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sabato 31 gennaio 2026

Cassanda crossing (Talento, maledizione e ataraxia)

Aracne e Tiresia, Dedalo e Re Mida, Orfeo e Bellerofonte, Prometeo e Cassandra, Medusa e Fetonte...
Nomi curiosi, storie antiche, vicende sempre attuali, perché in ciascuno di noi è presente un dono, un talento, e di riflesso, come per contrappeso, una maledizione. 
Penso a coloro che valgono molto, che sanno distinguersi agli occhi degli altri, ma ai propri si vedono sempre mancanti. Oppure a chi ha chiarezza di visione e pigrizia di gambe: potrebbe andare lontano, fatica persino a partire. O ancora a chi ha ricevuto tanto e coltivato un sogno e d’un tratto lo vede sparire.
Ognuno può rifletter sul caso che crede. Se guardo a me stesso, a volte mi pare di essere nella vita come ero sul campo da basket: solerte nell'impegno, prodigo di sforzi, capace pure di raggiungere risultati, ma mai pienamente consapevole di quanto stessi facendo in tempo reale, come se arrancassi, fossi immerso nell'acqua fin sotto il naso e stentassi ad avere contezza e lucidità per esprimermi al meglio, per prendere di volta in volta la decisione migliore. Una limpidezza che ritrovavo pochi istanti dopo, quando ormai però ero sotto la doccia, negli spogliatoi, o nel letto, rimuginandoci sopra, riuscendo con difficoltà ad addormentarmi.
Probabilmente, nel ricordare quei momenti, sono troppo severo con me stesso ed è codesto altresì un dono e insieme una maledizione. Non cedere alla facile indulgenza, pretendere parecchio da sé, è infatti la molla che spinge in alto, la batteria che non permette mai cali di tensione. Nel contempo però ciò comporta una sensazione di insaziabilità, un continuo mettersi in discussione, un'inquietudine che raramente conosce pace. E il fibrillar m'è assai aspro in questo mare.

P.S. In realtà l’indulgenza è pratica che adotto abbondantemente, a cominciare proprio da me stesso, considerando l’eccesso di severità assai dannoso e preferendo adottare ciò che i greci (sempre loro) chiamavano “ataraxia”, lo sforzo di comprendere ciò che merita veramente attenzione ed energia. Se è qualcosa di cui posso avere il controllo o che posso influenzare, cerco di farlo; se è qualcosa di cui non ho il controllo (il comportamento delle altre persone, la fortuna, il passato, il futuro) cerco di inquadrarlo nitidamente e… lasciarlo andare.

giovedì 18 agosto 2022

A mani vuote (Il dono senza sfide)

“Busso alla tua porta, a mani vuote, tue e mie.
Mie, considerato che poco o nulla ho da offrirti, se non la mia presenza, un bocciolo d’amicizia con i petali chiusi e il gambo esile della simpatia istintiva, non temprata da prove.
Tue, poiché nulla mi aspetto in cambio, zero pretendo, niente architetto, se non il farmi ‘da specchio’, l’essermi da ispirazione e destinatario di una busta della quale sono mittente”.
Queste parole avrei dovuto scriverti, le molte volte in cui mi sei comparso di fronte, nelle foto in cui sorridevi e provavo un sentimento di vicinanza, di affinità, pur senza conoscerti.
Non l’ho fatto, lasciando che sulla bilancia delle intenzioni il pudore pesasse più dell’audacia, che l’educazione alla riservatezza facesse premio sul sentimento della condivisione, che la possibile congettura di un tornaconto cancellasse il valore della gratitudine.
Ed ora che non posso più farlo, a mani vuote resto davvero, imparando però una lezione: quando il cuore suggerisce, la testa non si metta sempre di mezzo. Meglio di un solo rimpianto, infatti, mille rimorsi.

