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domenica 12 gennaio 2020

Un gigante, in cinquanta chili d'uomo (Addio don Dino)


Mi ha voluto bene, guardando alla persona che sono più che ai difetti che sommo, difendendomi sempre in pubblico - pur se non mi aveva scelto lui - e dimostrandosi altrettanto indulgente nel privato.
Debbo a Don Dino Gariboldi molto della mia esperienza monzese, soprattutto i colloqui nello studiolo della porzione di appartamento accanto al Duomo, in cui ci trovavamo di fronte uno all'altro, lui con la saggezza degli anni, io con l'entusiasmo e la passione per il mestiere che ho scelto.
Quando giunsi a Monza ebbi la fortuna di non passare inosservato, per un paio di dettagli che con il senno del poi avrei pure evitato, conseguenza dell'aver applicato alla lettera le regole del giornalismo che mi era stato insegnato. Ciò che a Como o a Milano sarebbe stata una pastina insipida, lì si rivelò cibo indigesto, con tanto di mal di pancia e sollevazione di alcuni notabili del posto.
Ricordo il modo in cui ricompose la frattura, dandomi ragione in consiglio di amministrazione e presentandosi in ufficio il giorno dopo. Lo vidi arrivare con quel suo corpo di uccellino, risalendo il vicolo che portava alla sede de Il Cittadino, in centro, cappello in testa e passo leggero. Bussò lieve alla porta e si accomodò senza aspettare che dicessi: "Prego", cominciando a parlare con un sorrisino di ostentata umiltà dipinto sul volto ed elencandomi i punti nei quali secondo lui avevo sbagliato. Parlò cinque minuti, ripetendo spesso una frase che in seguito gli sentii ripetere di rado: "Se io fossi il direttore de Il Cittadino...". Un modo per suggerire un atteggiamento, un comportamento, senza imporlo, senza prevaricare il ruolo. Alla fine del discorso, riprese in mano il cappello e senza che io avessi il tempo di replicare aggiunse un complimento, uno solo, che tuttavia bilanciò nella mia vana gloria tutto il resto: "Comunque hai un'ottima penna. Fanne buon uso".
Monsignor Gariboldi, don Dino, per anni arciprete del Duomo di Monza, se n'è andato alla soglia dei novant'anni, ieri l'altro.
A Monza ha voluto bene, a "Il Cittadino" di più, salvandolo in più di un'occasione e difendendolo da ogni attacco.
Per chi ha sospettato un suo interventismo eccessivo, quasi fosse tessitore di chissà quali trame, dico questo: in tre anni di direzione, non ha fatto mai un accenno sul favorire questo o quello, né chiesto fosse messa o omessa una notizia.
Una sì, ora che ci penso. Una "breve", cioè due righe che si utilizzano come riempitivo di pagina, sovente per segnalare un appuntamento. Riguardava una messa che avrebbero celebrato in Duomo i cattolici fondamentalisti, quelli che non riconoscono le riforme ecclesiastiche degli ultimi secoli. Quella volta lo vidi per la prima volta furente, piccato, con un fuoco negli occhi e una rabbia covata dentro, che chi lo conosceva bene notava non di rado. "Questa no! Questa notizia non la devi mettere! Il Cardinal Scola ha dato il permesso, ma io non sono d'accordo e anzi, quel giorno me ne andrò lontano, perché il cuore non reggerebbe un simile scempio in Duomo!".
Questo era don Dino Gariboldi, un uomo certamente conservatore, ma prete profondamente legato al Concilio Vaticano Secondo. Un gigante, in cinquanta chili d'uomo.

giovedì 24 ottobre 2019

Nel nome del figlio (Un problema di coscienza)


Due indizi non fanno una prova, però se scrivo ogni giorno è più arduo omettere tutto ciò che concerne il mestiere che faccio, le questioni che altrettanto quotidianamente affronto.
L'antefatto. Nei giorni scorsi sulla tangenziale di Milano c'è stato un incidente in cui sono morte due persone, tra cui un bimbo di cinque anni. Molti giornali hanno riportato la notizia, alcuni di essi hanno omesso il nome e cognome delle persone coinvolte, qualche collega ha dichiarato la sua perplessità, richiamandosi al fatto che dare nome e cognome è sempre stata una regola del buon giornalista, sui social si è scatenato un parapiglia, con buona parte degli interventi che davano al suddetto collega dello sciacallo, della iena.
Dare il nome e cognome. Una questione delicata, che mi sta a cuore e che vorrei fosse affrontata "laicamente", cioè interrogandosi con serietà sui criteri, sulle motivazioni, anche alla luce delle nuove sensibilità e non scegliendo la via più comoda (che sovente è non mettere nome e cognome per pigrizia, per sciatteria).
Il tema è guardare alla luna e non limitarsi al dito che la indica, schierandosi da una parte o dall'altra.
Personalmente credo che sia essenziale - fatta eccezione per i casi già presenti nei manuali di deontologia - mantenere la regola di fornire le generalità delle persone coinvolte in un fatto meritevole di notizia.
Può non piacere, può costare imbarazzo, dolore, fatica, ma è il nostro mestiere.
Ed è importante non perché, banalmente, si vende una copia di giornale in più o si fa clic su una pagina web, bensì perché esiste una sfera pubblica, una dimensione sociale, comunitaria, dell’esistenza umana e di questa dimensione credo sia giusto dare valore, non annullarla.
Rinunciarvi significherebbe infatti accettare e promuovere una “privatizzazione” estrema, un mondo in cui è garantita la maggior privacy possibile, senza tener conto che il rischio conseguente è quello di individui ignoti, anonimi, soli, in cui nessuno conosce più nulla dell'altro.
Ecco perché a mio parere "dare il nome" non è soltanto un diritto, ma il dovere di un giornalista.
Non darlo, viceversa, non equivale a “rispettare” l'altro. Rispettarlo è raccontare cosa è avvenuto e far conoscere, affinché ne sia fatta memoria, compresa la buona memoria, affinché - nel caso specifico - chi conosceva quel bimbo e anche chi non lo conosceva possa piangerlo. Non è un caso che da che mondo e mondo si dica "partecipare al lutto".
La faccio breve, occorrerebbe un trattato, una discussione lunga, un confronto aperto. Se ce ne sarà occasione mi piacerebbe farlo, se qualcuno è interessato potremmo organizzarlo, anche perché ci sono altri temi simili e forse ancora più spinosi (dare il nome e cognome di chi commette un reato, ad esempio).
Per il momento mi accontento di insinuare il dubbio, di porre la domanda. Che poi è il nocciolo del mestiere del giornalista.

