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domenica 10 agosto 2025

Tutti d'un pezzo (Liberi davvero)

Si dice che lo stile, a differenza della moda, non conosce il logorio del tempo.
Io so solo che ciò che è vecchio lo resta, mai una volta che abbia indossato un indumento tenuto a lungo nell'armadio senza che sembrasse largo o stretto, piccolo, corto di gamba, lungo di spalle, troppo a zampa, poco sciancrato...
Sono restio a vuotare il tuo armadio del tutto, anche se non ci sei più da un pezzo. Ogni tanto qualche nipote si incuriosisce e mette il naso, pescando una camicia, una giacca o una di quelle tute lucide, di acrilico, che - tranne che indosso a te - ho sempre detestato.
Non siamo stati mai una famiglia di "arbiter elegantiarum", mi hai insegnato con l'esempio a preferire la dignità al lusso, la compostezza al marchio. Anche se non ti interesserebbe nulla, te lo scrivo lo stesso: i calzoni a tubo, stretti di gamba, "a sigaretta", non si possono più vedere, ora i pantaloni sono a campata larga, che la stoffa che prima serviva per tre e ora a malapena basta per uno.

P.S. L'ho tirata lunga, è stato solo un pretesto. Volevo vedessi la foto qui sopra, di due dei tuoi nipoti, di quanto sorridono. Giorgia e Giovanni li hai goduti meno di Giacomo, ma ricordo la brillantezza degli occhi quando te ne sei preso cura, quell'elettricità a bassa tensione che ti percorreva, l'emozione senza teatralità, sperimentata nel profondo. Nelle azioni cerco di imitarti, lasciando loro la cima lunga e lassa che tu hai usato per me, mettendoti mai davanti, sempre accanto. Nelle intenzioni invece sono tentato ogni giorno di accorciar loro le strade, di eliminare ogni inciampo. Proietto su essi un’aspettativa egoistica: vorrei fossero felici tanto e subito, così non da non aver preoccupazioni e campare sereno.  Credo sia umano. Forse però è anche uno dei mali del nostro tempo, questo iper protezionismo che dimostriamo, prediligendo la sicurezza a scapito della libertà, preferendo la tranquillità al vento di tramontana che l’incertezza sempre comporta.

sabato 19 luglio 2025

A dorso Bruno (Annodare fili)

L'unica cosa in cui non ha avuto fretta è stata morire.
Impaziente di natura, in ampio anticipo ad ogni appuntamento, spiccio nei modi quanto nei discorsi, Bruno se n'è andato a novantasei anni compiuti da pochissimo.
Una sofferenza, quella degli ultimi anni, che la sua famiglia s'è caricata sulle spalle, accompagnandolo mentre si estingueva come un lumicino, dopo che la sua Adelrosa l'ha preceduto, consunto prima nel morale e poi nel fisico.
Quel che resta di Bruno è però altro, a conferma che dall'ultima riga delle favole non si evince il nocciolo di una storia e il lieto fine a volte è accessorio.
Lui, giovane, a Sant'Agostino, in riva al lago, a dorso nudo, come gli piaceva restare anche d'adulto, sintomo di una libertà ch'era l'unico abito che portava cucito addosso: così lo ricordiamo perché così raccontava di sé, con gli occhi scintillanti di chi ha conosciuto la contentezza davvero. "Ho fatto una vita bellissima, sempre quello che ho voluto, senza mai ricevere ordini da nessuno. Anche quando ero in Marina! Che tempi quelli. Avevamo poco, eppure era moltissimo".
Riassunto: se c'è un tesoro che egli ha lasciato in dono è proprio l'assenza di lamentela, il riconoscimento della fortuna ricevuta in dote, la gioia di vivere pienamente appena si può e non quando è troppo tardi e non si riesce neppure ad uscire dal letto.

P.S. Bruno aveva novantasei anni, Anna ne compie ottantacinque proprio oggi e la festeggeremo tutti assieme, a dispetto della sua volontà, che sarebbe quella di soprassedere, di far finta di nulla, di non disturbare nessuno. Anche Anna, come Bruno, comasca nel profondo. Entrambi mi inducono a pensare alla "costrizione" come aspetto positivo e al "dovere" come opportunità, non soltanto giogo. La felicità non è un fiore che si trova per caso, bensì un seme che si mette a dimora e di cui ci si prende cura, passo passo, anche sforzandosi di fare quello che d'istinto eviteremmo. Lo scrivo per me stesso, rigettando l'idea che la spontaneità sia criterio dirimente tra giusto e sbagliato, ma anche per i discendenti di Bruno. Non tanto per i figli, Fulvio e Danila, la cui storia è garanzia di vicinanza, bensì per nipoti e pronipoti. Fisicamente non avranno più un punto di sutura comune nella casa del nonno e a volte ritrovarsi comporterà un impegno, a tratti addirittura un peso, ma essere "famiglia" è proprio riuscire a superare quel balzello e lasciare che il bene faccia da collante, riannodando i mille fili che Adelrosa e Bruno hanno tessuto.

sabato 12 luglio 2025

La ruota che gira (Io fermo)

