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domenica 20 febbraio 2022

Storie di Marinella (Vicini di vita)

Questa di Marinella è la storia vera. Doppia. Perché Marinella è la signora che abitava alle porte di Como ed è stata trovata morta, seduta al tavolo della cucina, senza che nessuno in oltre due anni si interessasse o insistesse nel suonare alla porta. Una vicenda straziante, che giustamente, comprensibilmente, interroga tutti sui pericoli del menefreghismo, dell’indifferenza, di una comunità che smette di essere tale per eccesso di privacy, di riservatezza.
Ma Marinella si chiama anche mia zia, che abita anch’essa da sola a una manciata di chilometri dalla prima, ottant’anni compiuti da poco, con dei vicini, Attilio e sua moglie Dina, che quando la mattina vedono le tapparelle abbassate, sapendo che solitamente si alza all’alba, la chiamano al telefono per chiedere: “Tutto bene Marinella?”.
Ora, tra le due Marinella, a parte il nome, in comune c’è poco o nulla. A cominciare dal fatto che mia zia ha comunque due figli e quattro nipoti che pur non abitando nella stessa casa sono presenti ogni giorno, non le fanno mancare nulla, oltre a vivere in un quartiere in cui tutti si conoscono da una vita.
Se scrivo di queste due vicende, portandole a paragone, è per un motivo semplice.
Due, anzi.
Primo: per evitare che si faccia di tutta l’erba un fascio, abboccando alla trappola del pessimismo cosmico (quello di William Golding, per chi conoscesse un po’ di letteratura, e del suo “Il signore delle mosche”, romanzo straordinario, ma che qualcuno pretende ancora di spacciare per trattato sociologico, smentito dai fatti, prima ancora che dagli studi, come spiega mirabilmente lo storico Rutger Bregman).
Secondo: per invitare chiunque, me per primo, ad essere come Attilio e Dina, a non farci soltanto gli affari nostri, a distinguere l’impicciarsi pettegolo dall’attenzione verso l’altro, il curiosare fine a se stesso dal prendersi cura.

P.S. “Sei sempre al telefono!” brontolo spesso con mia mamma, un anno maggiore della zia Marinella, fingendo di prenderla in giro, in realtà a volte seccato veramente per quel suo chiacchierare per minuti e minuti di fila, che per la legge di Murphy coincidono quasi sempre con le volte in cui rientro da Bergamo e passo a trovarla.
Lo ammetto pubblicamente: sono proprio un pirla.
Per fortuna alla reazione istintiva viene in soccorso la ragione.
Una telefonata infatti non allungherà la vita, come recitava una vecchia pubblicità, certo però la rende meno sola, più... viva.

sabato 31 luglio 2021

Il cielo d'Irlanda 2 (Il trapezista ostinato)

Hai spiegato le ali, sette mesi fa, prendendo il volo e svoltando ad angolo acuto la tua vita, accelerando in curva, senza deragliare.
Ti ho rivisto venerdì scorso, per la prima volta dopo la mattina in cui ti avevo accompagnato all'aeroporto, in tasca un biglietto di sola andata per l'Irlanda e l'entusiasmo incosciente di chi non ha paura di osare, mettersi in gioco.

Venirti a trovare non è stata una mia idea, pigro come sono e riottoso a mettermi in moto, preferendo viaggiare con la mente, come spesso mi capita, tuttora, nonostante gli anni.

A insistere è stata piuttosto tua madre, con l'ostinazione e la tenacia che la distingue, premiata da quell'abbraccio nel ritrovarti che mi ha fatto sentire grande e al tempo stesso piccolo, rispetto al bene che lei ti vuole (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi, che infatti apro, sul nodo che lega due creature che hanno condiviso uno stesso grembo, un sentimento che in natura, per intensità e frequenza di vibrazioni, non ha pari, schianta qualsiasi paragone con il resto).

Ho archiviato tutto ciò nel seminterrato dei ricordi, assaporandolo di tanto in tanto, consapevole che ogni giorno qualcosa si perde, ma alla fine, per decantazione, resterà il meglio, il nocciolo delle emozioni, cioè il piacere di averle provate.

Se ne scrivo qui è proprio per lasciare un segnaposto, un pro memoria per i giorni a venire, abbinato all'orgoglio di aver visto lì una parte dell'Italia migliore, i tuoi amici di Caserta e di Salerno e di Bari, che in quel paese dove per gran parte dei giorni piove e tira vento si guadagnano un poco più del pane e lo fanno senza fanfare né medaglie, impegnandosi, in silenzio.


P.S. Mi hanno insegnato che "chi si loda si imbroda" e che "ogni scarrafone è bell' 'a mamma soja", perciò non mi sfiora neppure il pensiero di caricarti sulle spalle elogi fuori luogo.

A differenza di chi parte per necessità tu lo hai fatto per scelta, con la rete del trapezista ben spiegata sotto. Non è un dettaglio trascurabile, accessorio.

Però misurare la distanza che ogni mattina alle sei e mezza fai in bicicletta per recarti al lavoro; immaginare il maltempo che quasi sempre c'è lì e quanto arrivi zuppo, prima ancora di cominciare il turno; notare i calli, le fiacche, le cicatrici sul palmo e sul dorso delle mani, mi hanno fatto sentire fiero di te, degno erede - più di me - di chi ti ha preceduto.

mercoledì 22 gennaio 2020

L'amico è (Un Angelo)


Domani compirai un anno più di me, precedendomi, come sempre, come quasi in tutto.
Sei il primo di quei pochi amici che mi sono capitati in dono, coloro che c’è un modo semplice e lineare in cui si distinguono: può passare un giorno, una settimana o un anno, ma quando ti siedi di fronte e li guardi negli occhi riprendi il discorso che avevi lasciato, come se nulla fosse, anche se non ci si è raccontati tutto.
Debbo a te gran parte del buono dell’uomo che sono, anche se - proprio per ciò che ho scritto qui sopra - non te l’ho mai detto: so che lo sai, non ce n’era bisogno.
Faccio eccezione oggi, che ti attende un compleanno senza spigoli, tondo, perché un regalo lo fai continuamente a me, da mezzo secolo, da quando il bambino timido che ero, curioso quanto insicuro, ha incrociato la tua strada, trovando un’affinità elettiva e insieme un appiglio.
Pure se mi soffermassi a lungo e scrivessi un libro non riuscirei a descrivere un’infima parte di ciò che insieme abbiamo vissuto, condiviso.
Mi limito a questo, a dirti che con te, come con i veri amici, ho compreso e provato sulla mia pelle e nel cuore la forma dell'amore più puro, intenso, intimo, casto, generoso, disinteressato, scevro da competizioni, incomprensioni, pettegolezzi, garbugli e gelosie.
Un bene per scelta, ma anche un bene ricevuto, per provvidenza o destino.
Ha ragione Victor Hugo: “Tutti sanno provare dolore per il dolore altrui, soltanto i veri amici riescono a essere felici della gioia dell’altro”.
Un sentimento che fa da prova del nove e che per te ho sempre provato, avvertendolo ricambiato.
Perciò non posso che dirti grazie, questa volta sì, per iscritto, augurando a tutti di avere la mia fortuna: di avere accanto per la vita un Angelo.

