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sabato 17 ottobre 2020

Ciò che conta davvero (Spese e risparmio)

Lascio testimonianza pubblica qui, dell'incontro privato "genitori - figli" che oggi abbiamo organizzato, per condividere conoscenza di ciò che la nostra famiglia possiede, affinché possiate esserne responsabili, farvene carico. 
Il totale complessivo potrà esservi sembrato tanto o poco, dipende dal punto di vista, dalla considerazione che ne abbiamo.
Di certo l'intero raccolto è frutto di attenzione, di cura, in qualche caso di rinuncia, di sacrificio, di un oliva risparmiata ogni giorno, per parafrasare uno degli esempi classici dell'economia del tenere da conto.
Di contro, se la somma non è considerevole è per il fatto che veniamo da famiglie che avevano poco o nulla, in passato, e non siamo genia di imprenditori, coloro che moltiplicano le entrate, assumendosene anche il rischio. Abbiamo piuttosto passo corto e costante, come la formica contrapposta alla cicala nella favola raccontata da La Fontaine su spunto di Esopo.
Queste le pagine scritte fin qui, da chi vi ha preceduto, ora tocca a voi affrontare un tempo di mezzo, una stagione in cui non siete più ragazzi sollevati dai pensieri del conto economico, ma parimenti nemmeno adulti con una propria indipendenza, con un'autonomia che deriva dal reddito e dal proprio risparmio.
Ecco perché con vostra madre abbiamo deciso di confrontarci con voi su ciò che fino a ieri discutevamo soltanto lei ed io.
Al di là di tutto, a me importa questo: che i beni materiali e in particolare il denaro mai diventino "misura di tutte le cose" o, peggio, fonte di divisione, creando un solco.
I soldi non sono che uno strumento, un mezzo per poter godere senza ansie o patemi una vita felice e piena grazie ad altro, cominciando dagli interessi e dalle relazioni personali.
A tale proposito, credo possa fare da stella polare quanto mi ha confidato Loris, l'altro giorno. Una breve confessione che potrebbe essere la mia e che vale un manifesto.

Sai, ci sono stati giorni in cui vedevo più buio che luce davanti a me e in quei giorni mi sono rammaricato delle cose che avrei potuto fare nei tempi passati, cose semplici tipo un week-end lungo, una cena al ristorante, una sera a teatro, qualsiasi cosa occupasse il tempo insieme alle persone care, poche o tante, agli amici...
Quelle cose che spesso rinvii e poi non fai più per ragioni che solo ora hanno assunto un altro valore nella graduatoria delle priorità (il lavoro, i soldi, la pigrizia). Se il destino vorrà essere benevolo ecco, quello è il mio buon proposito, cercare di sfruttare il tempo per arricchire l'anima e il corpo di quei piaceri che la vita ti offre (anche una semplice camminata nel bosco o in riva al lago parlando del più e del meno), piaceri, persone care, possibilità che non scontati per tutti, sono una fortuna e per questo sarebbe un peccato non approfittarne.

mercoledì 18 febbraio 2015

La grande bolla (i debiti, i filibustieri e il sistema)

Foto by Leonora
Mai fermarsi nel mezzo, nel tennis come nella vita. C'è una lunga lista di saggi che lo consigliano (San Giovanni, ad esempio, nella sua Apocalisse, terzo capitolo, versetto 15: " Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca") e l'ho sperimentato più volte, sia sulla mia pelle sia osservando le cicatrici altrui, a volte spesse due dita.
Una regola che vale pure per l'economia spicciola, come mi ha spiegato Catia ieri sera, illustrandomi la sua ricetta per quanto riguarda i debiti. "Se devi farli - mi ha detto - fanne per importi giganteschi, perchè se fai così il problema non è più tuo ma della banca, che a questo punto ti darà tutta l'attenzione necessaria. I debiti piccoli invece ti mandano sotto i ponti. Se stai nel mezzo il sistema ti stritola".
Già, il sistema. E il buon senso? La ragionevolezza per cui meno danni faccio meno dovrei pagare? Nulla. Carta straccia, cenere al vento: le leggi della finanza somigliano poco a quelle delle natura ed esserne consapevoli, evitare di illudersi, scampa il pericolo, oltre a mettere il cuore in pace.
Comunque sia, non appartenendo io alla categoria dei filibustieri, l'alternativa si sbriciola e mi resta unicamente la via oculata e previdente della formichina, che rinunciando a molto non si fa mancare nulla.
(Qui ci starebbe bene una riflessione sull'importanza che diamo al denaro, ma sarebbe l'ennesima, senza aggiungere nulla di originale a ciò che ho già scritto altre volte. Ad esempio in un post di quattro anni fa, tuttora attuale, che avevo intitolato "Il valore dell'aria").

