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sabato 20 settembre 2025

Non è mai troppo tardi (Potare e coltivare)

Di mamma ce n'è una sola, anche quando la si vede poco.
Imparo molto da lei, tuttora, specialmente quando non proferisce verbo ed è con l’esempio che dà lezioni di vita, a tutto tondo.
Me ne sono accorto nei giorni scorsi, assaggiando una pietanza che non aveva mai preparato e facendo mente locale che nell’ultimo mese non è la prima volta. Ho ricordato allora le trasmissioni di cucina su cui è sintonizzata la sua tv, realizzando che invece di rattrappirsi su ciò che sa, prende spunto per nuove ricette, dimostrando che imparare non ha età, basta averne desiderio e spirito. E che lei ne abbia è indubbio. Basti pensare che un anno e mezzo fa, cadendo dalle scale, s'è rotta entrambi i malleoli, restando allettata un mese e mezzo, ma già dopo quattro era in piedi e al termine del quinto guidava l'auto.

P.S. "Potare" e "coltivare" sono le due parole che mi fanno idealmente da bussola, in questo scorcio di stagione che è un avvio d’anno, anche se per come siamo abituati a contare i mesi ci siamo nel mezzo.
Sul “potare” dico nulla, pur se è la parte più difficile: d'istinto infatti vorrei trattenere, conservare, accumulare, poiché in potenza tutto potrebbe venir utile per un domani che poi - se devo essere onesto - novantanove volte su cento resta vano.
“Coltivare” è azione ugualmente impegnativa, ma che di fatica me ne costa meno, evocando qualcosa che sento nelle corde: il prendersi cura. In questo da mia madre ho preso moltissimo, anche se lei non è esente da limiti e proprio in questo so di poter fare meglio. E anche in ciò mi è da maestra, non facendomi mai sentire schiacciato, avendomi così aiutato a spiegare le ali, affinché nella vita mi librassi in volo libero, da solo.

domenica 8 dicembre 2019

Se salgo lo trovo (Superpoteri femminili)


Per fortuna Dio o chi per lui ha concesso a ciascuno di noi almeno un difetto (con me tra l'altro è stato generoso, abbondando) affinché nello sperimentare i propri limiti non si sia troppo severi nel giudicare l'altro.
Ad alcuni però, in particolare ad alcune donne, ha concesso pure dei superpoteri, che l'Uomo Ragno al confronto è un imbranato.
Qualche esempio, limitato all'esperienza personale nel perimetro domestico.
-  "Metti il sale" (variante: butta la pasta)
Lei mette il sale o butta la pasta e pesa gli ingredienti "ad occhio". Ed è sempre giusto! Io l'ultima volta che ho obbedito gettando nell'acqua bollente "due manciate di penne", come mi era stato esplicitamente chiesto, abbiamo patito la fame (e ho pure le mani grandi!) e quel poco era insipido.
- "È nell’armadio" (variante: se salgo e lo trovo...)
Non esiste indumento che non si trovi al posto corretto, quasi sempre nell'armadio. Il fatto è che io non lo trovo. Osservo, sposto, cerco, risposto, ricerco... Nulla. Il vuoto. Al che mi arrendo e grido: "Qui non c'è, giuro". Al che la sua risposta è sempre la stessa: "Guarda che se salgo e lo trovo". Sale. E lo trova. Qualsiasi cosa sia. Sempre. Subito.
- "Compragli una maglietta" (variante: taglia dodici anni)
Un po' come per il sale e la pasta, anche per le taglie degli indumenti ha un occhio clinico. Io se entro in un negozio e acquisto una t-shirt per un bambino di dodici anni, che dunque dovrebbe indossare una maglietta misura "dodici anni" torno a casa con un lenzuolo matrimoniale, che sta largo pure a Platinette o con un francobollo di tessuto che al dodicenne arriva a malapena all'ombelico.
- "Piega i vestiti" (variante: metti in ordine)
Le camicie manco mi ci metto: uso l'appendino e le lascio stese, nel guardaroba. Magliette e felpe sono un incubo. Lei in tre mosse piega e sistema ogni cosa, riducendola a uno spessore di qualche millimetro, io mi impegno e sudo come per completare un origami giapponese dalla forma di fenicottero e alla fine avanza sempre una manica, c'è sempre una piega, sembra sempre una sfera o un bauletto, qualsiasi capo tento di sistemare nel cassetto.
- "Assaggia se è cotta" (variante: non lo è mai o lo è troppo)
Mentre l'acqua bolle con la pasta dentro da qualche minuto, lei intinge le dita pescando rigatoni o penne o spaghetti quasi direttamente dalla pentola oppure da un cucchiaio apposito, mostrando insensibilità delle mani e anche al palato, poiché lo spaghetto o la penna o il rigatone se lo infila subito in bocca, assaggiandolo a una temperatura che persino il dio Vulcano riterrebbe fuori posto. Lo stesso vale quando beve il caffè o sorseggia la minestra, appena tolta dal fornello. Io l'ultima volta che, per sbaglio, l'ho fatto, ho avuto le labbra di Angelina Jolie per un plenilunio.