lunedì 7 gennaio 2019

Dieci più uno (Un compleanno col trucco)


Sono in tutto undici, con noi è stato il primo.
Un compleanno lungo, durato due giorni, dalla festa con i tuoi amici di ieri pomeriggio al momento insieme stasera, quello che tu hai definito "con i tuoi parenti", che poi sono i miei e in effetti anche i tuoi, ora, che pur conservando la tua originalità fai parte della nostra famiglia al cento per cento.
Ti ho visto contento, spensierato: è stato il più bel regalo. Lo sei spesso in questi giorni e mi si allarga il cuore ogni volta che ti metti a ridere a perdifiato e sembri immemore di ciò che è brutto, come se non ci facessi caso. So che non è sempre così, che quando vai a letto, la sera, e metti la testa sotto il lenzuolo e stai per addormentarti i cattivi pensieri a volte ti accompagnano. Lo intuisco da certi sospiri o forse sono io a dare forma al silenzio, mettendomi nei tuoi panni, ponendo in fila tutti gli inciampi di cui la vita ti ha presentato così presto il conto. Non conosco cosa alberga a tratti nel tuo stomaco, posso immaginarlo, tuttavia so pure che la vita è maggiore di qualsiasi ostacolo, così come la voglia di cielo limpido spazza via le nubi più scure e ti fa crescere sereno.
In più hai un candore, una purezza ch'è uno spettacolo. La si notava quando ti si illuminavano gli occhi - come ormai da noi si illuminano a nessuno - mentre scartavi i pacchetti: una felpa, una camicia, dei calzoni, le carte dei Pokemon, le figurine dei calciatori, il videogioco di Spiderman (quello che Gesù Bambino a Natale "si era sbagliato"), la scatola con i giochi di prestigio.
Per dieci minuti, al centro della sala, ti sei trasformato proprio in un mago, mostrandoci quanto imparato al volo.
E' stata l'unica volta in cui, di fronte a certi trucchi, non ho desiderato di scomparire io.

P.S. Tenerezza infinita ho provato anche in un altro momento: quando tua mamma ti ha chiamato e sei rimasto a parlare con lei un sacco e a un certo punto le hai domandato di tuo padre, di quanto in realtà è alto. "Perché?" ti deve aver chiesto lei e tu, impettito, le hai risposto: "Perché voglio sapere quando diventerò alto io".
Non so quanto diventerai alto, non lo sa nessuno, ma grande lo sei già, adesso.

martedì 1 gennaio 2019

Se apro gli occhi (L’importanza del primo passo)

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Se apro gli occhi e guardo avanti vedo una distesa piana, liscia, che è quasi un peccato muoversi e calpestare e viene la tentazione di non muovere un passo.
Se apro gli occhi e ci penso, un istante, quel passo lo compio, perché mi è stato insegnato che muoversi è un obbligo e il bello alla fine, il buono, lo disegneranno proprio le impronte lasciate giorno per giorno, nel bianco.
Se apro gli occhi invece di vederlo, a tratti, mi pare di toccarlo il futuro, sentendo sotto le dita i volti delle persone che non ho ancora conosciuto e di quelle che invece mi sono accanto, fin da quando ero bambino, oppure ho incontrato per strada, via via, fino alle ultime, che qualche settimana fa neppure immaginavo esistessero. E con ciascuna gusto un punto particolare di contatto, chi appena sfioro, con una carezza che insieme è un bentrovato e un addio, chi all’opposto tasto nel profondo, in un’intimità di spirito e di sensi che confonde i confini tra il tu e l'io, il mio e il tuo, fino a volte diventare di due uno.
Se apro gli occhi e metto una mano sul cuore provo l’emozione della vita che palpita e pure apprensione, spavento, poiché l’avvenire è incerto, perché “nel passato siamo nati tutti e tutti è nel futuro che moriremo”. Positivo come sono sempre stato, come cerco di essere, di nuovo, scaccio i timori peggiori e indosso la corazza di ogni essere umano, la cui opera più grande è vincere quotidianamente la disperazione della propria finitudine armandosi di fede, di speranza o semplicemente di indifferenza, di oblio.
Se apro gli occhi la cosa più bella è che non mi ritrovo solo e mi sento tenuto, per mano, da chi troverò sul cammino e da quanti mi hanno preceduto, pronti ad addentrarsi nella distesa bianca dei giorni che verranno, senza troppi preamboli, consapevoli che il modo migliore per arrivare da qualche parte, l’unico possibile anzi, è un passo dopo l’altro. Cominciando dal primo.

lunedì 31 dicembre 2018

Se chiudo gli occhi (Grazie per chi c'è stato)


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Se chiudo gli occhi e guardo indietro vedo una distesa di giorni ammucchiati, intricati come quando cascano gli appendini di filo di ferro e non capisci dove inizia uno e finisce l'altro.
Se chiudo gli occhi e mi osservo, allo specchio, trovo un uomo che non conoscevo, diventato adulto senza accorgersene nemmeno, smarrite molte certezze, ma proprio per questo più forte, meno prigioniero, tuttora curioso di conoscere, pur se aggrappato alla zona di conforto, come un naufrago, con le unghie, allo scoglio.
Se chiudo gli occhi e respiro, piano, ritrovo i momenti migliori dell'anno, quegli stessi attimi che rivivo talvolta andando a letto, cercando il sonno, ancorandomi a situazioni piacevoli, trasportandole dal passato al presente, sentendone sotto pelle le sensazioni, il battito del cuore accelerato.
Se chiudo gli occhi incontro lo sguardo delle persone che nei mesi recenti mi hanno accompagnato, chi per un tratto di strada breve, chi a lungo, senza curarsi che fosse un sentiero stretto o largo, nei vicoli di città o in un bosco, con sotto i piedi l'asfalto o polvere o fango.
Se chiudo gli occhi c'è una parola che per prima prende forma e si staglia, nitida, luminosa. Inizia con la medesima consonante del mio nome e conta sei lettere in tutto: "Grazie".
Grazie per tutto ciò che ho avuto, che mi è stato dato, persino che mi è stato tolto. Grazie a ciascuno di voi, che passa di qui, e mi fa sentire mai solo.
In questo incredibile cammino ch'è la vita si guarda meglio al passato tenendo chiusi gli occhi, ma è aprendoli che si accoglie il futuro.

sabato 25 agosto 2018

Ottocentottantotto (Caro amico ti scrivo)