venerdì 4 aprile 2014

A Silvia (ed Emilio, pace all'anima sua)

Foto by Leonora
"Ciao". Con gli occhi sgranati, sgomenti come colui che si affaccia sull'abisso dell'incomprensibile, ha speso l'ultimo barlume di lucidità e quel poco di fiato che gli restava per salutare mia madre, sua nipote. Emilio, l'ultimo dei Balzaretti, s'è congedato così, sulla soglia dei novant'anni, dopo una vita in principio grama ma poi tutto sommato serena. Gli ultimi giorni sono stati un calvario senza stazioni, con il letto unica fermata, consumandosi poco per volta, ritirandosi in un bozzolo di pelle secca e magra carne attaccata alle ossa. Conciato così non lo era stato neppure all'arrivo dei soldati americani alle porte del campo di lavoro dove si trovava prigioniero dei nazisti, settant'anni fa, in Germania. Allora erano i patimenti di un corpo assetato di vita, ora quella stessa vita che un pezzetto alla volta si staccava, i rari granelli di sabbia rimasti ancora nella clessidra.
Domani, sabato, accompagneremo Emilio nell'ultimo viaggio su questa terra, ma non è un pensiero triste quello che mi ronza nella testa. Se oltre non esiste nulla ha finito almeno di patire, mentre se la morte è un misterioso seme di rinascita sono contento perché finalmente è tornato a sorridere, come ormai più non riusciva. A parte questo e mille altre ricordi che mi legano a lui, voglio appuntare qui traccia del regalo più bello che mi ha lasciato in questi giorni, per interposta persona.
Si chiama Silvia, fa l'infermiera, abita nello stesso paese dello zio e in queste settimane, in questi mesi, gli è stata vicina, prendendosene cura, alleviando il fastidio e il dolore delle piaghe piccole e grandi, facendo medicazioni, quando serviva, sia a lui sia a sua moglie Angelina, oppure scambiando qualche semplice parola. E fin qui non c'è nulla di strano, se non fosse per il compenso che ogni volta chiedeva: nulla. Niente, zero, non un euro, al massimo un "grazie" e anche quello bisognava pronunciarlo sottovoce, perché Silvia è buona quanto timida e farla diventare rossa è un attimo, mettendola in un imbarazzo che non merita. Ieri, mentre gli fasciava le gambe insanguinate, sono rimasto esterefatto dalla sapienza e dall'amore di quel gesto, da quella gratuità assoluta, dal donare tempo e competenza senza volere in cambio nulla, trovando gratificazione - credo - semplicemente nel fare una cosa buona, giusta. "Vorrei che i miei figli crescessero così" ho pensato, trovando in lei un modello raro quanto prezioso, mentre tutto attorno il denaro, il compenso materiale è diventato misura e metro in ogni cosa. Perché in ogni ambito, compresi quelli che dovrebbero essere intimamente lontani dalla logica dello scambio economico (penso all'assistenza sociale, alla medicina, ma anche all'istruzione, alla politica...) il parametro sono i soldi? Come è possibile che essi si siano presi platealmente la scena, oscurando e addirittura cancellando altre monete che invece hanno valore proprio perché non conoscono prezzo, come la reciprocità, la stima, l'ammirazione, il buon nome, la gratitudine, la riconoscenza, l'amicizia?
Sono mesi che ci rifletto e ringrazio Silvia e indirettamente Emilio per avermi dato un esempio e insieme una risposta concreta: la testimonianza che si può fare, che qualcuno, magari molti lo fanno già, senza clamore, senza appuntarsi medaglie al petto, senza bisogno di liturgie o riti benedicenti, bensì rimboccandosi le maniche, dimostrando una generosità fattiva. E per ringraziare Silvia, visto che non ha mai voluto né vorrà un euro, cerco di imitarla: lei medicando, io scrivendo, lei curando le piaghe di Emilio, io ringraziando suo padre e sua madre che l'hanno cresciuta così e facendo di questa sua virtù buona memoria.

