Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
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sabato 25 agosto 2018
Ottocentottantotto (Caro amico ti scrivo)
Non hai volto e ne hai mille, insieme. E sia che conosca il tuo nome o che mi sia sconosciuto è per te (e per me) che metto queste parole in fila, cercando ogni volta di cavarne qualcosa che meriti di restare nero su bianco, ignorando le inesorabili leggi del cosmo ("tutto ciò che c'è di importante è già stato scritto e comunque tutto, ma proprio tutto, finisce per essere dimenticato") e aggrappandomi a quel bisogno innato nell'essere umano, di comunicare, di entrare in relazione l'uno con l'altro.
Tre otto. Un numero che a pronunciarlo riempie la bocca, costringendo la lingua a battere a mitraglia tra denti e palato: ottocentottantotto.
Ottocentottantotto, i post che finora qui ho pubblicato, tanti da far invidia a un Diderot o a un Tolstoj, senza averne per fortuna l'ambizione e il talento.
Scrivere è stata la scintilla, la molla a scatto per farmi diventare ciò che sono: un lettore onnivoro, accanito.
C'è stato un tempo in cui per mestiere e per diletto scrivevo un sacco. La vena non si è inaridita, basta uno spazio bianco, vuoi di fronte a un computer, vuoi sul display del telefonino, affinché le sillabe si compongano da sé, lasciando alla ragione e all'orecchio l'attività di cesello.
Alla scrittura e alla lettura debbo molto, principalmente la capacità di ragionare con la mia testa, di formarmi un pensiero proprio, coltivando le virtù alle quali sono più affezionato: l'apertura mentale, l'insistenza del dubbio, la tolleranza nei confronti di chi è differente da me, il desiderio di conoscere, la capacità sintesi e di approfondimento, l'indispensabilità del dialogo.
Perciò continuo a leggere molto (nelle ultime settimane "Il Conte di Montecristo", "Paolo VI, una biografia", "Il lupo della steppa", "Un eroe borghese") e a scrivere, non più per mestiere, soltanto per il piacere di creare un filo rosso e di tesserlo, intrecciandolo con le storie di chi passa di qua e butta un occhio.
Se procedo a ritroso e lo osservo dall'alto noto gli argomenti variegati, gli stili diversi che compongono questo blog, che in quasi undici anni mi accompagna fedele, senza pretendere troppo. Ultimamente la forma che preferisco, direi l'unica che non stride con un certo cinismo o disinganno che si è andato formando, è quella dell'epistola, della scritto indirizzato a qualcuno.
L'ho già fatto nei mesi recenti e vorrei continuare, nel futuro prossimo, con maggior costanza e senza tentennamento, inviando lettere senza spedirle, omettendo talvolta il nome, mai il volto - almeno nella mia testa - a cui sono indirizzate.
"Caro amico ti scrivo", insomma, così non mi distraggo, neanche un po', e la persona rimane saldamente al centro, senza che l'idea prescinda da tutto, prendendo ottusamente il volo.
domenica 23 marzo 2014
Generazione Giorgia
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| Foto by Leonora |
Sorrido, notando la coincidenza con ciò che sto leggendo io, l'intervista a Mauro Moretti, amministratore delegato di Fs (Ferrovie dello Stato), sul rifiuto all'ipotizzato taglio degli stipendi ai manager di aziende pubbliche. Parole che non fanno una grinza: il mercato non riconosce Stato o privato, mira all'efficienza finalizzata al profitto. Mi turba lievimente il verbo "pigliare", che usa per indicare quanto prende lui e quanto invece i suoi colleghi all'estero e i vari politici ("pigliare" evoca colui che prende, arraffa, si accaparra) ma è una sottigliezza.
Ciò che invece stride, per come la vedo io, è il ricondurre tutto al denaro, il soldo come misura di tutte le cose, compreso il merito, il servizio, la bravura.
