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mercoledì 18 agosto 2021

Tagliati fuori (Un cavolo)

"Pensavo che a voi adulti non succedesse".
Lo dice sorridendo, mentre finiamo di cenare, il sole si eclissa e il caldo dà tregua, sul terrazzo.
"Fomo. Si chiama Fomo. Fears of missing out. La paura di essere tagliati fuori. Ma sì che te ne avevo già parlato! L'ho studiata qualche mese fa, per l'esame di psicologia della comunicazione".
Giorgia lo dice d'un fiato, mentre la guardo con sguardo un poco ebete, cercando di rammentare ciò che ignoro. Mi pare quasi di sentire la ruggine delle rotelle che stentano a ingranare, stridono.
Un lampo. Un barlume di memoria squarcia il buio e rivela che in effetti l'avevo già sentito, ne avevamo già discusso, salvo dimenticarlo quasi subito, tra le molte curiosità che mi ripropongo di riprendere e invece dimentico, del tutto.
Il discorso è riemerso a tavola, mentre tra un tozzo di pane e un pomodoro confessavo di provare un certo disagio ogni volta che in questi giorni do una sbirciata a Instagram o Facebook.
"Sai Giorgia, vedo tutte queste foto di posti splendidi, volti sorridenti, gente felice, in forma, che legge, viaggia, fa cose fighe e mi sento uno schifo, uno sfigato, appunto, come se tutti corrono, vivono intensamente e io rimango fermo".
Fomo. Ora so che si chiama Fomo e non la provo solo io.
Ne scrive pure la Treccani, citando una definizione che mi pare centri esattamente il punto: "il pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che sto facendo io".
Una sensazione comune e per la quale numerosi esperti, ho scoperto, hanno escogitato risposte, metodi, trucchi, persino un decalogo, tipo quello di Mosè, ma meno enfatico.
Ci provo anch'io, limitandomi a un paio di annotazioni.
Primo: ignorare a lungo il telefono, evitare di essere connessi ai social troppo spesso, specialmente nei mesi estivi e durante le feste comandate, ponti inclusi.
Secondo: ricordare ciò che diceva mio padre, riguardo l'invidia e la percezione distorta secondo cui gli altri stiano sempre meglio o siano più fortunati di noi. "Se tutti portassero i propri guai e ne facesse una pigna, in piazza - diceva - ciascuno tornerebbe a casa scegliendo ancora i suoi".
Vero. Ricordiamolo.

P.S. Vale per le foto e anche per i racconti, tipo questo. Se qualcuno fosse tentato di pensare: "Ma guarda che bravi, guarda di cosa parlano a cena, ammazza che dialogo tra genitori e figli...", sappia che erano due giorni che non ci parlavamo e avevamo rimbrotti vicendevoli e umor nero, ciascuno per conto proprio. Nessuno, per fortuna, è perfetto. Io e la mia famiglia men che meno.

martedì 17 agosto 2021

Il cielo in una stanza (Trovarsi, discutere, faccia a faccia)

Abbiamo l’illusione di essere freccia, l’epilogo di una storia: ne siamo soltanto parte, linea d’arco, traiettoria.
Milioni di anni ci precedono, altri ne seguiranno. Una consapevolezza che schianta, tanto che rimango sospeso ogni volta a dondolarmi tra l'eccesso di impotenza e quello di importanza, tra l'illusione del tutto e l'intuizione del nulla.
Il silenzio. Il silenzio è la risposta.
Non in assoluto: la mia.
La risposta che ho trovato, che mi pare giusta, che applico in questo periodo della mia vita, in nove casi su dieci, specialmente sulle grandi questioni, quelle in cui ciascuno si sente in dovere di esprimere un'opinione, un punto di vista.
Come combattere la pandemia?
Vaccinarsi è un'opportunità oppure un dovere, un obbligo?
La democrazia si può esportare?
Cosa insegnano vent'anni di presenza militare in Afghanistan?
E la pace? Come si ottiene la pace?
E il riscaldamento globale?
E la destra? E la sinistra?
Invidio chi ha una certezza sempre pronta, in tasca.
Da parte mia arranco, corridore a corto di fiato, in salita, faticando a mettere in fila le domande, figuriamoci le risposte.
Me ne accorgo ogni giorno, attirato da ciò che viene espresso sui social, incapace di tirarmene fuori e al contempo di buttarmi a capofitto nella mischia.
Lo scrivo, oltre che per giustificare un'assenza, anche per lasciare una traccia, la pietra miliare di una sensazione che da mesi ha preso forza, cioè la necessità di trovare nuove (anzi, vecchie) forme di discussione, di confronto, di espressione, quelle del piccolo gruppo, del fianco a fianco, del faccia a faccia, del seduti in cerchio o in ordine sparso, in una stanza.
Un bisogno e un piacere, il ritrovarsi e discutere, che accompagna gli esseri umani fin da quando sedevano in una grotta, giù giù o su su fino a noi, passando per le assemblee delle civiltà antiche, i consigli comunali medievali, le aule delle prime università, i salotti della borghesia, le stalle dei contadini, le tavole conviviali tra amici o in famiglia.
Una tradizione da non trascurare, un buon proposito per i mesi e pure i giorni a venire, superando la pigrizia.