domenica 23 marzo 2014

Generazione Giorgia

Foto by Leonora
Giorgia ascolta musica nella stanza di fianco, sdraiata sul letto, a pancia in giù, con in mano il cellulare. Riconosco la canzone (Counting stars, dei OneRepublic), che lei intanto canta, spensierata come i suoi quattordici anni. "But baby, I’ve been, I’ve been playing hard. Sitting, no more counting dollars, we’ll be, we’ll be, counting stars". Non più contando dollari, conteremo le stelle.
Sorrido, notando la coincidenza con ciò che sto leggendo io, l'intervista a Mauro Moretti, amministratore delegato di Fs (Ferrovie dello Stato), sul rifiuto all'ipotizzato taglio degli stipendi ai manager di aziende pubbliche. Parole che non fanno una grinza: il mercato non riconosce Stato o privato, mira all'efficienza finalizzata al profitto. Mi turba lievimente il verbo "pigliare", che usa per indicare quanto prende lui e quanto invece i suoi colleghi all'estero e i vari politici ("pigliare" evoca colui che prende, arraffa, si accaparra) ma è una sottigliezza.
Ciò che invece stride, per come la vedo io, è il ricondurre tutto al denaro, il soldo come misura di tutte le cose, compreso il merito, il servizio, la bravura.
Non sono pauperista, non pretendo che si debba vivere in una società dove la livella è imposta dall'alto, non credo esista un giusto e un superfluo oggettivo e sono consapevole che ciascuno ha le proprie aspirazioni, desideri anche materiali per cui è disposto a fare sacrifici, a impegnarsi giorno e notte e guadagnare e spendere quanto per me è una follia oppure anche solo accumulare ricchezza, come zio Paperone, per il gusto di sedere sopra una fortuna, facendone il proprio dio, l'orizzonte di vita.
A Giorgia però, che intanto continua ad ascoltare musica (ora è il turno di Happy, di Pharrell Williams: un'altra coincidenza!) vorrei insegnare che nella vita c'è altro, che più di uno stipendio alto conta un lavoro che soddisfa, che ti fa andare a letto contento la sera, per il semplice motivo di averlo fatto bene. Vorrei dirle che essere appagati vale più di essere pagati, che per lei sogno un'esistenza piena, in cui ciò che vale conta più di quanto ha prezzo, che nessuno è più ricco di colui o colei che si accontenta di ciò che ha, che il poco desiderare è una fortuna maggiore del molto possedere.
Mi piacerebbe che fosse brava in ciò che farà e vorrei farle capire che oltre al denaro esiste un'altra moneta: la riconoscenza altrui, la stima, la soddisfazione personale, il mettersi al servizio per una causa che si ritiene buona, giusta. Vorrei che il "no profit" fosse per lei e per gli altri miei figli e per l'intera loro generazione, uno stile di vita, ribaltando la gerarchia che da decenni ci regola e, in molti casi, ci alliena, ci annienta.

venerdì 20 dicembre 2013

Lavorare per la gloria

Foto by Leonora
Ricordarsi di essere un uomo. Anche nei momenti difficili, pure quando le scorciatoie sembrano comode e invitanti, nonostante gli errori e le debolezze che mi distinguono.
Da un paio di mesi ho ritrovato parte di quella serenità che avevo perso, smarrita correndo alla rinfusa, senza una coda e soprattutto un capo. Se ci ripenso, mi pare che fosse proprio quello il tarlo fastidioso, oltre che il più greve fardello.
Il momento catartico, sul lavoro, è senza dubbio la mattinata in piazza del giovedì. Quattro ore accanto al camper del Cittadino e di Mbtv, al gelo, spesso con la pioggia, a stringere mani e chiacchierare con chi passa dall'Arengario e dare retta ai lettori, quelli fedeli ed entusiasti, che ogni volta ritornano, e quelli più distratti, talvolta brontoloni, ma alla fine sempre cortesi e capaci di suscitare un sorriso.
Ieri, nell'ultimo degli appuntamenti prima di Natale, mentre camminavo sotto l'acqua e vedevo il camper da lontano pensavo: "Se il mio fosse solo un lavoro non sarei qui", non saremmo stati lì, né io né Massimo (il responsabile della pubblicità) e neppure Angelo, il redattore più anziano e che non è mai mancato
"Lavorare per la gloria" capita di sentir dire, quasi sempre con accezione negativa ("Non sono qua a lavorare per la gloria"). Per la gloria no, però neanche per un che di materiale soltanto.
C'è qualcosa di più importante dei soldi (fondamentali ma non essenziali), del prestigio, della posizione sociale. C'è una radice di valore da cui attingo linfa, che deve essere la stessa per la quale mi emoziono ancora quando leggo la mia firma in pagina, o un articolo ben scritto, una storia raccontata al meglio. Non è neppure vanità, che esiste però non sarebbe un motore così potente da trasformarsi in energia rinnovata e rinnovabile, ogni giorno. Potrei dire che è il gusto di far bene il proprio mestiere, di sentirsi in qualche modo utile, ma mi pare riduttivo anche questo. Credo sia una somma di più fattori, una miscela che ciascuno calibra a suo modo, che fa da motivazione all'impegno e che alla fine si traduce con l'andare a letto soddisfatto, la sera, e svegliarmi dopottutto con il sorriso, al mattino.