Per fortuna ci sono anche i difetti. Limitandomi a casa nostra elenco questi.
- Spesa fatta di fretta, con prodotti acquistati a caso (abbiamo bevuto per una settimana litri di "bevanda al gusto di latte senza lattosio" invece di pacifico latte, mangiato würstel che sarebbero dovuti essere normali invece avevano il ketchup extra piccante dentro, usato un flacone da litro di "shampoo per i capelli tinti di rosso". E molto altro)
- Chiama mille volte il figlio o la figlia, urlando, e quando lei o lui risponde, lei replica: “Nulla, volevo soltanto sapere se c’eri”.
- Grida: "A tavola! È pronto....". Ma quando arrivi pronto non lo è affatto e devi aspettare minuti minuti, senza lamentarsi, perché altrimenti dice: "Dovevate cucinare voi allora".
- Spalanca le finestre al mattino facendo entrare il vento del nord (“Winter is coming “), incurante di chi ha cicli di vita e percezioni diverse dalle sue, che ha freddissimo la sera e al mattino sempre caldo.

 P.S. Annoto tutto questo con ironia e ammirazione, non per un vezzo o desiderio di riscatto, bensì per esperimento scientifico: valutare tra qualche anno se si tratta di talento innato o, come suppongo, di abilità che si tramandano di generazione in generazione, da madre in figlia. Giorgia infatti ora è stupita quanto me, ma tra vent'anni sono quasi certo avrà superpoteri che ora neanche immagino.

martedì 20 gennaio 2015

Purezza (Si sta come del limone nel microonde le scorze)

Foto by Leonora
Purezza. Un concetto che Francesco Piccolo nel libro "Il desiderio di essere come tutti" prende a pretesto per parlare di sè, di noi, di una parte consistente della generazione a cui appartengo, divisa in due come una mela: con me o contro di me, senza spazio di tollerenza alcuna, dallo sport alla politica.
Una questione di appartenenza e di esclusione, in cui il dettaglio (simpatizzare per la sinistra o votare per Berlusconi, ad esempio; considerare l'immigrazione una sciagura o una risorsa; tifare Juventus o credere che calciopoli sia ancora attuale...) smette di essere una parte e diventa totale, classificatorio, discriminante.
Un etichettamento seducente quanto contradditorio e pericoloso, a cui io stesso devo prestare attenzione, per non restarne invischiato. Mi aiutano a non cadere in tentazione la consapevolezza dei miei torti e la vicinanza di persone, amici compresi, che su alcuni argomenti hanno posizioni distanti anni luce dalle mie, mentre per il resto sono uguali o persino migliori. Sono loro che mi ammaestrano, come la volpe con il piccolo principe, evitando che la virtù del (presunto) giusto sfoci in un vizio.
Non so perché sono arrivato a scrivere questo. Ero partito con il proposito assai meno ambizioso di raccontare un episodio domestico, una scoperta da nulla, che sul Giorgio di un anno fa sarebbe scivolato via invece al Giorgio che sono diventato pare d'un certo rilievo.
Occorre tuttavia un preambolo. Da qualche mese, per non fare tutti i giorni avanti e indietro da Bergamo, mi fermo qui, in due locali che mi fanno da appartamento e che sono diventati per me casa e tana, in tutto e per tutto. Così io, che fino a settembre non svuotavo nemmeno il sacchetto dell'immondizia e guardavo il fornello come un curioso strumento alieno, ora mi rifaccio il letto, ogni dieci giorni cambio le lenzuola, tengo in ordine il bagno, lavo i piatti, talvolta cucino... Sì, cucino. Per lo più scaldo vivande, ad essere onesto. Con la conseguenza per me insopportabile dell'odore di cibo che poi rimane, a volte pure dopo aver tenuto le finestre spalancate lungo tempo. Ebbene, oggi, con un'alzata d'ingegno degna di mastro Lindo ho risolto brillantemente la questione, prendendo un bicchiere d'acqua, immergendoci la scorsa di mezzo limone e facendo bollire il tutto. Tre minuti di micronde e già dopo una manciata di secondi sembrava di essere a mezza costa, sul mare, in mezzo a un agrumeto. E' purezza anche questa, dell'aria che respiro (e così mi sono ricordato il motivo per cui avevo iniziato questo post, mi sto ingentilendo ma non sono rincitrullito proprio del tutto).

