Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
mercoledì 26 luglio 2023
Viviana Ballabio (L'atleta tenace)
giovedì 13 ottobre 2022
L'età in bilico (Destino o baratro)
Scrivo di te, di raro, ma costantemente. Tengo traccia sporadica del ragazzo che sei, dei tuoi quasi quindici anni trascorsi in un bozzolo, pur avendo tu vissuto ciò che la maggior parte di noi vivrebbe come incubo.
mercoledì 15 luglio 2020
Le bionde trecce (Ciao Laura)
mercoledì 15 giugno 2011
Bennet Cantù: dieci motivi per crederci
Ci siamo. Vorremmo cedere al sentimentalismo e lasciarci andare alle celebrazioni, ai festeggiamenti per una finale attesa trent’anni, quando la maggior parte di chi è oggi alla Ngc Arena nemmeno c’era. Non c’era nemmeno la Ncg Arena: solo il Pianella. Non possiamo. Manca un ultimo sforzo, un ultimo passo: giocarcela fino in fondo. Siamo arrivati così lontano che sarebbe peccato mortale non essere concentrati al massimo, non avere un appetito mostruoso. Ecco perché, più dei ringraziamenti (ci sarà tempo) preferiamo dieci buoni motivi per essere incacchiati neri, per essere sicuri che gli occhi della tigre non mancano.
- Dobbiamo giocare duro, perché è una vita che aspettiamo.
- Dobbiamo essere tosti, perché molti che avrebbero meritato di essere qui non ci sono più. Sia in tribuna, sia in campo. E non ci riferiamo soltanto a Denis Innocentin, Chicco Ravaglia e a chi la vita è stata spezzata troppo presto, ma anche a tanti atleti valorosi, campioni e anche onesti lavoratori del parquet che in questi trent’anni hanno sputato sangue senza riuscire nemmeno ad avvicinarsi al paradiso.
- Dobbiamo essere concreti, perché adesso le chiacchiere stanno a zero e a prescindere dalle prime due partite di questa serie finale, dalla Ncg Arena non deve passare lo straniero.
- Dobbiamo essere intensi, perché di fronte non abbiamo una squadra forte, ma una super, la migliore di un intero decennio, che può stare antipatica fin che si vuole ma ha fuoriclasse che se gli dai mezzo metro non ti fanno vedere la palla lontana un chilometro.
- Dobbiamo essere umili, perché quel che è stato fatto fino ad ora vale zero, perché tutto è cancellato e bisogna ricominciare da capo, dall’ultimo gradino.
- Dobbiamo essere spavaldi, perché ha ragione Trinchieri, quando con un boccale di birra in mano, la voce roca, davanti agli Eagles, indica i suoi giocatori e dice: “Ricordatevi una cosa: un gruppo di giocatori così, non li ha nessuno.
- Dobbiamo essere orgogliosi, per tutti coloro (moltissimi) che questa squadra non la seguono soltanto ora, ma erano in tribuna, in gradinata, in curva quando annaspava all’ultimo posto, in anni bui che al confronto è luminoso pure il nero. Diciamo soltanto una lettera e un numero: A2. C’eravamo noi, mentre gli altri festeggiavano. A lungo abbiamo atteso il nostro turno.
- Dobbiamo essere tecnici, perché al di là delle chiacchiere, finora Cantù ha giocato il più bel basket del campionato: difesa accanita, giro della palla fluido, scelta di tiro mai forzata. Non dimentichiamolo.
- Dobbiamo essere sereni. In campo e sugli spalti. Perché perdere la faccia è peggio che perdere quella parolina che all’inizio dell’anno abbiamo giurato di mai nominare e che fa rima con benedetto, architetto, provetto…
- Dobbiamo essere visionari, perché solo chi sogna non vive nell’incubo e si alza ogni mattina soddisfatto, sapendo che quel sogno può trasformarsi in realtà. Basta crederci e volerlo, più di chiunque alto. Forza ragazzi, siamo tutti con voi.
domenica 16 dicembre 2007
L'urlo (loro) e il furore (mio)
Intanto mi gusto questa domenica, fatta di impegni uno sopra l’altro, con nel bel mezzo, alle 12 in punto, il derby di basket tra Cantù e Milano.
Lasciamo perdere (e non è un verbo scelto a caso) il risultato, vorrei sottolineare piuttosto un aspetto di cui non mi capacito: l’insulto all’avversario.
Ci deve essere qualche significato atavico o qualche tarlo nella mappa del cromosoma umano in colui o colei che per tutta la partita, con insistenza e pervicacia, con metodo e ostinazione, sbraita e urla contro questo o quel giocatore avversario o allenatore o arbitro o tutti e tre messi assieme, compreso mamme, zie, nonne fino alla quarta o quinta generazione. Magari è un fenomeno dovuto alla rabbia e alla frustrazione accumulata per tutta la settimana, che in tranquille casalinghe e madri di famiglia, così come in canuti impiegati, fa scattare una molla malsana, accecando ragione e ogni traccia di pudore. O forse, semplicemente, si tratta di stupidità e, come tale, è esentata dal dover fornire spiegazione alcuna: la si ha, punto e basta.
Da venti anni esatti, ormai, frequento la tribuna stampa del Pianella, alle spalle della quale ci sono le poltroncine numerate, e non ricordiamo una partita che sia una senza che qualcuno alle nostre spalle si alzi e riempia di contumelie un malcapitato. Spesso due o tre, addirittura.