È arrivato. Quel tempo è arrivato. L’avevo previsto diciotto anni fa, nel secondo post di questo blog che nel frattempo è cresciuto e s’è moltiplicato.
Allora - era il 2 ottobre del 2007 - immaginavo e temevo di diventare un giorno come mio padre, che si era arreso alla tecnologia e perdeva la pazienza subito. “La regola del videoregistratore” l’avevo chiamata, perché quello fu il primo apparecchio con il quale rifiutò di cimentarsi, di comprenderne i tasti, il funzionamento.
“Tra un po’ sarai come tuo padre, che non ha mai imparato ad usare il videoregistratore” aveva ironizzato il mio amico Marco un paio di giorni prima.
Oltre a scriverci un post, quelle parole mi hanno sempre accompagnato. Compreso stasera, al ritorno da Brescia, sbuffando quanto un mantice, constatando che la password del wifi era cambiata, che non si collegava più la tv, che il decoder non dava traccia di sé e compariva la scritta: “Nessun collegamento, controllare il cavo”.
Il cavo non l’ho controllato, ho borbottato invece stizzito, forse pure imprecato, mi sono seduto sul divano e rinunciato in partenza, con una frase tipo: “Ecco, torno a casa una volta la settimana e non funziona nulla!”.
Giovanni, che stava uscendo, è tornato indietro e con voce calma mi ha detto: “Tranquillo, ci penso io”. Ci ha pensato. E risolto. In quarantacinque secondi, forse uno meno. Poi mi ha dato un bacio sulla testa, ha sorriso benevolo ed è sparito.
È stato lì, in quel momento, che ho realizzato: sono entrato in quella fase di vita in cui tutto è complicato, l’alba di quel tempo in cui il mondo finisce di essere “il tuo mondo”. A differenza di diciotto anni fa, quando al sarcasmo di Marco mi ero ribellato, ora capisco di essere più pigro, meno disposto a rimboccarmi le maniche, stare al passo delle stagioni.
O forse no. Forse, se mi impegno, posso spostare un passo più in là il declino, posso diventare come coloro che ammiro perché pur a una certa età vogliono sempre imparare qualcosa di nuovo, anche nella tecnologia, non soltanto dell’essere umano o della storia, della politica, della fisica, della letteratura o della filosofia, che adoro.

P.S. Non sono soltanto il router del wifi e le impostazioni del computer. Quando osservo i miei figli mi accorgo quante capacità hanno, a che velocità ragionano, come affrontano i problemi pratici. L’altro giorno, ad esempio, scrutavo Giorgia mentre era in riunione, in videoconferenza, e mentre gli altri parlavano utilizzava l’intelligenza artificiale per comprendere meglio, in tempo reale, con un’abilità da pianista e la tranquillità di Tom Cruise con gli schermi di “Minority report”. Perciò io mi impegnerò per non arrendermi, ma quella partita è persa, l’hanno vinta loro, com’è giusto che sia, in quell’instancabile ruota che è la vita. Ma proprio per questo non sono triste, tutt’altro. Penso infatti alle ricchezze che mi aspettano su un altro terreno, quello delle relazioni quiete, delle riflessioni profonde, delle emozioni forti, dei sentimenti senza imbarazzo, dei piaceri semplici, delle scoperte sorprendenti, del non dover dimostrare nulla e nel prendere al volo quello c’è, di gramo e di buono.

venerdì 10 gennaio 2025

Come il giorno dilegua (Non è una storia triste)

Sei sempre presente in me, perciò non mi manchi. L’essenza c’è intatta, ma un pezzettino alla volta mi accorgo che te ne vai, i contorni si fanno più sfuggenti, meno nitidi, l’immagine complessiva sfuma, come in quelle foto in cui i pixel mano a mano si staccano, dissolvono.
Diciassette anni. Diciassette anni esatti. “Con dignità, com’era vissuto, è morto ieri mio padre” avevo fatto scrivere sul giornale, il giorno dopo. Poche parole e una fotografia, che quella non doveva mancare e non avevi neppure dovuto ribadirlo, tanto per noi era chiaro, dopo una vita in cui ti arrabbiavi se nel necrologio de La Provincia mancava l’immagine del defunto. Non era curiosità fine a se stessa, bensì desiderio di comprendere l’identità per sapere se lo conoscevi o meno, se meritava una visita, una partecipazione al funerale o nulla, al massimo un pensiero.
Ora tendiamo a farci scivolare via tutto, mentre la tua generazione è stata una delle ultime ad avere dei morti il culto. Io non ce l’ho, semplicemente per ciò che ho scritto allora come oggi: in me tu sei vivo. E pazienza se fatico sempre più a delinearti con precisione. Lasciamo alla tigna del tempo di sbiadire i tratti somatici, teniamo stretti invece i mille momenti insieme, ciascuno dei quali ha contribuito a formare l’uomo che sono. Il buono, soprattutto.

P.S. Giacomo credo ti rammenti bene, Giorgia meno, Giovanni poco poco. Non importa. I tuoi geni sono i loro e, come ruota che gira, hai lasciato spazio per dare nuova linfa. E mi rendo conto che così come stai facendo tu, un giorno quello che si evaporerà sarò io. Non lo scrivo con tristezza, tutt'altro: provando conforto. Che peggio sarebbe se il lutto non si superasse, se la vita non riempisse ogni vuoto, se chi mi vuole bene restasse imprigionato, non guardando avanti, ma soltanto indietro. A caldo infatti tutto brucia, con il tempo invece subentra un sentimento di dolcezza, "naturalmente, come si fa la notte quando il giorno dilegua".

  

domenica 6 ottobre 2024

Spezzare le catene (Non vi possiedo)

“Spezzare le catene”. Di questi tempi mi vengono in mente frasi che paiono lapidi, apparentemente a caso, come se me le sussurrasse all’orecchio qualcuno, pur se a girarsi di scatto non scorgo nessuno.
“Spezzare le catene”. Un invito e insieme un piccolo mistero, non essendo così intuitivo il significato. “Catene” infatti attorno a me non ne vedo, non a un primo sguardo almeno. Pensandoci però forse ciò che mi “lega”, in un certo senso “imprigiona”, lo trovo.
Il laccio delle abitudini ad esempio.
Quello del comodo, della pigrizia che frena la ricerca del bello, del buono.
O lo spago del misurare tutto, lo schiavismo del bilancino, che inibisce il dispensare con generosità, non tanto e non solo il materiale, quanto nelle relazioni, innescando quel meccanismo del “do soltanto se ricevo”.
E il peggiore di tutti, il cappio della paura, il timore paralizzante del giudizio altrui, del fallimento. Dimenticando che, in realtà, fallisce soltanto chi non ci prova davvero.