mercoledì 27 luglio 2011

Marzocca: ottantacinque coperti, otto cuochi e una cucina da applausi


Un piccolo riconoscimento per un grande cuore. Quello che hanno gli addetti al servizio cucina dei ragazzi del mio paese, Lurate, che con la parrocchia se ne sono andati al mare. A Marzocca, vicino Senigallia, nelle Marche. Ottantacinque persone in tutto, di cui oltre settanta tra gli undici e i diciannove anni. Una compagnia allegra e composita, che quando viaggia per le strade pare un serpentone o, meglio, un gregge, tanto che gli automobilisti si bloccano quando attraversano la strada, domandandosi che sarà mai quel pieno di gente.
Sulle virtù di una simile esperienza non spenderò molte parole: io stesso sono diventato adulto proprio in vacanze del genere. L'oratorio di Lurate ha poi avuto una caratteristica, che non si è smarrita pur al cambio dei preti e delle generazioni, cioè quella di non escludere, di non chiudersi in una bolla, nell'illusione di chiamare a raccolta i migliori, bensì accettando sia chi s'impegna un cammino serio sia chi preferisce rimanere ai bordi.
Qui vorrei elogiare pubblicamente una mezza dozzina di persone, coloro che si prestano a preparare ogni giorno da mangiare. Per fortuna mi sono fermato soltanto un giorno e mezzo, di ritorno dalla Puglia, altrimenti sarei tornato ingrassato di almeno cinque chili. Piatti ottimi, vari, genuini e abbondanti, preparati nel rispetto del gusto e pure delle regole ferree sanitarie. Tutti per servire in tavola danno una mano, ma in cucina sono loro: Grazia, Giampaolo, Marco, Carla, Vito, Antonella, Patrizia e Alberto, che quest'anno s'è aggiunto e ha sfornato brioche, pane fresco e mille prelibatezze. Loro passano una settimana così, al servizio totale. Non chiamiamola vacanza, perché lavorano più di quando sono a casa, mettendoci sapienza, cura e passione. Ho sorriso quando mi hanno mostrato la dispensa, le varie celle frigorifere. Da casa, per risparmiare, hanno portato una decina di quintali di scorte alimentari. Non ci avevo mai badato, ma sfamare ottanta e passa persone è impresa non semplice, per cui occorre tattica e organizzazione rigorosa. I ragazzi apprezzano, mangiano e finiscono tutto, come le cavallette, andandosene sazi e non gettando nulla, che è un altro bel messaggio, contro lo spreco. Il clima giova. Non quello meteorologico: quello conviviale. Pietanze che a casa non si sognerebbero neppure di sfiorare, lì vengono divorate con appetito rapace. E alla fine, quando i ragazzi di turno finiscono di sparecchiare e se ne vanno, loro otto restano in sala pranzo, bevendosi un caffé alla buona, nel bicchiere, e chiacchierando di questo e di quello, principalmente di ciò che hanno fatto e di ciò che dovranno per il pasto successivo ancora fare. Poi, dopo neanche cinque minuti, uno di loro si alza, senza dire nulla, se non una parola al vicino di posto: "Andiamo". In cucina c'è da affettare prosciutto e salame. La colazione al sacco per il giorno dopo impone almeno duecento panini imbottiti e se non si è svelti e previdenti, col cavolo a merenda che si possono prepapare.

Foto by Leonora