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Non hai volto e ne hai mille, insieme. E sia che conosca il tuo nome o che mi sia sconosciuto è per te (e per me) che metto queste parole in fila, cercando ogni volta di cavarne qualcosa che meriti di restare nero su bianco, ignorando le inesorabili leggi del cosmo ("tutto ciò che c'è di importante è già stato scritto e comunque tutto, ma proprio tutto, finisce per essere dimenticato") e aggrappandomi a quel bisogno innato nell'essere umano, di comunicare, di entrare in relazione l'uno con l'altro.
Tre otto. Un numero che a pronunciarlo riempie la bocca, costringendo la lingua a battere a mitraglia tra denti e palato: ottocentottantotto.
Ottocentottantotto, i post che finora qui ho pubblicato, tanti da far invidia a un Diderot o a un Tolstoj, senza averne per fortuna l'ambizione e il talento.
Scrivere è stata la scintilla, la molla a scatto per farmi diventare ciò che sono: un lettore onnivoro, accanito.
C'è stato un tempo in cui per mestiere e per diletto scrivevo un sacco. La vena non si è inaridita, basta uno spazio bianco, vuoi di fronte a un computer, vuoi sul display del telefonino, affinché le sillabe si compongano da sé, lasciando alla ragione e all'orecchio l'attività di cesello.
Alla scrittura e alla lettura debbo molto, principalmente la capacità di ragionare con la mia testa, di formarmi un pensiero proprio, coltivando le virtù alle quali sono più affezionato: l'apertura mentale, l'insistenza del dubbio, la tolleranza nei confronti di chi è differente da me, il desiderio di conoscere, la capacità sintesi e di approfondimento, l'indispensabilità del dialogo.
Perciò continuo a leggere molto (nelle ultime settimane "Il Conte di Montecristo", "Paolo VI, una biografia", "Il lupo della steppa", "Un eroe borghese") e a scrivere, non più per mestiere, soltanto per il piacere di creare un filo rosso e di tesserlo, intrecciandolo con le storie di chi passa di qua e butta un occhio.
Se procedo a ritroso e lo osservo dall'alto noto gli argomenti variegati, gli stili diversi che compongono questo blog, che in quasi undici anni mi accompagna fedele, senza pretendere troppo. Ultimamente la forma che preferisco, direi l'unica che non stride con un certo cinismo o disinganno che si è andato formando, è quella dell'epistola, della scritto indirizzato a qualcuno.
L'ho già fatto nei mesi recenti e vorrei continuare, nel futuro prossimo, con maggior costanza e senza tentennamento, inviando lettere senza spedirle, omettendo talvolta il nome, mai il volto - almeno nella mia testa - a cui sono indirizzate.
"Caro amico ti scrivo", insomma, così non mi distraggo, neanche un po', e la persona rimane saldamente al centro, senza che l'idea prescinda da tutto, prendendo ottusamente il volo.

sabato 14 aprile 2018

Eravamo quattro(mila) amici al bar


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Baglioni e i suoi occhi scuri sono diventati grandi insieme e negli ultimi dieci anni mano nella mano si sono accompagnati pure i social network e questo blog.
Un bar. Così Pierluca Santoro descrive Facebook. Un bar, un luogo dove passare spesso o raramente o di tanto in tanto, per incontrare gente, per dire la propria, per sapere cosa pensano gli altri, come vanno le cose, quali gli argomenti più discussi.
In quel bar mi sono trovato bene e per anni ho accettato che diventasse più grande, con un'ampia cerchia di amici (conoscenti, sarebbe la definizione corretta), andando d'accordo con alcuni e limitandomi a osservare gli altri, proprio come in un bar, dove attorno al tuo tavolo sono pochi, molti quelli che sbirci e ogni tanto incappi in qualcuno di nuovo o scambi due parole, mentre ti alzi per andare al banco e ordinare un'altra bibita.
Un paio di mesi fa, per la prima volta, ho cambiato registro e accompagnato idealmente alla porta del "mio" bar chi non sopporto più, comprese persone che conosco di persona e di cui mi ritengo amico ma che lì - in quella bolla che molti si ostinano a ritenere vita ma rimane sempre e fondamentalmente un bar - mi risultano fastidiose come mosche nella minestra.
Breve elenco.
I negativi. Gli odiatori. Coloro a cui non va mai bene niente. I detentori della verità assoluta. Chi tifa contro (in maniera seriale, senza usare leggerezza e ironia). Quelli che hanno la puzza sotto il naso. I saccenti. I diffusori di falsità, bassezza, violenza.
Prima li tolleravo, adesso li cancello, talvolta con amarezza, altre con soddisfazione, come quando ci si libera da una zecca.
Alcuni, rarissimi, invece li conservo, pur appartenendo a una o addirittura a più delle categorie indicate qui sopra. Lo faccio non per masochismo, bensì per ricordare che il pensiero unico è comunque pericoloso, che l'omologazione è rischiosa e per continuare ad indurre, però in dosi omeopatiche, un moto di reazione, di indignazione, di ribellione alla stupidità umana.
P.S. Perché come mi ripete spesso Paolo Ferrari: "A dire sì siamo capaci tutti, ma sono i no che fanno crescere, perché marcano una differenza e costringono a un cambio di rotta".

venerdì 10 novembre 2017

Le parole masticate (Breve manuale di comportamento social)

Foto by Leonora
Ho passioni profonde ma pretese modeste. Per gli "amici" che passano da qui, da questo mondo vasto e sospeso chiamato "social", non ho che tre richieste: garbo, educazione, rispetto. Che tradotte si riducono a una regola semplice: scrivete soltanto ciò che direste alle persone se vi trovaste con loro faccia a faccia.
Lo scrivo  a compenso di una misura che sta raggiungendo il colmo, affranto, più che irritato, da un'irruenza, da una violenza, da un'aggressività che non comprendo, men che meno in me stesso, se non quando pesto un dito del piede contro lo spigolo del letto o allorché mi casca la bottiglia dell'olio sul pavimento.
Non sono bigotto, di pari passo detesto pure il politicamente corretto, il silenzio ipocrita, il falso buonismo e il miele versato su tutto, ma il tono e il contenuto becero di certi post, di certi commenti, mi schiantano proprio, mi prostrano come avviene per un lutto, la sconfitta della squadra del cuore, un lungo digiuno.
Ecco allora perché, senza tirarla lunga, vorrei condividere un brevissimo "Manuale di comportamento per amici o aspiranti tali", prendendo a prestito una frase che ripeteva spesso alla moglie un mio parente alla lontana, Ugo, camionista per mestiere e saggio per vocazione, persona che parlava nulla o poco: "Le parole, prima di dirle, bisognerebbe masticarle".
P.S. Masticarle, non vomitarle. Come invece accade spesso.

sabato 1 luglio 2017

L come Luglio (e L'ora dei lupi)