sabato 19 ottobre 2019

Sono giornalista, dunque Scavo (Onore a Nello)


Del mio mestiere parlo poco: lo faccio e non sento il bisogno di ostentarlo o di usarlo come pretesto ricamandoci sopra, filosofeggiando.
Oggi mi concedo un'eccezione, soltanto per rendere omaggio a un collega che stimo e che sta pagando a caro prezzo le notizie scovate, gli articoli che ha pubblicato.
Ho conosciuto Nello Scavo quindici anni fa, quando ero in televisione, a Como e lui aveva scelto la città affacciata al lago come dimora, pur lavorando a Milano, già allora ad Avvenire.
D'istinto ne avevo apprezzato la serietà, testimoniata fin dallo sguardo, da quell'espressione del volto, mi verrebbe da scrivere "tragica", amara, tipica di molti suoi conterranei, anche quando sorridono, abbinata a una raffinitezza culturale, a una preparazione, a una meticolosità che ne fanno il tratto distintivo e la ragione prima per cui li ammiro (uso il plurale poiché Nello non è il solo di quell'idealtipo, che comprende un ampio spettro, che va da Pierangelo Buttafuoco a Claudio Fava a Gianni Riotta fino a un altro siciliano "adottato" comasco, Dario Campione).
In un tempo in cui il giornalismo viene posto sulla graticola e ci si interroga su quale sia il futuro, Nello insieme a molti altri indica una strada, facendo altresì da argine a quanti - compreso qualche illustre collega - imputano di cialtroneria e pressapochismo e trombonaggine l'intera categoria, considerando tutta l'erba un fascio.
Onore dunque a lui e a quanti come lui considerano il proprio mestiere un sacerdozio e non cedono di un metro e testimoniano nei fatti, oltre che con le parole, l'utilità del giornalismo, di chi si pone domande e cerca risposte, senza protervia ma coltivando sempre il dubbio.

P.S. L'inchiesta che ha portato alle minacce e conseguentemente sotto tutela Nello Scavo riguarda il traffico di migranti, ma un suo pallino riguarda Papa Francesco, per "smontare" molte delle accuse che gli rivolgono. Su questo tema lo avevo intervistato, un paio d'anni fa, a Bergamo, definendolo già allora un "cronista scomodo" (che scomodo poi è l'aggettivo che ad ogni cronista degno di tal nome dovrebbe essere abbinato).

giovedì 1 febbraio 2018

La notizia in prima pagina (Grazie Bruno)

