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domenica 9 giugno 2024

Mal educati (Più socialità, meno social)

“Papà, mentre leggevo mi tremavano le mani”.
Rabbia, sgomento, delusione, fanno quell’effetto lì. Se ne sono accorti anche i miei figli, incappando in uno dei post a più alto tasso di cattiveria di una campagna elettorale che finalmente s’è chiusa, insieme alle urne, ieri sera.
E se ne parlo adesso, in questo tempo sospeso in cui le urne delle Comunali sono sigillate e non si sa nulla, è perché se lo avessi fatto prima sarebbe stato letto come favorire qualcuno, mentre dopo potrebbe suonare come rancore da sconfitta o supponenza da chi l’ha spuntata.
A me invece del voto importa relativamente.
Ho appoggiato Isabella con convinzione, perché so quanto vale, dopo aver capito che le mie insistenze affinché lasciasse perdere restavano inascoltate, cercando di stare comunque fuori dalla mischia, senza tifo da stadio, considerato l’alto livello di virulenza.
Se scrivo questo post è proprio per cavarne una lezione sull'utilizzo dei social, per mettere in guardia su quanto siano pericolosi, se non ci si educa ad usarli, se lo si fa in maniera superficiale o maldestra.
E non mi riferisco ai ragazzi, bensì agli adulti, a quelli della mia età, perché siamo proprio noi i più esposti al pericolo, cresciuti in un'altra epoca e incapaci ora di utilizzare certi strumenti con piena coscienza.
Ogni volta che vediamo qualcosa su Facebook, prima di mettere un like o commentare, dovremmo leggere con attenzione e pensare: questo frase la direi guardando l'interessato o l'interessata negli occhi, se l'avessi qui davanti, di persona?

P.S. Sui post specifici non aggiungo nulla, si commentano da soli. A lasciarmi mortificato sono stati i commenti d’appoggio e i “like”, messi da persone che considero amici e amiche, che ho sempre stimato o a cui Isabella sono certo non abbia fatto nulla. Non pubblico qui l'elenco, perché voglio evitare l'effetto "lista di proscrizione", ma a loro, in privato, lo farò sapere.
I miei figli e chi mi conosce bene infatti sanno che non sono buono di natura, che sono nervoso, anzi, e collerico, talvolta. Però sanno anche che uno dei principi che da quasi cinquantotto anni mi fanno da bussola e che spero di non perdere mai, è il non avere nemici e salutare sempre con il sorriso, e parlare con tutti, senza mai portare rancore con nessuno, né dover abbassare gli occhi per astio o vergogna. L'unico modo per riuscirci, per andare oltre, è non tenersi dentro nulla, dire le cose schiettamente, in maniera personale, diretta. Perché perdono esiste soltanto quando c'è giustizia, altrimenti è soltanto ignavia. O indifferenza.

lunedì 2 ottobre 2023

L'uomo nel mezzo (M'è capitata bella)

Il destino, oltre ad essere ineffabile, è pure beffardo.
Sia messo agli atti, a imperitura memoria: per mettere alla prova il mio noto spirito ottimistico nei confronti dell’essere umano, dell’umanità in sé e il convincimento sul suo progressivo “addomesticarsi”, diventare più gentile, tollerante, “umana”, appunto, ha fatto sì che mio figlio diventasse... arbitro.
Di calcio.
Non occorre aggiungere altro.
Qualcosa forse sì, potremmo aggiungerlo, così, per sport, per condividere più il divertimento che la rabbia, l’incredulità, lo sgomento, la delusione, la stizza nel sentire panciuti cinquantenni che non correrebbero di fila più di un minuto, mamme che il pallone sanno a malapena ch’è rotondo, nonni che a fatica si reggono in piedi, spesso aiutandosi aggrappandosi alla rete di recinzione a bordo campo, non cessando però di imprecare, sgolarsi, insultare con ostinazione e rancore profondo.
Il lato positivo - perché c'è sempre un aspetto positivo, in tutto - è che così alleno me stesso alla tolleranza, allo spirito zen, alla comprensione profonda dell'animo umano, incluso bassi istinti e diffusa ignoranza, ricordando che le persone sono quello, ma pure molto altro.

P.S. "Idiota", Mongolo", "Bastardo", "Capra", "Cretino", "Deficiente", "Venduto", "Fighetta"... Potrei continuare a lungo, con l'aggravante che finora, ad un anno esatto dal suo esordio (l'1 ottobre 2022), un po' per fortuna, un po' per suo talento, non c'è stata partita che sia una terminata in malo modo ovvero con proteste e lamentele dissennate e corali, al di là di qualche urlo, qualche epiteto più o meno volgare, variopinto. E anche quando le orecchie sentono gli insulti che gli rivolgono contro, il cuore non smette di essere fiero di quel ragazzo solo, in mezzo al campo, che (come altri ragazzi e ragazze) per pochi spiccioli e molto impegno, compie il proprio dovere, crescendo innanzi tutto come essere umano.

venerdì 29 settembre 2023

Cinque certezze (Più una)

“Non preoccupatevi se sbagliate, perché non è quello che traumatizza i figli. Li traumatizza piuttosto l’impressione che la loro casa sia costruita sulla sabbia e che basti un filo di vento per portare via tutto”.
Franco Nembrini

Le sabbie mobili. Quante volte, quanti giorni, nella vita, ci sentiamo così, come se affondassimo i piedi in assenza di una base solida su cui appoggiarsi, dove non si trova appiglio.
E la spinta, la mano che ancora trascina più a fondo è il racconto che ci viene fatto di ciò che non va bene, le brutte notizie, le crisi, i delitti, le guerre, le pandemie.
Narrazioni all’ingrosso, ma pure problemi al dettaglio, quelli con cui ci troviamo a convivere, in prima persona, ogni giorno: le crisi famigliari, il senso di solitudine, di smarrimento, la precarietà del lavoro, l’inquietudine dell’oggi, l’ansia per il futuro, l’erosione delle certezze…
Già. Le certezze. Le certezze sono o dovrebbero essere le strutture di palificazione, le fondamenta profonde in grado di sostenere la nostra esistenza al di là o, meglio, al di sopra delle sabbie mobili.
Quali sono allora, quali possono essere le nostre certezze, le sicurezze degli uomini e delle donne oggi?
L’elenco è aperto e personale: si recita a soggetto.
Io, da par mio, per non esagerare, ne indico quante se ne contano sulle dita di una mano.
Primo: la famiglia, le amicizie, le relazioni, i legami umani più stringenti e profondi, quelli con cui stiamo bene, certi di essere accolti, amati, cioè apprezzati al di là e pure al di qua dei nostri difetti. Le persone insomma sulle quali poter contare, che sappiamo “esserci”, in mille circostanze, dalle più serie (una malattia, un debito…) alle più banali (si buca una gomma, devo spostare un divano…).
Secondo: il senso di appartenenza a una comunità (ecco perché le trasformazioni fanno paura, perché ho la sensazione che la comunità in cui vivo non sia più la mia).
Terzo: la consapevolezza di far parte di qualcosa di misterioso, ma non insensato. Per qualcuno è Dio, per altri la natura, l’anima del mondo, la matematica dell’universo… Io dico semplicemente quel qualcosa, quella voce, che ciascuno sente dentro sé, in quel luogo chiamato “coscienza”, l’io, l’interiorità.
Quarto: la convinzione che - sia che tutto risponda a un disegno misterioso, sia che nel nulla cosmico sia immerso il mondo - è la fortuna (il caso) che fa la differenza, per cui tanto vale disporsi di fronte alla realtà con un certo “fatalismo”, imparando sì a ribellarsi all’ingiustizia ma accettando pure che l’ingiusto esista, per cui la canna che si piega al vento è meglio del tronco spezzato al fragore dell’uragano.
Quinto: l’essere umano in fondo aspira al bello, al buono e il male, che pure esiste, non ha mai l’ultima parola, perché anche da esso, sempre, prima o poi, nasce il bene.
A pensarci, non è poco.

