo si è mai.
Faccio così, inverto la direzione, per lasciarti sì, ma non indietro, bensì avanti, sempre un passo, dove riesco a scorgerti, quasi a sfiorarti, a toccare con mano l'essenza che sei, ciò che rappresenti per me, per noi.
La tristezza - lo sai, l'hai provata - è un drappo greve, che tutto ammanta e persino soffoca se si orienta la mente al centro dell'abisso, sentendo sulla pelle, nelle viscere, la presenza del nulla, l'assenza di un dopo.
Scaccio con le mani il pensiero, come insetto fastidioso, punto i piedi saldi al suolo, chiudo gli occhi e vedo dove sei, dove ti ho lasciato, guardando insieme la fotografia che i nostri figli l'altra sera hanno scattato, ritrovandosi insieme, continuando una tradizione che ci precede e che ha reso anche noi felici, quando è stato il momento.
Sono loro la consolazione e il senso, il motivo per cui ti vedo innanzi a me e non da solo. Come mai soli siamo noi, finché tu sarai ago e il bene che ci vogliamo il filo.

P.S. Oggi è il compleanno dì Giorgia, il regalo più bello l’hai fatto tu, con la lettera che hai lasciato, a lei, a noi, alla nostra famiglia "allargata".
La conserviamo preziosa.
Nella tua saggia essenzialità hai saputo cogliere il meglio di ciò che siamo, l'unica eredità che vorrei i nostri figli portassero in dote, patrimonio e testimonianza di un dono inestimabile, infinito, che non c'entra nulla col denaro e rende ricchi, ricchissimi, con poco, vivendo quella dimensione di accoglienza, di ospitalità, di convivialità che "ha contribuito a conoscerci, a valutare i nostri pregi e difetti, a cementare gli affetti, a conoscere persone nuove, a confrontarci e a volte scontrarci su vari temi, ma senza serbare rancori di sorta, ha sempre prevalso il sorriso. Quel sorriso che contagia il cuore di fiducia e vedo nelle foto dei ragazzi, quando si ritrovano".
Vedi. L’ho detto, eri avanti. Hai scorto prima ciò che poi si è realizzato.

venerdì 28 agosto 2020

Un passo dopo l'altro (Risalgo)


Mi sei stato collega, abbiamo lavorato insieme, pur se tu superiore di grado, in una stagione in cui la differenza di generazione impediva di colmare il divario del ruolo.
Ti ho rivisto ieri, che camminavi in centro, il volto scavato, a braccetto di tua moglie, uno sguardo spaurito, prima ancora che perso.
Ho stentato a riconoscerti e quell'istante è bastato affinché le nostre strade non ci incrociassero, lasciandomi un senso di colpa, per quell'esitazione di troppo, che nella coscienza ha retrogusto d'un gesto vigliacco.
Eppure da allora mi sei stato accanto e ti porto con me anche ora, che è passato qualche giorno. L’immagine tua è nel contempo eco e riflesso di sentimenti che di tanto in tanto mi rincorrono (pur se io sono quasi sempre più lesto e rifuggo): la caducità del mondo, il tempo che scorre inesorabile, l’idea che un giorno non lontano potrei essere io quell'uomo, quell'occhio vuoto, quel volto smarrito.
È forse per questo che nel tempo attuale scrivo così spesso. Uso le parole come ago e filo, per ricucire strappi che raramente si vedono e che io stesso tendo a minimizzare, tirando dritto, sentendomi funambolo in cima a una piramide di sedie, con sotto i piedi un appoggio apparentemente solido, ma che avverto incerto, precario, che basta un refolo di vento imprevisto - un problema serio, un colpo di sfortuna - per far precipitare, per farmi sentire di fronte al dolore, alla sofferenza, com'è da millenni l'essere umano: fragile, nudo.