("Andate al mare!" dice Jack Ma,
il fondatore di Alibaba,
suggerendo l'idea che dopo i sessant'anni
bisognerebbe mettere al primo posto
il benessere, fisico e mentale.
Io non credo che Bruno lo farà,
ma glielo auguro)
C'è un filo rosso che "rilega" ogni giornale con un'anima.
A La Provincia di Como quel filo per quarant'anni lo ha tessuto un uomo che da oggi è in pensione: Bruno Profazio.
Bruno Profazio a La Provincia non ha semplicemente lavorato quarant'anni. Bruno Profazio per quarant'anni "è stato" La Provincia.
Mi piace ricordarlo qua, per gratitudine personale, stima e pubblica riconoscenza.
Non sono stato mai suo amico, nel senso che sarei disonesto se dicessi che l'ho frequentato e conosciuto al di fuori di via Paoli. Di contro, non avendo egli maggiore interesse e orizzonte che il giornale, posso azzardare di averlo conosciuto benissimo, apprezzando in lui un sapere professionale che si è costruito come certi collezionisti pazienti, estraendo il meglio dai molti giornalisti eccellenti che ha avuto accanto, riuscendo a cavare e trasmettere il meglio di ciascuno, diventando a sua volta maestro.
Un maestro, e qui aggiungo un altro tassello per chi non conoscesse l'uomo, che è sempre stato distante dalla cattedra, preferendo insegnare con l'esempio, con uno stile da monaco certosino di cui per altro, a parte il saio, ha tutto: la voce tenue, il passo felpato, i modi bonari, una determinazione che lambisce la cocciutaggine, gli orari antelucani (anche se per esigenze di servizio rispetto ai frati i suoi erano capovolti: prima delle dodici e mezza in redazione lo vedevi di rado, nel pomeriggio si prendeva una pausa abbondante e poi dalle sei e mezza, sette, fino a quasi il sorgere del sole era una macchina che macinava e seminava notizie come fossero grano).
Riferiscono le cronache che a volte si sia pure arrabbiato e lo abbia fatto rivelando unghie e denti aguzzi, ma di questo non sono mai stato testimone diretto, per cui mi astengo da qualsiasi giudizio. Per parlare nel dettaglio di lui c'è chi è molto più qualificato di me, essendogli stato a fianco decenni, come Lillo, Francesco, Stefano, Gugu, Nicola, Mario, Gisella, Anna, le ragazze della tipografia e molti altri, specialmente quelli che lui prendeva sotto la sua ala protettrice, di volta in volta consolandoli, esortandoli, ammonendoli, rimbrottandoli, consigliandoli in quella sorta di confessionale laico e al contempo ufficio nelle relazioni con il pubblico che era per lui la macchinetta del caffè e del tè, nel corridoio.
Un paio di volte, lo ammetto, pure io sono stato "convocato" e "ammaestrato" a dovere in quel luogo, imparando che il modo migliore per non tornarci era capire le cose al volo ed evitare contenziosi che inevitabilmente lo avrebbero visto vincitore, non soltanto perché lui era assai più tenace di me, ma soprattutto perché - onestamente - in entrambi i casi lui aveva ragione e io torto.
Faccio un esempio. Le prime domeniche di servizio come capo cronista mi presentavo in redazione quando ancora non c'era nessuno, poco dopo mezzogiorno, e come il cartografo Pigafetta (la definizione non è mia, ma di un altro collega, Giorgio Spreafico) disegnavo menabò, ordinavo articoli, impostavo pagine, imbastivo copertine, abbozzavo titoli, così che poco dopo le sei di sera il giornale era già per quattro quinti a posto. Verso le sette e mezzo, otto, puntuale come la morte, si presentava Bruno, occhi chiusi a fessura, un mezzo sorriso, girando lo stecchetto di plastica nel suo bicchierino di tè, dando il via alla riunione di redazione in cui immancabilmente tutto veniva rivoluzionato.
Una, due, tre domeniche e anche io ero diventato come Lillo Frigerio, che si imbestialiva e cominciava un tira e molla che si protraeva fino ad oltre le dieci, finché io e lo stesso Lillo per sfinimento alzavamo bandiera bianca e ci adeguavamo nolenti o volenti a quanto richiesto. Finché, un mese dopo, alla macchinetta del caffè, ho capito come potevano cambiare le cose, in meglio. "Giorgino - mi disse Bruno sussurrando, senza guardarmi negli occhi fino alla fine del discorso - tu ti occupi della cronaca della città e io dalla cronaca della città ogni giorno devo avere almeno una notizia da mettere in prima pagina".
Il resto della frase non ebbe bisogno di aggiungerla, nella mente la composi io: "O sei bravo a trovarla presto tu, quella cavolo di notizia, oppure aspetti e alle otto di sera te lo do io e voi vi adeguate. Il resto va da sé, ma il giornale deve avere un titolo forte, ogni giorno. Punto".
Una lezione di giornalismo, oltre che di vita: le priorità definiscono un giornale, altrimenti è solamente un bollettino o la schermata di un social network.
Mi fermo qua, anche perché altrimenti più che un elogio pubblico prenderebbe la forma di un "coccodrillo" (che è il termine tecnico per definire l'articolo quando ci lascia, ma per sempre, qualcuno). Per fortuna invece Bruno sta benissimo, ha da poco compiuto cinquantotto anni e sono proprio curioso di sapere come si reinventerà ora, lontano da quella che è stata per quarant'anni la sua casa e la sua chiesa.
Anzi no, devo aggiungere un altro episodio, senza il quale non racconterei l'essenziale di Bruno Profazio.
Dieci anni fa, giugno 2008. Una delle prima riunioni di redazione, per me, a La Provincia. Tavolo ovale, una dozzina di giornalisti attorno, ogni capo servizio annuncia le notizie che vorrebbe approfondire nel corso della giornata. A un certo punto dalle cronache di paese arriva la proposta di raccontare la vicenda di un parroco abituato a comprarsi auto di gran lusso. In sala silenzio. Io guardo Profazio, che da vice sostituiva quel giorno il direttore, e tra me e me penso: "Considerato quello che si dice di lui è una notizia che non uscirà mai". Non finisco di pensarlo che Profazio prende la parola e dice: "Un prete che gira in Mercedes è comunque una notizia, scriviamola". Quel giorno, nelle prime ore a La Provincia, ho capito come si fa il giornalista e cosa volesse dire lavorare in un giornale serio. Di questo e di molto altro non gli sarò mai abbastanza grato.

(La foto sopra, come quasi tutte quelle di questo blog, è di Leonora)

venerdì 6 giugno 2014

Parentesi chiusa (grazie, zia Angelina)


