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domenica 6 ottobre 2019

Non passa (semmai ci si abitua)


Oggi soltanto una nota, una postilla, rispetto a ciò che ho scritto ieri l'altro, sulle lacerazioni che ci riguardano, sulla morte di chi ci sta più a cuore, su un'esperienza di cui ciascuno farebbe a meno eppure plasma, forma, permette di diventare persona adulta.
"Passerà, la vita come sempre sarà più forte della morte, con il passare del tempo, senza accorgertene, tornerai a sorridere" ho scritto e lo penso tuttora. Però è vero anche quanto sostiene Paola, che quando aveva meno di quarant'anni ha perso la mamma: "La verità è che non passa mai, semmai ci si abitua".
Me lo ha detto sorridendo, tenera, con gli occhi che brillavano, ma di nostalgia.

P.S. Il destino disegna trame che prendono per il collo, di sorpresa. Ieri ha lasciato questa terra Monica, cinquacinque anni, moglie e mamma di un figlio e una figlia, lui ancora piccolo, lei non ancora ventenne. Era malata da tempo, le cure non le hanno fatto effetto, non credevo se ne andasse così in fretta.

domenica 19 luglio 2015

Tre noci (Buon compleanno mamma)


Foto by Leonora
Tre noci, quelle che da bambino quatto quatto cavai dal sacchetto sullo scaffale e ti mostrai fiero, appena usciti dal supermercato.
Un ceffone, che mi rifilasti quello stesso istante, costringendomi a tornare indietro e a rimetterle a posto, facendo seguire alla sberla data d'impeto un appello accorato a non ripetere mai più una cosa simile, insegnandomi che non era stata una furbizia, bensì un furto.
Infinite migliaia, le volte in cui ti sei preoccupata per me, la maggior parte senza dirmelo, per lasciare che crescessi sereno, non schiacciato dal peso di essere figlio unico.
Due domeniche, nelle quali mi accompagnasti "di forza" all'oratorio, perché avevo tredici anni e adoravo restare per i fatti miei in stanza, a leggere libri sugli animali e a giocare a fare l'adulto, mentre tu eri ossessionata che crescessi "introverso", senza amici e con soltanto te come riferimento.
Cinque, le coca cole che lasciavi nel frigorifero prima di andare a lavorare, nel luglio del 1982, perché sapevi che c'erano i mondiali di calcio e nel pomeriggio sarebbero venuti a casa i miei amici, per vedere le partite, e volevi che fossero contenti, che si sentissero accolti, che la nostra fosse casa loro.
Un anno, un anno intero in cui mi pare di non ricordare una tua risata, un sorriso lieto: era morta la nonna, tua madre, e forse entrasti in depressione, non l'ho mai saputo, non te l'ho mai chiesto, so soltanto che avevo dodici anni e poi un giorno, d'inizio estate, arrivarono amici di famiglia a cena, noi apparecchiammo la tavola fuori dalla porta d'entrata - in un angolo dove poi non abbiamo più pranzato - e tu tornasti ai miei occhi a essere felice e ricordo come fossero ora le tue risate, una donna tornata ad essere viva e vivace, come ormai non la ricordavo.
Svariate decine, i viaggi che fai tuttora avanti e indietro, con l'auto, a scorrazzare i nipoti a scuola, a chitarra, dagli amici, a danza, a calcio.
Quattro, le amiche del cuore, ex colleghe, quelle che tu ancora chiami "le ragazze" pure se ragazze non lo sono ormai più da un pezzo e con le quali vai a mangiare ogni tanto la pizza o il gelato.
Tre libri, che leggi in media ogni settimana, da quando sei diventata una lettrice accanita, cioè da qualche anno, dimostrando che non è mai troppo tardi per avere una passione e non si smette mai di imparare, se si è curiosi davvero.
Novanta, i mesi in cui non ti alzi più con accanto tuo marito e tutti siamo andati avanti, te compresa, ma nessuno sa come brucia ritrovarsi senza qualcuno da abbracciare quando ci si sveglia al mattino e si ha il cuore greve e il semplice contatto di un corpo altrui abbatte la solitudine e le paure di ogni essere umano.
Settantacinque, come i tuoi anni, oggi.
Buon compleanno mamma.
Grazie per tutte le lezioni che mi hai dato, per tutte le volte che eri preoccupata senza dirmelo, per le occasioni in cui mi hai spinto fuori, incontro al mondo, invece di tenermi stretto a te, al caldo di un nido, sapendo che il tuo compito era farmi diventare un uomo e non mantenermi figlio. E scusami se le parole più dolci sono quelle che raramente ti dico.

mercoledì 22 giugno 2011

Apple killed the old attitude (De tecnologia limes)


E' ora di rimettersi in marcia. Suona strano per chi come me crede di non essersi mai fermato e anela alle settimane estive per tirare il fiato, per conoscere tregua. Eppure, se guardo indietro, in tanto affanno trovo poco che valga la pena d'esser ricordato. Un segnale, una spia che qualcosa ho sbagliato. In questi giorni sono cupo, ma ormai mi conosco e so che non si tratta di rilassamento, bensì della carica a molla del mio ingranaggio. La tecnologia mi tiene lontano dai libri e so ch'è sbagliato. In principio credevo fosse questione di equilibrio, ora intuisco che il divario che s'è creato è più profondo di quanto immaginavo, che se la ragione e la consapevolezza non intervengono rischio una deriva che non immaginavo. Mi viene in mente una canzone: "Video killed the radio star". Proporrei una versione aggiornata: è Internet che uccide l'apprendimento come lo conoscevamo. Piaccia o no, questo è il risultato, invece di fasciarsi la testa o gridare allo scandalo, tanto vale rimboccarci le mani e vivere appieno questo tempo, cercando di non subirlo, semmai di orientarlo verso cio' che c'è di vero, di buono, e che rischia di esser perso. Nel frattempo, mi stupisco nel ricordare com'era la vita senza il computer. Di più. Senza telefonino! Eppure, lo giuro, quel tempo c'è stato. Come facevamo? Come potevano non essere reperibili ventiquattro ore al giorno? Come reagivamo nel non sapere dov'erano i nostri figli (per la verità allora il figlio ero io: dovrei chiederlo a mia madre) o la moglie (non ero neanche sposato) o gli amici (quelli sì, li avevo. Chissà come era arduo rintracciarci evitando di fare ciò che Giacomo fa ora, scambiandosi una pioggia di sms, chiamando al telefono ogni minuto e appena ci si saluta richiamarsi di nuovo. Eppure ci incontravamo, eppure non restavamo chiusi in casa per l'impossibilità di mettersi d'accordo. Anzi, in casa mi pare restino più adesso, che pure sono collegati con il mondo.
Non è un discorso nostalgico, né un "si stava meglio quando si stava peggio" (se c'è una cosa che odio sono le malinconie da arcadia perduta). Piuttosto un ricordarsi che diverso, più efficacie, certo più dinamico e veloce è il mezzo, ma identico è il fine, ch'è quello di non essere soli, di crescere, di stare insieme, di ritagliarsi un posto nel mondo. Proprio ciò che faccio da quaranta(quasi)cinque anni e che mi spinge ogni giorno a non fermarmi o, se mi fermo, a ripartire di nuovo.

Foto by Leonora