P.S. Torno sulla “maledizione del misurare”, non per ostinazione, bensì con desiderio di completezza, rilevando come il conteggio, il computo puntuale, metta limite a ciò che confine non dovrebbe avere.
Scrive Umberto Galimberti: “Accettiamo il dono con una sottile insinuazione di sfida: il dono va ricambiato. Bisogna donare, accettare, restituire. Se poi il dono oltrepassa la qualità della relazione, cioè è più grande di quanto non sia la sostanza della relazione, subito ci allarmiamo, o ci mettiamo in una condizione di sospetto. In ogni dono c’è comunque una sfida simbolica”.
È vero, ma soltanto se il criterio è il calcolo, il misurare, e siccome il misurare, il calcolare, è diventato per l’essere umano prassi, normalità, quasi quanto il respirare, difficilmente usciamo da questa logica, gustando il dono per ciò che è, che dovrebbe essere: testimone di gratuità, biglietto di sola andata, concessione unilaterale che prevede un ritorno di riconoscenza, non necessariamente il ricambiare.
Siamo talmente abituati a non ricevere nulla senza dover pensare a ciò che si aspetta l’altro o a cosa dobbiamo dare in cambio noi, che pure i gesti più semplici, quali il saluto, una parola garbata, un messaggio gentile, un gesto cortese, inducono diffidenza, sentore di equivoco, maligna insinuazione.

lunedì 15 agosto 2022

Il dito e la luna (La maledizione del misurare)

Ti ho ascoltato, ho cercato di ascoltarti, come riesco, come posso, con tutti i limiti che mi porto appresso, compreso quello che mi rende così umano e mi spinge a “misurare tutto”.
Sei sempre accanto a me, pur se ti nomino di rado e ancor meno rivelo che ti penso, che mi manchi, che specialmente oggi avrò un vuoto dentro, poiché è una delle feste a cui non saresti mancato e mi parrà tuttora di vederti, a capotavola, mentre sorridi e versi il vino.
Dei molti che erano seduti, troppi mancano all’appello, tu però sei il più giovane, colui che non ha seguito la logica del tempo, che è stato strappato con uno scarto del destino.
Ti ho ascoltato, dicevo, cercando di godere questa vita più di quanto mi verrebbe spontaneo, concentrato come sono a costruire senza badare che un giorno, spesso senza preavviso, crolla tutto.
Ho programmato più vacanze, sono stato meno orso, ho sperimentato modi nuovi di viaggio, non ho avuto braccio corto e, quando mi veniva la tentazione di ritrarlo, mi sono tornate in mente le tue parole, ma prima ancora il tuo sguardo, l’espressione del tuo viso, esattamente un anno fa, quando senza fronzoli hai confidato quanto sciocchi siamo a rinunciare alle esperienze belle per pigrizia, per risparmio.
Ho cercato di fare la mia parte insomma, come ho visto fare a chi ti era ancora più vicino, per dimostrare che in noi, in tutti noi, sei vivo e che il tuo lasciarci così presto non è stato vano.

P.S. “Misurare” è abilità che può essere dono e maledizione al tempo stesso, una delle derive a cui come esseri umani tendiamo e che ci rende così diversi dalle creature che intendiamo divine, per le quali il tratto caratteristico è esattamente il contrario, cioè l’estrema abbondanza, il senza confini, il donare continuo, straripante, in eccesso.
“Misurare ogni cosa” è tentazione continua, una tendenza innata, pure negli spiriti più liberi.
Sconfiggerla, eliminarla, estirparla completamente è arduo, però se ne può avere consapevolezza, accorgersene, giungendo a mitigarla, tenendola a bada, impedendo che diventi idolo, ricordando che nessuno è tanto ricco come colei o colui ch’è veramente povero, cioè non aggrappato al materiale, disposto a rinunciarvi, in parte o del tutto.

domenica 15 maggio 2022

Più o meno (Ciò che vale, davvero)

Alla gratuità si risponde con il dono, non con il prezzo.
(Luigino Bruni)

Un seme. Una visione.
Un pensiero da custodire con cautela, come guscio d’uovo.
In poche righe la direzione, l’auspicio, un traguardo: costruiamo un mondo in cui il denaro non sia misura di tutte le cose.
Arduo, ma bello.
Complesso, però affascinante, profetico.
Più gratuità, meno compenso.
Più eccedenza, meno speculazione.
Più valore, meno conto.
Più dono, meno prezzo.