domenica 10 marzo 2013

Se non avessi più un soldo

Foto by Leonora
Se non avessi più un soldo venderei i miei libri, uno a uno, o li darei in prestito per poterne leggerne altrettanti, ricevuti in cambio. Se non avessi più un soldo coltiverei il prato che mi ha lasciato mio padre e farei legna nel bosco che era di mio nonno, comprerei una mucca, tre maiali, mezza dozzina di galline e un gallo, getterei nella spazzatura meno di quanto butto adesso, imparerei a rammendare i vestiti, non guarderei se la giacca è passata di moda, cercherei di diventare abile a riparare tutto, mi darei da fare aiutando il vicino nel riparare la casa così che lui aiuti me, quando ne ho bisogno. Se non avessi più un soldo pregherei che uscisse spesso il sole perché così potrei lavarmi con l'acqua calda dei pannelli che ho sul tetto, direi addio al telefono e alla tv e mi cercherei quei computer di cui ho letto da qualche parte, che hanno una dinamo e una manovella di lato per ricaricarli e farli funzionare come la torcia dell'Ikea che ho comprato a Giovanni, il mese scorso. Se non avessi più un soldo andrei in biblioteca per usare Internet, accetterei gli inviti degli amici per guardare alla tele le partite della Juve e qualche film, ogni tanto, aspetterei il giorno in cui si può andare gratis nei musei e aggiusterei la bicicletta per spostarmi con quella, cercando un lavoro da garzone in una falegnameria o da un fabbro, sperando che mi prendano. Se non avessi più un soldo chiacchiererei di meno, ascolterei di più, tornerei a suonare la chitarra, continuerei a raccontare storie e forse scriverei un libro. Se non avessi più un soldo la mia vita cambierebbe e certo cambierei pure io. Forse non in peggio.

domenica 3 marzo 2013

Lo scopo del lavoro

Foto by Leonora
Ho letto molti libri, la frase che mi ha aperto la mente l'ho trovata in un film. In un cartone animato. Neanche uno dei più famosi, tipo Bambi, il Re Leone, Kung Fu Panda (il mio preferito), Madagascar... No, l'ho scovata in "Robots", figlio minore e mai cresciuto dei creatori di L'Era Glaciale, passato inosservato ai più e anche a me stesso, la prima volta che l'avevo visto, anni fa. L'altra sera invece, mentre ero seduto sul divano con Giovanni, c'è stato uno di quei rari momenti in cui senti una cosa e per un'istante diventa tutto buio e hai solo quella luce, in fondo, che tuttavia chiarisce meravigliosamente tutto. A pronunciarla è Bigweld, inventore e fondatore delle omonime industrie, che a un certo punto dice: "Per me il solo scopo del lavoro era di rendere migliore la vita ma il fare soldi è passato al primo posto".
Il solo scopo del lavoro è rendere migliore la vita... Non è semplicemente vero? D'una semplicità pari alla verità: disarmante. Eppure me lo sono dimenticato, ce lo siamo dimenticati, non so perché, non so per come, per uno di quei meccanismi molto umani per cui si parte da un punto e ce ne si allontana piano piano, inesorabilmente, finché non rammenti più l'origine, l'inizio, l'obiettivo del viaggio.
Il solo scopo del lavoro dovrebbe essere quello: rendere migliore la vita. Invece il far soldi è passato al primo posto, l'ha sostituito goccia a goccia, palmo a palmo. "Soldi per far soldi per far soldi": se n'era già accorto Giorgio Bocca, in un reportage illuminante proprio della regione in cui vivo. Era il 1962. Cinquant'anni dopo in meglio è cambiato poco. Proseguiamo su quel crinale asciutto e a rischio, preferendo sbattere la testa contro il muro piuttosto che fermarci un attimo e tornare indietro, all'origine di tutto, a quello scopo del lavoro che ricerca non la ricchezza, bensì la felicità.

P. S. I film, il libri, i blog, servono anche a questo: ricordare da dove sei partito facendoti capire perché nonostante continui a camminare non ti senti mai arrivato. Da domani ogni azione che farò al lavoro sarà finalizzata a questo: rendere migliore la vita e il posto dove abito, il mondo.