Foto by Leonora
L'ora dei lupi. Così lo chiamava Ingmar Bergman, quel preciso istante della notte in cui si tirano le somme e non si può mentire a se stessi e ci si trova soli pure se si ha qualcuno accanto, da stringere.
A nulla in quell'istante valgono fama, gloria, denaro, potere, poiché in quell'ora si rimane nudi, vestiti soltanto del buono che abbiamo saputo cucirci addosso, voce che fa eco alla propria voce, pugni che stringono frammenti.
L'ora dei lupi m'è venuta in mente in questi giorni, incrociando di sfuggita i miei figli, in quella porta girevole che diventa ogni casa quando i bimbi che erano si trasformano in ragazzi, giovani, adolescenti.
Mi somigliano tutti e tre, pur per aspetti diversi. Anch'essi, come io alla loro età, sentono il bisogno di mutare le radici in rami, di spiegare a falcate le gambe sulle quali hanno imparato a reggersi.
La loro età dell'innocenza, me ne rendo conto, sta per terminare e non lo scrivo rammaricandomene: nella vita questo ho imparato, che sono tutte stagioni, ciascuna con i suoi frutti, insieme buoni e grami.
L'unico desiderio, se posso permettermi, è quello di saperli sereni, così che non temano alcuna ora dei lupi o l'attendano persino, sperando di averli educati alla ricerca della felicità, che non è mai legata ad aspetti materiali, ma ha sempre sede dentro sé e si nutre di generosità, di apertura, di sorrisi, di comprensione, di curiosità, di passioni, di slanci.
Questo è l'augurio per loro e per tutti coloro che passano di qua e che proprio per questo considero amici: di essere felici a momenti e di voler bene a se stessi, sempre.

sabato 23 gennaio 2016

Famiglia al plurale (Contro gli steccati)

Foto by Leonora
Famiglia. Ne avevo una quando sono nato, la mantengo anche se nel frattempo ne ho formata un'altra e formandone un'altra mi sono intrecciato ad altre famiglie a cui sono legato.
Ed è proprio questo mischiarsi, questa gemmazione continua che esiste da che mondo e mondo, il tratto caratteristico della famiglia rispetto al singolo individuo. Non la chiusura, non l'idea di recinto, di steccato, che diamo quando la disegniamo delineandone i bordi in modo preciso, specialmente se lo facciamo per scopo propagandistico o politico.
La famiglia è un'istituzione naturale, prescinde e comprende tutto. "Senza famiglia" è il titolo di un libro (quanto ho pianto da ragazzo, vedendone in tv la versione cartone animato) ma senza famiglia non lo è nessuno.
Ecco perché oggi rifuggo le polemiche sia pro sia contro il Family Day, dichiarandomi fieramente neutro, non avendo bisogno di brandirlo come spada né di combatterlo ritenendolo un ipocrita feticcio.
Piuttosto sono lieto che Giacomo oggi, come dono per il suo compleanno, abbia chiesto di cenare tutti assieme, a casa, non soltanto noi cinque, ma anche nonna, zii, cugini, amici persino. Lui il Family Day non sa neppure cos'è, credo, però il significato positivo di famiglia lo ha stampato nel cuore ed è forse il più bel regalo che lui fa a me e a noi, ogni giorno.

P.S. Tanto per rimarcare il concetto, è famiglia quella a tinte pastello del Mulino Bianco e pure quella nero lutto evocata nel Padrino. C'è chi scrive che "famiglia" è dove ci sono persone felici e io obietto pure su questo, perché mai mi sono sentito parte di una famiglia più di quando volavano urla e c'erano attriti e dolore o pianto. Ognuno può chiamare "famiglia" ciò che vuole, però nulla cancella la sostanza di quella che è la famiglia davvero e che non ha mai pronome singolare, mia o tua o sua, ma soltanto plurale, nostra, vostra, loro.

venerdì 23 gennaio 2015

Diciotto (auguri, Giacomo)

Foto by Leonora
La notte in cui sei nato; il pianto che non arrivava; tua madre che ti teneva in grembo e sorrideva, il mattino dopo; la faccia di tuo nonno e gli occhi lucidi quando per la prima volta ti ha visto; la culla con il fasciatoio accanto, con una trapuntina patchwork sul blu; il primo bagnetto; la maglietta verdina di Winnie Pooh con la faccia davanti e la coda pon pon sulla schiena che ti aveva regalato Simona; la sera in cui avevi la febbre alta e hai perso conoscenza e io ero al Pianella a vedere una partita di coppa Korac di Cantù contro una squadra albanese; la sera di qualche mese dopo in cui l'episodio s'è ripetuto e io ero a casa perché Zambrotta esordiva in nazionale e dovevo scrivere un articolo per il Corriere di Como ma non l'ho mai scritto, perché hai smesso di respirare e sembravi morto e l'ambulanza non arrivava mai e stranamente non sono svenuto e poi quando finalmente ho sentito la sirena nel nostro cortile hai aperto gli occhi ed eri vivo; il primo giorno di asilo; il pomeriggio del tuo quarto compleanno, quando mi hai visto dall'altra parte della strada e all'improvviso ti sei divincolato dalla stretta di mano di tua mamma e hai fatto per attraversare la Varesina e ti sei fermato di colpo e a un centimetro del tuo naso è sfrecciato un camion a sessanta all'ora e tutto l'universo mi pareva avesse trattenuto per un istante il respiro (ho avuto allora la percezione esatta, certa, che l'angelo custode esistesse davvero); le innumerevoli visite al Pronto soccorso per tagli, zecche, bronchiti; le tue gambe ad archetto che sembravi John Wayne a cavallo, mentre oggi sono dritte come un fuso; la gallina che hai lanciato facendo canestro, in giardino (deve esserci ancora da qualche parte il video); la camicia scozzese di flanella e la foto con il nonno, in Valtellina, al Prato Maslino; la tua passione di cercatore di funghi; le moltissime sere trascorse al circolo delle bocce, sempre con il nonno, e i gelati e la gazzosa che ti facevi comprare ogni volta; la prima gita che hai fatto senza di noi, a Grosio, con Angelo e Raffaele e rispettive famiglie e ci hanno telefonato a mezzogiorno dicendo che c'era stato un piccolo guaio e alla sera sei tornato con il braccio ingessato, dopo averlo rotto cadendo da un masso; le mille costine che hai mangiato, spolpandole fino all'osso; i mille Magnum ma sottomarca Bennet - all'anno - che ti sei sbafato e che ti sbafi tuttora, con una media di tre al giorno; i mille barattoli di Nutella, anch'essi divorati in prevalenza sul divano; la mille partite a pallone; la vittoria del torneo di Lurate del Csi; il trofeo come miglior giocatore al torneo di Cirimido; i campionati alla Faloppiese; la prima e unica volta in cui hai detto una parolaccia in campo (eravamo a Legnano, ci rimasi malissimo, l'arbitro ti ammonì e da allora sei tornato a essere quasi un lord, in campo); la semifinale del Gianni Brera a Cantù, che per me resta la tua partita migliore, perché trascinavi tutto il gruppo; le tue lacrime trattenute dopo il campionato perso all'ultima giornata, lo scorso anno, con il Parè; i film visti insieme; le puntate del tuo programma preferito, DeeJay chiama Italia in tv; l'ammirazione per Sconcerti e i racconti di Buffa; tutte le partite viste in tv della Juventus; la gare dal vivo allo Juventus Stadium; la gita soli, io e te, a Madrid, e la visita al Santiago Bernabeu; le delusioni del Terragni; la maturità con cui hai affrontato quelle delusioni e ne sei uscito più forte, migliore, maturo; le tue decine e decine di amici; gli auguri che ti hanno fatto, oggi; il carattere che hai, solare, aperto; l'educazione e quel tuo salutare sempre tutti, per primo; la richiesta che a casa nostra, a tavola, si pranzi o si ceni sempre con qualcuno, parenti o amici che siano; la tua faccia triste ai funerali dei nonni; le discussioni di politica e la tua pacatezza, non disgiunta dall'entusiasmo e dal credere fortemente che le cose possano cambiare, nonostante il vecchio, il marcio; i quattro o cinque episodi che indirettamente mi hanno fatto capire che potevo fidarmi di te, che non ti fai facilmente trascinare dagli altri, che sei dolce ma altrettanto inflessibile quando ti impunti; l'ingenuità e il senso di colpa per sbagli che fanno tutti anche se tu non lo sai; le discussioni con tua madre, quando rispondi indolente e lei giustamente va in bestia e io non prendo mai abbastanza la sua parte perché in fondo penso che sei già bravino e poteva andarci peggio; il vederti crescere così alto, robusto; le risate; soprattutto le risate, limpide, squillanti, quella voglia e quel gusto di ridere, senza preoccupazioni, senza tempo...
Oggi compi diciott'anni Giacomo e per quanto mi sforzi di ricordare i momenti belli trascorsi insieme sono troppi, così come troppe sono le raccomandazioni che vorrei farti. Rinuncio in partenza, evitando di ribadire ciò che già sai e che le parole d'altra parte non possono esprimere compiutamente. Averti, vederti crescere, insieme ai tuoi fratelli, è un privilegio, oltre che il dono più bello che abbia mai ricevuto. E lo è ancora di più perché pur intuendomi radice sento che sei altro da me, un essere inimitabile, unico.
Che la vita sia generosa con te, ma che tu sappia sorridere anche nei tempi grami, che certo arriveranno, senza spezzarti, se saprai restare un po' del bambino che eri pur diventando un uomo.