P.S. Ti vedo, vi vedo, così parte di me e così diversi da me, così vicini e così estranei, indipendenti, autonomi, alberi che crescono portando frutto, personalità che si formano e sbocciano in modo originale, unico. Esiste un filo elastico che ci lega, ma al contempo così lasso e lungo da permettervi di camminare e giungere ovunque, senza sentire vincolo, senza catene, anche se anelli di catena siamo.
Con voi sperimento l’amore vero, quello del non trattenere, dell’essere lieto soltanto di ciò che rende lieti voi davvero, del restare sempre disponibili senza pretendere nulla in cambio o di ricambio.
In questo credo stia il senso più profondo di “dare la vita”, che non si riduce all’inizio, ai cromosomi e a quell’unica cellula dalla quale è iniziato tutto ma si rinnova ogni giorno, lasciando semi in continuazione, senza pretesa o certezza o sospetto che mettano radice, si riproducano.
E in questa storia che si riduce a una parentesi tonda di qualche decennio, in cui di me tra due generazioni non resterà nemmeno il ricordo, voi siete ciò che ho di più prezioso, proprio perché “siete” e non “vi possiedo”.

domenica 30 giugno 2024

Ben tornata (Tirare una linea)

Chi ti conosce sa, chi non ti conosce - o è prevenuto - non capirebbe.
È successo tutto in un vortice, una pressione aumentata a dismisura negli ultimi due mesi, coronamento di un impegno lungo dieci anni, con un finale amaro per te che ci tenevi e per noi che ti vogliamo bene.
Comprendo dunque il tuo stato d'animo e i sentimenti contrastanti di questo scorcio di stagione, in cui puoi finalmente riprendere fiato, anche se tu sei sempre stata abituata a fare tre cose insieme e il vuoto, seppur provvisorio, non è un foglio bianco da scrivere ma una parentesi da accorciare ai minimi termini.
Tra le cattiverie che hai dovuto sopportare la più ridicola è che volevi proseguire "perché non hai altro da fare": di tutte le persone che conosco, e ne conosco molte, tu sei quella che non ho visto mai restare con le mani in mano, lavori da quando avevi sedici anni, hai mantenuto un impiego tirando grandi nel contempo tre figli più uno, ti sei caricata sulle spalle me, che ora comincio ad essere un filo autonomo ma fino a qualche anno fa rispecchiavo il "patriarcato" più obsoleto, lasciando a te incombenze su tutto.
Lascio queste parole qui, pro memoria per chi ci succede, rinnovando la stima per le qualità che hai, per le doti che hai dimostrato, soprattutto l'ammirazione per la mancanza di ambizione fine a se stessa.
Non so se saresti stata una buona sindaca, credo che l'autocritica e il riconoscimento dei propri limiti siano sempre necessari, così come non sono tra coloro che gridano alla tragedia in riferimento a chi ha unito sacro e profano, estrema sinistra e leghismo militante pur di raccogliere il vostro testimone. Essendo il nostro paese mi auguro sinceramente possano fare bene. Di certo attendo al varco chi per anni ha criticato anche sulle minime questioni, non rendendosi conto della differenza che passa tra il dire e il fare: ora constateranno quant'è difficile e speriamo siano perseveranti quanto te a non lasciarsi cadere le braccia e a ricercare il meglio, nonostante tutto.
Da parte mia ho accusato il colpo (in questo senso però lo accolgo con favore: una sana spuntatina all'orgoglio, ch'è una brutta bestia e se di tanto in tanto non gli si tarpano le ali "ne rovina più lui del petrolio"), egoisticamente però sono contento di averti più con noi, a casa, di sapere che potrai tornare a dare per la tua famiglia e anche per te stessa il cento per cento, convinto che cambierà il campo, ma il seme buon che sei continuerà a mettere germoglio.

P.S. Tirare una linea. Io cerco di non portare rancore per nessuno però una linea l'ho tirata, misurando e soppesando molte persone, benedicendo anche le peggiori (le peggiori, per come sono fatto, sono quelle che hanno sempre rifuggito un confronto schietto, palese, aperto, nel merito delle questioni) poiché comportandosi male mi costringono alla virtù della tolleranza, dell'indulgenza, del perdono. Non è facile, lo ammetto, tuttavia nemmeno impossibile, anche se qualche sassolino dalle scarpe sono proprio tentato di togliermelo e lo trattengo non per bontà personale, che non ho, bensì per non dare cattivo esempio alle persone a cui tengo di più e che meritano di sapere che a vincere sempre deve essere il sorriso.

sabato 4 maggio 2024

Prometto (Dietro ogni donna...)

Prometto che ti sosterrò, anche se sono stato la persona che più ti ha messo i bastoni tra le ruote, colui che ha tramato e brigato, alla luce e nell’ombra, affinché ti tirassi indietro, ti dedicassi ad altro, scegliessi pace, tempo libero, vacanza.
Prometto che ti sosterrò, perché tu sei fatta così: la persona più fragile e insieme più forte che conosca. E anche stavolta hai dato a tutti noi, cominciando dai nostri figli, una lezione del coraggio che a me manca, mettendoti in gioco, accentando il rischio, affrontando una sfida.
Prometto che ti sosterrò, perché hai molti difetti - come tutti - ma sei certo generosa e trasparente, limpida e tutta alla luce del sole, mai voltafaccia o doppia.
Prometto che ti sosterrò perché grazie a te esercito ogni giorno (con fatica) le virtù della pazienza e della tolleranza, resistendo alla tentazione di parlare o pensare male di chi ha fatto altre scelte, ricordando che chi si impegna al giorno d’oggi merita sempre e comunque riconoscenza.
Prometto che ti sosterrò, e se non faccio pubblicità smaccata, con tanto di frasi ad effetto e foto di famiglia felice, è perché noi non siamo una famiglia felice, da copertina, come credo non lo sia nessuna. Ma essendo da trent’anni esatti una famiglia viviamo moltissimi momenti felici e in quelli ardui, impervi, ci sosteniamo a vicenda.