P.S. Ha ragione il professor Barbero quando dice: “Non è vero che non c’è stata lotta di classe. C’è stata e hanno vinto i ricchi”.
Occorrerebbe aggiungere una postilla: hanno vinto, poiché abbiamo permesso loro di scegliere il gioco, le regole, il campo.
Quello della ricchezza appunto, dei soldi, del continuo ammassare, del capitale finanziario.
Facciamo un passo indietro: rifiutiamo l’idea che i soldi siano un fine, smettiamo di considerarli l’unica risorsa, la forza che piega e a cui piegare tutto.
Sapendo che pure su questo tema, per praticità, esiste un più o meno.
Più lavoro, meno profitto.
Più investimento, meno rendita.
Più redistribuzione, meno accumulo.

giovedì 5 novembre 2020

Le tue prigioni (Diciott'anni, oggi)

Sei colui che forse più m'assomiglia - spero soltanto nei pregi - e il tuo compleanno è speciale fin da quando sei venuto al mondo, lo stesso giorno di mio padre.
Il cinque novembre è più di una data.
Il cinque novembre per me è il punto di sutura che trasforma due segmenti in una linea, cucendo a filo doppio il figlio e il padre che ho avuto e il padre e il figlio che resto, tuttora, nonostante da una dozzina d'anni con le dita non possa più sfiorare il palmo duro e il dorso morbido delle mani di tuo nonno, eppure ogni volta che ci penso è come se lo facessi, conservando memoria di lui in ogni cosa che conta.
Nell'esplosione della tua gioventù ricorda sempre questa certezza: coloro a cui vogliamo veramente bene non se ne vanno mai, li portiamo con noi, in un modo tanto essenziale da avvertirlo come esperienza fisica, anche se priva di contorni e materia.
Oggi diventi maggiorenne e anche questa è una notizia.
D'ora in poi per convenzione porterai la responsabilità di pensieri, opere e omissioni, anche se confido di averti insegnato a caricartele sulle spalle prima, così come ogni peso che avrai da portare in futuro sai di poterlo condividere sulle spalle di un'intera famiglia. Siamo unici, mai soli: non è poco.
Per il resto, migliaia sono i ricordi della strada percorsa insieme, altrettanti gli episodi, i momenti, le occasioni di gioia, di pura felicità, talvolta di scontro, incomprensione, sempre di crescita reciproca.
Anche ora, che pur mi hai superato in altezza e al pari di tuo fratello quando ti abbraccio debbo farlo da sotto a sopra, l'attimo che preferisco è quando mi guardi negli occhi, quando ti colleghi con me, senza bisogno di aggiungere parola, riconfermando quell'unione indissolubile che supera le leggi della chimica e che tu sperimenti in uno dei tratti che ti distinguono: il numero di amici, la schiera vasta di coetanei a cui sei legato: il più bel regalo che mi fai tu, testimonianza che sei nato seme e porta frutto di comunità ciò che matura la tua pianta.

P.S. Lo so, avresti voluto e meritato un compleanno diverso, una cena in compagnia, la festa con gli amici, risate, baci, abbracci, baldoria. Da giorni e giorni invece sei confinato in una stanza con bagno, senza possibilità di contatto alcuno, se non virtuale, a distanza, pur se non sei propriamente Silvio Pellico né vivi le sue prigioni. Le tue non hanno stenti, ma restrizioni. Mi spiace ci siano, però voglio essere altrettanto onesto, aggiungendo che non è più né meno di una delle molte prove della vita. È attraverso esse che si cresce, diventando grandi e non soltanto alti. Se riuscirai ad affrontarle con il sorriso ampio che hai avuto finora ti peseranno poco e avrai una vita piena, la migliore avventura del mondo.

venerdì 10 gennaio 2020

Dodici anni (Compleanno e anniversario, intrecciato)


Sei arrivato tre giorni prima che lui se ne andasse, anche se io non lo sapevo.
Il destino incrocia a suo modo i giunchi che raccogliamo lungo il cammino e mentre tu certo piangevi e cercavi il seno materno, mio padre si spegneva pian piano, andandosene la notte tra il nove e il dieci gennaio di dodici anni fa, chiamando nell'agonia due persone, me e suo nonno, cioè chi gli aveva fatto da padre e il figlio.
Le lacrime di entrambi si sono asciugate. Le mie, perché la morte ha rappresentato anche una liberazione dalla malattia e quelle che avevo pianto erano già numerose, come le gocce di pioggia a marzo. Le tue, poiché sei diventato grande e hai altri strumenti per esprimere bisogni e desideri, compresa quella capacità di parlare di te stesso, di esplicitare quanto ti manda in subbuglio, che unita all'empatia e al potere di "aggiustare" ciò che negli altri è rotto credo sia il tuo dono più evidente, prezioso.
Qualche volta ti viene tuttora il magone, è vero, soprattutto pensando al tuo di un padre, che non sappiamo bene dove sia e che tu non sai se ti abbia nel cuore o no, se ti è accanto almeno con lo spirito oppure è una traccia biologica nel tavolozza infinita del creato.
E' successo anche ieri l'altro, quando ti sei seduto a gambe incrociate sul letto, e hai cominciato a raccontare cosa sogni la notte, ciò che ti fa paura e cosa invece ti lascia contento. A un certo punto, mentre parlavi, hai portato le nocche delle mani agli occhi e ti sei fermato di colpo. Ho compreso che piangevi dal singhiozzo e m'è venuto da proteggerti, cingendoti in un abbraccio, piccolo come sei, nonostante abbia ormai un anno in più e sia un ragazzo fatto e finito.
Buon dodicesimo compleanno allora e grazie, perché come al solito il regalo lo hai fatto tu a noi, semplicemente essendoci, ma in quel modo originale, diretto, unico, che anche senza volerlo, ci mette in scacco.