P.S. Tempo fa ho letto che se la storia del pianeta terra, dall'origine ad oggi, fosse un film di due ore, l'essere umano comparirebbe nell'ultimo mezzo secondo di pellicola.
Mezzo secondo. Su due ore. Abbastanza per non sciupare l'eccezionalità di una presenza, ma anche per evitare di darsi troppe arie, di confondere l'oceano con un bicchier d'acqua.

domenica 4 ottobre 2020

Noi no (Accettiamolo)

Se non lo vedessi con i miei occhi stenterei a crederlo.
Non perché non mi fido di chi lo riporta, bensì per com'è distante da ciò che sono, che provo, che sento.
Parlo dei "no" e di quanto siano difficili da accettare.
Cambiano le frasi, non il copione di molte conversazioni specialmente sui social, con un approccio che dapprima blandisce in modo suadente, cerca di fare breccia, salvo poi precipitare in aggressività, offesa, volgarità, dileggio, appena si intuisce che dall'altra parte non c'è interesse o, peggio, un rifiuto.
E non importa il garbo, la delicatezza o la schiettezza del "no" ricevuto.
A mandare fuori di testa, a far perdere ogni contegno è il "no" in sé, inaccettabile, quasi fosse un'umiliazione nel profondo.
Faccio un esempio concreto, così chi non ha idea di ciò di cui sto parlando può comprenderlo.

Lui: "Complimenti, sei stupenda".
Lei: "Grazie"
Lui: "Single?"
Lei: "No"
Lui: "Peccato ah ah"
Silenzio
Lui: "Dici che posso invitarti lo stesso per un drink o un'uscita? O son troppo giovane e per questo mi dici che sei single? Ah ah ah".
Lei: "Non è il fatto che sei giovane ma per il semplice rispetto verso l'altro. Comunque grazie, sei gentile. Buon pomeriggio"
Lui: "Dalle foto sei sempre con le amiche. Esci con me e fine, fidati".
Silenzio
Lui: "Beh, voi donne mentite sempre, non è una novità e non sono così piccolo da credere a tutte le cagate che dite".

La chiudo qua. Il proseguo è peggio e non aggiunge nulla all'essenza di quanto messo nero su bianco.
Sugli scaffali di casa fa tuttora bella mostra un libro letto molti anni fa e scritto da Asha Philips, una psicoterapeuta infantile. Il titolo era: "I no che aiutano a crescere".
Forse coloro che ora non li accettano sono quelli a cui, quando erano bambini o ragazzi, un "no" non è mai stato detto.

P.S. Ho scelto un dialogo che mi è stato mostrato: mi assicurano non sia un caso isolato e proprio per questo lo riporto qui, non sto in silenzio, sono solidale e vicino a chi subisce questo tipo di atteggiamento.
Più della rabbia dei prepotenti temo infatti l'indifferenza di chi fa finta di nulla, come se fosse normale, tollerabile, scontato. Io no.
Comportarsi così è sbagliato, occorre ribadirlo, anche se per non cadere nel moralismo chiudo con il commento della persona che lo scambio qui sopra me lo ha inviato: “Meglio accettare con ironia un no che accumulare frustrazione, vivendo in una realtà distorta dove tutto è dovuto”.
Giusto. Punto, partita, incontro.

domenica 9 agosto 2020

Il mostro che ci abita accanto (A volte dentro)