P.S. Prometto che ti sosterrò, perché tu lo hai sempre fatto con me. E perché dietro una donna in gamba... c’è sempre un uomo di cui quella donna si è presa cura.

venerdì 6 ottobre 2023

Io non c’ero (Voi sì)

Come sono belli, sorridenti, tutti in posa, così diversi tra loro, così a specchio del meglio che siamo stati, che siamo.
Cugini di sangue, amici per scelta, testimonianza di come i legami siano più forti del tempo e dimostrazione che chi ci ha preceduto non ha calcato questa terra invano, lasciando un’eredità viva, che vale una fortuna.
“I nove dell’Ave Maria” li chiamerebbero, se fosse un film del secolo scorso, invece sono l'immagine di una preghiera di ringraziamento laica, la mia, la nostra, quella d'una famiglia semplice, la cui ricchezza più grande è appunto il legame, il tenerci gli uni agli altri, il bene reciproco.
E quando scrivo che voi c'eravate, intendo tutti coloro che hanno contribuito a dare loro vita e che questa vita l'hanno attraversata. Non ne faccio i nomi, perché dovrei compilare un lungo elenco, però ho in mente uno a uno tutti i volti di chi ho conosciuto, che mi è stato accanto, che ha condiviso con me il dolore e la festa, lo svago e la fatica, numi tutelari di una storia ch'è ruota che gira, parte da lontano e non è mai finita.

P.S. Siccome l'etica è importante, ma pure l'estetica non scherza - specie ai giorni nostri, nella civiltà dell'immagine - alleggerisco i toni e riporto la sottolineatura di un'amica che lavora nella moda, a commento della foto di gruppo, qui sopra: "Che armonia cromatica". Già. Non ci avevo fatto caso. Se sia questione di buon gusto o di omologazione generazionale non saprei dire, sta di fatto che l'insieme paga l'occhio e rimanda a una bellezza ch'è non soltanto involucro, ma pure nerbo, sostanza.

giovedì 5 ottobre 2023

Tre pere (Così va il mondo)

Tra i beni che mio padre in eredità ha lasciato ci sono decine di alberi, alcuni cresciuti spontanei, altri piantati da lui medesimo.
Tra questi, nel terreno a due passi dalla casa dove vivo, c’è un pero.
Non un’essenza dal tronco possente, la chioma folta, i rami protesi a sfiorare il cielo: un “pirus communis”, lo dice il nome stesso, nulla di eccezionale, poco più di un arbusto (del resto, anche se molti lo ignorano, appartiene alla stessa famiglia delle rose), alto appena un palmo più della mia testa, tanto che a mani protese se ne può cogliere il frutto.
E così è stato fatto, anche quest’anno, con buona pace di mia madre, che per quella sentinella tremula nel mezzo dell’orto ha un legame speciale e fa eccezione persino alla preferenza per i nipoti rispetto al figlio, visto che conserva per me ogni sparuto frutto, cogliendolo in anticipo e conservandolo con cura, finché arriva a maturazione, con l’inizio dell’autunno.
Un rito laico, celebrato pure quest’anno, grazie a tre pere, non una di più, né una di meno.
E se ne parlo qua, con un lungo preambolo - più buccia che polpa, sarebbe da scrivere - è perché mentre le assaporavo non ho potuto fare a meno di riflettere sulle differenze tra ognuna delle tre e il paragone con i figli, i miei, ma pure tutti i figli e le figlie e le persone del mondo.
Perché, pur provenendo dallo stesso albero e cresciute apparentemente con le stesse riserve di acqua e di luce, ciascuna pera aveva un proprio gusto, originale e diverso.
La prima dolcissima, zuccherina, succosa e deliziosa come nettare, la seconda asciutta e compatta, con sapore sciapo e allappante (“questa pera sa di rapa” avrebbe sentenziato, disgustato, mio padre), la terza migliore della seconda ma non della prima, una via di mezza senza infamia e neppure lode.
Ora, certo un motivo scientifico ci sarà per comprendere il perché delle differenze, ma le spiegazioni qui non interessano.
A importarmi invece è che la pianta sia la stessa, che i geni non siano differenti e che dunque la causa consista in altro.
Vale per me genitore, che le discrepanze in ciascuno dei miei figli le noto.
A me pare di esser fortunato, cioè tutti hanno in comune del dolce, del buono, tuttavia neanche qua sta il punto.
Il punto è che non tutto dipende da me, da noi, poiché esiste qualcosa di più grande, di più forte, che orienta carattere, preferenze, ideali, gusto…
Siamo albero, è vero, ma il frutto, pur partorito da noi, risulta essere “altro”, differente, perché così va il mondo (“va”, nel senso proprio che avanza, muta, si evolve, sopravvive, cioè “vive sopra” anche noi, che l’abbiamo generato).
Una ragione in più per mettersi il cuore in pace e considerare la diversità un valore, qualcosa di buono, bello.

P.S. Piantare alberi. Un gesto antico, che nella civiltà contadina era appannaggio di tutti, mentre ora si delega per di più all’esperto di turno, il giardiniere o la persona - per lo più anziana - che cura l’orto. Piantare alberi tuttavia ha un significato profondo, poiché legato a filo doppio all'aspettativa di futuro, alla volontà di costruirlo o, quanto meno, prepararlo. Vale per i popoli e pure per il singolo, per chi mette a dimora un seme non per sé, bensì lasciandolo in eredità e dunque a beneficio di qualcun altro.

mercoledì 4 ottobre 2023

Hai voluto la bicicletta (E io sto fermo)

È tornato dall'Irlanda, dopo due anni e mezzo di vita, studio e lavoro, ripartirà presto e per altro lido, sempre lontano da casa, questa volta in Spagna, a Barcellona: orizzonte certo, tempo imprecisato.
Una decisione su cui non ho proferito verbo, essendo ormai lui un adulto, come ho scritto nel giorno esatto in cui me ne sono accorto, poche settimane fa per altro.
Se lo scrivo qua non è per pettegolezzo, né per mettere in piazza affari che riguardano soltanto lui e al massimo noi, soltanto. Piuttosto perché esiste sempre un certo punto in cui i figli fanno le valigie e vogliono andare via, un'esperienza che per fortuna si ripete, anche se ciò, come ogni distacco, comporta pure una parte di sofferenza, di dolore. "Patire la ferita della loro libertà" scrive Franco Nembrini, nel suo libro "Di padre in figlio", in cui mette in guardia da due possibili errori: "Chiudere la casa per non lasciarli uscire oppure uscire con loro". Invece no. "L'adulto è quello che sta, che resta per la felicità che gode lui, per il bene che intravede lui, per la speranza che vive lui".
Soltanto così, lo scrive innanzi tutto per convincere appieno me stesso, chi se ne va potrà essere a sua volta felice, riuscendo a costruire fuori ciò che per lui esisterà sempre, dentro.