Foto by Leonora
Prima di aprire una nuova parentesi tento di chiudere quella vecchia, anche se chiusa chiusa non la sarà mai. Sull'esperienza di Monza, al Cittadino, ho ricevuto telefonate, lettere, messaggi, mail. Tutte affettuose, qualcuna simpatica, altre commoventi: come al solito mi sono ripromesso di rispondere una ad una ma sarà un'operazione complessa. Un po' mi sono pentito di non aver organizzato cene o rinfreschi di commiato (ho sempre il timore di arrivar lungo e sfociare nel melodramma o, peggio, nell'operetta), è stato piuttosto un saluto semplice, alla spicciolata, però caloroso, con tutti. Così ho evitato quei congedi mesti, se non tristi, che racconta anche Feltri nel suo ultimo (e gustosissimo) libro, sui "Buoni e cattivi", quando a pagina 249 scrive: "Vuotare i cassetti della scrivania, percorrere in solitudine un'ultima volta i corridoi, nessuno che ti aiuti a portare via gli effetti personali: è come assistere al proprio funerale. In quel momento, comprendi con amarezza i limiti tuoi e altrui. Gli uomini nel peggio sono tutti uguali. Il direttore di un giornale, e in genere ogni capo, un minuto dopo che non lo è più viene considerato solo un poveraccio e come tale lo trattano. E' già un miracolo se non gli sputano addosso".
Ecco, io non credo di averlo rischiato. Forse perché al Cittadino ci sono soprattutto brave persone, certo perché non sono un capo nel senso pieno come lo è Feltri, magari perché io per primo cerco di essere attento a non ferire gratuitamente, a esercitare il potere senza prepotenze, né con i vicini di scrivania né con i lettori. Qualche volta mi è capitato di dover prendere decisioni dolorose, persino interrompere il contratto di collaborazione con qualche collega, ma l'ho fatto sempre motivando il provvedimento e cercando di usare quella sensibilità che avrei voluto fosse usata a parti inverse, memore che le scale si salgono ma anche si scendono. Non solo. La frase che mi ha accompagnato incessantemente negli anni al Cittadino è quella della zia Angelina, pace all'anima sua, quando per la prima volta le ho mostrato un tablet. Ero da poco diventato direttore a Monza e volevo farle un filmato per poi mostrarglielo in tempo reale. Lei, sulla soglia dei novant'anni, alla richiesta di saluto mi aveva detto "di fare il bravo", aggiungendo in dialetto: "rùga minga i gent", non trattare male le persone. La prova provata di quanto scrivo la trovate in questo video e l'ho considerato fin da subito un segno del destino, un monito da appuntarmi e tenere come stella polare. Un'eredità che mi porterò, ne sono certo, oltre Monza.

giovedì 7 giugno 2012

Così muore (con dignità) un giornale

Foto by Leonora

Di giorni tristi ne ho vissuto qualcuno e non vorrei cadere nella retorica dei luoghi comuni scrivendo della chiusura di un giornale che, come ha detto oggi Giorgio Gandola, portava ogni mattina in edicola "un colpo di vento, un colpo di vento utile". Mi riferisco a "L'Ordine", quotidiano comasco di opinione, di cui ho parlato in passato, in più di un'occasione (una la trovate qui, un'altra qui, una terza qui, e qualche altra me la dimentico senz'altro). Una notizia che non avrei voluto leggere perché rimango convinto di ciò che scrissi quattro anni fa: "Un "più" d'informazione è sintomo per una città di buona salute". Ci sveglieremo dunque domani un po' meno forti, un po' più malati, anche un filo più grigi, venendo a mancare nel contempo una voce e un elemento di concorrenza per gli altri notiziari. A Sara, Giovanni, Manuela e agli amici che lavoravano lì va un abbraccio e un in bocca al lupo sincero: non c'è mattino in cui mi alzo infatti senza pensare che fare bene il mio mestiere, trovare una strada che dia profitti e permetta ai giornali di sopravvivere è l'unico modo per dare pane e soddisfazione non soltanto a me stesso, ma anche a più colleghi possibile. Ad Alessandro Sallusti (qui il suo commiato odierno), che con Carlo Ripamonti ha messo cuore e portafogli nell'impresa di rilanciare la storica testata, dico grazie per aver tentato e resistito quasi quattro anni, contro tutti i pronostici e molte cassandre. Lo stesso vale per Mauro Migliavada, a cui tuttavia questo taglio di cordone ombelicale farà bene: è un cronista di talento, non potrà che migliorare, specie ora che non ha più scogli a cui aggrapparsi e deve semplicemente nuotare. Invece ai profeti di sventura e ai pasqualino iettatore che fin da quando è nato hanno desiderato che chiudesse non dedico più di queste righe: la loro contentezza è fatua, così come evanescente è lo spessore umano e la lungimiranza nel godere della barca che affonda senza considerare che galleggiano a malapena sullo stesso mare e i prossimi ad essere inghiottiti saranno proprio loro, gli invidiosi.
Lode e onore a L'Ordine, allora, e grazie anche per tutte le volte che mi hanno preso di mira, dandomi della banderuola, del trombone pomposo, del fustigatore incoerente: è grazie a quelle frecciate che ogni volta che scrivevo un pezzo stavo attento affinché fosse inappuntabile, è grazie all'avere quel cane da guardia tra i piedi che ho imparato a tenerli per terra, evitando di diventare un pallone gonfiato fino a scoppiare.

giovedì 20 ottobre 2011

Ci sono un tedesco, un'italiana e un francese (Il giornale letto sottopra)

Il giornale preso al contrario: non sottosopra ma quasi.
In questi giorni in cui sento più urgente la necessità di cambiare il menù quotidiano offerto ai lettori, temendo che anche un'ottima, una squisitissima, una deliziosa portata di lasagne possa alla lunga stancare se servita sempre come primo in tavola, osservo chi mi è più vicino e compilo la classifica delle notizie più lette.
Che non sono mai quelle nella parte alta della pagina.
Tre giorni, tre esempi.
Ieri l'altro, sezione "esteri" del Corriere, un articoletto di quaranta righe in tutto, un quartino di pagina tra il nulla e la pubblicità delle borse Piquadro. Titolo: Turista scompare in Polinesia "Vittima di un cannibale". Il pezzo, senza firma, racconta di Stefan Ramin, un quarantenne tedesco sparito dopo aver partecipato alla caccia alla capra ("tipica di queste zone"), della sua fidanzata violentata, della guida locale svanita nel nulla, di resti umani, odore di carne bruciata e una tesi agghiacciante, pur se non confermata dalla Polizia: "Che sia stato ucciso e divorato da un gruppo di cannibali". Cannibali! Ma come cannibali? Io credevo che fossero rimasti nei libri di Salgari, uccisi da Tremal-Naik.
Ieri, La Stampa. Patrizia Reggiani, moglie e assassina del rampollo della famiglia Gucci. Titolo: "Mai lavorato, non voglio uscire. La Reggiani sceglie il carcere". La mia, d'una moglie, è scandalizzata. Legge il pezzo due volte, incredula, scuote la testa e dice: "Che mondo, che gente. Non ha mai lavorato...".
Oggi è toccato a me, al giornale dove lavoro, un pezzetto così detto "di spalla", nelle pagine di attualità. Titolo del trafiletto: "La gaffe del ministro francese su twitter: vieni a letto con me?". Il ministro è quello dell'industria, Eric Besson, che s'è sbagliato e ha mandato a tutti i suoi contatti un messaggio privato. Un incubo per l'homo tecnologicus. Proprio per questo l'ho letto, perché mi sono messo nei suoi panni (quelli che poi lui s'è tolto, andandosene a letto, spero non con tutti i tredicimila e passa amici che ha sul social network).