P.S. "Non preoccupatevi di sbagliare". Un’affermazione rassicurante, quanto liberatoria. Non per tutti, soltanto per le persone più attente, sensibili, quelle che vanno in crisi facilmente. Per esse aggiungo un’ulteriore “certezza”: la capacità di essere indulgenti, per primi nei confronti di se stessi, accettando fragilità e debolezze, concedendosi tregua, se necessario. Sapersi perdonare, infatti, per uscire dalle sabbie mobili spesso è il primo passo.

venerdì 1 settembre 2023

Comincia per D (Il valore della diversità)

"Se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi ad un uomo. Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi a una donna".
Margaret Thatcher

Detesto lusinghe e adulazioni, diffido delle generalizzazioni, credo profondamente nel valore della diversità. Compresa quella tra generi.
Un preambolo debole per una dichiarazione d'ammirazione forte, nei confronti non di una categoria, bensì delle molte donne che conosco, con nomi, volti, storie.
Mentre scrivo è come le avessi una ad una davanti agli occhi, ciascuna con la propria singolarità, molte con tratti comuni: la bellezza - intesa non come estetica, bensì come riflesso della parte più intima, più originale della propria identità, che potremmo chiamare anche "anima" - la sensibilità, l'intelligenza, il pragmatismo che sovente le distingue.
Nei loro confronti mi sento principalmente debitore. Non come Giorgio in sé, che potrebbe anche starci, bensì come uomo, maschio, apice di una tradizione che ha molti pregi, ma altresì storture che è nostro dovere raddrizzare. Penso al ruolo all'interno della famiglia, alla suddivisione rigida dei compiti, alla prevalenza della forza, alla mancata parità in fatto di riconoscimento, retribuzione, potere.
Un fattore culturale che non si cambia a suon di slogan o limitandosi alla stesura di leggi, regolamenti, bensì con l'educazione. Partendo dai figli. Dai figli maschi, in particolare.
Educare al rispetto, alla giustizia, all'eguaglianza, alla nobiltà d'animo, alla generosità, ma prima ancora all'empatia. Mettersi nei panni dell'altro, dell'altra, sentire sulla propria pelle ciò che può provare, proiettare dentro sé le sue paure, gli imbarazzi, le frustrazioni, il dolore, viverlo, come se capitasse a noi e non a qualcuno ch'è banalmente estraneo, distante.

P.S. I figli vanno educati, ma i figli a loro volta educano. Debbo alla mia secondogenita, Giorgia, quella che definire una "conversione" sarebbe esagerato, certo però è un modo diverso di vedere e valutare le cose. Anche perché dei "convertiti" non ho il sacro furore. Piuttosto, a spronarmi, è una ferma consapevolezza: la convinzione che proprio perché siamo differenti è insieme che - confrontandoci, discutendo, aiutandoci vicendevolmente - possiamo trasformare il mondo in un posto migliore. 

sabato 12 giugno 2021

Questo e quello (Accanto, per esempio)

Non cambierei mai me stesso, con i pregi e i difetti inclusi nel biglietto d'ingresso e affinati crescendo, cercando di diventare grande e non soltanto alto.
Non cambierei me stesso e non provo invidia, nei confronti di nessuno.

Ammirazione piuttosto.

Sincera ammirazione per chi sa essermi da esempio, in questo o quello.

Chi ha il coraggio di lasciare gli scogli a cui è aggrappato, evitando di temere il nuovo, l’ignoto.

Chi parte, chi si mette in viaggio, chi non teme l’inizio, chi arriva alla fine, chi fa, senza troppo preambolo, senza indugiare nel mezzo, sapendo che “done is better than perfect”, fatto è meglio di perfetto.

Chi ha un sogno, un’aspirazione, un desiderio, che culla la sera e poi insegue, al mattino.

Chi ha coraggio, delle proprie idee, di remare contro corrente, di sbatterci il muso.

Chi piange, chi si fa venire lo strozzo e non riesce a cavare parole, quando discute, con il cuore che ingolfa il cervello.

Chi resiste, nonostante la malattia, la speranza flebile, la lotta dura, l’affanno.

Chi ha la pazienza del coltivare, del seminare generoso, senza braccio corto, senza misurare col bilancino, fonte che sgorga di continuo, irriga, feconda, fa fiorire il giardino.

Molti di questi “chi”, tutti anzi, li conosco.

Hanno un nome, una storia, un volto.

Sono le persone che mi stanno accanto, mentre cammino, chi per un tratto breve, chi lungo, chi cingendomi i fianchi, giorno per giorno, chi dandomi una carezza, di tanto in tanto, tutti facendomi da specchio, permettendomi di seguirne il passo e di poggiare il piede nelle loro impronte, per cercare di diventare migliore, anch’io.

martedì 18 maggio 2021

Tu non mi deludi mai (E mai potrai farlo)

Dicono di averlo trovato in un campo e che aveva diciott'anni.
La tua età.
Non so null'altro. Non ho voluto saperlo.
Ignoro i motivi per cui ha deciso di farla finita, il baratro che dentro lui s'è ampliato tanto da farlo saltare in quel buio che non conosce ritorno.
Troppo dolore, troppo mistero.
Mi aggrappo al tuo sorriso, convinto sia autentico, che non nasconda nulla, anche se non posso esserne certo, poiché insondabile è l'animo di ogni essere umano, compreso quello di chi abbiamo generato e dorme nella stanza accanto da quando è nato.
Voglio soltanto che tu sappia questo: tu non mi deludi mai e mai potrai deludermi, nulla potrà succedere di così ingombrante, pesante, ispido da non essere ascoltato, compreso e, al limite, perdonato.
Vale per te, per i tuoi fratelli, per tutte le persone che ho care, con cui ho condiviso un lembo di cuore, oltre che di cammino.
L'accettazione dei miei limiti, la consapevolezza dei miei errori, la conoscenza delle mie fragilità impediscono la spietatezza del giudizio nei confronti di ciascuno, più ancora delle persone che amo.