P.S. Aggiungo quello che in apparenza è un dettaglio, ma che quando lo ha comunicato ha suscitato uno stupore che ha lambito la perplessità e lo sgomento: "A Barcellona andrò in bicicletta".
Ora, non dico la madre, che si sa che le mamme sono apprensive e stanno in pena per un nonnulla e vorrebbero sempre controllare se uscendo ti sei coperto abbastanza o non hai scordato l'ombrello, ma pure io un sopracciglio l'ho alzato. Non per lui, che ha gambe e cuore d'atleta e in bicicletta potrebbe fare il giro del mondo, bensì per le insidie della strada, gli automobilisti distratti, i mezzi pesanti, le intemperie del meteo, l'organizzazione complessiva del viaggio... Poi, passato lo scossone iniziale e messo da parte l'istinto primario di protezione, è subentrata sua maestà la ragione e tutti i motivi per cui accettare la dose di rischio (gli stessi, ad esempio, di quando abbiamo detto di sì a Giovanni che voleva il motorino).
Perciò non mi resta che ricordare il post scriptum d'un anno esatto fa, che calza anche oggi a pennello: "La sensazione di precarietà è sovente abbinata al desiderio di tenere tutto sotto controllo, alla mania di gestire ogni cosa, alla paura di “lasciare che sia”, mollando la presa, affidandosi alla corrente, al mare aperto. Altrettanto spesso, specie in questo tempo, mi conforta e fa da bilanciere la lezione delle tragedie greche, di Elettra, di Edipo, sull’ineluttabilità del destino, la circostanza che nulla dipende veramente da noi e che dunque darsi troppa pena, oltre che sciocco, sia vano".

martedì 3 ottobre 2023

Dubbio magistrale (Ciò che conta davvero)

È vero, penso spesso alla fortuna di chi ha scelto un percorso di studi che sfocia in professioni in cui c'è molta richiesta d'impiego (ingegneria, chimica, medicina, infermieristica...), mentre tu hai deciso per il campo largo della filosofia, d'una materia che portando dappertutto non trova sbocco in nessun luogo specifico.
Poi però mi ritrovo sdraiato accanto a te, come ieri sera, mentre mi spieghi la differenza tra ontologia e metafisica, imitando con bonomia il tuo professore, quando dice che "la metafisica, la metafisica è tutto!", potendo discutere delle risposte di Papa Francesco ai "dubbia" di cinque cardinali, contando sulla capacità di comprendere e affrontare qualsiasi ragionamento, per amore di conoscenza, senza altro fine o scopo.
Ed è in quei momenti che il piatto della bilancia assume un altro peso e comprendo che se anche non ne ricavassi un euro, grazie a ciò che hai imparato e stai apprendendo sei certo più ricca e d'una ricchezza che non teme disoccupazione né inflazione o scherzi d'investimento.

P.S. Il percorso di laurea magistrale che hai scelto, in lingua inglese, per me è difficile da pronunciare e impossibile da ricordare a memoria, per esteso: "Philosophical Knowledge: Foundations, Methods, Applications". Hai cominciato a frequentare da un paio di settimane e, rispetto all'anno di lavoro che hai fatto, nella mia percezione è come se fossi tornata al liceo. Basta tuttavia un istante, un attimo, sentendoti parlare, per comprendere che no, che la ragazza di allora s'è già trasformata in donna e che nulla è più lo stesso, tranne l'essenza della persona che sei, curiosa e desiderosa di capire sempre tutto, a fondo.

domenica 4 giugno 2023

Voce del verbo amare (Prima persona plurale)

In amore lezioni da dare non ho.
Semmai impronte, dove io stesso ho poggiato i piedi, imparando ad esempio che “tenere” all’altro o all’altra non significa essere “gelosi”, poiché l’amore non è un laccio, non si può “imporre”, piuttosto è mano tesa, che l’altro o l’altra possono pure non accettare.
Per il resto, ho poche certezze e molti “se” (come nella poesia di Kipling).
Se guarderai dritto negli occhi e dritta negli occhi ti lascerei guardare…
Se avrai pazienza e saprai abbracciare, pelle a pelle, prendendoti il tempo per respirare…
Se sentirai corpo e mente in sincronia, come un tambureggiare…
Se avrai curiosità, desiderio di conoscere, esplorare…
Se lascerai fuori dalla porta paronoie e pregiudizi…
Se ti abbandonerai per almeno un istante ai sensi, alla parte più istintiva, quella che sopravvive da millenni, generazioni…
Se vivrai l’attimo, senza null’altro contare…
Se ascolterai il tuo cuore e l’unica bussola sarà lo stare bene…
Allora e solo allora, figlia mia, “vivere” sarà voce del verbo “amare” (tempo presente, prima persona plurale).

P.S. L’amore passionale è fuoco, vento di tramontana, turbine, discesa impetuosa, vetta altissima, immersione totale, onda che infrange, picco dei sensi.
Merita di essere vissuto, sarei falso e bigotto se dicessi altrimenti.
Con una nota a margine, una postilla a fare da bussola, indicazione.
Ricercare “momenti intensi” di felicità è umano, profondamente umano, così come “cogliere l’occasione”, l’attimo fuggente, non scordando però di dare valore al resto che si ha e che completa, “compone”.
Poiché solamente l’equilibrio, la stabilità, la coscienza in pace, portano serenità, una vita buona, di quelle che si dorme quieti la notte e ci si alza al mattino, guardandosi allo specchio senza abbassare gli occhi.

domenica 7 maggio 2023

Figli (Vicini e lontani)