lunedì 20 ottobre 2014

Ballando sotto la pioggia (pensieri privati a voce alta)

Foto by Leonora
Vorrei dire a Giacomo che nulla mette al riparo dalle delusioni e ha ragione Gandhi: "La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia".
Vorrei dire a Giovanni che anche sbagliasse mille volte, mille volte lo perdonerò e che gli regalerò un cane perché, come sosteneva Schopenhauer, "chi non ha mai posseduto un cane non sa cosa significhi essere amato".
Vorrei dire a Giorgia che Schopenhauer non la racconta tutta e che un cane è importante ma non sostituisce la presenza di un amico, un fratello, un papà, una mamma.
Vorrei dire a Isabella che ciò che lei giudica debolezza in realtà è una forza e nessuno pretende che lei ne sappia più degli altri, semmai sono le sue qualità - la semplicità, la disponibilità, la gentilezza... - che fanno, in meglio, la differenza.
Vorrei dire a mia madre che la ascolto anche quando non parla e so leggere il suo volto come fosse carta stampata.
Vorrei dire ai miei amici di infanzia che rivederli di tanto in tanto e contare sulla loro vicinanza vale più di una super vincita.
Vorrei dire alle persone che ho conosciuto attraverso Internet che penso a loro assai più spesso di quanto appaia e le considero amiche a tutti gli effetti, non figli di un dio minore.
Vorrei dire a chi la pensa diversamente da me a proposito di lavoro, politica, svaghi, scuola e vita, che avere idee differenti è una ricchezza, a patto però di non voler imporre la propria.
Vorrei dire a chi ci amministra di smetterla di nascondersi oltre il velo della burocrazia, sarebbe ora di concentrare gli sforzi per semplificare le cose, eliminando molte regole e facendo rispettare quelle che rimangono.
Vorrei dire scusa a tutti coloro che leggono questo blog e che da oltre un mese non vi trovano nulla. Non sono stato assente per banale pigrizia, bensì perché scrivere è come mietere e per mietere, se non ci si chiama George Simenon o Alexandre Dumas, occorre lasciare il tempo che il seme cresca.
Vorrei dire, l'ho detto.

sabato 19 aprile 2014

La sosta nel fiume (e auguri di buona Pasqua)

Foto by Leonora
La Pasqua è passaggio e nel fluire della vita siamo immersi, chi stando a galla, chi annaspando, chi sfruttando la corrente e godendosi il buono e il gramo che il viaggio comporta.
Mi piacciono le feste, le ritualità, i punti fissi nel calendario che sono come appigli per evitare che tutto scivoli via. Mi piacciono specie quelle che hanno radice antica, quando il denaro e il consumo erano una parte e non il tutto. Mi piace ricordarmi in questi giorni degli amici, quelli che vedo spesso e coloro di cui ho perso traccia, ma so che ci sono e li ricordo volentieri, sperando che stiano bene, confidando che perdonino la mia latitanza nella consapevolezza che la mia porta è sempre aperta.
In questi giorni, in queste settimane anzi, sono più orso del solito, come una locomotiva non conosco che un binario, quello tra casa e lavoro, avanti indietro, indietro avanti, con poche stazioni intermedie e mai un cambio di corsia. Ripeto a me stesso che non è giusto, che rischio di inaridirmi e restare senza benzina, ma le incombenze alla fine hanno il sopravvento e procedo dritto, a testa bassa.
Ecco perché apprezzo questi tre giorni, la Pasqua: mi costringe alla sosta, ricordandomi che nel passaggio su questa terra esiste qualcosa che va oltre, al di là della ragione, dentro il nostro cuore e sopra la testa.
P.S. Auguri a tutti, che siano giorni sereni, di festa genuina, vera.

domenica 6 maggio 2012

Ogni cosa a suo tempo (pro memoria per me stesso)