P.S. Ho un cruccio. Un cruccio che risale a una decina d'anni fa e riguarda tuo fratello, un'ingiustizia che ha subito e per la quale avrei potuto fare di più, invece di limitarmi a sostenerne insieme con lui il peso e cercare di superarla, andando avanti, trasformando l'ostacolo in un trampolino, cavando dal gramo il buono, convinto com'ero - come tuttora sono - che il gramo esiste sempre, per cui tanto vale non crucciarsi troppo e imparare a superarlo. Credo sia avvenuto proprio questo, per merito suo, che ha saputo reagire,  non senza struggimento, dimostrandosi forte, maturo. Io invece sono stato egoista, pavido, badando al perimetro del mio giardino, sottraendo dalle fauci di un sistema bacato il mio cucciolo, senza pensare che abdicando a una battaglia di principio, altri in futuro avrebbero pagato dazio. Un tarlo che mi rode da parecchio e che da qualche sera s'è fatto più pungente, ascoltando la storia di un altro ragazzo alle prese con una vicenda simile, un regime scolastico per nulla attento alla persona, distante anni luce dai miei ideali di buono, giusto. Te lo racconto non soltanto per confidarti che l'unico a poter deludere me stesso sono io, ma anche perché in questa dirittura finale dell'anno scolastico vorrei che nessuno scordasse quanto tutto è relativo e che l'istruzione è importante, ma la vita lo è di più. Molto di più.

martedì 2 febbraio 2021

Il silenzio, come rifugio (Poi c'è lui)

Scrivo poco, quasi nulla. In questi giorni buona parte delle energie risparmiate da affetti e lavoro se ne va nel portare pazienza, masticare amaro, mordersi la lingua per non replicare a tutti coloro che parlano a vanvera, che ostentano sicurezza mentre di sicuro c'è soltanto la loro ignoranza e la presunzione di avere ragione su tutto.
Il contagio da Covid, le elezioni americane, la situazione politica in Italia...
Chiacchiere. Anche da parte di uomini e donne per molti versi stimabili, con l'unico torto di abdicare all'uso della ragione, per brandire invece il maglio del tifo, come allo stadio.
Chiacchiere. Sui social soprattutto, perché di sedersi attorno a un tavolo e discutere non si contempla neppure la possibilità: ogni predica accetta soltanto il pulpito.
Chiacchiere. Senza competenza alcuna, lasciando che a prendere posizione sia la pancia, evitando di comprendere le ragioni reciproche, limitandosi a sputare fiele e sentenziare, su questo o su quello, per partito preso.
Un vortice di stati emotivi che si riversa su di noi ogni giorno, con qualsiasi mezzo: radio, giornali, tv, social...
A superficialità, ignoranza e arroganza sto diventando allergico, fatico a restare lucido, perciò ho scelto la via del silenzio, del non ti curar di loro, passando e guardando senza muovere un dito.

P.S. Poi c’è lui. Giovanni Bachelet. Una persona per bene, che si ostina a replicare uno ad uno ai commenti più o meno sensati, compresi quelli insulsi, beceri, grevi. Puntiglioso ma mai pignolo, ne ho ammirato fin da subito il senso civico, l'ostinazione con cui persegue il vero, astenendosi da qualsiasi supponenza o tracotanza, con quella passione cocciuta che hanno i giardinieri, nel coltivare fiori, alberi, prato.
Una scoperta piacevole, una boccata d'ossigeno, e insieme l'implicito sprone per me ad essere diverso, a non usare il silenzio come scudo, al dovere del prendere posizione, non essere tiepido.
Con la consapevolezza che proprio i Giovanni Bachelet, tutti i Giovanni Bachelet di questo mondo, sono l'unico vaccino al virus della retorica, della faziosità, del muro contro muro e del ginocchio piegato dei fatti oggettivi - chiaramente accertati - di fronte alle emozioni e convinzioni di chi urla di più e più fa caos.

martedì 20 ottobre 2020

Gettare in mare (Con poco riguardo)

Ti sei coperto con le mani il volto e lì ho compreso che avresti ceduto. Mi hai colto di sorpresa, era un discutere da poco, sull'aver fatto i compiti o meno e su un'insufficienza in matematica che credevo fosse risaputa, invece era una confidenza che mi avevi fatto.
Ti devo chiedere scusa, non l'avevo capito.
Così come non ho capito che una vicenda per me banale fosse per te spina nel fianco, peso greve sul tuo torace da dodicenne che sta diventando robusto, ma dentro rimane bambino.
Il pianto che n'è seguito ha dato la portata di quale nervo avessi toccato.
È stato Giacomo a farmelo notare, con quel fare burbero e insieme protettivo che ha di solito. "Papà, basta!" è sbottato. Ad essere onesto però mi ha scosso più il silenzio di Giorgia e soprattutto Giovanni, che raramente con te è tenero.
Io avrei continuato il discorso, cercando di sdrammatizzare, di farti intendere che non era nulla di grave, che se ne parlavamo lì, attorno al tavolo dove stavamo cenando, era proprio perché potevi sentirti tranquillo.
Sbagliavo.
A volte i padri, i maschi adulti, meglio, sono così: gettano in mare per far imparare a nuotare, si preoccupano poco di delicatezze, riguardi, attenzioni, sanno che il mondo è duro di per sé e che l'unico modo di proteggere non è mettere sotto una campana di vetro, bensì esporre fin da subito a intemperie e inciampi, sgambetti e schiaffi che riserva il destino.
Non dico sia giusto. Però capita, a che mondo è mondo.
L'abbraccio che ci siamo dati, mezz'ora dopo, quando il magone è rientrato, ha chiuso la parentesi e aperto di nuovo un reciproco credito, come avviene sempre tra persone che si vogliono bene e insieme superano tutto, il poco e il tanto.

domenica 9 agosto 2020

Il mostro che ci abita accanto (A volte dentro)

Lo farò. Prima o poi lo farò, manderò a quel paese qualcuno, commenterò con cattiveria, sarcasmo, volgarità, sostituirò il fioretto con la clava, aggiungerò alla lingua la lama, sfogando frustrazioni e arrabbiature tarpate cento volte, alcune per una vita intera, altre per un giorno soltanto, ma con quel giorno che mi è costato in bile, caro.
Lo farò e per un minuto sarò euforico e orgoglioso e poi per anni pentito e scontento e avrò rimorsi, ma basta rimpianti e non sarà comunque poco.
Lo farò, togliendomi tonnellate di sassolini dalla scarpa, rivelando finalmente l'istinto che la formazione tiene sopito, che cova senza bruciare, domato tranne che nel privato più intimo.
Lo farò, ma voi amici non giudicatemi soltanto da quello, bensì considerate le migliaia, le decine di migliaia di volte in cui ho tirato dritto, mi sono morso le labbra, ho inghiottito amaro, inchiodato i polpastrelli lontano dalla tastiera, facendo finta di nulla, non replicando mai alla marea devastante di fango che quotidianamente circola attorno e non soltanto a me, a chiunque frequenta i social senza chiudersi nella bolla di amici, solcando delle relazioni il mare aperto.
Lo farò. O forse no. Forse continuerò ostinatamente a comportarmi come mi sono sempre comportato, conoscendo le regole della comunicazione, sapendo che chiunque ha un ruolo pubblico, fosse anche quello di semplice cronista cittadino, non può permettersi un attimo di vuoto, l'istante in cui la mente va in corto circuito e i nervi hanno il sopravvento sulla ragione, sul garbo di chi "nato non fu per viver come bruto".