lunedì 15 ottobre 2012

Nel mio piccolo

Foto by Leonora
In meno di ventiquattro ore oltre cinquanta persone hanno sottoscritto una frase che ieri sera ho scritto senza pensarci troppo, lì per lì, su Facebook. Le parole esatte erano: "Non so se esiste la decrescita felice ma la crescita infelice é stata per lungo tempo un dato di fatto. Forse é venuto il momento di rimettere in ordine le priorità. Meno soldi, potere, beni materiali, più amicizia, convivialità, cultura...".
Il limite di certe frasi a effetto è che raramente il principio si declina nel concreto, mentre io nel mio piccolo, vorrei farlo. Vorrei comprare soltanto le camicie che mi servono e mai più fare un acquisto solo perché si trova in saldo o scontato del cinquanta per cento (potrei elencarvi almeno dieci boiate comprate all'outlet o al grande magazzino di turno, che mi sembravano un affarone e poi, una volta tornato a casa non le ho più tolte dall'armadio). Vorrei prestare più libri e farmi prestare più cd. Vorrei cenare più spesso dagli amici e averli ospiti a mia volta, un giorno alla settimana fisso (o anche due, che di ospitalità non è mai morto nessuno); vorrei piantare più verdure nell'orto e mettere una serra, così non ho venti chili di pomodori tre settimane all'anno ma mezzo chilo la settimana da maggio a ottobre; vorrei riciclare l'acqua piovana che scende dal tetto e tornare ad avere le galline, come quando ero bambino, anche se poi non ci sarebbe nessuno disposto a tirar loro il collo, ma almeno avrei le uova a chilometro zero (ora sono a chilometro uno, nel senso che scrocco quelle che mi porta Fulvio). Vorrei continuare a fare vacanze escludendo alberghi di lusso, possibilmente in bungalow di legno (adoro le case di legno) e senza pasto incluso, che così si mangia anche il giusto, senza abbuffarsi "tanto è già pagato"; vorrei vedere le partite della Juventus con la casa piena, che io a Sky non rinuncio (un vizio! non fumo, non bevo, non scommetto, non pago dolci compagnie o altro, ma il satellite no! concedetemelo!) così almeno qualche amico può risparmiare e venire a vederlo da me, senza pagare biglietto e magari - se proprio proprio - porta una torta fatta in casa da dividere in compagnia. Vorrei accontentarmi dei bicchieri scompagnati e non vergognarmi se quando ci sono ospiti non ce n'è uno uguale all'altro e il servizio completo s'è rotto da un pezzo. Vorrei avere poco ma quel poco condividerlo appieno, senza alzare steccati, aprendo a tutti la mia casa e mettendo in tavola una brocca d'acqua e, finché posso, un dito di vino, con un po' di pane e salame o formaggio, come mi hanno insegnato i parenti valtellinesi di mio padre. Vorrei accontentarmi di quello che prendo di stipendio e accettare l'idea che domani potrei anche a rinunciare a una parte di esso, pur di continuare a fare un lavoro che mi piace e che mi costa metà fatica pur se sono impegnato il doppio.
Queste e altre mille cose vorrei, per cominciare a cambiare il mio, d'un mondo, anche se non sono mai stato eccessivamente avaro o prodigo e la brama di potere non è tra i difetti di cui subisco il fascino, così come il desiderio di beni materiali, tanto che a parte le spese ordinarie di gestione famigliare non spendo gran che e potrei vivere tranquillamente un'esistenza da monaco (con Sky, mi raccomando).

domenica 29 aprile 2012

La tua felicità è la mia (dividendola si moltiplica)

L'ho letta un paio di giorni fa, dipinta su un muro, ma ero certo di essermela appuntata anch'io e infatti l'ho ritrovata, in uno dei sette pensieri scritti nel marzo del 2009. "Happiness is real only when shared". La felicità è autentica soltanto se è condivisa.
Mi frulla in testa in questi giorni di ponte, in cui prenderò il giorno di vacanza che ho rimandato a Natale e che potrebbero essere serenissimi se altri cieli, accanto al mio, non fossero scuri di nubi e tempesta. Troppe le storie di crisi, i nomi, i cognomi, i volti delle persone che conosco, a cui voglio bene, e che hanno perso in questi mesi il lavoro, senza trovarne un altro, dovendo fare i conti sapendo che non tornano. Anche ieri, mentre eravamo a pranzo, ho saputo che il papà di un'amica di Giulia è stato lasciato a casa. Facevano già i salti mortali prima, immagino, visto che aveva un impiego lui solo e ora immagino con che peso andranno a letto, sapendo che il buco della cintura è sempre più stretto. Chiudo gli occhi, ripenso a quanti conosco e che sono in qualche modo in mezzo al guado. Chi non viene pagato da tre mesi, chi non prende i soldi della merce che ha venduto l'anno scorso, chi è in cassa integrazione, chi è stato lasciato a casa dall'oggi al domani e punto. Ripenso alla fortuna che ho, nell'avere un buon posto, ben retribuito (senza contare ciò che più conta, cioè l'essere apprezzato). E' vero, da quando ho cominciato questo mestiere ci sono stati alti e bassi e i bassi hanno sfiorato il logoramento, quando mi sentivo stretto in gabbia, soffocato. Però a fine mese lo stipendio veniva accreditato e anche se non era da nababbo (sui mille e seicento euro al mese) mi consentiva di vivere sereno. Ora, ho saputo dai miei ex colleghi della tv, la situazione è grigia anche lì e tra contratti di solidarietà, ferie forzate e cassa integrazione si barcamenano, sperando in tempi migliori e cercando di non andare tutti a fondo. E io mi sento piccino piccino al loro confronto, quasi non meritassi tanta fortuna, pur se so che è una ruota che gira e per quanto posso restare in equilibrio, ad ogni alto corrisponde sempre un basso: è solo questione di tempo.
Seguendo i miei pensieri sono uscito dal solco che avevo all'inizio tracciato. Ci torno svelto, per dire che non esiste godimento pieno dei propri privilegi e tanto meno felicità se le persone che dicevo prima, quelle che conosco, a cui voglio bene, non lo sono altrettanto. Non è un caso se i politici del dopo guerra hanno attuato politiche di redistribuzione del reddito. Una scelta egoistica più di quanto appaia all'occhio disattento. Anche il ricco, infatti, trae beneficio da una società dove la differenza tra lui e il povero non è abissale, non crea un varco insormontabile, profondissimo. Avere milioni di dollari o di euro ed essere costretto a girare con la scorta o ad abitare in villaggi protetti da guardie armate fino ai denti (come avviene in molti paesi del terzo e anche del secondo mondo - perché anche se nessuno lo definisce mai un "secondo mondo" deve pur esistere visto che c'è il terzo mondo e anche il quarto) è meno allettante rispetto ad avere in banca un conto più striminzito ma poter girare sicuri, non essere definiti soltanto come un bersaglio. Come ben sapeva Christopher McCandless, la felicità è autentica soltanto se è condivisa. Lo stesso mi pare valga per la fortuna, per il lavoro, per la ricchezza: solo dividendole si moltiplicano.