domenica 17 novembre 2019

Il dono della piantina (Far crescere, scomparendo)

L'hai raccontata così, un po' riferita, un po' inventata, la storia del grande albero e della piantina cresciutagli accanto, al riparo, protetta e al tempo stesso costretta, limitata nella crescita, fino al giorno della tempesta, del vento, dello schianto per il tronco secolare, che ha esposto l'arbusto smilzo agli sbalzi del meteo, ma nel contempo concedendogli luce e nutrimento, permettendo ad esso di crescere, che prima era impedito.
Eri seduto al tavolo della cucina, io terminavo la cena da solo, arrivato come al solito in ritardo. Tu a capotavola, hai voluto fermarti, chiacchierare, tenermi compagnia. Non accade spesso, ma come per gli altri figli ho imparato a rispettare i tempi, a non forzare le situazioni, cogliendo piuttosto al balzo le occasioni offerte, le eccezioni alla regola del procedere sul proprio binario, senza interscambio alcuno, se non quello convenzionale, della buona creanza, dei convenevoli classici, quando si chiacchiera senza entrare davvero in contatto.
Ti ho ascoltato con attenzione. Con i tuoi non ancora dodici anni sei tuttora per molti aspetti un soldo di cacio e spesso provo una vertigine pensando a quanto dolore la vita ti ha già messo nello zaino, al vuoto che immagino tu avverta di tanto in tanto, magari quando resti solo, nel tuo letto, eppure hai un garbo, una sensibilità, una capacità di empatia fuori dal comune, un dono, in tutto e per tutto.
Nel momento in cui te l'ho detto, che sei un dono, l'altra sera, in risposta al tuo racconto, mi hai guardato con occhi ampi, fissandomi, volendo quasi pescare nei miei per cogliere il tono di quel commento e non soltanto il contenuto, aggiungendo una sola parola, con un punto interrogativo: "Davvero?".
Sì, davvero. Hai un dono grande, un talento che la natura, i geni delle famiglie da cui provieni ti hanno dato e che coloro che ci hanno preceduto - penso in particolare ad Elisabetta e Stefano - hanno contribuito a temprare, come si fa quando si lavora il metallo, modellandolo quand'è caldo. Spero di aiutarti pure io a custodirlo, ad alimentarlo, ma già così è "tanta roba", come direbbero Giorgia o Giovanni. Già così è un regalo che fai a noi, che la piccola piantina insegna al grande albero.

P.S. Il racconto della piantina e dell'albero vorrei arrivasse a coloro che convivono con la lacerazione del lutto. A una persona in particolare, a cui sono legato fin da quando ero ragazzo e che sta passando giorni neri più che bui, alzandosi al mattino e accudendo i figli e riassettando la casa e recandosi al lavoro apparentemente come tutti gli altri giorni della sua vita, in realtà con la luce spenta dentro, con sul cuore un peso che al tempo stesso è una smorza, un muro altissimo, che impedisce non soltanto di sorridere, ma anche di guardare e pensare al futuro. La morte di chi ci ha preceduto e cresciuto ha il fragore e l'irruenza del tronco che precipita a terra, della tempesta che lo sradica e pare decretare anche il nostro abbattimento, la fine di tutto. Non è così. Anzi, quello stesso albero, una volta al suolo, continua ad esserci utile, non più riparandoci, bensì decomponendosi, disgregandosi, donando gli elementi necessari alla nostra crescita, ecco perché va tenuto accanto, accettandone il peso, e non rimosso. Lo so che il dolore che si prova e brucia è reale, tangibile, autentico, mentre queste sono soltanto parole, ma le parole - per chi le vuole ascoltare - hanno un potere intrinseco, curano, e a tacerle non è quello che fa chiunque pretende di definirsi amico.