P.S. Volete un esempio, affinché quelle sopra non siano soltanto chiacchiere e distintivo?
Questo è il video di un’intervista che ho fatto in tv tre anni fa a un ricercatore dell’Università Bicocca sui videogiochi e il loro utilizzo.
Una semplice chiacchierata, nulla di più, con una persona che non è Satana né Dio, bensì si interessa del fenomeno ed esprime pareri, offre degli spunti, presenta il suo punto di vista certo opinabile, non infallibile, tuttavia in modo sereno, senza bava alla bocca, pacato.
Poi leggete i commenti lasciati sotto.
Non li ho omessi mai, censurati nemmeno, perché sono per la libertà più cristallina, ma anche perché è giusto rendersi conto di come siamo distanti da un confronto civile su tutto, persino su un gioco, e ci sono persone sguaiate che insultano e offendono e trattano gli altri con superiorità sommaria, spesso non mettendoci la faccia, il muso.
Ora, l’uomo tribale che abita in me pensa: “Non ce la faranno, non ce la faremo mai”. L’altro, quello che non vuole diventare come loro, si ostina a credere che si tratta di un percorso, di una fase, e che soltanto l’educazione - compresa la "buona educazione" - renderà migliore questo mondo.

sabato 9 novembre 2019

Muri, ponti e gentiluomini (La lezione di Marino)


Per un muro che cade, cento se ne costruiscono, ogni giorno.
Vista la ricorrenza di oggi, non è un esempio a caso.
La maggior parte però non sono pietre né mattoni messi con discernimento: spesso, quasi sempre, si tratta dei così detti "errori involontari", quegli sbagli non intenzionali ma che finiscono inevitabilmente per fare danno, pur senza volerlo.
Quanto livore, rancore, disappunto, quanta delusione e ira eviteremmo se tra i molti pregiudizi che abbiamo aggiungessimo questo: considerare l'errore altrui come frutto di un inciampo, una svista, un eccesso di superficialità, una scarsità di sensibilità o conoscenze e non di un disegno preciso, di un atto malignamente architettato.
Credo sia questo un modo efficace per distruggere molti dei muri che si erigono e nel contempo gettare le basi di quei ponti che a voce tutti auspichiamo e pochi nel concreto innalziamo.

Cambio scenario, pur restando in argomento.
Sentenziava Totò: "Signori si nasce e io modestamente lo nacqui". Lo nacque anche qualcun altro.
Marino Magrin fu a suo tempo giocatore diligente e di talento, professionista in molte squadre di calcio, ricordato soprattutto per aver vestito la maglia numero dieci della Juventus la stagione successiva a quella in cui "Le Roi" Platini annunciò il ritiro.
Tre giorni fa ho realizzato chiaramente perché piacque a Boniperti, dirigente spartano e primo ministro plenipotenziario della società che aveva l'avvocato Agnelli per monarca assoluto.
L'episodio che mi ha illuminato è stato questo: una telefonata ricevuta subito dopo aver concluso il tg. Era lui, Marino, ospite fisso di BgTv degli appuntamenti dell'Atalanta in Champions e per una volta assente, perché voleva essere allo stadio ad assistere alla sfida con il Manchester City, insieme con il figlio che proprio quel giorno avrebbe festeggiato il compleanno. "Giorgio, ti disturbo? - ha esordito - volevo soltanto sapere come stai e scusarmi se domani non potrò esserci". "Ma Marino, figurati - gli ho risposto - ci mancherebbe altro, mi avevi già avvisato e sono contento per te, non dovevi disturbarti a chiamare". E lui, a chiosa di tutto: "Non dirlo neanche per scherzo, una telefonata, sentirti di persona, è il minimo".
Questo è l'uomo (che da noi viene a sue spese, non prendendo neanche un euro, è bene precisarlo), questa è la lezione che mi ha dato. Una telefonata, al giorno d'oggi, è come il sorriso della poesia di Gibran: "Arricchisce chi la riceve, senza togliere nulla a chi la dona".

Quando pensiamo ai muri da abbattere e ai ponti da costruire non andiamo lontano: basta considerare involontarie buona parte delle mancanze altrui e praticare piccoli gesti di buona volontà per unire, più di quanto immaginiamo.

P.S. Che Magrin fosse un signore già lo sapevo. Me l'aveva detto un tifoso dell'Atalanta con i capelli brizzolati, incontrato per strada e che mi ha fermato per dirmi che quando era ragazzo suo padre lo portava agli allenamenti della prima squadra e l'unico che si fermava sempre, che stava con i tifosi e firmava autografi e ascoltava tutti era proprio lui, Magrin, Marino.

sabato 25 marzo 2017

L'Amore è un filo elastico (Lettere da una professoressa)


