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mercoledì 15 febbraio 2012

La rivoluzione incompiuta (e la pancia piena)

Salto a pié pari San Valentino, anche perché sono stato romantico quanto una scatola di pomodori pelati scaduti da un anno, rovinando quel poco d'atmosfera che c'era. Tu chiamala se vuoi esperienza.
Una boccata d'aria fresca, dopo una giornata di decisioni ardue, l'ho avuta invece questa sera, al birrificio di Como, dove i blogger di Como e dintorni si sono riuniti attorno alla tavola. Era una mensa lunga, forse troppo, con conseguente difficoltà a chiacchierare con tutti. Con Elena, Mauro, Giovanni e Frenz ho parlato a lungo, con gli altri nulla e mi spiace perché sarei stato ad ascoltare tutti, in particolare i due Luca (Zappa e Mascaro), Gaspar e Andrea. Pazienza. Ci rifaremo in qualche altra circostanza, magari prendendo armi e bagagli (tradotto: smart phone, iPad e un trolley, massimo) e andando insieme al prossimo State of the net di Trieste.
Un passaggio però devo farlo, per mettere in paragone il primo Pizzablog comasco, nel novembre di ormai cinque anni fa (qui trovate la prima, la seconda e la terza puntata) con il ritrovo di poco fa. Certo l'affiatamento è maggiore, il contatto iniziale s'è trasformato in amicizia autentica e questo è di per sé un dono immenso, però rispetto ad allora è quasi del tutto scomparso l'incanto del ritrovarsi insieme, con la consapevolezza di vivere un passaggio epocale, unico. Cinque anni fa ci sentivamo avanguardia fortunata di un mondo che cambiava, pionieri indomiti sulla cresta dell'onda. Oggi siamo tutti un po' più seduti, paciosi, sazi persino. Eppure... C'è un eppure che balla. E' quello della rivoluzione incompiuta, di un mondo che corre veloce e della voglia - da rinnovare ogni giorno - di restare in sella, di essere continui protagonisti dei cambiamenti e non di fermarsi al bordo della strada. La prossima volta, perciò, niente tavola imbandita, ma pane, acqua e computer tolto dalla fondina.

venerdì 7 ottobre 2011

L'orso (non) ammaestrato

Incappo per caso in qualcosa che ho scritto qui, quattro anni fa, e che mi ero completamente scordato. Il post di cui parlo ha per titolo "Un mese da orso", racconta i primi trenta giorni da blogger e a rischio di imbrodarmi ammetto che mi è piaciuto.
"Dev'essere un tipo in gamba" penserei, se non sapessi di essere io, che in gamba mi vedo sì, ma di legno, come chiunque abbia un minimo di pudore e conosca il limite del proprio recinto.
In ogni caso, sull'esperienza del diario on line sottoscrivo per filo e per segno tutto ciò che ho messo allora, anche se non immaginavo di trovarmi qui, quattro anni dopo, a guardare la pila dei miei pensieri dall'alto, riconoscendomi in ciascuno senza ricordare per altro di averlo scritto.
Se c'è un cruccio, piuttosto, è che nella massa molto si perde e anch'io per molto tempo sono stato distratto, titolando male, non mettendo tag, parole chiave che permettessero di riconoscere rapidamente temi ed argomento.
L'orso però ora s'è fatto più socievole, a suo agio nella foresta che s'è scelto, pur se ha l'ostinazione e l'ardire di pensare di non essere ammaestrato, di percorrere sentieri in assoluta libertà, ch'è poi il pensiero che avevo quando questo blog è nato.

Foto by Leonora

martedì 20 settembre 2011

Fiocco azzurro (blog Sette giorni)

Oggi è un giorno speciale: sono diventato di nuovo padre.
No, niente carne della mia carne, il figlio di cui parlo si può vedere e persino toccare, anche se nell'essenza è impalpabile.
Sto parlando di un blog, che da oggi affiancherà questo. Si intitola Sette giorni (dal nome della rubrica che da tre anni tengo la domenica, sul giornale) e rispetto alle Venti righe sarà più professionale, non soltanto perché fa parte del sito de La Provincia, ma anche per il fatto che mi concentrerò su argomenti legati alla cronaca della città in cui abito e ai temi del presente e futuro dell'informazione.
Sul resto ho poco da dire e molto da scrivere: nei prossimi giorni, mesi, anni.
Aggiungo soltanto una curiosità, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, inducendomi ad aprire un nuovo blog, proprio nei giorni in cui ci stavo pensando ed ero anche un poco indeciso sull'opportunità di farlo o meno. Poi, domenica scorsa, tornando dalla partita di Giacomo sono passato dalla cucina di mia madre, trovandola intenta a leggere. Non un libro, un quotidiano di carta, un giornale, bensì l'edizione su iPad de La Provincia, con una naturalezza, una facilità da lasciarmi basito. Non solo. A un certo punto Giorgia, undici anni, voleva guardare anche lei, ma l'applicazione si è chiusa e non riusciva a raccapezzarsi. In suo soccorso è tornata la nonna, che ha preso l'iPad, ha toccato lo schermo e le ha detto: "E' questo il bottone, se metti un dito qui si apre".
Non ho avuto parole. "Il futuro è già qui - ho pensato tra me e me - non possiamo più perdere tempo e aspettare". Sette giorni è nato lì, una mattina grigia eppure luminosa di settembre.

