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martedì 11 ottobre 2022

Ius vitae (Viva l'Italia)

“Cara Italia, perché giusto o sbagliato che sia questo è il mio paese, con le sue grandi qualità ed i suoi grandi difetti.”
(Enzo Biagi)

Tra un paio di giorni si radunerà il nuovo parlamento, il centro politico di un Paese che spesso, noi per primi, italiani, denigriamo.
Abbiamo molte responsabilità, altrettante colpe, come comunità, come popolo. Prima di tutte, forse, il cuore chiuso per la troppa abbondanza, per una ricchezza diffusa che mai abbiamo avuto, anche se la memoria dei contemporanei è sempre corta, guarda miope alle spalle, preferendo la punta del naso.
Di contro, proprio per questo, giusto non fare di tutte le erbe un fascio. Alla sordità che impedisce di udire il grido di dolore di chi emarginiamo fa eco la grandezza di gesti apparentemente scontati, banali, ma che banali e scontati non lo sono affatto.
Prendo esempio da parte di uno scritto ritrovato per caso, a narrazione della festa finale dell'anno scolastico nel mio paese, Lurate Caccivio. È di dodici anni fa, potrebbe essere di ieri l'altro. 
Le maestre "Mariella, Luisa, Manuela e Maria hanno portato quest'anno a termine il ciclo delle elementari in una scuola pubblica, organizzando uno spettacolo finale per tutte le classi quinte. Per due ore e mezzo bambine e bambini hanno intrattenuto la platea di un teatro. Se ne sono viste di tutti i colori, con ragazzi venuti dalla Tunisia e dal Ghana che hanno ballato sulle musiche di Michael Jackson ed altri che hanno preparato scenette in dialetto comasco, qualcuno s'è esibito in un'appassionata 'O sole mio, il tutto farcito di diapositive che hanno riepilogato cinque anni insieme, fianco a fianco. A un certo punto, a metà serata, tutti insieme hanno cantato l'inno di Mameli e noi, a cui viene il prurito per ogni retorica, siamo rimasti ugualmente stupiti e commossi di quell'andare in coro: bambini dai colori differenti ma accolti e cresciuti dalle insegnanti nello stesso modo. Ognuno sa da dove proviene, se da Trapani, dal Senegal o da via Umberto. Le radici per fortuna non sono recise di netto, ricordandoci che siamo frutto di una tradizione, di una cultura differente, che può essere d'ostacolo ma anche arricchire l'un l'altro. Su quel palco, cantando quell'inno, ognuno dichiarava un'appartenenza condivisa, che non rinnegava le differenti radici, semmai le radunava. Lo diciamo schietto: non ci siamo mai sentiti così orgogliosi di essere italiani, figli di un paese che offre una scuola e insegnanti capaci di far sentire ogni bambino a casa. La sua, la nostra".

P.S. Chiedo perdono per interesse privato in racconto d'ufficio se cito una contraddizione che conosco e vivo, da vicino. L'Italia è quel Paese che non riconosce a K., nato nel nostro paese e cresciuto qui, secondo le nostre tradizioni, senza metter mai piede oltre confine, diritto di avere una cittadinanza e un passaporto o anche una semplice carta d'identità valida per l'espatrio, fosse una vacanza in Spagna o accompagnarmi a camminare a sette chilometri da casa nostra, dove la Lombardia diventa Svizzera, Ticino. Al contempo, è lo stesso Paese che ha permesso a K. non soltanto di studiare, ma pure di vivere una vita dignitosa, assumendosi la maggior parte delle spese, in certi casi gravose, per farlo crescere, accudirlo.

martedì 8 ottobre 2019

Casa dolce casa (Benvenuta Ginevra)