Foto by Leonora

mercoledì 21 settembre 2011

Il valore dell'aria

Paola ha scritto al post precedente un commento bellissimo, di cui qui riporto il finale: "La crisi? E' una piega sulla fronte, un pensiero che attraversa la mente mentre vedi che un paese così bello come il nostro si arena in un pantano di fatti pesanti, di stupide (offensive) parole intercettate e in un modo di pensare, di vedere la vita, le donne, la famiglia, il futuro che non mi rappresenta (non ci rappresenta). La crisi è questo pensiero che continua, ancora, ancora e ancora a non avere voce."
Scrivo "crisi" e penso immediatamente, riflesso condizionato, a una questione di soldi.
Vorrei per un istante che sparissero ma non dalla banca (dove purtroppo se ne vanno davvero, cicala ingorda che dilapida anni e anni di formichina) bensì dalla testa.
Vorrei che nell'agenda degli interessi tornassero in testa quei valori immateriali che sono come l'aria che respiriamo: necessaria, indispensabile alla vita eppure data per scontata, tanto da neanche accorgerci che esiste.
Ne parlavo poche ore fa con una persona che non voglio nominare e che nel corso degli anni ha avuto una bella vita: auto, moto, barche. La cassa però s'è prosciugata e oggi l'ho sentito dire: "Al mattino esco senza soldi, così non li spendo, eppure sono felice lo stesso, godo più le cose semplici".
Per farlo, ha dovuto toccare il fondo, finire in ginocchio e persino subire umiliazioni.
Faccio un passo indietro, all'intervista di Terry De Nicolò e alle pecore che vivono a duemila euro al mese. Io le pecore e i leoni non li giudico dai soldi, ma dalla capacità di essere sereni, dalla saggezza nell'affrontare le cose, dalla stima che raccolgono tra chi li conosce bene, dal ricordo buono che lasciano.
Finiamola di mettere al primo posto i soldi, torniamo ad imparare come riuscire ad essere soddisfatti, felici, scoprendo particolari ora spesso lasciati nello sgabuzzino (gli affetti, le relazioni, la curiosità di imparare, il far funzionare il cervello, il culto della memoria, il gusto del bello, il sapore delle pietanze genuine...) e assaporandoli esattamente come quando dopo esser rimasti a lungo senza fiato sentiamo l'aria scendere nei polmoni.