Foto by Leonora

mercoledì 10 agosto 2011

Tiziano Terzani e il sogno congelato



Stamattina ho messo i piedi sulla scrivania. Come va di moda nei telefilm americani anni Settanta e talvolta alla postazione del mio collega, Ferrari.

L'ho fatto non per supponenza, bensì perché ero in redazione di buon ora e a star curvo, sulla sedia, a leggere i giornali, mi ero incriccato la schiena. Così mi sono guardato in giro, e non essendoci ancora nessuno, zac, mi sono messo nella posizione di Lou Grant, pur se mi mancavano bretelle e sigaro. Però si stava bene. Ho messo le cuffie dell'iPod (quelle invece non le aveva Lou Grant) e mi sono letto da cima a fondo un lungo articolo di Bernardo Valli, che racconta Tiziano Terzani, pregandone di ricordarlo per ciò che era, uno scrittore e un giornalista eccezionale, ma non un guru.

Sono d'accordo, anche se Bernardo Valli del mio parere può tranquillamente farne a meno, dormendo lo stesso sereno. Ho avuto la fortuna di leggere e innamorarmi di Terzani anni e anni prima che scoprisse di essere malato, quando era ancora un cronista duro e puro. Ricordo che ero sposato da poco e passai un'intera estate leggendo tutti i suoi libri, dal primo all'ultimo. All'ultimo no, me ne mancava uno. Non ricordo quale (credo "Pelle di leopardo"), ma so che lo comprai e - improvvidamente sazio - lo lasciai sullo scaffale in bella mostra, a lungo, ripromettendomi di riprenderlo in mano presto. Non l'ho mai fatto. Di Terzani avevo spremuto tutto. Non ciò che poteva darmi, bensì che potevo ricevere io. I libri che ha pubblicato in tempi più recenti li ho letti sì, ma con maggior distacco. Uno addirittura l'ho lasciato a mezzo. Ma ormai mi conosco, so che maturerà una stagione in cui avrò la brama di riprenderlo, così come quello che su di lui ha scritto il figlio e quelli che mi sono piaciuti di più: "Un indovino mi disse", "Buonanotte signor Lenin" e "In Asia". Lo farò il giorno in cui ricorderò di aver fatto una promessa, allora che ero giovane ma già aspettavo un figlio ed avevo una famiglia che contava su di me e non potevo assecondare il desiderio anch'io di partire, di andare e raccontare, senza fare il furbo. "Se non posso farlo ora - giurai - lo farò quando i miei figli saranno grandi, quando non avrò un padre e una madre che mi vogliono a fianco".

Quel giorno è tuttora lontano, eppure, in cuor mio, ci conto. Dopotutto il mondo è di coloro che hanno sogni da inseguire, pure se a volte li fanno dormire in un cassetto.

Foto by Leonora

mercoledì 3 agosto 2011

D'Avanzo e un ritratto fuori dal coro

L'altro lato della medaglia. Ieri, dopo aver scritto il post sulle regole di D'Avanzo, m'è venuto in mente di scrivere a una persona che conosco e di cui mi fido come di me stesso, per avere un parere del giornalista appena scomparso lontano dall'elogio immancabile al momento del commiato. Stamattina m'è arrivata la mail di risposta, che riporto qui, poiché pur essendo graffiante non la ritengo priva di rispetto.

Ottimo cacciatore di notizie con agganci solidi al Viminale. Problemi insormontabili di scrittura, tanto che fu costretto a farsi affiancare da Bonini. Così Bonini e D'Avanzo erano nel giro come Gianni e Pinotto. Schivo, non simpatico, paraculo il giusto, molto fazioso, tendeva a mostrare coraggio contro Berlusconi e a vivere le guerre nelle hall degli alberghi (incrociato a Durazzo, a Kukes, a Valona, rivolte albanesi). Buon inventore, ogni raffica di kalashnikov che avvertiva in lontananza era una pagina. Degno compare di Franco di Mare. Se non avessero fatto i giornalisti sarebbero diventati ricchi fregando i turisti al gioco delle tre carte negli autogrill. Però era vicedirettore di Rep, quindi si addobbi per lui un funerale di prima classe. Amen.