Foto by Leonora
"L'Amore è un filo elastico". Lo dice a bassa voce, senza enfasi, come di passaggio, mentre io - ripensandoci - lo scriverei a caratteri cubitali, ci farei una lapide, il titolo di un libro, un tatuaggio.
Me la sono ritrovata di fronte trent'anni dopo, stessi capelli scuri, stessi occhi, egualmente minuta eppure resistente, combattiva, energica, coriacea, soltanto il viso un po' più scavato e le rughe d'espressione e i solchi delle amarezze, delle delusioni, delle sofferenze che ha avuto.
Debbo a lei buona parte dell'uomo che sono, pure se è stata mia insegnante qualche mese solo. Supplente di filosofia, il terzo anno del liceo. Un'interrogazione programmata da tempo, quattro prescelti, il giorno fatidico in classe se ne presentò uno soltanto, io. Ricordo distintamente quella mattina, il desiderio di starmene a casa, il senso di colpa per la tentazione, la volontà di non deludere i miei genitori, persone semplici, che neanche sapevano cosa accadesse a scuola ma avevano una regola semplice: tutti devono fare il loro dovere, andiamo a lavorare noi, vai a studiare tu. Soprattutto per questo, nonostante fossi sostanzialmente un asino, per di più pigro, in cinque anni di superiori non ho mai bigiato un giorno che fosse uno. Nemmeno quello, che pur avevo studiato nulla ed ero entrato in classe con un peso, constatando di essere dei quattro il solo presente all'appello. Per non farmi mancare nulla lei, la professoressa Milani, dopo aver biasimato gli assenti si era lanciata in un elogio, dipingendomi come un Ernesto Derossi da libro Cuore, dicendo alla classe che per fortuna almeno uno era presente, almeno uno non aveva tradito la fiducia riposta, almeno uno aveva studiato.
"Professoressa, devo dirle una cosa - ricordo ora che mi guardavo i piedi, prima di fissarla negli occhi e confessare contrito - non sono preparato".
Silenzio. Trenta secondi di silenzio. Trenta secondi che sembravano cento, un'ora, un anno. Il suo sguardo fisso su di me, qualche sorriso imbarazzato dei compagni. Finalmente la sua voce, ferma: "Non fa nulla, almeno hai avuto il coraggio di presentarti, di dirmelo. A te concedo un'altra possibilità, tra una settimana esatta, questo stesso giorno".
Il finale della storia è spiccio. In quella settimana studiai un sacco, all'interrogazione presi un voto alto e per entrambi i quadrimestri mantenni una media mai raggiunta in nessun'altra materia. Agli scrutini di giugno, seppi più tardi dall'insegnante di scienze, gli altri docenti avevano già deciso che dovevo essere bocciato ma lei, la professoressa Milani, fece il diavolo a quattro, e a differenza di una dozzina di compagni fui risparmiato, con due esami a settembre e null'altro.
"L'Amore è un filo elastico" mi dice ora, che l'ho davanti, parlando del rapporto tra genitori e figli, tra professori e studenti e in generale.
Per trent'anni mi sono proposto di ringraziarla di persona e finalmente, lunedì scorso, l'ho fatto, passandola a trovare al liceo classico, dove insegna tuttora.
L'Amore è un filo elastico, lo penso anche io. L'Amore è un filo elastico che non deve essere né poco lungo, né troppo lasso, a volte bisogna trattenere ma altrettante lasciare andare, dare spago.
E mentre la ascolto, la guardo, inevitabilmente mi emoziono, pensando alla fiducia che mi ha dato, alla scommessa fatta su un ragazzino che anche grazie a lei è diventato uomo.
Lo scrivo qui, per ricordare di essere io a dover dare fiducia, ora, alle molte persone che sulla mia strada incontro e soprattutto per ringraziare lei e tutte le innumerevoli professoresse Milena Milani che sono al mondo.

giovedì 9 marzo 2017

L'otto e il nove (Sette consigli non richiesti a mia figlia)

Foto by Leonora
Ti scrivo il 9 e non l'8 marzo, Giorgina, perché non può essere uno soltanto il giorno di festa dedicato alla donna. E lo faccio qui, mettendo in fila sette consigli non richiesti, poiché non sarei in pace se badassi soltanto a te, alla felicità di mia figlia, ignorando che al pari tuo ciascuna donna merita di essere felice, serena.
Uno. Sii capace di bastare a te stessa. Cerca, com'è naturale che sia, qualcuno che sappia farti sentire completa ma completa non dimenticare che lo sei già tu: soltanto se per prima ti vorrai bene riuscirai a voler bene pure all'altro, agli altri, a chiunque incontri sulla tua strada.
Due. Sentiti ogni giorno una principessa, una regina. Innanzi tutto perché per qualcuno - per me, per tua madre, per molti altri - una principessa lo sei veramente, ma se anche tua madre ed io e molti altri non ci fossero più, ricorda che principessa, regina, lo sei da te, avendo radici profonde, appartenendo a una genia millenaria e avendo la dignità di essere umano, una tra le creature più meravigliose che ci sia.
Tre. Ricorda che sei stata desiderata, attesa, amata fin dal primo spasmo di vita, fin da quando non eri che un'asola di cromosomi, un punto indefinito nell'ecografia. Un amore che spero abbia generato e saldato la tua autostima: non permettere a nessuno di minarla, di incrinarla, men che meno di cancellarla.
Quattro. Rifuggi le relazioni con chi ogni giorno ti toglie serenità, sicurezza, gioia. Allontana presto, senza ripensamenti, chi giudica con sufficienza ciò che fai, chi ti mette a confronto con gli altri, che ti fa sentire a disagio e pian piano azzera la fiducia in te stessa.
Cinque. Cogli immediatamente i segnali del disagio, non attendere un giorno in più, non dire mai: "Forse ha ragione, forse sono inadeguata, sbagliata, forse la colpa è mia". Il baratro non è mai una porta spalancata all'improvviso, semmai è un scivolare lento, inesorabile, impercettibile fino a che è troppo tardi e per uscirne occorre la mano di chi ti prende per i capelli e da fuori ti aiuta.
Sei. Misura chi ti è accanto dalla positività che ti sa trasmettere, dal sorriso che ti dipinge sul volto, dal rispetto che ti porta e dall'ammirazione, dalla stima, prima ancora che dall'amore, con cui ti guarda.
Sette. Rammenta che non sei e non sarai mai inadeguata e che nessun sbaglio merita di non essere perdonato, da te per prima. Ogni sera ci addormentiamo e ogni giorno ci svegliamo, ci mettiamo in cammino, così avviene anche nelle vicende della vita: se ci si vuole bene ad ogni caduta ci si rialza.

P.S. Ti chiamo Giorgina, ma sei una donna ormai. Da parecchio ti reggi sulle gambe, ragioni con la tua testa. Per me, per me solo e per tua mamma, per tua nonna, resterai sempre la bambina che eri, però è dal primo giorno in cui sei nata che ci prepariamo a vederti "uscire dal cancello", percorrere la tua strada. Come per i tuoi fratelli, abbiamo cercato di non tenerti in una bolla di vetro, togliendoti dal mondo, risparmiandoti rischi e pericoli. Piuttosto abbiamo tentato di farti crescere, affinché potessi andare oltre la porta di casa, insegnandoti ad affrontarli quei pericoli, quei rischi, sapendo che in ogni caso il destino non è mai in mano completamente nostra. Sii forte allora, credi in te stessa. La strada che intraprendi è la stessa di milioni, miliardi di ragazze prima e dopo di te, non avere timore di nulla.
Ti vogliamo bene e bene devi volerti tu. Questo è quello che conta.

domenica 17 gennaio 2016

Oltre la rete (La generazione delle attese)