Ogni suo ritorno “a casa” è un regalo grande e pure un piccolo intaglio di emozioni, sentimenti, anche insegnamenti, su cosa significhi essere genitore, su un legame così forte che fa sentire i figli sempre vicini, anche quando scelgono rotte d'alto mare invece d'un ormeggiare quieto, sotto costa, al riparo da bonacce e fortunale.
Abbraccio Giacomo ogni volta che sbarca in Italia da Dublino, mettendomi in punta di piedi e “arrampicandomi” fino alle sue spalle forti, stringendolo per un istante che ha i contorni del sempre.
Gli dico spesso che ha cuore sensibile e testa cocciuta, tale e quale alla madre, eppure non le è “eguale” perché i figli prendono in dote qualcosa dall’una e dall’altro, sono sempre addizioni. Di più. Moltiplicazioni. Per fortuna più di virtù che di vizi, fragilità, debolezze.
Ci preoccupiamo per loro nei più svariati modi e “proteggere” è verbo che vorremmo declinare in tutte le accezioni possibili e immaginabili, costantemente, dimenticando troppo spesso che renderli liberi, indipendenti, fare in modo che ragionino con la loro testa e camminino sulle loro gambe è il solo compito a cui siamo attesi e, anche se a volte costa fatica, soltanto così dimostriamo di amare loro e non noi stessi.

P.S. Diversi. Diversi tra loro, da noi. Una sorprendente varietà di gusti, abitudini, attitudini, desideri, comportamenti, aspirazioni. Pur se chi li osserva da fuori individua in essi un filo rosso, caratteristiche che li accomunano - dal modo in cui sorridono o salutano alla gestualità, ai tratti somatici - è proprio la diversità che li rende unici. E anche se non ce ne accorgiamo, poiché ci manca la giusta distanza, perché risultiamo troppo distanti o troppo vicini, già ora ad essi appartiene il mondo e il mondo, grazie a loro, è un posto migliore.

sabato 26 novembre 2022

Il gradino più alto del podio (A sostegno)

Si dice sarete il mio sostegno.
Non è vero. Io sto in piedi da me e da me voglio continuare a restarci, neppure troppo a lungo, andandomene un secondo prima dell’istante in cui dirò o sarò tentato di pensare: “Ai miei tempi sì che…”.
Piuttosto, voi siete spunto di partenza, trampolino, gancio in mezzo al cielo: andando avanti costringete me ad inseguirvi, a non sedermi, a restare aggiornato, cura naturale al decadimento, ch’è ineluttabile, insito nella condizione umana, non può essere evitato.
Affrontato con dignità però sì, invecchiando bene, senza tasso di acidità elevato.
Non è questione di figli, che quelli si hanno o non si hanno e a volte pure chi li ha è come non li avesse, tanto procede nella vita ripiegato su stesso, tronfio delle proprie certezze, incapace di mettersi in discussione, su tutto.
È questione di giovani, di stare loro accanto, di avere la possibilità di frequentarli in qualche modo, nelle famiglie allargate, come vicini di casa, sul lavoro…

P.S. Una nota speciale a margine la voglio mettere collegandomi all’inizio. Sulla bella parola “sostegno”. Sulla grandezza di uno Stato e di una scuola, spesso criticata, con cognizione di causa, da me per primo, che anni fa ha però deciso di introdurre la figura dell’insegnante “di sostegno”.
Certo, l'istituzione dovrebbe fare di più, non limitarsi alla forma, fornire più risorse, liberare dall’assurda burocrazia, dare compimento concreto a un’enunciazione di principio.
Però il poterlo fare meglio, il doverci credere di più, non deve sminuire il valore dell’inclusività, la promozione della diversità, il tentativo di eliminare o almeno attenuare le conseguenze della sfortuna o del destino o del caso o come si vuole chiamarlo, dando appunto supporto, sostegno.
Proprio per questo, per la bontà del proposito e per la fatica nel renderlo concreto, sono ancora più grato a chi l’insegnante di sostegno lo fa, a cominciare dalle molte persone che conosco, di cui sono parente, conoscente o amico: medaglie d’oro di una corsa ad ostacoli altrui, esse occupano - per quel poco o nulla che conta la mia considerazione - il gradino del podio più alto.

mercoledì 26 ottobre 2022

Il passo in più (Cambia la vita)

"Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L'audacia reca in sé genialità, magia e forza. Comincia ora".
Johann Wolfang Gothe

La casa è spoglia, ma non di arredi, né oggetti.
Mancate voi, che con tempi e modi differenti avete preso il volo per un'esperienza di lavoro (in Irlanda, Giacomo) e di viaggio (negli Stati Uniti, Giorgia).
Tralascio il resto, il nodo di sentimenti contrastanti - apprensione e orgoglio, gioia e malinconia... - che condivido con vostra madre, puntando piuttosto alla constatazione di quanto il bello, il buono, il giusto, il vero importino più dell'utile, del profittevole.
Non che il profittevole e l'utile non esistano, tutt'altro, compiendosi però come nota a margine, conseguenza diretta e non scopo primo. Così come accessorie risultano le nozioni, comprese quelle principali, l'apprendimento di una nuova lingua, l'incontro con una diversa cultura.
Piuttosto, se un rendiconto di autentico valore occorre trovare, lo indicherei nelle conoscenze umane, nelle relazioni, nei legami forti e ancor più in quelli "deboli" che si incrociano e instaurano.
Ecco perché mi permetto di sottolineare un consiglio: osate.
Sì, osate. Siate audaci, impertinenti persino, curiosi, coraggiosi, spavaldi.
Bussate alle porte, suonate i campanelli, chiedete.
Con buona educazione, ovvio. In punta di piedi o comunque con lo stile che vi distingue. Ma osate. Fate quel "passo in più" in continuità con il cammino che avete scelto, uscendo dalla zona di conforto, non semplicemente lasciando casa, ma rendendone più ampio il recinto.