Adoro la sincerità. Specialmente quand'è fuori dal coro. Vorrei che qualcuno, quando sarà il mio turno, senza esser mosso da invidia o da rancore, potesse scrivere di me con la medesima lucida e graffiante arguzia di questo brevissimo ritratto di D'Avanzo. Lo applaudirei io stesso. E a quel paese tutto il resto...
P.S. Comunque le regole di D'Avanzo sono fantastiche. Vorrei esser capace di applicarle ogni giorno senza sgarrare, io stesso

venerdì 8 luglio 2011

News of the world chiude: cade un mito



C'è una notizia, stamane, che sono andato lesto a leggere, sui giornali. Riguarda un altro giornale. E che giornale: il News of the World, il settimanale "di gossip amorosi e sessuali sfrenati, di intrusioni, di porcherie gonfiate e di scoop" (come lo definisce Fabio Cavallera, corrispondente da Londra del Corriere della Sera) che in cento e sessantotto anni di pubblicazioni ha movimentato le domeniche degli inglesi. Tre milioni - copia più, copia meno - era la tiratura attuale. Da questa settimana la cifra sarà zero. Zero. Il News of the World chiuse, travolto dagli scandali venuti alla luce negli ultimi giorni, con i giornalisti che avevano incaricato un detective di spiare migliaia di cittadini, compresi i bambini e le bambine vittime di rapimento, i parenti dei morti negli attentati terroristici e dei soldati uccisi nelle zone di guerra. Rupert Murdoch, il più grande editore del mondo, conosciuto come "Lo squalo" per la rapidità, l'efficacia e l'assenza di scrupoli nel prendere decisioni, ha fatto dichiarare a suo figlio James che la serranda si chiude: "Per scandalo".

Ora, premesso che non ci credo (domenica è annunciato l'ultimo numero e mi sa molto di azzardo per vendere ancora più copie, con capriola nelle ore successive), mi ha folgorato anche solo la possibilità che un giornale possa chiudere non per lenta o veloce quanto inevitabile emorragia di copie, per buchi di bilancio, difficoltà di diffusione, eccessivi costi, bensì per il singolo errore di uno o più giornalisti, fors'anche del direttore. Non è soltanto il News of the World che frana, è proprio tutto il "world", il mondo, il mio mondo. Come ho già scritto una volta, non c'è infatti mattina in cui venga al giornale e non mi cada l'occhio sul poster gigantesco a mezzo delle scale che portano in redazione, che riproduce la copia del primo numero de La Provincia, in edicola. Era il 1892. Quasi centovent'anni fa. "E' uscito per centovent'anni, non sarai proprio tu a non farlo uscire in edicola" penso tra me e me, ogni volta, ritrovando ottimismo e buon umore. Invece no. La responsabilità di un singolo può essere tanto grande da creare un terremoto immane. Un buon motivo per non scordare l'importanza di un'etica del comportamento: nessun dottor Faust riesce a scampare al prezzo del proprio demonio.

Foto by Leonora

giovedì 8 maggio 2008

"Il Giornaletto" (ovvero il giornale letto)


Ho poco tempo, ne approfitto soltanto per segnalare un post di qualche settimana fa, ma che non finisce di stupirmi (per i contenuti innovativi e soprattutto perché è un'idea work in progress della mia azienda 2.0 preferita).

A chi non importa nulla del futuro della carta stampata o anche del futuro a tutto tondo, il consiglio è di passare oltre. Ci sono un mucchio di post interessanti in giro.


Foto by Leonora

sabato 26 aprile 2008

Il grillo e il riccio


Noto che in questa tutto sommato piccola ma ben frequentata isola che sono i blog, il secondo Vaffa Day promosso da Beppe Grillo fa assai parlare, anche perché principale bersaglio del comico genovese (io mi ostino a giudicarlo tale) sono stati editori, giornalisti e più in generale il mondo dell'informazione in Italia.
Tra i blog che seguo quotidianamente, ne hanno parlato sia Mauro (non uno, ma due post), sia Gaspar (uno solo).
Pur se non richiesto, esprimo un parere personale: ben venga Grillo, anche che se non mi assomiglia per radicalità di concetto e temperamento caratteriale, ben vengano i suoi dubbi sulla effettiva libertà dell'informazione.
Premesso che non ho verità in tasca, premesso che chi conosce anche soltanto un poco della storia della stampa nazionale e internazionale sa che i problemi gravi di oggi non sono maggiori di quelli di ieri, ritengo che un "Grillo" parlante sia utile a prescindere, come direbbe Totò, e che il suo fustigare, instillando dubbi e denunciando storture sia il minimo che un paese civile possa permettersi se vuole continuare a definirsi tale.
Diffido delle chiusure a riccio e delle difese ad oltranza di una categoria. Preferisco che il dibattito ci sia, considerando sempre utile la voce fuori dal coro o quella che risponde con un contro canto.

Foto by Leonora

giovedì 17 aprile 2008

Paese reale


Avrei tante cose da dire sulla recente tornata elettorale. Ne scelgo una, che riguarda noi giornalisti e che trovo ben riassunta in un post di Alessandro Gilioli, de "L'Espresso". Gilioli, riflettendo su politica, società e mass media, dice tra l'altro:

"La realtà è che esiste un’Italia massiccia, lontana dal piccolo e chiuso mondo di chi parla e si parla sui giornali e in Rete: è un’Italia che non conosciamo e le cui reazioni ignoriamo, l’Italia degli operai del nord che votano Lega e dei siciliani che eleggono compatti Lombardo, l’Italia che si vede poco o nulla nei media ma poi tracima quando è chiamata a votare.
Ed è anche l’Italia a cui non fotte proprio nulla di Giuliano Ferrara, icona attorno cui invece si schiera - esaltandolo o maledicendolo - il piccolo e autoreferenziale mondo dei media".


E' questo paese che, senza pregiudizi, mi piacerebbe saper raccontare...

Foto by Leonora

domenica 6 aprile 2008

Dove andiamo? Ci sarà posto?