martedì 5 novembre 2019

Se non ci fossi tu (Il buono che è in noi)


Se non ci fossi tu, bisognerebbe inventarti, ma inventandoti non riuscirei comunque a pareggiare la simpatia, l'originalità, la bellezza del ragazzo che sei, con i tuoi diciassette anni oggi e il ciuffo castano chiaro, gli occhi scuri, come i miei, come il lato della famiglia a cui appartengo, il sorriso unico, gli scatti di altruismo e pure di carattere, mai piatto, banale.
Se non ci fossi tu, la vita sarebbe come il lago d'inverno, un televisore senza audio, la casa a cui manca un tetto, il risotto insipido, il camino freddo, Instagram prima delle "Stories" e un cellulare con pochi giga, che questi paragone forse li capisci meglio.
Se non ci fossi tu, sarei più piccolo, più grigio, più povero, più ingobbito, più avaro, più scorbutico, più tignoso, più inquadrato, più triste, più malinconico, più pigro, più vecchio, e tutti questi più sarebbero un grande meno.
Se non ci fossi tu, guarderei con minore fiducia al futuro, mi aggrapperei con forza alle poche certezze dell'essere umano, scordando che è la speranza in qualcosa di infinito, di eterno, il tratto distintivo delle persone che siamo.
Se non ci fossi tu, avrei smesso di seminare empatia, di preoccuparmi che sappia metterti nei panni dell'altro, comprenderne i desideri, le emozioni, le ragioni, di creare legami, relazioni, essere perspicace, andare avanti, non fermarti di fronte a un ostacolo.
Se non ci fossi tu, mi vestirei da anziano, non guarderei film che invece meritano, ascolterei la stessa musica che andava di moda quand'ero ragazzo, non riderei per i "meme", eviterei di rispondere a domande che mi aprono un mondo.
Se non ci fossi tu, non ci sarei io, l'io che sono diventato, un uomo fortunato.

P.S. Avere figli non è un merito, è un dono. Conosco moltissime persone generative che per scelta o indipendentemente dalla loro volontà non sono madri e padri. Mi piace pensare alla paternità e alla maternità non come un fatto privato, bensì in relazione a una comunità, alla società degli esseri umani, nel loro complesso. In questo senso bambini e bambine, ragazzi e ragazzi, uomini e donne, non sono figlie e figli miei, tuoi, loro, bensì nostri, nostre, di tutti. E il buono che c'è, in questo mondo, è proprio perché con compiti diversi ma con eguale valore li facciamo crescere, aiutandoli a capire qual è il loro posto e a diventare possibilmente migliori di come noi siamo.

domenica 3 novembre 2019

Il quinto vuoto (Quando la natura è maestra)


Una distesa infinita, ondulata, sabbia e sabbia e sabbia per chilometri e chilometri, sabbia rossa, cotta, fine, che s'infila nelle scarpe e cede sotto i piedi, rendendo ogni passo uno sforzo, fatica.
Il deserto, il suo spazio fisico, mi lascia sempre sgomento, intimorito, un'inospitalità letale per l'uomo, con il sole a picco sulla testa e zero verde, niente acqua.
C'è un'altro universo però, quello dello spirito, che innanzi al deserto ammutolisce, si interroga.
Il quarto vuoto. Lo chiamano così nella penisola d'Arabia, intendendo "la quarta parte", insieme con cielo, mare, terra. Me lo ha raccontato una persona sensibile, che sa andare oltre l'apparenza e che in quel deserto in questi giorni c'è stata.
"Il quarto vuoto" è un'espressione bellissima, due gocce di sapienza distillate in centinaia e centinaia di anni da popoli che vivono al cospetto di tanta maestosa e temibile grandezza.
La associo a una frase di Bernardo di Chiaravalle ("Troverai più nei boschi che tra i libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà") per ricordare che esiste, deve esistere, una dimensione contemplativa della vita.
Se ottobre l'ho dedicato alla scrittura quotidiana, vorrei che novembre fosse il mese dell'osservazione e dello stupore per ciò che ci circonda, senza fretta, ritagliandomi un "quinto vuoto", quello dentro me, un luogo che a ciascuno è stato dato in dono dalla nascita, ma raramente si abita, sacrificandolo alla superficialità, agli impegni, alla fretta.

