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venerdì 25 agosto 2023

Teresa e Emanuela (Un'amicizia)

Infrango una promessa con me stesso, lasciando traccia qui anche in questo mese d'agosto e interrompendo un digiuno salutare di pubblici pensieri e parole.
Lo faccio perché i buoni propositi sono importanti, ma la vita con i suoi ammaestramenti lo è di più.
E una lezione di vita, d'amicizia, me l'hanno data, testimoniandola senza bisogno di proferire verbo, due persone a me care, una delle quali ci ha lasciato, due giorni fa, mentre all'altra sono legato per famiglia.
Teresa ha sofferto molto negli ultimi mesi. Affermare che la morte sia stata una "liberazione" non è fuori luogo né retorico. Giunge un punto nell'esistenza umana in cui "tutto è compiuto", per cui, seppur si potrebbe ragionevolmente aspirare a qualche altro anno, forse anche decennio, di pace e serenità, se a causa della malattia serenità e pace mancano è comprensibile "lasciar andare", non trattenere.
Si dice che quando si nasce sono belli, quando ci si sposa tutti sono ricchi e quando si muore tutti sono buoni. Non voglio fare torto a Teresa dunque con una banalità, certo però io non l'ho mai sentita parlare male di qualcuno, né negare un favore, né sottrarsi a un sorriso garbato di accoglienza, comprensione. L'ho e l'avrò sempre in mente seduta fuori casa, nel piccolo portico che condivideva con Emanuela, intenta a chiacchierare, fumare una sigaretta o anche soltanto a godersi un istante di quiete.
Devo essere onesto, ho un metodo arbitrario e opinabile per giudicare la bontà o meno delle persone: notare se vanno d'accordo o meno con i vicini. Ecco, tra Teresa e Emanuela non ricordo uno screzio, uno sgarbo, la ripicca legata anche a un malinteso. Nulla.
Al contrario, ho sempre ammirato loro una disposizione a comprendersi, l'aiutarsi a vicenda, l'ascoltarsi, uno stare accanto autentico, senza scene o moine, mai di facciata, sempre di sostanza.
Perciò, quando abbiamo accompagnato Teresa per l'ultimo viaggio, stamane, ho compreso la sincerità e la profondità degli occhi lucidi e limpidi di Emanuela, che per Teresa è stata, insieme con il marito Rocco e i figli Giuseppe e Simone, "famiglia".

P.S. Lo so, lo so che Fulvio, marito di Emanuela, desidera da me un favore, anche dall'alto dei piaceri che fa a me, ai miei figli, e non è detto che prima o poi non riesca ad accontentarlo, anzi, sono frequenti le volte in cui me lo riprometto, con disposizione sincera d'animo e cuore. Questa però non è ancora l'ora né il giorno, per scrivere un post, il post, per ricordarlo da vivo come se fosse morto. Gli toccherà aspettare. Sospetto che lo farà volentieri.

domenica 20 febbraio 2022

Storie di Marinella (Vicini di vita)

Questa di Marinella è la storia vera. Doppia. Perché Marinella è la signora che abitava alle porte di Como ed è stata trovata morta, seduta al tavolo della cucina, senza che nessuno in oltre due anni si interessasse o insistesse nel suonare alla porta. Una vicenda straziante, che giustamente, comprensibilmente, interroga tutti sui pericoli del menefreghismo, dell’indifferenza, di una comunità che smette di essere tale per eccesso di privacy, di riservatezza.
Ma Marinella si chiama anche mia zia, che abita anch’essa da sola a una manciata di chilometri dalla prima, ottant’anni compiuti da poco, con dei vicini, Attilio e sua moglie Dina, che quando la mattina vedono le tapparelle abbassate, sapendo che solitamente si alza all’alba, la chiamano al telefono per chiedere: “Tutto bene Marinella?”.
Ora, tra le due Marinella, a parte il nome, in comune c’è poco o nulla. A cominciare dal fatto che mia zia ha comunque due figli e quattro nipoti che pur non abitando nella stessa casa sono presenti ogni giorno, non le fanno mancare nulla, oltre a vivere in un quartiere in cui tutti si conoscono da una vita.
Se scrivo di queste due vicende, portandole a paragone, è per un motivo semplice.
Due, anzi.
Primo: per evitare che si faccia di tutta l’erba un fascio, abboccando alla trappola del pessimismo cosmico (quello di William Golding, per chi conoscesse un po’ di letteratura, e del suo “Il signore delle mosche”, romanzo straordinario, ma che qualcuno pretende ancora di spacciare per trattato sociologico, smentito dai fatti, prima ancora che dagli studi, come spiega mirabilmente lo storico Rutger Bregman).
Secondo: per invitare chiunque, me per primo, ad essere come Attilio e Dina, a non farci soltanto gli affari nostri, a distinguere l’impicciarsi pettegolo dall’attenzione verso l’altro, il curiosare fine a se stesso dal prendersi cura.