Mercoledì sera, complice Palmasco, c'è stato il secondo pizza blog comasco. Rimando a ciò che ha scritto Giovanni sulla serata e alle foto messe on line da Elena.

Non voglio né potrei aggiungere nulla allo scontato, dicendo che si tratta di persone speciali, che mi fanno sentire ottimista per il futuro.
In questi giorni poi non sono molto presente, con la testa intendo. Vivo un po' nel mio mondo. Capita.
Ciò non toglie che in un momento di lucidità, meditando su quel benedetto futuro dell'informazione che mi sta a cuore, riflettevo su questo:


  • La logica di sviluppo e di propagazione delle informazioni “in rete” non conosce verticismi, bensì coordinate orizzontali. Per dirla con un esempio che mi pare efficace: in Internet vince non chi ha un megafono più potente, bensì chi è abile a creare un passaparola più rapido e autorevole.

  • Ciò che nella carta stampata ha perso smalto (citare le fonti, non “addomesticare” le notizie, accettare il confronto e se si è sbagliato chiedere scusa) in Internet é una necessità, pena la gogna e la perdita di ciò che distingue tuttora il potente strumento di informazione dal blogger, cioè l’autorevolezza, la certezza di serietà nel reperire, verificare, presentare la notizia.

E cosa centra il Pizza Blog con tutto questo? Nulla forse, se non per un aspetto: giovedì sera mi sono trovato attorno a un tavolo, con persone che stanno preparando la tesi, o che si occupano di grafica, che fanno i commercialisti e i docenti universitari, i consulenti d'informatica e gli addetti del settore tessile, i "responsabili della comunicazione nelle situazioni di crisi aziendale" e i fotografi, e ho compreso più cose sul futuro dell'informazione che stando a contatto per giorni con la maggior parte dei giornalisti.


Forse siamo troppo presi dal mettere un piede dopo l'altro, dal continuare passo dopo passo il cammino, per comprendere dove ci stiamo dirigendo e qual è l'intero itinerario.


Mi viene in mente una vecchia battuta "esistenziale" di Woody Allen: "Chi siamo? Dove andiamo? Ci sarà posto?"


Foto by Leonora

mercoledì 26 marzo 2008

L'equilibrio nell'informazione


Lo so, questo post avrei dovuto scriverlo 4 giorni fa. Recupero ora, anche se in questi giorni noto che l'umanità ne ha fatto serenamente a meno.
Argomento: informazione. Semplicemente per rimandare a tre blogger che ne parlano.

Il primo è Andrea Beggi, che argomenta sul "giornalismo partecipativo".
Il secondo è Roberto Dadda, che riflette sul futuro dei giornali.
Il terzo è Charles Cooper, che (in inglese) parla dell'impatto della tecnologia sui media tradizionali.

L'idea generale che mi sono fatto è questa: il futuro porterà dei cambiamenti, ma essi saranno meno rapidi di quanto si supponeva qualche anno fa e, soprattutto, i media tradizionali non saranno soppiantati, bensì sopravviveranno, trasformandosi ed adeguandosi, senza perdere il nucleo della loro specificità.
Foto by Leonora

martedì 18 marzo 2008

"La Provincia" on line: un parere


Da oggi "La Provincia", il quotidiano di Como, Lecco, Sondrio e Varese, ha una nuova versione on line.

Facendo questo mestiere e avendo a cuore il mio territorio, nella convinzione che la crescita di un mezzo d'informazione sia di per sé una "buona notizia", anche per gli altri, chiedo a chiunque passa di qui un parere.

Vorrei sapere da voi cosa ne pensate, virtù e difetti, limiti e opportunità che offre. Consideratelo un regalo che vi chiedo per "festeggiare" i cento post di ieri.


Foto di Leonora

Pro memoria per spiriti liberi


Mario Missiroli, che dirigeva il Corriere della Sera ed era un giornalista sopraffino, ma non cuor di leone, soleva lamentarsi delle ingerenze dei potenti di turno, confidando a Montanelli: "Ah, se avessi un giornale!".
A volte ne vorrei uno anch'io, per dare voce a chi meriterebbe di essere un giornalista e invece si occupa (probabilmente con soddisfazione) di altro. E' il caso di Massimiliano, il cui racconto del comizio di Veltroni, che ha fatto in questo post, è migliore di qualsiasi altro reportage sull'argomento che abbia letto sui giornali in questi giorni.
Lo segnalo perché merita e per dimostrare due cose: non importa l'opinione politica personale quando c'è onesta intellettuale e amore per il vero; la sinistra si distingue dalla destra per l'autoironia e il disincanto, ottimi antidoti contro ogni retorica e tentazione di potere fine a se stesso (attendo smentite con esempi concreti, che non siano articoli di quell'eccezione che è Pietrangelo Buttafuoco).
Foto by Leonora

venerdì 7 marzo 2008

L'ottimismo dell'emù


Premessa prima: lavoro nel campo dell'informazione. Prima facevo altro (mi occupavo di servizi sociali, o servizi alla persona, per chi ama la definizione più raffinata) ma da una decina d'anni il giornalismo è a tempo pieno il mio mestiere.
Essendo tale, è ovvio che quando si parla se esista o meno, in futuro, lo spazio per professionisti pagati per raccogliere notizie, la mia posizione è di parte. E' un po' come se duecento anni fa avessero chiesto a un dodo o all'emù cosa pensassero del rischio di estinzione che correvano. A prescindere dal fatto che uno sia sopravvissuto e l'altro no, entrambi se la facevano sotto ma in fondo in fondo speravano di scamparla e in nessun caso si potevano definire obiettivi.