Foto by Leonora
La partita è amichevole, tra ragazzini che hanno compiuto appena tredici anni. I genitori avversari sono ammassati alla rete di protezione e incitano, spronano, commentano, urlano, inveiscono. Colgo spezzoni di frasi qua e là. "Dai, si capiva che rimbalzava male!". "Corri, corri, altrimenti resta a casa a dormire!". "Passala, passala che è libero!". "Ma basta! Possibile che sbagli sempre l'appoggio!".
Ficco la testa nel cappuccio per ripararmi dal vento artico che arriva alle spalle, la bolla che si crea mi permette di assistere alla scena da perfetto spettatore e mi scopro un po' innervosito a pensare: "Perché non ci vai tu in campo? Perché non metti maglietta e calzoncini e prendi il posto di tuo figlio, lì in mezzo a quel terreno gelato, dove le scarpe coi tacchetti fanno un rumore da ballerino di tip tap che anche Maradona avrebbe difficoltà a non scivolare? Cosa facevi di così grande quando avevi la loro età per permetterti ora di giudicare e sbraitare? Hai mai provato a giocarla una partita, con il fiatone, mentre tutti ti corrono incontro e tutto è appiattito, che quando ti arriva la palla tra i piedi è già un miracolo non inciampare?".
Tolgo il cappuccio e con il tepore del sole sul volto la stizza lascia spazio alla comprensione, alla solidarietà tra coetanei, loro gridano meno e io li capisco di più, ammetto a me stesso che anche io - pur pacato - non sono esente da atteggiamenti simili, cerco persino giustificazioni: "Lo fanno per il loro bene. Lo facciamo per il loro bene".
No. Crediamo di fare il loro bene, invece accade esattamente il contrario: stiamo crescendo una generazione che ha caricato sulle spalle tutto il peso dei nostri sogni, delle nostre attese. Non soltanto rispetto all'orizzonte di vita, cioè la famiglia, il lavoro, gli affetti, ma anche e soprattutto in quelle riserve indiane che dovrebbero essere lo sport, il gioco, i passatempi.
Spazi di autonomia nei quali i miei genitori neppure si sognavano di interferire, limitandosi a una regola elementare: "Pensa a studiare oppure vai a lavorare, perché a fare niente di certo nella nostra casa non puoi stare". Punto. Nonostante fossi figlio unico e dunque discretamente coccolato, mio padre non è mai venuto a vedermi giocare, mia madre nemmeno la riteneva tra le possibilità remote, così pure i papà e le mamme dei miei compagni.
Trent'anni dopo è un mondo cambiato radicalmente. Io per primo non mi perdo una partita dei miei figli, figuriamoci un saggio di chitarra o di danza moderna, anche se in quel caso mi annoio maggiormente.
Parlo per me stesso, non vorrei generalizzare, tuttavia ho la sensazione che stiamo crescendo ragazzi a cui abbiamo tolto il desiderio, concedendo loro tutto, e che di rimbalzo rischiamo di schiacciare con il peso delle nostre aspettative.
Mi consolano e sollevano un'intuizione e una constatazione.
La constatazione è che l'essere umano riesce da milioni di anni a cambiare e adattarsi, superando gli ostacoli che di volta in volta ha di fronte: lo faranno anche i ragazzi di questo tempo.
L'intuizione è conseguente al fatto che i miei figli sorridono comunque. Anzi, spesso ridono proprio e dunque sospetto che al di là dell'amore e del rispetto che mi portano, in realtà quando guardano oltre la rete o sulle tribune, io e gli altri genitori dobbiamo sembrargli tanti scimpanzé o bestie curiose, che sbraitano, gesticolano, inveiscono credendosi tanti Maradona, mentre al più hanno vinto una volta a palla avvelenata, quando gli altri erano in bagno.

martedì 8 dicembre 2015

Il valore dell'assenza (tuteliamo lo stupore)

Foto by Leonora
Toglieteci tutto, non lo stupore. Quell'attimo di vuoto allo stomaco, quello schiocco d'emozione, quell'istante che fa da asola tra immaginazione e realtà e costituisce della vita il gusto, il sapore.
La sala da pranzo di casa mia vecchia, quando avevo cinque anni, il mattino di Natale. Luci accese sull'albero, sul tavolo sei, sette regali. Erano piccole cose, non ne ricordo alcuno nel dettaglio, ma la sensazione provata, quel mancare di fiato e quello scoppio di gioia nel petto, è impossibile da dimenticare.
La radice è la stessa che ho notato negli occhi di Giacomo, Giorgia, Giovanni e dei tanti bimbi che per svariate circostanze mi sono trovato di fronte in questi anni, nelle feste di compleanno o Natale. Con una differenza d'intensità che non dipende da loro, bensì dal contesto d'abbondanza in cui sono cresciuti.
I miei cinque anni coincidevano con un tempo in cui nel resto dell'anno non arrivava nulla, sul davanzale della finestra si conservavano al massimo una dozzina di noci, il barattolo della Nutella non esisteva e semmai alle quattro, per fare merenda, c'erano quelle confezioni di plastica che con quattro cucchiani di numero era bella che finita la porzione. Per ricevere un regalo che non fosse a Natale attesi i nove anni, quando un pomeriggio dissi che sognavo il Manuale delle Giovani Marmotte e mia madre dieci minuti dopo fermò l'auto di fronte alla tabaccheria / cartoleria del paese dicendomi: "D'accordo, lo compriamo". Fu come se il cielo si squarciasse, non stavo più nella pelle.
Ora che i tempi sono cambiati, per fortuna in meglio, con un'abbondanza di tutto (beni materiali e pure emozioni, sensazioni, stimoli), credo che dovremmo escogitare un modo per tutelare e rinforzare lo stupore, esattamente come si fa con le bestie a rischio di estinzione.
Associamo all'idea di bene il dare tutto, mettere a disposizione prima possibile ciò che viene chiesto o che banalmente riteniamo utile, piacevole, gradito, ignorando il valore dell'assenza e l'eventualità che almeno il dosare la generosità sia un modo per dare sostanza al desiderio, alimentando il senso di sorpresa. Perché il rischio altrimenti è di crescere generazioni di uomini e donne che hanno tutto, ma restano apatiche e indifferenti.
P.S. I regali di Natale sono l'esempio pratico più semplice, ma vale per la sessualità, le relazioni, gli affetti... Ho in mente ragazzini di sedici anni che ottengono da mamma e papà il permesso di fare le vacanze loro due, insieme. Capisco loro che domandano, non chi lo concede. Lo scrivo qua per vincolo, come Ulisse quando chiese di essere legato all'albero della nave per non cedere al canto delle sirene, così quando lo domanderanno a me avrò meno tentazioni di essere incoerente e potrò rispondere uno dei tanti "no" che fanno male e bene insieme.

sabato 13 giugno 2015

Dieci giusti (nella scuola voglio ostinarmi a credere)