P.S. "Abbiamo spalle più larghe di quanto immaginiamo". L'ho sentito ripetere cento volte da Paolo e me ne sono convinto anch'io. Spesso l'incertezza o l'ipotesi di qualcosa di pessimo genera più spavento di quanto poi avvenga in concreto, quando il brutto arriva davvero e bene o male in quel vortice occorre nuotare, cercare di mettersi in salvo, senza badare ai fronzoli, facendo leva su quell'istinto di sopravvivenza che - non per caso - da milioni di anni a carezze o pedate ci fa andare avanti invece che indietro.
Un pensiero speciale, in questo senso, va all'amica Francesca, a cui il destino ha risparmiato poco, senza tuttavia mai cancellare il tratto suo inconfondibile: il sorriso. Un sorriso contagioso, che viene dal cuore, che dimostra quanto profondo è il pozzo di risorse che abbiamo, attingendo speranza e dolcezza e bontà pure nei momenti in cui logica vorrebbe soltanto che si maledisse il cielo.
Francesca fin dal primo palpito di vita non ha avuto nulla in saldo, perdendo poi presto la mamma e questa settimana pure il papà, una tra le persone più distinte e miti che abbia conosciuto.
"Vedi quelle scale? Ora mi rigiro e un passo dopo l'altro, risalgo. Sarà difficilissimo ma le sfide, così come la morte, fanno parte della vita" ha scritto Francesca, per salutarlo.
Parole che valgono poesia, parole di cui lascio traccia qui, prendendole a prestito, perché di così "vere" ne ho lette di rado.

mercoledì 28 maggio 2014

I direttori passano

Foto by Leonora
Stamattina mi sono svegliato e non avevo nessun posto dove andare. Non mi capitava da un pezzo e, senza metterla giù dura, ho riprovato la sensazione che avevo da bambino quando ero malato e non andavo a scuola, con il rimorso di coscienza che rovinava quella mezza giornata libera.
Comunque scrivo questo post non per guardarmi l'ombelico, né per trasformare questi pochi giorni di sospensione (da metà della prossima settimana ricomincio a lavorare) nei dolori del giovane Werther, bensì per fare copia e incolla dell'ultimo editoriale comparso in prima pagina sul Cittadino di Monza e Brianza settimana scorsa e sul blog Via Longhi 3.

I direttori passano. Me lo disse l’amico Mario Schiani anni fa e mi è rimasto sempre in testa.
I direttori passano ed è arrivato il momento che a passare sia io: arrivato sulla soglia dei tre anni, lascio il Cittadino. Lo scrivo qui, senza girarci attorno, con dispiacere per l’affetto che provo per colleghi e lettori, ma anche convinto che sia la scelta migliore.
Il giornale in queste settimane ha cambiato l’assetto societario, nuove forze e spinte vitali sono state iniettate per dare linfa alla testata, è giusto siano loro a rinnovare una realtà troppo preziosa per essere sprecata.
L’ho ripetuto praticamente tutti i giorni da quando sono qui, in prima pagina, nei circoli pubblici e privati, in piazza: una città senza un suo giornale è debole, fragile, povera. Il Cittadino non è uno dei tanti, è l’unico sopravvissuto a Monza e in Brianza in oltre cent’anni di storia, capace pur nelle difficoltà di resistere e inventarsi ogni volta. Al mio successore, ai nuovi soci che si sono assunti l’onere e l’onore di renderlo ancora più solido, va la mia riconoscenza.
Mi mancherà più di tutto il contatto con le persone, il dialogo con voi lettori, che mi avete spesso dimostrato affetto e sommerso ogni settimana di lettere, qualche volta anche critiche, ma proprio per questo più care: ci si confronta soltanto con chi si stima.
Nel mio piccolo spero di non aver fatto troppi danni e chiedo scusa per i limiti che ho avuto, per tutte le volte che ho mancato in sensibilità, saggezza, intelligenza. Quand’è avvenuto è stato esclusivamente per colpa mia, poiché tutto si potrà dire di questi anni, non che la direzione non sia stata libera. Ho avuto la fortuna di ragionare e anche di sbagliare con la mia testa, un dono rarissimo e prezioso per cui dico grazie ai componenti del consiglio di amministrazione e in particolare all’editore.
Monza in questi anni è cambiata. È cambiato il sindaco, l’amministrazione comunale, sono cambiati pure i cittadini, messi a dura prova da una crisi epocale, che tempra i più forti e i deboli li stronca. Spero di essere riuscito a raccontare la città, così come mi auguro di aver saputo rinnovare l’essenza di una tradizione antica, popolare ma anche alta, orientata a quei valori dell’umanesimo cristiano che pretendono più testimoni che bandiera.
I direttori passano, il Cittadino resta. E proprio perché resta, un po’ qui rimarrò anch’io. Sono arrivato nel 2011 scrivendo di voler dare a tutti i lettori una stretta di mano, me ne vado salutandovi oggi, con un abbraccio. Grazie per il bene che mi avete voluto.