Parlavo ieri l'altro con un amico, un bel ragazzo di trentasei anni (dovrei scrivere "uomo" ma sembra proprio un ragazzo), che è ai ferri corti con la fidanzata ventottenne e sta decidendo se lasciare o raddoppiare. Di solito non sono tipo da raccogliere gran confidenze, soprattutto maschili. Con le donne sì, mi piace mettermi in ascolto, mentre con gli uomini mi sento più in imbarazzo, quasi a disagio. Sta di fatto che essendo entrati per vie traverse in argomento (complice la mia domanda: cosa fai di bello quest'estate?) non ho potuto svicolare accampando scuse o fingendo di perdere i sensi accasciandomi al suolo.
Non è questo tuttavia il motivo per cui lo scrivo, bensì per una risposta che mi ha dato. Questa: "
La mia fidanzata è una tipa tranquilla. Le piace stare sul divano, faccio fatica a farla uscire di casa e a portarla da qualche parte". Ma come - ho pensato - questi hanno venti o trent'anni e giocano a far la coppietta pucci pucci, a recintare la propria intimità tra le mura di un soggiorno, a indossare i panni del pensionato, senza altra pretesa di un televisore acceso, un plaid caldo e magari pure una tisana verso sera, alle dieci e mezzo?
È allora che m'è suonato in testa un campanello: vuoi vedere che la linea continua che conoscevamo - dall'infanzia alla vecchiaia - s'è geneticamente modificata e non si capisce più un cavolo? Il cavolo, anche quello amaro, si comprende eccome. Basta osservare i molti giovani (molti, non tutti) che giocano a fare gli adulti avendo come orizzonte soltanto divano e telecomando. Di contro, esistono moltissime donne e altrettanti uomini dell'età di mezzo (dai quarant'anni in poi) che sono tutti un ribollir di emozioni, che nei casi più disperati non perdono un brunch o un happy hour e in quelli migliori hanno una predisposizione naturale a godersela, a sparar le (ultime) cartucce senza pensarci troppo, perché "la vita è una sola e tutto il resto può andare al diavolo". In questa fascia, ovviamente, ci sto anch'io, non esente da questo piano inclinato che m'è dolce persino, quando riesco tutto sommato a tenere un equilibrio cioè a non scordare che non sono vecchio bacucco o votato soltanto alla casa e al lavoro ma nel contempo neppure pretendo di scalciare come un puledro e imitare Fabrizio Corona nell'eccesso.
Morale: non so se esista una morale. Però al mio amico trentaseienne ho ricordato che il proverbio "ogni cosa a suo tempo" suggerisce di non impigrirsi troppo sul divano, men che meno scimmiottando il gioco "della mamma e del papà" che invece di anni ne hanno sessantuno. Lo stesso vale per me stesso e per i molti miei coetanei (e coetanee), ricordando che un conto è vivere appieno la vita, evitando noia e appiattimento, un altro trasformare lo svago, il divertimento, il piacere di sentirsi vivi, tuttora giovani, in una fuga patetica dalla realtà che termina dieci volte su dieci in un ancora più patetico risveglio.

Foto by Leonora

domenica 2 ottobre 2011

A noi piace la Bignardi

Serata piacevole ieri, sabato, con Brunella, Angelo, Aurora, Attilio, Laura, Oreste.
Cena squisita e discussione incorporata, per una volta con argomenti differenti da crisi, politica, escort, expo, daspo, tivù, tivi, calcio, calci, tralci, intralci...
Il tema dibattuto più a lungo sono stati i romanzi russi, che Angelo, Laura e Oreste adorano, io e Brunella non reggiamo e Aurora prende tempo, senza generalizzare e consigliando "Oblòmov" di Ivan Aleksandrovic Goncarov come inizio.
Io, che l'unico che adoro è il Tolstoj di "Guerra e pace" (letto però in età adulta, molto adulta), mi sono trovato in minoranza, con i miei amati ed amabili romanzieri francesi dell'Ottocento a cercar di spiegare le ragioni di un'infatuazione che come ogni infatuazione non ha ragioni.
Per evitare di scrivere anch'io un romanzo mi fermo qua, con un appunto. A Isabella. Per aver sorriso sorniona e taciuto tutto il tempo. Non un commento, una frase di circostanza, una battuta, nemmeno un sospiro d'insofferenza o quell'annuire lievemente, col capo, in cui di solito le donne sono maestre, mentre con le orecchie sentono qualcosa che non ascoltano e pensano a tutt'altro. La spesa, i bambini, i mestieri, il lavoro, il conto in banca, le piante da potare, le mancanze del marito, le presenze della suocera, le bizze della collega, il tempo che passa, quello atmosferico, il dolce in tavola, le calorie di troppo, quelle di meno, sudate una per una, in una settimana di stenti e rinunce, l'appuntamento dal dentista, il tagliando dell'auto, la spazzatura che deve portare fuori ancora lei perché mai una volta che ci penso io... Cose così insomma.
Ieri poi, vista l'ora tarda, tutto è passato in fanteria, ma oggi ho acceso il moviolone, ci ho ripensato e le ho chiesto spiegazione. "Ma tu, perché ieri sera non hai detto nulla, non hai proferito parola?". "Perché di romanzi russi non ne ho sul comodino - mi ha risposto - e perché sto leggendo la Bignardi e mi piace moltissimo. Ma voi eravate così presi. Come facevo a dire: a me piace la Bignardi".
Ed è questa l'unica cosa in cui Isabella sbaglia. La serata ieri è stata piacevolissima, ma se avesse detto della Bignardi sarebbe stata (lieve e) bella ancora di più.

P.S. Giuro che dopo Goncarov leggo la Bignardi.

Foto by Leonora

domenica 28 agosto 2011

Il ritratto (Un catalogo dei viventi)


Li ricordiamo così. I morti, le persone che non ci sono più, quanti si sono trasformati - da carne e sangue che erano - in cristallo d'ambra con la mosca dentro. L'insetto siamo noi, sono loro, immortalati per sempre in una fotografia statica, immutevole e immutabile, se non con processi lunghi e mai, mai, per volontà di chi ormai non ha più voce in capitolo.
Mi è sempre piaciuto e credo di avere pure un certo talento per tratteggiare l'icona di chi non c'è più, per consegnare alla memoria un profilo essenziale di chi ha lasciato questa terra. Convinto come sono che si tratti comunque di un'impresa vana (essendo l'oblio il destino che presto o tardi attende ciascuno) ho tuttavia l'ambizione di allungare seppur di poco il confine tra il prima e il dopo, tra la parola e il silenzio, tra il nulla e il poco.
In questi giorni però sto pensando che è ingiusto limitare il campo, che se è pur vero che solo parlare di colui o colei che non c'è più permette di usare segni marcati, distinti e che raramente possono essere smentiti o mutati rispetto a ciò che si è scritto, forse varrebbe la pena dedicarsi ai vivi, ai presenti, con maggior passione, generosità, gusto.
Un'impresa rischiosa, considerato che si parla di un amico, di una persona che può dire la sua e la reazione è imprevedibile, essendo labile il giudizio su ciò che è buono e su ciò che lo è meno. Ma anche un'impresa affascinante, poiché all'andata corrisponde un ritorno, la possibilità di un confronto e di cambiarlo, quel giudizio, sia da un versante sia dall'altro, sia in me che scrivo sia nell'altro che viene descritto.
Per farla breve e dire pane al pane e vino al vino, mi piacerebbe in futuro, su questo blog, parlare senza falsi pudori delle persone che conosco. Una sorta di catalogo minimo dei viventi. Minimo non già per il basso valore dei protagonisti, bensì per il lato intimo che mi piacerebbe fosse dipinto.