Ginevra è un batuffolo rosa con già un ciuffo di capelli scuri e gli occhi chiusi, che dorme beata.
Poche ore fa era nel grembo di sua madre, ora è avvolta in una coperta bianca e le riposa accanto, incurante di tutto quello che le accade attorno, ignara di cosa le riserverà il mondo, la vita.
Leslie, la mamma, l'aspettava tra due settimane, ma lei non lo sapeva e ha deciso di nascere prima, ricordando a tutti che l'esistenza è un dono, non un programma, e bisogna prenderla come viene, quando capita.
Poteva nascere a Capo Verde, il paese di suo padre e di sua nonna, invece è nata qui e qui crescerà, coccolata.
"Quell'isola è un paradiso - mi ha detto un giorno sua mamma - però dopo due settimane che ci sto, mi viene una gran voglia di tornarmene a Bergamo, a casa".
La stessa sensazione mi ha riferito ieri Cristiana, che fa la barista proprio accanto i Propilei, in città bassa, ed è nata alle Mauritius. Oggi è partita e per due settimane starà là, in vacanza. "Di più no - ha aggiunto, sorridendo - perché ormai a certe cose non sono più abituata".
"Anch'io - s'è intromesso il suo collega - ad agosto sono stato in Albania, il paese dei miei, e mi è piaciuto tantissimo, ma non ci starei mai per sempre".
Mentre tornavo in redazione ho ripensato a com'è strana questa cosa: corriamo e ci affanniamo qui, dicendo che non ce la facciamo più, anelando un posto tranquillo, "a misura d'uomo", dove vivere beati, con poco o nulla, e quando abbiamo un posto con poco o nulla, dove nessuno corre e campa senza fretta, non vediamo l'ora di tornare qui, poiché quella vita ci sta stretta.
Un paradosso inspiegabile o forse comprensibilissimo, se si tiene conto che ampio e stupendo a modo suo è ogni angolo di mondo e profonde le radici che ci legano alla terra dove siamo nati o cresciuti, ma più forte ancora l'asola che ci tiene stretti a quel lembo di terra in cui siamo capitati o che ci siamo scelti e che chiamiamo casa.

giovedì 15 gennaio 2015

Il presidente che vorrei

Foto by Leonora
Il presidente della Repubblica che vorrei è un'idea, mentre io preferisco le persone, con tutti i loro limiti e orizzonti, capaci di errori, riconoscendoli, e di gesti nobili, senza vantarsene troppo.
Tutti fanno identikit in questi giorni e la tentazione ce l'ho anch'io. Vorrei ad esempio che avesse l'intelligenza e la competenza del mio amico Angelo, che è come Wolf e risolve problemi, ma non della gente che spara, bensì delle aziende in crisi, tagliando ciò che deve essere tagliato e salvando il salvabile. Cinquant'anni tra l'altro li compirà tra una settimana dunque avrebbe pure i requisiti per essere eletto (io l'imbeccata l'ho data, non dite che non faccio proposte di alternativa democratica). Non mi dispiacerebbe altresì che il prossimo presidente fosse una donna (e qui Angelo, lo ammetto, latita) perché negli anni ho imparato a non fare differenze ma delle differenze ci sono, delle pecularietà che noi maschi non abbiamo, mentre nel genere femminile abbondano. Alcuni hanno un'accezione poco positiva. Per dire: una certa tendenza alla pignoleria, e una propensione alla buona memoria che in certi casi ostacola il perdono, che invece è fatto anche di questo, di svagatezza, di una distrazione sana. In compenso il più delle volte dimostrano una serietà e un'integrità che io mi sogno, al pari di una disposizione a "mandare avanti le cose", facendo di necessità virtù.
Sull'età non ho riserve, poiché ammiro la saggezza portata in dote dalla vecchiaia e al tempo stesso il coraggio ai limiti della sfrontatezza che viene dall'inconscienza di chi è giovane, di chi non si è scottato mettendo le dita sulla stufa, di chi non sa che quella cosa è impossibile e la fa. Non ho riserve sull'età, piuttosto un desiderio contingente: reduce dai Ciampi e dai Napolitano, se fosse un "cinquantino" - per dirla con Camilleri - preferirei (Angelo li compie settimana prossima: si è capito?).
Il carattere, quello sì, un presidente deve averlo. Non brutto. Schietto. Sincero, di parola, coerente senza essere ottuso, che sia disposto ogni tanto a chiudere un'occhio e abbia in casi estremi il volo alto del ripensamento. E che sia l'incarnazione del senso dello Stato. Non della ragione di Stato, del senso: di un bene più grande di ogni singolo individuo ma proprio per questo incapace di ignorare la libertà, la sicurezza, la felicità di ciascun cittadino, non come entità astratta, bensì con un nome e cognome, Alberto, Ludovico, Anna, Spreafico, Colombo, Caruso, uomo, donna, bambino.
Ma se c'è una caratteristica che proprio dovrebbe avere, che se mancasse sarebbe un disastro, è questa: essere il presidente di tutti. Non di una parte, neanche della migliore o di quella che pensa di essere tale o che tale reputo io. No. Dovrebbe essere una persona a cui l'avversario, qualunque avversario, o chi semplicemente la pensa diversamente da lui, non fa schifo.
Sarebbe già sufficiente questo. Sempre che non vogliano eleggere Angelo.