Oggi, ad esempio, c’era una coppia che a Baldi e Coldebella, ex giocatori di Milano, rimasti in società in qualità di assistenti ala panchina, ha fatto pelo e contropelo, con toni da scimmia urlatrice e contenuti che avrebbero scandalizzato i portuali delle Cayenne, se fossero passati da quelle parti.
I cori dei tifosi organizzati, lo confessiamo, ci sorprendono meno, poiché il popolo spesso sa essere bue e nella massa anche i vigliacchi fan la voce grossa. Ci inquieta più l’improperio del cittadino privato (privato di tutto, specie dell’intelletto). Perché lo fanno? Non si vergognano? Se ne vantano, persino? Per le risposte, accetto di tutto - anche in forma anonima - tranne l’insulto. Per oggi almeno, le mie orecchie hanno già dato…
lunedì 8 ottobre 2007
Eterna riconoscenza
Quello che segue è il primo pezzo della nuova stagione. Lo metto per un motivo semplice: al Cantù Basket sarò sempre grato, avendomi chiesto di scrivere quando nessuno me ne dava la possibilità (erano gli ormai lontani anni Ottanta) e per avermi sempre lasciato la più ampia e totale libertà.
- VIALE CALDEROLI, ANNO 2047: IL FUTURO E’ GIA’ QUI
Rieccoci qua, un Sacripanti dopo e qualche punto di classifica in più.
Per altri otto mesi, se Dino Merio e Corrado ce la mandano buona, ci terremo ancora la mano, noi a scrivere, voi a farne aeroplanini e lanciarli giù per la tribuna. E per fortuna che non tutte le parole sono pietre.
“Tutti devono morire, forse anch’io” ammoniva quel tale. Ci accontenteremmo di sopravvivere altri quarant’anni, così da poter ammirare il basket di metà secolo, che ad occhio e croce non sarà dissimile dall’attuale. Ciò che segue è un elenco di notizie che potreste leggere nel 2047.
Gian Galeazzo Cagnazzo è il centesimo italiano tesserato nella Nba. Terminato il tempo dei contratti d’oro, al buon Gian Galeazzo - un’ala piccola di 2.26, pronipote di quel Luigi Cagnazzo che giocò nel secolo scorso anche a Cantù – è stato offerto per l’intera stagione un buono pasto da McMicrosoft, la multinazionale del panino “chip”, nata dalla fusione del colosso dell’informatica con quello degli hamburger, per fronteggiare la grave crisi che da decenni attanaglia entrambe. Al ragazzo, talento eccezionale nel tiro da tre punti, per trovare un ingaggio è bastato promettere di aumentare venti chili in due settimane. In questo, non è cambiato nulla rispetto ai tempi dei pionieri Kukoc e Bargnani.
Il campionato professionistico americano, oltre al Canada, vanta franchigie in altri 78 paesi affiliati alle Nazioni Unite, per un totale di 104 squadre. Il problema è nel disputare le partite d’andata e soprattutto quelle di ritorno, per cui il Congresso su proposta del presidente Billy Padmahawtybwar (terzo presidente nella storia degli Stati Uniti con un trascorso da attore, ma primo nel vantare un padre taxista a New York) ha votato il “Restricted Act”, un tormentato decreto legge che assegna la vittoria finale a caso, purché si scelga tra le due formazioni con ancora sede fiscale negli Stati Uniti, ossia gli Alabama Alligators (che giocano a Los Angeles) e i West Virginia Skin Bracer (che disputano le loro gare direttamente a Washington, in Campidoglio). Ciò ha interrotto la striscia vincente di 36 campionati consecutivi vinti dai Baghdad Fighters, squadra di proprietà di petrolieri texani e finanziata con i soldi per la ricostruzione del dopo guerra.
In Italia la situazione non è rosea. Una squadra (il Sesto St.John) gioca infatti in Nba, tre a tempo pieno nella Euro League, otto nella Pro Uleb Cup (evoluzione della vecchia Uleb Cup che non si filava nessuno: la Pro Uleb Cup non se la fila ugualmente nessuno ma ha trovato negli oligarchi che governano l’Ucraina circa un bilione di euro all’anno per il rilancio). Cantù l’anno scorso s’è tolta una bella soddisfazione: battere l’Armani Pannoloni nella finale della serie A1, che in ordine di importanza viene prima della A2, ma dopo la AA1 e la AAA1 (campionati sponsorizzati da agenzie londinesi di rating). In compenso, nella “Supercoppa Bilionare – Memorial Cistakis”, i brianzoli hanno battuto niente meno che i fortissimi Tirana Surfers, la compagine fondata da due scafisti pentiti ma non troppo, già finalista dell’Euro League nel 2044 e 2045.
A proposito di Cantù. Qualche fondata speranza di risalire la china si potrebbe ottenere con l’ultimazione del PalaBabele di Viale Europa (nel frattempo divenuto Viale Calderoli). La ventisettesima giunta consecutiva guidata da sindaco leghista ha puntato molto sulla promessa di mettere mano all’opera faraonica, garantendo a breve, brevissimo, un’adeguata soluzione. Era il giugno del 2047. Scettico il presidentissimo Francesco Corrado, che dal suo buon ritiro della Garibaldi Pogliani, alla vigilia del 9 novembre, suo centoquattordicesimo compleanno, ha dichiarato: “Se mi lasciano ancora solo, giuro che l’anno prossimo abbandono e vendo tutto a Pesaro”.