Foto by Leonora

venerdì 26 agosto 2011

D. (A spalle dritte)


Ho detto mille grazie, ne avrei dovuto pronunciare un milione.

Farei un patto con il diavolo pur di aggiungerne uno, che mi è sfuggito ma di cui mi sono pentito subito, perché è dedicato a una persona che ho incontrato una mattina di maggio, venuta a Como con una Mini rossa per scrivere un lungo articolo sul lago. Sarei dovuto essere la sua guida, sono andato per due giorni a rimorchio, restando incantato più volte e commosso persino, mentre mangiavamo un panino, in fondo a viale Geno, quando all'improvviso mi raccontò di suo padre, di suo fratello, della sua vita spezzata e di un sacco di cose che erano come orecchini, collane di perle, spille d'oro estratte da uno scrigno e consegnate a me, che passavo in quella sua stagione per caso ma che forse ispiravo fiducia, o ero soltanto abbastanza ingenuo da apparire candido.
Candida era lei, che ha fatto carriera e che ora ha un posto di prestigio ma sono certo sia rimasta tale e quale.
Mesi fa l'ho vista in un video: era l'unica donna vera in un circo di maschere, collagene e botulino che se dovessero fare il conto di quando spendono in chirurgia plastica supererebbero il Pil norvegese, petrolio incluso.
Se di lei non ho mai parlato su questo blog, che pure è spudorato, al punto da mettere in piazza il mio lato più intimo, è per rispettarne la sua riservatezza, il suo essere "troppo snob per sembrarlo", e anche perché di quella fiducia sono rimasto onorato.

A proposito di riconoscenza, mi hanno scaldato il cuore (oltre che fatto ridere) le parole di David, a commento della sua inclusione nel listone.

"Caro amico, ritrovarmi nel listone mi ha fatto un piacere enorme. Ho scorso veloce tutti nomi per trovare il mio (sotto sotto, ma neppure troppo sotto, sapevo che ci sarei stato), mi cade prima l’occhio, con un po’ di delusione, sull’omonimo Bardaglios, ma poi scorro di nuovo su e finalmente trovo il mio! Non ho ben capito la questione dell’elezione, diciamo che la intuisco! Comunque mi sarei accontentato di essere quello con cui hai condiviso gli anni più belli della tua giovinezza, quello con cui hai riso di più, quello con cui hai fatto il guardone per una settimana a Copenaghen, quello con cui guardavi solo i primi 30’’ del film porno alla tv dell’albergo perché dopo si pagava (e forse perché i 30’’ bastavano :-), quello con cui avresti voluto condividere molto più tempo ma per tanti motivi va bene così, ecc.

… e invece addirittura stella polare nelle nebbia! Sti cazzi …. direbbe Bombolo!"

David è stato mio compagno di università, suona da dio la chitarra (e canta altrettanto da dio "Don Raffaé" di De Andrè), mi ha insegnato a leggere De Luca e consigliato decine di libri stupendi, è un bell'uomo con occhi alla Paul Newman, ha sposato Maria Giulia, ha due bimbi, ama camminare in montagna, faceva atletica leggera, tifa Milan (e sì, un difetto ce l'ha anche lui) ed è forse la persona più sensibile che conosca. Non sensibile come Brandon Fraser in "Indiavolato", quando proponeva l'insalata nizzarda fatta con il tonno pescato salvando i delfini e piangeva ogni volta che guardava il tramonto. Quella di David è una sensibilità senza fronzoli, fatta di attenzione e perspicacia, abbinata a un ironia ch'è il vero antidoto per declinare in positivo anche i verbi negativi della vita.
Cito David perché ha qualcosa in comune con colei di cui parlavo all'inizio di questo blog. Due cose. La più banale è l'iniziale del nome. La più bella è che entrambe sono persone che mi fanno stare con le spalle dritte, ricordandomi di essere migliore di quello che sono e spingendomi ad essere degno della loro stima, quando mi alzo, ogni mattina.

Foto by Leonora

mercoledì 24 agosto 2011

Grazie mille

Al buon Dio, se esiste, che mi ha fatto nascere con la camicia e anche con un pullover, per quando fa freddo.
Alle donne, che sono la dimostrazione che Dio esiste, specie quelle che in tutti questi anni, spesso senza neppure sfiorarmi con un dito, mi hanno portato lo stesso in paradiso.
Ad Angelo, che mi considera un fratello. Più di un fratello.
A Isabella, che mi rimane ancora a fianco, nonostante le debolezze, gli errori, le asprezze che potevo evitare e che invece ho accentuato.
A Raffaele, Paolo, Brunella, Paola, Lela, Manuela, Cristina e tutti gli amici d'infanzia, che mi sono rimasti amici ancora adesso.
A Viviana, Elisa, Claudia, Maddalena, Federica, Sabrina, Valeria, Giuliana, Simona, Antonella, Chiara, Paola, Elena, Fabiola, Rosa, Marianna, Caterina, Maria Grazia, Valentina. Il perché lo so io.
A mia madre, per cui sono tutto.
A mio padre, che mi ha insegnato che nulla è tutto e che si deve sopravvivere sempre, lo stesso, tenendo in equilibrio sensibilità e amor proprio.
A Gianni, che se n'è andato troppo in fretta e che ha fatto "come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte".
Ad Angelina e Carletto, che mi hanno ricordano di godere la vita in salute, perché poi è tardi e la vecchiaia e gli acciacchi se la portano via.
Ad Emilio e Angelina, che mi rammentano che senza passioni si può morire dentro anche se si rimane in vita.
A Carla, una delle altre troppe persone che non ci sono più e che non posso abbracciare, dicendo loro che non l'ho mai fatto abbastanza.
A Eudemia, mia nonna, per tutte le volte che mi ha tenuto al caldo del suo letto, la mattina, e per la carne inpannata, che mi faceva trovare il pomeriggio per merenda.
A Sabina, perché l'amore non ha bisogno di parole e neppure di ricordi per restare impresso come stigmate, nella memoria.
A David, amico per elezione e stella polare quando sono nella nebbia.
A Mauro e Marco, che non conoscono il pesa della riconoscenza.
Al direttore che se n'è appena andato via e che mi ha voluto qua e che non potrò mai ricambiare in generosità, neanche se campassi fino a cento otto anni, come la Porta Musa.
Al mio nuovo e attuale direttore, che mi costringe a alzare l'asticella, migliorando sempre di più, senza accontentarmi dell'acqua bassa.
Ad Angelo Curtoni e Adolfo Caldarini, i miei primi direttori, che hanno creduto in me, tenendomi sotto la loro ala protettiva ma anche spingendomi a volare.
A Mario Rapisarda e Maurizio Giunco, nonostante tutto, perché a volte si è spinti a volare anche quando si riceve nel sedere una pedata.
Ai miei colleghi di Espansione Tv, del Corriere di Como e ora de La Provincia, perché da loro ho imparato più di quanto abbia insegnato.
A Mauro Colombo, che mi ha aiutato nella prova scritta di matematica alla maturità e pure in tutti i cinque anni del liceo, perché senza di lui mi avrebbero bocciato senza speranza.
Alle professoresse delle medie, Bugnoni e Taborelli, la seconda perché mi ha ferito nell'orgoglio spingendomi a reagire, la prima perché ha creduto in me, non facendomi sentire una schifezza.
A Laura, Roberto, Roberta, Loris, Fabrizio, Flavia, Fulvio, Manuela e Matteo, Giulia, Cristian, Alice, Alberto, Silvia, che mi fanno sentire parte di una famiglia.
A Angelo, per tutti i mobili e i lavoretti che ha fatto in casa mia.
A Basco e Luisella, che mettono a disposizione la loro casa e hanno un'ospitalità senza salamelecchi, genuina.
Ad Ambrogio, Amelio, Filippo e anche Giulio, loro sanno perché.
A don Nello, don Mario, don Luigi e ai preti in generale, che in tanti ne parlan male, ma per me sono stati una guida, esempio di libertà e fratellanza.
A Elisabetta, che aveva sette/otto anni più di noi e ci portava tutti in vacanza, in Puglia, guidando un 127 Blu che allora non era neanche stretto e non faceva neppure caldo, nonostante fosse un agosto afoso quanto questo e non esistesse aria condizionata né climatizzatore incluso nel mezzo.
A Giampietro e a ciò che è stato per me quando da bambino che ero sono diventato ragazzo.
A George, e Peter, David e tutti gli American Bardaglios, che rendono il mondo piccolo e ogni continente una casa.
A Francesco Corrado, che mi ha sempre trattato come un figlio.
A Dino Merio, esempio mirabile di professionalità giornalistica anche senza essere un professionista.
Agli amici di Facebook.
Ai membri del Como Blog (Elena, Gaspar, Frenz, Alessandro, Giovanni, Luca, Andrea....) orizzonte aperto sulla mente e sul mondo.
A Leonora, che presta i suoi occhi per dare immagine a questo angolo virtuale.
A tutte le persone che qui non ho nominato e che lo avrebbero meritato.
E, soprattutto, a tutti coloro che con piccoli gesti, di cui spesso neppure mi accorgo, rendono la mia vita migliore, comoda, interessante, vivace, bella, felice, buona.