P.S. Il passo in più, "The Extra Step", è anche il titolo dell'ultimo libro di una persona che stimo, il professor Mauro Cavallone, docente all'università di Bergamo.
E' stato lui a raccontarmi un episodio che mi ha colpito e affascinato. Lo si è può ascoltare in questo video, provo a riassumerlo io, con i due aspetti che - a mio parere - contano.
Il primo è che ogni sconfitta o delusione o amarezza o inciampo contiene il seme del possibile riscatto. Nel suo caso, essere escluso da una borsa di studio universitaria per gli Stati Uniti.
Il secondo è che essere audaci, osare, offre opportunità maggiori delle intenzioni iniziali, inimmaginabili quando si compie il primo passo, si chiudono gli occhi e ci si getta, come in un tuffo. In questo, stupendo e mirabile è quel giovane italiano che a Philadelphia si imbuca nella sede di una mega banca, sale le scale e chiede di essere ricevuto, di poter parlare con il responsabile dell'ufficio, incontrando il mentore che gli cambierà la vita, trasformando il caso in destino.

domenica 23 ottobre 2022

Il cuore in pace (Per fortuna)

"La fortuna guida dentro il porto anche navi senza pilota".
William Shakespeare

“È una questione di fortuna”. Lo hai detto così, come s’appoggia la vanga in un angolo dell’orto o si ripone il mestolo nel lavandino, senza quasi pensarci, senza darvi troppo peso.
Una constatazione quasi ovvia, scontata, senza pretese di insegnamento, con la spontaneità delle certezze che si hanno, che si sentono.
Sei la persona che stima se stessa di meno e quella che ammiro di più, che considero fondamento del buono che ho combinato, spessore e sostanza delle famiglie a cui abbiamo dato continuità, anelli di catena che si intrecciano man mano.
La domanda che ti ho fatto riguardava proprio questo, la famiglia, i figli.
Da cosa dipende se sono “bravi” o meno? Come mai alcuni crescono sereni e se la cavano senza problema ed altri inciampano, s’affannano, restando impigliati in reti e in lacci che soltanto all’ultimo, quando ormai è tardi, vediamo? Perché a noi, per il momento, all’apparenza, finora è andata bene ed altri, non tanto distanti, non così diversi da noi sembra vada peggio, con pene e preoccupazioni e patimenti che schianterebbero un mulo?
“È una questione di fortuna”. Hai ragione tu.
“È una questione di fortuna” perché la fortuna - la disposizione naturale, le circostanze, le compagnie che si incontrano… - conta altrettanto, se non più dell’impegno, dell’intelligenza, del merito.
Riconoscerlo, esserne consapevoli, è fondamentale per osservare la realtà nella giusta luce ed evitare di restare schiacciati dalla responsabilità quando le cose vanno male o non girano per il verso giusto.
Noi contribuiamo al destino nostro e delle persone a cui teniamo, ma quello stesso destino non dipende da noi, dalla nostra bravura, dalla nostra volontà.
Mettiamoci il cuore in pace. Riconosciamolo.

P.S. Di “merito”, complice la nuova denominazione del ministero della pubblica amministrazione, si parla e si scrive parecchio in questi giorni, non sempre a sproposito, tendenzialmente però schierandosi, come sempre, com’è facile, o di qua o di là, giusto o sbagliato, bianco o nero.
Da parte mia, resto convinto che il merito sia cosa buona e giusta, a patto di non considerarlo l’unico criterio discriminante, il solo santo, un totem a cui inchinarci o, peggio, una clava da brandire.
Per chi vuole approfondire davvero l’argomento consiglio “La tirannia del merito” di Michael J. Sandell.

martedì 23 agosto 2022

Al riparo del vento (L'ansia contro)

Ti chiedo scusa. Vi chiedo scusa, anzi, a tutti e quattro, per essermi troppo spesso conformato al sentire corrente, al pensiero unico del risultato, della prestazione, del merito scolastico, dicendo a parole “Non mi importa del voto”, lasciando in realtà che quel numero, quella cifra, quella valutazione costituissero la pietra miliare, l'unità di misura, la linea di demarcazione tra bene e male, buono e cattivo, giusto e sbagliato.
Non ce l’ho con chi insegna e giudica: fa il suo lavoro.
Ce l’ho con me, che ho delegato a un parametro altrui ciò che compete a me, al genitore che sono, faticando a staccarmi dall’ambizione dell’eccellenza, spacciando il desiderio mio per bene vostro.
Piuttosto, invece, avrei dovuto valutarvi su un piano diverso, lasciando che la scuola avesse la sua dignità, la sua autonomia, la sua importanza, senza metterci becco, e istituendo a compendio una pagella per le materie che a me, come padre, interessano.
Hai usato il cellulare o la Playstation?
Sette e mezzo.
Hai visto almeno due ore di serie tv al giorno?
Sette.
Sei uscita/o almeno quattro sere a settimana e hai chiacchierato facendo le ore piccole con le amiche o gli amici?
Dieci e lode.
Hai trascorso delle ore senza fare nulla di che, semplicemente “perdendo tempo”?
Otto (se poi lo hai fatto in garage, maneggiando cacciaviti e chiavi inglesi, o tra gli scaffali colmi di libri, leggendo anche soltanto i titoli, senza sceglierne uno, o ancora nell'orto, anche soltanto a staccare dalla pianta le more o un pomodoro: un altro bel dieci, pieno).
Poiché la scuola, il lavoro, il successo, il benessere sono importanti, tanto.
Ma la vita, specialmente quella “di relazione”, nel suo insieme, lo è di più.

P.S. Nulla, naturalmente, mi importa più di voi, del vostro avvenire, e so che niente, ma proprio niente, conta più dello studio e del lavoro, così come tutto, ma proprio tutto, si ottiene facendo fatica, con il sudore della fronte, mettendoci sacrificio, tenacia, perseveranza, talento, impegno.
Queste verità, tuttavia, non necessitano di parole: spero di dimostrarvele tuttora, ogni giorno, con l’esempio.
Se ho scritto ciò che ho scritto non è per desiderio di smentire l'ovvio o il gusto di provocare, bensì poiché ho la sensazione di vivere un tempo in cui sempre più aumenta l'ansia, la sensazione di non essere all'altezza, di non riuscire a stare al passo, con l'angoscia che prende il posto della spensieratezza, della gioia, dell'entusiasmo.
Un vento che soffia violento, specialmente nelle pianure del benessere materiale, dove le incombenze per la semplice sopravvivenza non fanno inciampo ma neppure riparo.

sabato 26 febbraio 2022

Sette verbi (Per tempi grami)

