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domenica 7 gennaio 2024

Lo scarto (Granelli d'opportunità)

“Il viaggio d’una vita non corrisponde a un piano carriera”.
L’ho letto in un libro e lo riporto qui, sentendolo corretto, giusto, vero, in un tempo in cui pretendiamo che tutto - per primi noi stessi - funzioni perfetto, senza incepparsi, un tentennamento, un giro a vuoto, un guasto.
Una perfezione a immagine e somiglianza dell’unico mondo che sappiamo creare e che non ci siamo trovati, un mondo di “macchine” o, per parlar del contemporaneo, di programmi di computer, di algoritmi, catene infinite di simboli numerici che basta un punto o una virgola fuori posto per bloccare tutto.
Nella vita reale accade il contrario: è sempre l’errore, la stortura, il granello nell’ingranaggio che permette un salto in avanti o in alto. Guarda caso chiamiamo con lo stesso nome, “scarto”, sia ciò che ha poco valore e si butta, si elimina, e uno spostamento laterale, brusco, improvviso.
L’errore, lo sbaglio, la debolezza, l’assurdità, la svista, il malinteso, non sono vergogne o sentenze che inchiodano alla croce, bensì limiti da accogliere e possibilmente trasformare, in opportunità.
Un buon motivo per essere esigenti, ma non severi, nei confronti di noi stessi e degli altri.

P.S. Il professor Lombardi Vallauri, all’università, prendeva spunto dall’inglese e insisteva parecchio sul valore del verbo “realizzare”, cioè comprendere pienamente, rendersi esattamente conto.
Momenti così ne abbiamo tutti, il più recente per me è stato scoprire che da che l’essere umano può definirsi tale sono passate ventimila generazioni.
In pratica, ventimila anelli di catena, ventimila padri e nonni uno in fila all’altro, di cui soltanto gli ultimi cinquecento cacciatori o agricoltori, il resto ancora impegnato a restare sugli alberi, a destreggiarsi tra rami e foglie in qualche foresta pluviale a decine di migliaia di chilometri da dove abito adesso.
E io, che domani da qui partirò, alla volta di un'altra città, di una nuova sfida lavorativa, mi sento piccolo piccolo, ma pure sollevato, che per quanto possa essere inadeguato o sbagliare, non ne risentirà l'umanità e men che meno il pianeta.

domenica 7 luglio 2019

Meno paure (Siamo più grandi dei nostri errori)


Vi osservo, da lontano. Mi hanno insegnato che l'ideale per chi vuole educare è stare un passo indietro, ne faccio anche due, tre, cento, cercando l'acrobazia più improbabile: esserci, pure quando non ci sono.
Non sono perfetto, lo so, lo sapete, ed è un peso al netto, poiché il peggio di me lo tengo nascosto, un po' per proteggervi, un po' per codardia, perché siamo tutti leoni finché non ci inoltriamo nel bosco.
Penso ai maestri che ho avuto, a mio padre soprattutto, ai suoi molti difetti e al pregio di dare raramente ordini, di imporre nulla o poco, concedendo autonomia, mai sostituendosi a me, neanche quando era certo avessi torto. Riusciva a farsi obbedire, con l'esempio, parlando al momento opportuno, non urlando, abbassando semmai di un tono la voce quando voleva essere ascoltato.
 "Si fa così" è una frase che da lui ho sentito di raro, "devi fare così" ancora meno. Non aveva studiato, non era istruito, aveva la saggezza delle persone di spessore, che sentono ciò che non sanno, che sanno anche quanto non conoscono.
Vi osservo, da lontano. Ciascuno con il proprio stile, con un filo tenue che vi accomuna e che colgo soltanto prestandovi attenzione. Non siete migliori degli altri, dei ragazzi della vostra età, ma il meglio di voi credo abbia origine nell'imperfezione di chi vi ha preceduto, di chi non può essere posto su un altare e inciampa ogni giorno, comprese quelle piccolezze che rendono così piccino l'essere umano. Un trampolino, per voi, uno sprone a essere diversi e nel contempo una polizza d'assicurazione, poiché gli sbagli sono il mezzo attraverso cui impariamo ("Ogni errore è una possibilità educativa" ripete sempre Paolo) e di sbagliare non dovreste aver paura mai, se non per il male che si prova quando si sbatte il muso.
Vi osservo, da lontano. E ad essere sempre più "lontano" da voi, dai miei figli, mi alleno. Perché se è vero - com'è vero - che si diventa adulti soltanto quando si resta senza genitori, le nostre generazioni hanno un problema di sfasamento: rischiamo di rimanere figli - con le conseguenze positive e negative del caso - fino ai sessanta o settant'anni, quando ormai le scelte di un'esistenza sono state prese o rinviate, del tutto, senza appello.
Ecco perché occorre trovare un nuovo equilibrio, un coraggio maggiore nel prendersi responsabilità, nell'ottenere autonomia, nello "stare in piedi" da soli, insomma, con meno timori e nessun imbarazzo.

P.S. Ho citato una frase di Paolo Ferrari. Lavorandoci assieme ormai da anni potrei scriverne un libro, se soltanto avessi più intraprendenza e fossi meno pigro. Anche che "per educare è necessario stare un passo indietro" l'ho imparato da lui. Così come questa: "Se io educatore non credo che l'altro sia più grande dei suoi errori, non posso educarlo, perché non esisterebbe lo spazio educativo, di crescita. Lo spazio educativo lo si offre, rischiando, fidandosi del fatto che l'altro possa crescere".
Fidarsi, rischiare, sbagliare, imparare. Vorrei saperli declinare al presente, ogni giorno, con i miei figli e non solo.