Lo farò. Prima o poi lo farò, manderò a quel paese qualcuno, commenterò con cattiveria, sarcasmo, volgarità, sostituirò il fioretto con la clava, aggiungerò alla lingua la lama, sfogando frustrazioni e arrabbiature tarpate cento volte, alcune per una vita intera, altre per un giorno soltanto, ma con quel giorno che mi è costato in bile, caro.
Lo farò e per un minuto sarò euforico e orgoglioso e poi per anni pentito e scontento e avrò rimorsi, ma basta rimpianti e non sarà comunque poco.
Lo farò, togliendomi tonnellate di sassolini dalla scarpa, rivelando finalmente l'istinto che la formazione tiene sopito, che cova senza bruciare, domato tranne che nel privato più intimo.
Lo farò, ma voi amici non giudicatemi soltanto da quello, bensì considerate le migliaia, le decine di migliaia di volte in cui ho tirato dritto, mi sono morso le labbra, ho inghiottito amaro, inchiodato i polpastrelli lontano dalla tastiera, facendo finta di nulla, non replicando mai alla marea devastante di fango che quotidianamente circola attorno e non soltanto a me, a chiunque frequenta i social senza chiudersi nella bolla di amici, solcando delle relazioni il mare aperto.
Lo farò. O forse no. Forse continuerò ostinatamente a comportarmi come mi sono sempre comportato, conoscendo le regole della comunicazione, sapendo che chiunque ha un ruolo pubblico, fosse anche quello di semplice cronista cittadino, non può permettersi un attimo di vuoto, l'istante in cui la mente va in corto circuito e i nervi hanno il sopravvento sulla ragione, sul garbo di chi "nato non fu per viver come bruto".

P.S. Volete un esempio, affinché quelle sopra non siano soltanto chiacchiere e distintivo?
Questo è il video di un’intervista che ho fatto in tv tre anni fa a un ricercatore dell’Università Bicocca sui videogiochi e il loro utilizzo.
Una semplice chiacchierata, nulla di più, con una persona che non è Satana né Dio, bensì si interessa del fenomeno ed esprime pareri, offre degli spunti, presenta il suo punto di vista certo opinabile, non infallibile, tuttavia in modo sereno, senza bava alla bocca, pacato.
Poi leggete i commenti lasciati sotto.
Non li ho omessi mai, censurati nemmeno, perché sono per la libertà più cristallina, ma anche perché è giusto rendersi conto di come siamo distanti da un confronto civile su tutto, persino su un gioco, e ci sono persone sguaiate che insultano e offendono e trattano gli altri con superiorità sommaria, spesso non mettendoci la faccia, il muso.
Ora, l’uomo tribale che abita in me pensa: “Non ce la faranno, non ce la faremo mai”. L’altro, quello che non vuole diventare come loro, si ostina a credere che si tratta di un percorso, di una fase, e che soltanto l’educazione - compresa la "buona educazione" - renderà migliore questo mondo.

martedì 29 ottobre 2019

RisorTweet (Dodici anni social)


C'è stato un tempo in cui questo blog era esclusivamente un estensione del lavoro, uno luogo di sperimentazione e di narrazione di ciò che si sarebbe rivelata l'alba di una nuova era, quella digitale, con i social che facevano capolino già facendo intuire le potenzialità che avevano, che tuttora hanno.
Lo scrivo oggi poiché è l'ottavo anniversario della mia iscrizione a Twitter, un social media che qualche hanno fa ho abiurato, dandolo per spacciato. Mi sbagliavo. Non che adesso sia convinto del contrario, tuttavia ammetto che sopravvive florido, avendo rinunciato ad essere di massa e ritagliandosi il ruolo che un tempo era delle agenzie di stampa, dando megafono a chi voce ha già e non più bisogno di giornali, tv, radio.
Da quel tempo, dodici anni fa, è rimasto vivo e vegeto soltanto Facebook, anche se settimana scorsa ho sentito dire da un collega che entro due anni chiuderà: non ne sono convinto. Instagram invece è fenomeno più recente e veleggia florido, mentre molti altri hanno vissuto il tempo di una stagione, piegandosi a una selezione naturale che riguarda tutti gli ecosistemi, non soltanto quelli biologici.
Intanto, proprio per ricordare quei tempi, metto il link al post intitolato "Un mese da orso", pubblicato esattamente dodici anni fa, in cui raccontavo l'approccio a quel nuovo mondo digital e social, account Twitter compreso.