Foto by Leonora


venerdì 25 marzo 2011

Il prezzo della credibilità (blogger, giornalisti e affini)


Scrivo poco, ma non è colpa mia. Un guasto alla Telecom ha tolto la linea Adsl da casa mia, impedendomi di fatto di aggiornare il blog quando di solito lo faccio: terminato il lavoro, la sera. Il lato positivo è che ho riscoperto il piacere della lettura dei libri, che nelle ultime settimane avevo sacrificato perdendomi nel mare magnum della rete informatica, scoprendo nuovi blog, compagni di viaggio incredibili, capaci di farmi appassionare alle loro vite, togliendo però un poco di spazio alla mia. Ho constatato quanto sia vero ciò che diceva Luca (Mascaro) sulla divisione del "tempo media". Per amor di precisione trascrivo le sue parole: "Quello che stiamo realmente osservando negli ultimi anni è sì un frazionamento del tempo media ma anche un'effetto di concorrenza dell'attenzione. In pratica quello che accade e che usiamo sempre più media nello stesso momento (l'iPad davanti alla tv, il telefono mentre leggiamo il giornale, etc...) e dunque l'effetto non è solo quello della riduzione di tempo ma anche della riduzione di attenzione". Parole sante. In attesa di tornare ad occuparmi di vicende personali (la primavera! Quant'è bella la primavera, ch'è arrivata così prepotente, verde, coi primi fiori rosa, e il sole e il tepore nell'aria?) appunto qui una questione che mi appassiona: il rapporto tra i blog e stampa. Essendo blogger convinto, oltre che assiduo, ma anche giornalista, mi sono convinto che i due strumenti non siano alternativi, bensì possano e debbano integrarsi a vicenda, per offrire un'informazione il più possibile libera e completa. Non è una teoria che professo, bensì la traduzione di ciò che avviene nella pratica. Sul giornale non pubblico ciò che scrivo sul blog e viceversa, lasciando soltanto alcuni punti di contatto, cerniere o punti di sutura tra mondi simili ma distinti.

Sulla grandezza ma anche sulla debolezza ho trovato parole spietate e pure efficacissime su Prima Comunicazione, dove l'autrice della rubrica "Fashion Victims" scrive: "Sono finiti gli stilisti, sono rimaste le aziende che fanno guadagni, sono finiti i giornali sono rimasti i blogger che fanno pietà. Ormai non c'è più sfilata che non veda uno di questi ragazzi (le ragazze meno) vestiti più o meno da donna che sono seduti in prima fila, osannati e riveriti dagli stilisti e anche dalle giornaliste che non capiscono che rappresentano la loro fine finale. Anche io, vecchia scema, pensavo all'inizio che con loro l'informazione di moda sarebbe diventata più seria. Speravo che loro avrebbero potuto dire quello che volevano senza peli sulla lingua, che avrebbero potuto criticare gli stilisti e le aziende. E invece vedo che non è così. Vedo che i blog sono pieni solo di "J'adore" e "I love", di "Amazing" e di "Wonderful". Mai una critica, mai una notizia vera. E poi ho capito che il sistema ingoia chiunque. Basta un posto in prima fila al più spregiudicato ragazzino asiatico per metterlo a tacere su qualsiasi indiscrezione. Basta regalargli una pelliccia io un cappottino di serpente per comprarselo a vita. Basta una foto sul giornale per fargli credere che è uno che conta(ma come, non dovevano distruggere per sempre la credibilità della carta stampata? E invece sono loro che ci credono per primi). Qual è l'apporto venuto da loro? (...) Mi ricrederà quando qualcuno di questi che si farebbero ammazzare per l'ultima mantellina di Chanel inventerà qualcosa di simile a quello che ha inventato Samuel Irving Newhouse, o Edmund Farchild o, più modestamente, Angelo Rizzoli e Edilio Rusconi".

Io sono meno pessimista, ma il pericolo evocato da Fashion Victims non è campato per aria. Esiste però un sistema per risultare credibile: non accettare regali. O, se proprio il caso, dichiararli, non tacerli. Se il sistema vuole comprarti, si abbia almeno il coraggio di mettere il prezzo in vetrina.
Foto by Leonora