Foto by Leonora
Passano gli anni, mi stupisco di rado ma quando accade l'emozione è più forte.
Deve essere il germoglio di ciò che accade agli anziani, che ne hanno viste troppe per sorprendersi ma non è raro si commuovano, talvolta persino rigando il volto di lacrime.
Abituato per mestiere a incontrare i potenti, mai ne resto ammaliato, scorgendo nove volte su dieci il dettaglio che ai miei occhi li rende deboli e distinguendo sì il loro punto forte con ammirazione, però un'ammirazione lucida, di testa, senza calore. Di contro mi viene un groppo in gola e diventano lucidi gli occhi quando mi trovo d'innanzi una persona normalissima, ma di spessore umano che fa eccezione.
M'è capitato pure stamattina, parlando con un insegnante, una persona della mia età, che in ciò che fa mette cuore.
In tempi in cui sono parecchio critico sulla scuola, irritato dal rifiuto da parte del corpo docente ad accettare qualsiasi riforma che porti a un cambiamento sostanziale, mi riconcilio con quel mondo quando sento una persona assennata, che accetta di dialogare e soprattutto di mettersi in discussione. Mi torna in mente l'episodio biblico di Abramo, che di fronte a Dio finisce con il perorare la salvezza di Sodoma, ingaggiando una trattativa in base al numero dei "giusti". Prima chiede che la città sia risparmiata se se ne troveranno almeno cinquanta e poi insiste ed insiste fino a che la cifra richiesta di assottiglia sensibilmente, scendendo infine a dieci.
Così vale per me, disposto ogni volta a concedere credito ai molti in forza della virtù dei pochi.
Al di là della preparazione e delle competenze conoscitive - condizione minima per insegnare in una scuola qualsiasi - ciò che conta maggiormente per me è lo spessore umano, la capacità di guardare al ragazzo nel suo insieme, aiutandolo a sviluppare i talenti che ha, senza negarne i limiti, aiutandolo tuttavia a superarli: questa è la vera sfida. Se altrimenti si va in classe come si entrerebbe in un ufficio ministeriale deputato ai protocolli, è ovvio che oltre a non cavar sangue dalle rape si otterrà un'aridità generale, con gli ultimi, i meno talentuosi, più penalizzati.

giovedì 19 febbraio 2015

Una sfumatura di grigio (la pornografia del cervello)

Foto by Leonora
A chi domanda come faccio a scrivere qui di vicende intime e personalissime, rispondo che questa è la parte più pubblica della mia vita meno privata. Sono sempre io, ma non tutto, soltanto una parte, quella che scelgo di esporre, omettendo le mancanze, le meschinità e le ombre che distinguono ciascun essere umano, me compreso.
È questa la ragione per cui quando qualcuno in buona fede eccede nei complimenti (“Come sono fortunate le persone che ti sono accanto!”) lo stoppo subito: non per falsa modestia, bensì con la consapevolezza di essere ben peggiore di come sembro, oppure migliore, visto che in genere diffido dei tipi troppo per bene, che sembrano usciti dalla casa del Mulino Bianco, lindi e splendidi, senza nemmeno un grammo di farina o una stilla di sudore, una macchia di sugo...
Del resto, basterebbe chiedere a chi mi è a fianco davvero – Isabella, mia madre, Giacomo, Giorgia, Giovanni… - per scoprire limiti e bassezze che stridono come unghie sul vetro e, se rese pubbliche, mi farebbero diventar paonazzo.
In queste settimane mi è capitato di dialogare con un paio di persone che esprimono anch'esse una parte di loro stesse, celandosi però con il velo dell'anonimato, per "appagare un po' di voglia di esibizionismo e provocazione" soprattutto. Di solito glisso e passo oltre, non perché sia un bacchettone, piuttosto poiché le carte scoperte sono l'unica condizione che pretendo per dare sincerità e riceverla indietro. Esistono tuttavia delle eccezioni che meritano, perché mi aiutano a comprendere non soltanto loro, ma anche me stesso.
A tali persone sono grato per tutte le volte che abbandonano le maschere e rivelano il lato più intimo, che non ha nulla a che vedere con un lembo di pelle nuda o con le fantasie piccanti, ma con l'essenza più vera di ogni essere umano, con il bisogno di entrare in relazione, di capire e capirsi, aprendo la testa, il cuore e null'altro. Una pornografia ben più potente di quella adesso a disposizione ad ogni ora del giorno e per qualsiasi gusto (tanto che persino lo scabroso non sa cosa inventarsi per recuperare un briciolo dell'interesse perduto).
Qui ci starebbe bene un bel "O tempora, o mores" sul bombordamento che subiscono ragazzi e adolescenti della Internet generation, a cui nulla è celato e che prima o poi dovranno fare i conti con questo eccesso di esposizione, a differenza di chi ha la mia età, per cui sbirciare un reggiseno sul Postal Market era un evento. Non lo farò. Non aggiungerò una riga per rimpiangere i bei tempi passati, che poi tanto belli nemmeno erano. Siamo campati noi con il gramo, camperanno pure loro con il molto, forse anche l'esagerato.
P.S. Una postilla, per "Porcellina premurosa" e "Meraviglioso padrone": tranquilli, non stavo parlando di voi.

giovedì 29 gennaio 2015

Immaginazione (Il mare calmo dei pensieri fuggenti)

Foto by Leonora
Stamattina mi sono svegliato pensando a quanto poco do respiro alle mie capacità di immaginazione. Pur se credo di avere il dono di notare percorsi là dove altri gli ignorano, di creare ponti mentali, di unire puntini chiari al sottoscritto e che una volta divenute linee appaiono come disegni, figure nitide, distinte anche per chi mi sta accanto.
Queste però sono abilità da tecnico, mentre l'immaginazione è altro, è sprazzo di genio, talento d'artista: non soltanto vedere i puntini ma segnarli proprio, sollevarsi da sé senza bisogno di leve, avendo come unico appiglio l'orizzonte, il cielo.
Ci sono esseri umani che immaginando un mondo l'hanno creato, uomini e donne che ignorando la barriera dell'impossibile l'hanno superata.
Gli scrittori di fantascienza. Verne, Asimov... Ma anche gli sceneggiatori di Star Trek, una delle maggiori fucine di invenzioni (ogni volta che chiamo in causa Siri sul telefonino o sul tablet e attendo le sue traballanti risposte non posso fare a meno di andare con la mente a colui che il riconoscimento vocale l'ha pensato per primo). Gli inventori. Leonardo, con le sue macchine volanti. I grandi filosofi. Platone, Hegel.
Teste ispirate, che non coglievano soltanto l'intuizione: la coltivavano.
Lo scrivo qui per Barbara, che fa la maestra e conta trentanove alunni di sette anni, menti da aprire, come suggeriva Einstein, un altro cultore dell'immaginazione. E lo scrivo altresì per me, genitore esigente del fare (fai i compiti, fai bene a scuola, fai musica, fai ginnastica, fai calcio, fai catechismo, fai danza) e distratto se non ostile verso quei momenti in cui corpo e mente sembrano in stallo. Scordo facilmente che le scintille scoccano proprio lì, nel mare calmo dei pensieri fuggenti.
P.S. Per chi è curioso metto qui un articolo di Wired, con dieci retroscena gustosi su altrettante invenzioni.

martedì 16 dicembre 2014

Educare al bello (eleganza, stile, fascino e dintorni)