Non sono pauperista, non pretendo che si debba vivere in una società dove la livella è imposta dall'alto, non credo esista un giusto e un superfluo oggettivo e sono consapevole che ciascuno ha le proprie aspirazioni, desideri anche materiali per cui è disposto a fare sacrifici, a impegnarsi giorno e notte e guadagnare e spendere quanto per me è una follia oppure anche solo accumulare ricchezza, come zio Paperone, per il gusto di sedere sopra una fortuna, facendone il proprio dio, l'orizzonte di vita.
A Giorgia però, che intanto continua ad ascoltare musica (ora è il turno di Happy, di Pharrell Williams: un'altra coincidenza!) vorrei insegnare che nella vita c'è altro, che più di uno stipendio alto conta un lavoro che soddisfa, che ti fa andare a letto contento la sera, per il semplice motivo di averlo fatto bene. Vorrei dirle che essere appagati vale più di essere pagati, che per lei sogno un'esistenza piena, in cui ciò che vale conta più di quanto ha prezzo, che nessuno è più ricco di colui o colei che si accontenta di ciò che ha, che il poco desiderare è una fortuna maggiore del molto possedere.
Mi piacerebbe che fosse brava in ciò che farà e vorrei farle capire che oltre al denaro esiste un'altra moneta: la riconoscenza altrui, la stima, la soddisfazione personale, il mettersi al servizio per una causa che si ritiene buona, giusta. Vorrei che il "no profit" fosse per lei e per gli altri miei figli e per l'intera loro generazione, uno stile di vita, ribaltando la gerarchia che da decenni ci regola e, in molti casi, ci alliena, ci annienta.
venerdì 21 ottobre 2011
Cattedrali senza religione e pane con il sale
Lo so, è più una provocazione che un proposito ma la trovo di cattivo gusto egualmente. Mi riferisco ai messaggi su Facebook, ai diagrammi a volte lisci, a volte gassati o Ferrarelle che pullulano sul web e fanno la conta di chi è stato fatto fuori (Saddam, Osama, Gheddafi) mettendo con prossimo della lista di cui si attende la fine Silvio Berlusconi.Non m'importa di passare per bacchettone, prendendo per serio uno sberleffo, seppur greve.
Silvio Berlusconi, più che un dittatore o un criminale, in politica è un pasticcione. Probabilmente perché paga colpe non sue, quasi certamente perché credi che basti essere un uomo di successo per sollevare le sorti di un intero paese. Sta di fatto che per ogni passo avanti ne facciamo tre indietro, incapaci di rispondere efficacemente alle sfide che ci pone il tempo presente, figuriamoci quello futuro.
Un esempio su tutti: la scelta del governatore della Banca d'Italia. Ha impiegato più lui a indicare un nome che Carla Bruni a portare a termine la gravidanza e dare alla luce una bimba che appena nata fa già discutere per il nome (Dalhlia o Giulia, ma sempre con l'accento sulla a).
La realtà è che, Berlusconi o non Berlusconi, non si capisci più chi guida il paese e anche l'Europa, il mondo intero. Non sono più i capi di stato, né i militari, com'è stato nei secoli passati. Probabilmente sono i gruppi di interesse, ma tanto eterei ed evanescenti ch'è impossibile dare loro un volto, un cognome.
Abbiamo lasciato che il denaro diventasse la misura di ogni cosa ed ora l'economia detta legge. Una legge che non si cura del giusto o dello sbagliato, ma soltanto dell'utile. Allora non è Berlusconi il nemico, né colui che può risolvere le cose.
Le cose possiamo risolverle noi, ristabilendo una diversa scala dei valori, riportando il denaro a una più modesta dimensione e riscoprendo il dono, il tempo, la sapienza, la gratuità e tutti quei comportamenti buoni che assomigliano a un seme: danno frutti, purché ci sia pazienza.
La Bce, l'Fmi e tutte quelle spoglie cattedrali senza religione potranno imporci un punto in più dell'Iva o una tassa persino sul pane, ma non potranno impedirci di dividerlo quello stesso pane, di mangiarlo con gli amici, magari con un filo d'olio e un pizzico di sale, chiacchierando attorno a un tavolo, al chiuso d'inverno e sotto il sole, s'è estate.