P.S. La frase di San Bernardo mi piace perché spiega il motivo per cui le persone semplice spesso sono sagge e, con un po' di immodestia, dà valore ad alcuni post pubblicati in questo blog, sulle lezioni della natura.

venerdì 18 ottobre 2019

A occhi chiusi (Darsi pace, un dono prezioso)


"Sono un paio di giorni che soffro come un cane" mi hai scritto, per il cruccio che ti porti dentro, "non avere figli, il tormento di una vita, la ferita più grande, il desiderio tradito".
Ascolto ciò che dici, incapace di aggiungere altro, sapendo che nessuna parola potrebbe rammendare lo squarcio che hai dentro, consapevole che in questi casi è già molto stare in silenzio, mettere una mano sulla spalla, idealmente o dal vivo, chiudere gli occhi, come mi capita spesso, replicando tale e quale l'espressione di mio padre, come la ricordo.
Di fronte al dolore altrui sto così, a palpebre abbassate, come se il buio possa contenere lo strazio, fare da scudo.
Ti sono vicino, cerco di esserlo con chiunque condivide con me un vuoto, anche se non sempre ho la capacità di comprendere quant'è vasto, profondo.
La sofferenza, pure per me, come per qualsiasi essere umano, resta un mistero, confido però in ciò che hai chiosato, concludendo il messaggio e aprendo le pagine di quello che potrebbe essere un libro: "Devo soltanto dirmelo a voce alta e darmi pace".
Darsi pace. Un dono prezioso, un riaprire gli occhi, dopo avere pianto tanto. Un regalo d'umanità, che ci meritiamo.

martedì 4 ottobre 2011

Un dono sempre "presente"

Sostiene il motto popolare che c'è più gioia nel dare che nel ricevere. Però dare resta più difficile. Questione di tasche e con i tempi che corrono soprattutto di testa: bisogna pensarci.
"Non so che regalo fare" è la frase che ricorre spesso, anche nelle discussioni in famiglia.
Ne parlavo con Roberta, la mia cugina preferita e non per il fatto irrisorio e accidentale ch'è anche l'unica (il mio cugino maschio preferito è invece suo fratello, Fabrizio).
Natale, compleanno, anniversario, matrimonio, battesimo, prima comunione, cresima...
Mille circostanze in cui a volte basta il pensiero. Il problema è averlo.
Per fortuna ora ci sono i social network, infatti ieri su Facebook ho chiesto un parere ai numerosi conoscenti e in un paio d'ore m'è arrivata una carovana di suggerimenti.
Ora non so ancora cosa regalare, ma mi sono fatto un'idea guida. Due anzi.
Primo: la sobrietà.
In un tempo di crisi, di incertezza per il futuro, spendere molto è più che sbagliato: è immorale.
Secondo: l'immaterialità.
E qui il discorso si complica. Provo a spiegarlo.
Nel passato certe circostanze (il battesimo, la cresima, i diciotto anni, cioè il passaggio all'età adulta, il matrimonio, ma anche Natale e così via) erano l'occasione per regalare gioielli, monili, preziosi, oppure - più recentemente, dagli anni Settanta diciamo - oggetti tecnologici di valore, come macchine fotografiche, televisori, computer.
La rilevanza del regalo era data dall'eccezionalità e si sceglievano cose che durassero nel tempo, che fossero un piccolo patrimonio.
L'epoca dell'abbondanza e della pancia piena, in cui viviamo, ha fatto perdere a queste cose l'importanza, perchè possiamo averle non soltanto in particolari ricorrenze ma in qualsiasi giorno dell'anno o comunque con maggiore probabilità rispetto al passato.
Cosa invece è rimasta unica, rara? L'emozione di ricevere un pensiero. Ed è questa la chiave di volta. Il futuro (e anche il presente) dei regali non sta tanto nell'oggetto, bensì nell'occasione che crea e che rimane unica. Di qui la scelta di oggetti immateriali (viaggi, corsi, biglietti di partita, teatro...). "Ma non durano, svaniscono nel volgere di pochi giorni, di ore persino?" potrebbe essere l'obiezione. Invece è l'esatto contrario: durano una vita, custodite nel cuore e nella memoria, perciò più al sicuro di qualsiasi cassaforte o caveau di banca e più disponibili all'uso della maggior parte degli oggetti che custodiamo in casa.

Foto by Leonora