A tutti, grazie. Foto by Leonora

lunedì 22 agosto 2011

Il peso sostenibile della riconoscenza (Alberoni docet)




E' la rubrica con più lettori in Italia, o così almeno dicono al Corriere. Parlo del "Pubblico & Privato" di Francesco Alberoni, in edicola sul principale quotidiano italiano, ogni santo lunedì.

La leggenda narra che in passato uno dei direttori, dovendo far fronte a continui tagli di bilancio, impose un taglio netto ai compensi dei collaboratori fissi, Alberoni incluso. Il quale Alberoni però non fece una piega e disse: "Grazie, ma a queste condizioni lavorare è avvilente, me ne vado". Fu allora che gli esperti di vendita estrassero dal cassetto quanto valeva, in termini di copie, il suddetto Alberoni, convincendo il direttore a una lesta retro marcia.

Personalmente non lo seguo con continuità. Non per scelta: per atavica distrazione. Quando lo leggo è raro che rimanga deluso. "Sono le solite cose" dicono alcuni. "Aria fritta" sentenziano altri. Sarà. Ma la grandezza è anche questa: rendere affascinante ciò che a prima vista è pure scontato, banale.

Oggi ad esempio l'articolo intitolato "Se aiutate qualcuno non aspettativi gratitudine" è di quelli da collezione.
Scrive Alberoni:

A tutti noi è capitato di aiutare qualcuno, un amico, un conoscente, a trovare un lavoro, di sostenerlo nel momento del bisogno in modo disinteressato, e poi scoprire che la persona beneficata, anziché esservi riconoscente non solo dimentica quanto avete fatto per lei, ma diventa fredda e si comporta verso di voi con rancore. E mi viene in mente quel passo de «Il paradiso perduto» di Milton in cui Satana dice che si è ribellato a Dio per il peso insopportabile della riconoscenza. Cos'è il peso della riconoscenza? Come può la gratitudine diventare insopportabile? Il caso più semplice è quello dell'invidia. Satana voleva di più, non accettava la sua condizione di secondo. E mi viene in mente che agli inizi della mia carriera avevo aiutato un mio collega psicologo che aveva bisogno di lavorare e ne avevo fatto il mio vice. Un giorno qualcuno mi ha riferito che sparlava continuamente di me al punto che sua moglie, il giorno in cui li ha colti un acquazzone, gli ha detto: «Non sarà anche questo colpa di Alberoni»? La spiegazione era semplice. Dopo aver imparato un po' il mestiere, pensava di essere più bravo di me e voleva prendere il mio posto. Da allora ho imparato che è pericoloso mettersi troppo in evidenza perche scateni l'invidia dei tuoi colleghi.
Ma la mancanza di riconoscenza non è dovuta solo all'invidia. Ogni volta che noi facciamo per un altro qualcosa di più del dovuto, mettiamo sempre in moto dei meccanismi che possono essere positivi e negativi. Prendiamo l'esempio più semplice, quello del dono. Il dono, anche se fatto nel modo più disinteressato e generoso, crea quasi sempre il bisogno di ricambiare. E se io esagero in generosità posso mettere l'altro in imbarazzo perché non sa come ricambiarmi e si domanda cosa voglio in cambio da lui. Vi sono però persone che reagiscono nel modo opposto. Se voi fate loro dei doni o le aiutate, lo considerano un dovere da parte vostra e, se smettete di farlo, vi criticano e vi accusano. In tutti i casi il risultato della vostra generosità sarà la mancanza di riconoscenza.
Perciò quando decidete di fare un dono a qualcuno, o di aiutarlo quando ha bisogno, o di far sì che possa realizzare le sue potenzialità, tenete presente che lo dovete fare solo per ragioni morali, perché lo ritenete giusto, senza aspettarvi nulla in cambio. Se poi l'altro vi ricambierà con la fedeltà e la riconoscenza considerate questo suo comportamento solo il dono di un animo generoso.


Ci ho pensato. Il concetto del "peso insopportabile della riconoscenza" intriga moltissimo.

Ad onor mio, devo ammettere che da tale vizio sono immune. Pur zeppo di difetti, non conosco o quasi invidia e mi piace manifestare espressamente gratitudine. Ne faccio un punto d'orgoglio persino, forse proprio perché detesto chi non lo è, chi gode del buon cuore altrui e poi se ne fa un baffo. Anzi, il prossimo post lo dedico alle persone (ad alcune persone) a cui sono grato.



Foto by Leonora