P.S. “Sei sempre al telefono!” brontolo spesso con mia mamma, un anno maggiore della zia Marinella, fingendo di prenderla in giro, in realtà a volte seccato veramente per quel suo chiacchierare per minuti e minuti di fila, che per la legge di Murphy coincidono quasi sempre con le volte in cui rientro da Bergamo e passo a trovarla.
Lo ammetto pubblicamente: sono proprio un pirla.
Per fortuna alla reazione istintiva viene in soccorso la ragione.
Una telefonata infatti non allungherà la vita, come recitava una vecchia pubblicità, certo però la rende meno sola, più... viva.

giovedì 15 ottobre 2020

Un fusto d'uomo (Finché c'è forza...)

Appartiene alla generazione degli ultimi patriarchi, anche se patriarca non lo è mai stato, avendo soltanto un figlio. 
Ambrogio è unico e molto insieme: vicino di casa, socio per anni di mio padre, suo amico soprattutto. 
Di lui potrei parlare per ore, aneddoto dopo aneddoto, raccontando imprese epiche, a cui non si sa come sia sopravvissuto. La volta che si è ribaltato con il camion evitando un bambino; quella ancor più spericolata in cui, sempre con il camion, senza freni per un guasto improvviso, ha percorso una discesa ripida abbattendo tutto ciò che ha trovato sulla sua strada, fermandosi dopo aver saltato un muro; il pomeriggio nel quale l'asse di legno sul quale camminava è ceduto, facendolo finire con le gambe in un bidone d'acido; quando è rimasto folgorato mentre recideva cavi elettrici che l'addetto alla sicurezza sosteneva di avere scollegato; per tacer di tagli, strappi, ossa rotte... senza mai che non abbia lavorato il giorno dopo.
Cento episodi, di cui per buona parte sono stato testimone oculare e che gli hanno lasciato cicatrici ma soltanto fuori, perché dentro è rimasto lo stesso.
L'ultimo fulmine che su questo fusto d'uomo s'è abbattuto è più subdolo, infatti è qualche anno che lo combatte, a volte facendo temere il peggio, alla fine riprendendosi sempre, con una forza d'animo, con uno spirito, che davvero credo non sia più presente in natura, che appartenga soltanto a chi ci ha preceduto, esattamente come per Tolkien la stirpe di esseri che abitavano la "terra di mezzo" nella seconda era, quella di Gil-Galad e Isildur.
Sembra che esageri. Niente affatto. Chi lo conosce lo sa e non se ne stupisce nemmeno.
A me però Ambrogio ha sempre colpito per altro. Le volte in cui si è commosso soprattutto.
Quando hanno portato al camposanto sua madre, anni fa, al momento della deposizione, l'ho visto piangere come un bambino.
Era la prima volta e fu uno smacco: il rendersi conto della sua fragilità, che è la fragilità di ogni essere umano, oltre lo scafandro. Ci sono state altre volte, quando si è ammalato mio padre, quando c'era da accompagnare al cimitero qualche altro amico, la recente scomparsa, improvvisa, di sua sorella Margherita. In questi casi però ero abituato, avendo capito che oltre la scorza spessa c'è una sensibilità fuori dal comune, una generosità senza pari, una tenerezza sorprendente, soltanto per chi lo osserva con distrazione, da lontano.
Scrivo queste righe poiché la persona è spiccia, mi verrebbe difficile dirglielo in faccia, lui troverebbe subito il modo di prendermi in giro, di schernirsi, di cambiare argomento, parlando dell'orto che tiene come un maniero, dei funghi che quest'anno non ha preso, della sua Inter, che più interista di lui non c'è nessuno (nel pregio e nel difetto), del suo amico Gigi o dell'Amelio o del Felice di Guanzate o del Giulio, l'altro vicino di casa, amico a decenni alterni, perché i caratteri forti è raro non cozzino.
Ad Ambrogio voglio bene, un bene vero, senza smancerie. E a lui sono grato.
Pur con tutti i difetti, la sua generazione ha permesso a noi di vivere nell'agio e se possiamo disquisire cosa sia giusto o meno è perché loro si sono caricati sulle spalle anche lo sbagliato.