Foto by Leonora

Ho sempre ritenuto la bellezza un dono ricevuto, mentre lo stile, il fascino, l'eleganza caratteristiche connesse alla cultura, agli ideali di riferimento, al contesto in cui si cresce e che creiamo, dunque che si potessero "costruire". Un dilemma che ha diviso nel corso dei secoli parecchi filosofi, sociologi, studiosi del comportamento umano, scrittori e registi (compreso un film che sotto Natale viene riproposto spesso, "Una poltrona per due") e su cui ho poche certezze anch'io. Specialmente dopo esser stato messo alla prova, qualche giorno fa, grazie a diversi pareri raccolti su Facebook.
In particolare hanno marcato una differenza Lara ("Lo stile te lo puoi anche creare, ma l'eleganza e il fascino sono doti innate. Nessuno può imparare e insegnare il fascino perché se lo hai non ne sei nemmeno conscio, in quanto è un'aura che diffondi e solo chi ti sta attorno percepisce), Mariagrazia , Elda, Marianna, Patrizia, Oriana ("Il fascino è innato, è qualcosa che attrae come una calamita già da quando sei piccolo e non scompare con l'avanzare dell'età), Grazia ("L’eleganza ce l’hai o no, puoi costruirla ma non ha lo stesso risultato. Lo si nota camminando per le strade, in qualsiasi ambiente, le persone si assomigliano tutte, e come vedere una bellissima cucciolata di cagnolini, li guardi e tra tanti noti quello più prepotente o più simpatico") e Silvia ("Forse un po' di eleganza la puoi "imparare" ma, essendo uno stile di vita e di comportamento, è difficile... nasce da una lavoro di ricerca interiore. Il fascino è una malia, un modo di guardare, di camminare, un gesto. Impossibile definirlo ma certamente è tale proprio perché istintivo e quindi assolutamente spontaneo").
 Altri invece sono d'accordo con la tesi iniziale. In particolare Lisa ("L'eleganza è un'attitudine di poche delicate anime che può certamente manifestarsi anche col tempo, con la maturazione del gusto, delle esperienze, dell'osservazione. Non credo si nasca necessariamente eleganti, credo più nel processo che conduce all'acquisizione della consapevolezza di qualcosa che sta già dentro se stessi, come per molte cose della vita) e Serena ("Secondo me esiste un'educazione allo stile, al buon gusto ed all'eleganza. I nostri genitori ci hanno insegnato a stare a tavola, a salutare, a cedere il posto sui mezzi pubblici, a vestirci, a leggere un libro piuttosto che un'altro, etc. Alla base c'è un'educazione che si arricchisce con qualcosa d'innato e con gli esempi dell'ambiente che ci circonda").
Personalmente, pur rispettando le idee di tutti, mi trovo d'accordo con questi ultimi due commenti. Ipotizzare che non si tratti soltanto di un dono naturale, bensì che ci si possa formare, educare al bello (così come al "buono") mi fa stare più tranquillo, generando la speranza che possa realizzarsi una società migliore in base alle scelte che si fanno, al contesto in cui si vive - e che creiamo - e non per una bizza del destino.
Non discuto che esistano persone che, per talento naturale, abbiano una propensione maggiore all'eleganza, allo stile, al buon gusto, persino al fascino, ma resto altrettanto convinto che tutti possano incrementarlo. Sia direttamente, cioè pensandoci, razionalmente, consciamente, sia semplicemente vivendo in un ambiente piuttosto che in un altro.
Comunque sia, coltivando per forma mentale il dubbio, nelle prossime settimane cercherò di osservare con più attenzione le persone che conosco e che considero belle o eleganti, affascianti, di stile, per capire se "ci fanno" o "ci sono".
P.S. Di bellezza avevo scritto anche qui, un paio d'anni addietro. L'ho trovato oggi, per caso.

mercoledì 3 settembre 2014

C'è una crepa in ogni cosa

Foto by Leonora
"C'è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce".
La frase è di Leonard Cohen, cantaurore e poeta, e in questi giorni mi fa da stella polare, aiutandomi a comprendere meglio il senso del mio lavoro e più in generale suggerendo un approccio fecondo alla vita, un'angolatura differente da cui guardare ciò che ci circonda.
C'è una crepa in ogni cosa. Nelle organizzazioni, nelle comunità, in famiglia, pure in noi stessi. Anche se quasi sempre tendiamo a negarlo, cresciuti con l'ideale del mondo perfetto, dell'efficenza, della funzionalità. E quando non possiamo fare a meno di constatarla il più delle volte tentiamo di chiuderla, di ripararla, di rabberciarla in qualche modo, affinché tutto torni liscio, rassicurante, specchiato, invece di accettare lo scarto e apprezzare la luce che da essa può entrare.
Per questo esercizio doppio (individuare la crepa e scoprirne la luce) occorre un'attitudine mentale, una certa flessibilità e inventiva, ma ancora più arduo è accettare di buon grado che gli altri scorgano le nostre, di crepe, e ce le indichino, con garbo o in modo brusco, infilandoci il dito persino, pur di farci capire che esistono. Quando accadrà, un po' come per le critiche, dovremo esser bravi a guardare al positivo, a considerarlo un dono. Ed è questo già un modo per farci passar la luce dentro.


domenica 31 agosto 2014

Azzurro

Foto by Leonora
Tu che ridi, con il bikini azzurro, e azzurro è il cielo sopra te e le sfumature del telo con cui ti asciughi, appena uscita dall'acqua, mentre ti osservo, seduto a terra, e penso che vorrei fotografarti così, per trattenere un'immagine perfetta di te e della luce che sento scorrermi dentro.
Non ho il cellulare a portata di mano e anche se l'avessi sarebbe difficile cogliere l'attimo, rendere perfettamente l'idea di ciò che provo. La riporto qui, per fare memoria di quel lampo di felicità che mi ha attraversato.
Sono stati bei giorni quelli trascorsi a Cecina, al mare, insieme, anche se con i tuoi quattordici anni ormai ti senti grande e non sei più la mia bambina da un pezzo (ma un po' lo sarai sempre, e sai pure questo). Abbiamo chiacchierato a sprazzi, riso molto, discusso e persino cozzato, per quella caparpietà capricciosa che hai di carattere e che si somma alle bizze dell'età che stai vivendo.
Mi piace quando mi ascolti, ma so che ti distrai facilmente, per cui le cose che mi sembrano importanti te le ripeto, mettendo a tacere il sospetto che tu mi ritenga già un po' rimbambito (la storia delle donne, ad esempio, e del fatto che più della bellezza - o che oltre la bellezza - occorra avere fascino, "charme" come dicono i francesi, e che per quello non occorrono smalti, balsami o push-up, ma la testa soltanto, il cervello, mi pare tu l'abbia ascoltata e non soltanto sentita la seconda volta che te l'ho detto).
I consigli altrui sono come i libri: necessitano del kairòs, del giungere nel tempo propizio, al momento opportuno. Perciò non insisto e sovente preferisco il silenzio, o appiccicare i pensieri qui, immaginando che un giorno ti saranno meno molesti di adesso. Oggi volevo dirti che crescendo per un verso si cambia e ci si allontana moltissimo da ciò che eravamo, per l'altro invece si finisce con l'assomigliare con chi ci ha preceduto, con il padre soprattutto (e qui lo so che penserai: "No!!! Non può essere vero!!!" e ti starai preoccupando. Ed è anche per questo che non te l'ho detto a voce, per evitare di essere osservato con sguardo atterrito :-)