Foto by Leonora

mercoledì 10 agosto 2011

Soldi, soldi, soldi... ma non sono tutto


Money, money, money. Soldi, sempre soldi, solo soldi.
I soldi che desidera intascare Eto'o, il giocatore dell'Inter che vuole andare a giocare nell'Anzhi (nell'Anzhi!), la squadra di Makhachkala (di Makhachkala!! Non so neanche pronunciarla Makhachkala...), capitale della repubblica russa del Dagestan (il Dagestan!!! Neppure sapevo esistesse il Dagestan. Pensavo fosse come la Krakozhia di Tom Hanks in "The Terminal"...). Il tutto per una ventina di milioni di euro netti all'anno, per tre anni. Sessanta milioni in tutto. Embé, una bella cifra. Ma non è che ora il signor Eto'o Samuel guadagni al mese 1.800 euro. Ogni anno, sempre netti, stacca un bel assegno da sette o otto milioni. E gioca nell'Inter, farà la Champions, vive a Milano. Sei stanco? Vuoi cambiare? D'accordo, vai in Inghilterra, ti danno gli stessi soldi o anche qualcosina in più e stai comunque da nababbo e giochi ad altissimi livelli, benedetto signore, visto che non sei un pensionato, hai trent'anni, sei nel "buono di un uomo". E poi all'Inter o in altre squadre i soldi te li danno ogni fine mese, certi come la terra che hai sotto i piedi. Chissà nell'Anzhi (nell'Anzhi!), a Makhachkala (a Makhachkala!!), nel Dagestan (nel Dagestan!!!). E non è che vai due mesi, devi restarne almeno otto. Otto per tre ventiquattro. Due anni esatti della tua vita... E sei già ultramilionario... Boh...
"Soldi" sono anche l'ideale dei rivoltosi inglesi che hanno messo a ferro e fuoco (letteralmente Londra). Su questo sono d'accordo al cento per cento con ciò che ha scritto Massimo Gramellini oggi, su La Stampa, e non aggiungo altro.

"Continuo a guardare la foto di quel teppista che si aggira fra le fiamme di Londra in tuta e scarpette firmate. E’ una povera vittima, un relitto disperato della nostra società opulenta, come vorrebbe certa sociologia? Mah. I poveracci sono un’altra cosa: i bambini del Corno d’Africa con gli occhi sbiancati dalla fame, quelli sono vittime e infatti non indossano scarpe griffate. E’ allora soltanto un delinquente «puro e semplice», come sostiene il primo ministro inglese? Anche questa interpretazione è fin troppo comoda. Sembra formulata a uso e consumo dei benpensanti: per non turbarli, per non svegliarli.

Quando i teppisti diventano un esercito e mettono a ferro e fuoco una metropoli occidentale, significa che è successo qualcosa che non si può più combattere solo aumentando il numero dei poliziotti e delle celle. E’ il segnale di un mondo, il nostro, che si sgretola. Un mondo senza politica, senza cultura, senza solidarietà. Il teppista griffato non si rivolta per ottenere un impiego, del cibo o dei diritti civili. Reclama soltanto l’accesso agli status-symbol della pubblicità acquistabili attraverso il denaro. Dal giorno infausto in cui il capitalismo dei finanzieri ha soppiantato quello dei produttori, il denaro si è infatti sganciato dal merito, dal lavoro e dall’uomo, trasformandosi in un valore a sé. L’unico. Quel ragazzo è il prodotto di questa bella scuola di vita. Mettiamolo pure in galera. Ma poi affrettiamoci a ricostruire la scuola".

Non è finita. Oggi ho avuto una brutta sorpresa, pubblicando sulla pagina Facebook de La Provincia il seguente testo: "A settembre il settore Cronaca de La Provincia potrebbe inserire in redazione uno / una stagista. Zero soldi, ma un po' di esperienza sì. Chi è interessato mi mandi una mail ( g.bardaglio@laprovincia.it )". Nulla di che, mi sembrava. Anzi (senza l'h, se no diventerebbe Anzhi e dovrei ricominciare questo post da capo) ero certo fosse il modo più diretto, schietto, leale di allargare il cerchio e offrire un'opportunità a chiunque fosse interessato, abbattendo i paletti del circolo ristretto. Invece, apriti cielo. In poche ore sulla stessa pagina Facebook sono arrivati tre, quattro commenti che facevano sarcasmo sul "zero soldi", aggiungendo frasi maliziose (tipo: "i soliti schiavisti" o "è finita la cuccagna, siete in crisi anche voi") e anche offensive ("avete le pezze al culo"). Fatto sta che, per evitare polemiche, ho tolto il tutto. Con tristezza però, perché mi pareva una possibilità per tanti giovani che ma

sabato 9 luglio 2011

Il prezzo delle cose e il valore dell'uomo



Pur con tutto il greve e scabroso fardello dei difetti che ho, credo di aver trovato chi si colloca al polo esattamente opposto al mio. Si chiama Marco Milanese, è un ex ufficiale della Guardia di Finanza e consigliere politico del ministro Giulio Tremonti, protagonista sui giornali di questi giorni per vicende su cui sta indagando la magistratura. Sull'aspetto giuridico nulla da dire: vedremo se le accuse che lo riguardano sono fondate o meno. E' invece lo stile di vita emerso dall'inchiesta che mi incuriosisce, mettendolo in relazione con me stesso. Leggo su La Stampa, a firma Francesco Grignetti: "Ah, quanto piaceva a Marco Milanese farsi vedere in giro sulla fuoriserie, a bordo del suo motoscafo, nella villa di Nizza. Amava i costosi weekend a New York, rigorosamente nei migliori alberghi. Oppure presentarsi a Natale con un orokogio "Patek Philippe" da quindicimila euro nella carta da regalo".