Così stando le cose, e volendo campare ancora a lungo, ovvio che faccio il tifo perché la risposta sia: "Sì, esisteranno ancora per un pezzo professionisti pagati per trovare e rendere pubbliche le notizie".
Purtroppo, la volontà dell'ottimismo non sempre tiene a galla i naufraghi aggrappati ai marosi.

Premessa seconda. La pubblicità non può essere considerata l'unica fonte di entrata di un'impresa editoriale, neppure sul web. Però neppure è facile immaginare di farne completamente a meno.

Domanda da un milione di dollari (io però non li ho e chiedo una risposta gratis): che forma di pubblicità saremmo disposti non dico a gradire, ma almeno a tollerare?

Mi piacerebbe che questo quesito, anche a rischio di diventare fastidioso come una catena di Sant'Antonio, fosse fatto circolare sul web. Giuro di non essere al soldo di alcuna compagnia di pubbliche relazioni e dichiaro solennemente che lo scopo della curiosità è puramente accademico.

Risposta personale: quella che quando clicco su un sito di informazione compare su schermo (anche intero) per 2 secondi e poi scompare.

Spiegazione: quando il New York Times (sempre sia lodato) decise di mettere l'archivio on line consultabile gratis, ebbi quasi un moto di commozione misto a sincera gratitudine quando prima dell'articolo selezionato mi si aprì una pagina di pubblicità (Toyota, se non ricordo male) per scomparire un lampo dopo.
Foto by Leonora

martedì 4 marzo 2008

Clicca che non ti passa



Occupandomi di informazione (pur se ammetto che in questo tempo sarei tentato di dedicarmi ad altro, addirittura di cambiare mestiere, e chi conosce quanto mi appassiona il giornalismo probabilmente riconosce l'eccezionalità del momento) mi interessa tutto ciò che riguarda il "sostentamento" del sistema dei media.


Propongo qui un'elementare e forse banale riflessione sulla “pubblicità on line”, che prende spunto dal recente dibattito in rete e, in particolare, a "State of the Net".





Le posizioni radicali potremmo sintetizzarle nel modo seguente.





  • “Talebani” (ciao Gaspar): la pubblicità on line non se la fila nessuno; i banner delle aziende vengono cliccati soltanto da chi ha poca dimestichezza con la tecnologia (il 2 per 1000 dei visitatori); sempre più persone utilizzano filtri che “bloccano” la pubblicità (“ad block”).

  • "Entusiasti": la pubblicità on line è la frontiera del futuro; ogni anno il budget degli investimenti pubblicitari sul web si moltiplica nell’ordine di decine di punti percentuali; attualmente il 4% degli investimenti pubblicitari viene orientato su Internet, stime ottimistiche giungono a ipotizzare che nel 2010 sarà il 10%.




Se proviamo a "scartare" gli estremi, sarei orientato a sostenere quanto segue.






  1. Se Internet è il “medium” del futuro, la pubblicità attraverso di esso ha una funzione strategica, non marginale.

  2. L’aumento percentuale di investimenti pubblicitari non cesserà, ma è difficile che continui un trend d’incremento a due cifre come lo registriamo in questi anni.

  3. Il banner è uno strumento forse superato, ma non è corretto valutarne l’impatto conteggiando quante volte viene “cliccato”. Non dimentichiamo che la funzione dirompente della pubblicità è quella di “mettere in vista” il prodotto ovvero di far passare un messaggio. L’interattività è un vantaggio in più, ma non bisogna confondere l’optional con il mezzo stesso.

  4. Studiare forme “intelligenti” e poco invasive di pubblicità, adatte allo strumento Internet, dovrebbe essere uno dei primi punti nell’agenda dei pubblicitari

  5. Pensare alla pubblicità come unica fonte di entrata è limitante e persino pericoloso nell'economia di un "medium" degno di essere definito tale

Foto by Leonora

domenica 10 febbraio 2008

Sogno o son connesso


Fine settimana tranquillo: ne approfitto per una nota di cronaca personale.

Da qualche giorno anche a casa ho un collegamento flat a Internet. Ieri sera, con mio figlio maggiore, Giacomo (11 anni), invece di guardare la tv abbiamo passato un paio d'ore su You Tube, ridendo per le papere dei calciatori e gli spezzoni di Dado a Zelig e le scene memorabili di Fantozzi. A un certo punto è arrivato anche il più piccolo della tribù, Giovanni (5 anni) mi si è seduto in braccio ed è stato dei nostri, in quel "novello" focolare domestico ch'è diventato l'angolo computer.
Stasera, rientrando a casa, ho trovato mia figlia Giorgia che giocava a Lizzie qualcosa sul sito della Disney (poi mi sono intromesso io e mentre lei se la cavava benissimo da sola, sono riuscito a dirgli: "Ma no, fai così, anzi così..." mandando in tilt il computer e facendogli passare la voglia).

Ora sto ascoltando la radio di Elena; consulto il sito di Repubblica e del Corsera per capire cos'ha detto di nuovo Walterone Veltroni; leggo sul blog di Mauro il commento sulla città di Udine e sulla maggiore "civicità" rispetto a Como; do un occhiata alle diapositive mostrate da Gaspar allo State of the Net concluso ieri, rendendomi conto che i resoconti sul suo intervento, pur riportati da gente affidabile ed autorevole, non ne hanno resituito perfettamente il senso; controllo le mail arrivate nelle ultime ore. Sono connesso, insomma. Con il mondo ma soprattutto con me stesso. E ho come l'impressione di essere entrato da poche ore in una fase nuova, come se fosse la prima pagina di ciò che per anni ho chiamato futuro ed ora è già qui.

(Foto by Lyonora)