Foto by Leonora
mercoledì 21 settembre 2011
Il valore dell'aria
Paola ha scritto al post precedente un commento bellissimo, di cui qui riporto il finale: "La crisi? E' una piega sulla fronte, un pensiero che attraversa la mente mentre vedi che un paese così bello come il nostro si arena in un pantano di fatti pesanti, di stupide (offensive) parole intercettate e in un modo di pensare, di vedere la vita, le donne, la famiglia, il futuro che non mi rappresenta (non ci rappresenta). La crisi è questo pensiero che continua, ancora, ancora e ancora a non avere voce."Scrivo "crisi" e penso immediatamente, riflesso condizionato, a una questione di soldi.
Vorrei per un istante che sparissero ma non dalla banca (dove purtroppo se ne vanno davvero, cicala ingorda che dilapida anni e anni di formichina) bensì dalla testa.
Vorrei che nell'agenda degli interessi tornassero in testa quei valori immateriali che sono come l'aria che respiriamo: necessaria, indispensabile alla vita eppure data per scontata, tanto da neanche accorgerci che esiste.
Ne parlavo poche ore fa con una persona che non voglio nominare e che nel corso degli anni ha avuto una bella vita: auto, moto, barche. La cassa però s'è prosciugata e oggi l'ho sentito dire: "Al mattino esco senza soldi, così non li spendo, eppure sono felice lo stesso, godo più le cose semplici".
Per farlo, ha dovuto toccare il fondo, finire in ginocchio e persino subire umiliazioni.
Faccio un passo indietro, all'intervista di Terry De Nicolò e alle pecore che vivono a duemila euro al mese. Io le pecore e i leoni non li giudico dai soldi, ma dalla capacità di essere sereni, dalla saggezza nell'affrontare le cose, dalla stima che raccolgono tra chi li conosce bene, dal ricordo buono che lasciano.
Finiamola di mettere al primo posto i soldi, torniamo ad imparare come riuscire ad essere soddisfatti, felici, scoprendo particolari ora spesso lasciati nello sgabuzzino (gli affetti, le relazioni, la curiosità di imparare, il far funzionare il cervello, il culto della memoria, il gusto del bello, il sapore delle pietanze genuine...) e assaporandoli esattamente come quando dopo esser rimasti a lungo senza fiato sentiamo l'aria scendere nei polmoni.
Foto by Leonora
Vorrei per un istante che sparissero ma non dalla banca (dove purtroppo se ne vanno davvero, cicala ingorda che dilapida anni e anni di formichina) bensì dalla testa.
Vorrei che nell'agenda degli interessi tornassero in testa quei valori immateriali che sono come l'aria che respiriamo: necessaria, indispensabile alla vita eppure data per scontata, tanto da neanche accorgerci che esiste.
Ne parlavo poche ore fa con una persona che non voglio nominare e che nel corso degli anni ha avuto una bella vita: auto, moto, barche. La cassa però s'è prosciugata e oggi l'ho sentito dire: "Al mattino esco senza soldi, così non li spendo, eppure sono felice lo stesso, godo più le cose semplici".
Per farlo, ha dovuto toccare il fondo, finire in ginocchio e persino subire umiliazioni.
Faccio un passo indietro, all'intervista di Terry De Nicolò e alle pecore che vivono a duemila euro al mese. Io le pecore e i leoni non li giudico dai soldi, ma dalla capacità di essere sereni, dalla saggezza nell'affrontare le cose, dalla stima che raccolgono tra chi li conosce bene, dal ricordo buono che lasciano.
Finiamola di mettere al primo posto i soldi, torniamo ad imparare come riuscire ad essere soddisfatti, felici, scoprendo particolari ora spesso lasciati nello sgabuzzino (gli affetti, le relazioni, la curiosità di imparare, il far funzionare il cervello, il culto della memoria, il gusto del bello, il sapore delle pietanze genuine...) e assaporandoli esattamente come quando dopo esser rimasti a lungo senza fiato sentiamo l'aria scendere nei polmoni.
Foto by Leonora
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