"Non mi somiglia per niente!" come ripeteva Johnny Stecchino. Nel mio caso è vero: non mi somiglia. Le cose belle mi piacciono, ma non farei mai follie per un oggetto che si può comprare col denaro. Avere i soldi per una vita dignitosa, agiata persino, è un conto, soddisfare il proprio ego con la carta di credito è un altro. Tra le molte fortune che ho c'è quella di accontentarsi del già troppo che ho, materialmente parlando. Una bellissima casa, costruita dai miei genitori con sacrifici veri, senza andare in ferie un solo anno, e sistemata grazie ai risparmi miei e di Isabella nei primi anni di lavoro. Una macchina sportiva, l'unica auto che abbia mai acquistato e posseduto, attualmente pure troppo giovanile per i quarantaquattro anni e tre figli che porto, ma già allora costata quanto un'utilitaria di medio livello (meno di una Golf, tanto per intenderci). Vacanze almeno due volte all'anno, massimo tre (anche se mai più lunghe di una settimana, in residence dove si deve cucinare e riassettare le camere, non in albergo, e in bei posti ma non in capo al mondo). Ogni tanto vado in pizzeria, ristorante più raro. Al polso ho un orologio "patacca", che fa scena e null'altro. Tutto qui. Diavolerie elettroniche e collegamenti con il mondo (tv satellitare e Internet) a casa mia non mancano e per quanto riguarda le uniche cose che davvero mi interessano, i libri, godo di un privilegio particolare: come tutti i colleghi, posso acquistarli come aggiornamento professionale per contratto giornalistico.

Cosa voglio di più? Non quadri, non gioielli, non lingotti d'oro. Nulla, almeno di ciò che ha un prezzo. Certo, se fossi più ricco, se guadagnassi molto di più, farei qualche viaggio, forse farei costruire una piccola piscina nel prato di casa. Nulla però di stratosferico: il lusso è vocabolo che associo non a un oggetto, bensì a una condizione, a una categoria dello spirito ("concedermi il lusso di poter dormire fino a tardi ogni tanto, al mattino; scrivere ciò che ritengo giusto; non avere mal di denti o altro...").

Ecco perchè Marco Milanese, pur nell'apice dei suoi successi, prima che la magistratura chiedesse conto, non l'invidiavo affatto. Né tutti i Marco Milanese del mondo. Come ho già scritto, per me vale l'indicazione del beato Arlatto: "Meglio del molto possedere c'è il poco desiderare".



Foto by Leonora

mercoledì 26 marzo 2008

Ad onor del vero


Per quattro giorni muto, poi tre post in un giorno: dei giornalisti proprio non ci si può fidare. A quanto pare neppure di tanti altri. Recentemente (credo di ricordare fosse il giorno di Pasqua, a tavola, con le persone a cui voglio bene) si stava parlando di politica (e sì, da noi si usa ancora parlarne, discutere, accalorarsi) e a un certo punto si è fatta strada la notizia che si vota il 13 e 14 aprile poiché se si fosse votato anche soltanto una settimana prima i parlamentari attuali non avrebbero maturato il diritto a ricevere una (cospicua) pensione.

A questo proposito, pur non essendo mozzarella, di bufala possiamo parlare, come spiega la seguente mail a firma di un'onorevole comasca:


Io sono uno di questi deputati e non mi risulta proprio di aver maturato la pensione se si vota il 13 aprile. Intanto la pensione si matura facendo una legislatura completa (5 anni) e la si prende (dopo la riforma fatta dal primo governo di centrosinistra) all'età pensionabile ( a meno di avere fatto un numero elevato di anni di attività parlamentare, non so esattamente quanti).
Chi non ha fatto una legislatura completa ha il diritto di continuare a versare i contributi fino a completare il periodo di cinque anni purchè il mandato sia durato almeno due anni e sei mesi.
Dato che questa legislatura è durata solo due anni nessun diritto alla pensione è stato acquisito da chi non si ricandida o non sarà eletto. E quanto al non far nulla le assicuro che chi alla Camera fa il proprio dovere (io credo di averlo fatto) la vita è davvero massacrante, tanto è vero che, pur avendo un posto di parlamentare assicurato, ho deciso di non ricandidarmi. Questi messaggi servono solo ad allontanare gli elettori dai loro rappresentanti e questo non fa certo bene alla democrazia italiana.
Cordiali saluti
on. Rosalba Benzoni


Scusate, ma è una precisazione che dovevo ai commensali e anche a me stesso, che nell'averla appresa quasi mi rovinavo la digestione di quel banchetto luculliano che a casa mia, a Pasqua, c'è stato (magna magna sì, però genuino).
Foto by Leonora