Non è mai semplice, nulla si riduce a bianco o nero, buono o cattivo, nonostante la tentazione di estremizzare tutto, di rendere commestibile la complessità usando gli schemi, le categorie che conosciamo.
Perciò, figlia mia, rimango muto quando mi chiedi cosa sta succedendo, come mai altri venti di guerra soffiano, perché uomini e donne soffrono, le nazioni litigano.
Soltanto questo posso dirti, che la realtà è come quelle bambole russe, che dentro ognuna ce n'è un'altra.
Diffida allora. Diffida di chi incarna in una sola persona un male assoluto, il nemico.
Ricorda. Ricorda che gli interessi contrapposti sono numerosi e vari, complessa sempre è la realtà, come una matassa, un grumo aggrovigliato di filo.
Comprendi. Comprendi le ragioni, soprattutto quelle di chi ha torto.
Distingui. Distingui gli errori involontari dalla scelta di cattive azioni per principio.
Rifiuta. Rifiuta le dinamiche della forza, del dominio, del denaro, dell’orgoglio.
Difendi. Difendi, tra i due contendenti, sempre e comunque il più debole, il più povero, quanti ci vanno di mezzo, schiacciati da meccanismi e movimenti assai più grandi di loro.
E scegli. Scegli la pace, ogni giorno, cominciando da te stessa, da chi ti è vicino, nelle azioni grandi e piccole tue e non soltanto quelle altrui, puntando il dito.

P.S. Sette. Se li conti, sono sette i verbi che ho scritto. Sette azioni, a cui aggiungo una preghiera, una raccomandazione, un invito: non farti cadere le braccia, né prendere dallo sconforto, nonostante le notizie che arrivano ora su ora, minuto per minuto. L'albero che cade fa infatti rumore, ma è pur sempre eccezione, niente in paragone con la foresta silenziosa che cresce pacifica, accogliente, inesorabile, da che mondo è mondo.

sabato 5 febbraio 2022

Un passo avanti (Chiudere il cerchio)

Ho imparato a lasciare la presa molto tempo fa, dovrei farlo ancora, con te, anche se non sono pronto.
Non lo si è mai.
Faccio così, inverto la direzione, per lasciarti sì, ma non indietro, bensì avanti, sempre un passo, dove riesco a scorgerti, quasi a sfiorarti, a toccare con mano l'essenza che sei, ciò che rappresenti per me, per noi.
La tristezza - lo sai, l'hai provata - è un drappo greve, che tutto ammanta e persino soffoca se si orienta la mente al centro dell'abisso, sentendo sulla pelle, nelle viscere, la presenza del nulla, l'assenza di un dopo.
Scaccio con le mani il pensiero, come insetto fastidioso, punto i piedi saldi al suolo, chiudo gli occhi e vedo dove sei, dove ti ho lasciato, guardando insieme la fotografia che i nostri figli l'altra sera hanno scattato, ritrovandosi insieme, continuando una tradizione che ci precede e che ha reso anche noi felici, quando è stato il momento.
Sono loro la consolazione e il senso, il motivo per cui ti vedo innanzi a me e non da solo. Come mai soli siamo noi, finché tu sarai ago e il bene che ci vogliamo il filo.

P.S. Oggi è il compleanno dì Giorgia, il regalo più bello l’hai fatto tu, con la lettera che hai lasciato, a lei, a noi, alla nostra famiglia "allargata".
La conserviamo preziosa.
Nella tua saggia essenzialità hai saputo cogliere il meglio di ciò che siamo, l'unica eredità che vorrei i nostri figli portassero in dote, patrimonio e testimonianza di un dono inestimabile, infinito, che non c'entra nulla col denaro e rende ricchi, ricchissimi, con poco, vivendo quella dimensione di accoglienza, di ospitalità, di convivialità che "ha contribuito a conoscerci, a valutare i nostri pregi e difetti, a cementare gli affetti, a conoscere persone nuove, a confrontarci e a volte scontrarci su vari temi, ma senza serbare rancori di sorta, ha sempre prevalso il sorriso. Quel sorriso che contagia il cuore di fiducia e vedo nelle foto dei ragazzi, quando si ritrovano".
Vedi. L’ho detto, eri avanti. Hai scorto prima ciò che poi si è realizzato.

mercoledì 15 dicembre 2021

Non tanto (Molto di più)

Mi hai aperto la mente, dunque la laurea in filosofia te l'avrei data ad honorem.
Hai voluto fare di testa tua, come sempre, prendendone una vera, alla Statale di Milano, con discussione della tesi, proclamazione, voto, corona d'alloro e festa di amici e parenti.
Ometto di netto tutto il resto - l'orgoglio, la gioia, l'emozione... - punto dritto al cuore, a ciò che per me ha valore.
Non tanto l'università in sé, come istituzione, quanto l'università in te, cioè lo studio, la conoscenza, il sapere e tutto quanto ha cambiato la tua e la nostra vita, in meglio, come persone.
Non tanto il diploma, quanto il punto che si mette alla fine, il percorso che si chiude, poiché è soltanto così che un altro se ne può aprire.
Non tanto l'eccellenza nel capire, quanto la perseveranza e il gusto del cercare, quella curiosità che è come energia inesauribile e dà senso a ogni esperienza, considerato che da ogni esperienza c'è da imparare.
Questo è ciò che conta, di questo sono fiero e lieto, veramente, poiché non carta è la laurea che hai preso, ma carne.

P.S. Della tua tesi, quella sul linguaggio sessista e di come noi per primi ne siamo portatori inconsapevoli, ne ho già scritto, un paio di settimane fa, forse tre. Ammetto però che più passa il tempo, più le tue riflessioni mi convincono, più mi pare urgente una coscienza diffusa, un concreto cambiamento nell'uso delle parole e della ricerca dell'eguaglianza, tra generi.
Ecco, anche in questo, figlia mia, hai voluto essere originale, spiegando non in teoria, bensì nei fatti, come la filosofia non sia qualcosa di vago, astratto, lontano, ma affronti - e spesso risolva - problemi pratici, attuali, concreti. In questo sei in linea con la più profonda nostra tradizione famigliare e vedo i volti di chi ci ha preceduto che stanno annuendo, serafici.